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Lunedì, 17 Febbraio 2020

Avevo promesso di fare una scheda di presentazione di uno dei capi della insurrezione Vandeana che probabilmente  più di altri ha affascinato tanti giovani tradizionalisti controrivoluzionari appassionati di storie come il sottoscritto.

Henri nasce il 30 agosto del 1772 nella cattolica terra di Vandea, a La Durbelière, dal marchese Henri-Luis-August e dalla contessa Costanza di Caumont d'Ade.

Sin dalla tenera età fu educato secondo i principi della cristianità e della fedeltà indiscussa al sovrano. Una usanza molto comune in Vandea per quegli anni. Nonostante le idee illuministe, in Vandea, le tradizioni non erano state contaminate dal progressismo dei filosofi illuminati. All'età di dieci anni lascia la famiglia ed entra nella scuola militare di Sorez, in Languedoc. Qui conosce la vita di sacrificio e riesce a superarla, riceve il brevetto di sottotenente all'età di 13 anni.

Inizia una vita militare di lealtà e coraggio e ottiene la stima dei suoi superiori. Il giovane Henri segue le vicende della Rivoluzione e all'età di 18 anni manifesta la sua opinione, rifiutando il giuramento militare costituzionalista decretato dopo Varennes  dall'Assemblea.

Con il sopraggiungere del Terrore, l'aristocrazia è costretta a prendere la via dell'esilio. Il giovane marchese rimane in Francia, non fugge. Costituita l'Armata Cattolica e Reale, Henri entra da generalissimo nelle forze fedeli al Re. La sua carriera sarà breve, ma luminosa, la sua azione bellica si racchiude in nove mesi (13 aprile 1793 – 28 gennaio 1794). Un periodo breve, ma quanto basta per mettere in evidenza la sua intelligenza, il suo valore nelle battaglie contro gli eserciti repubblicani. Il suo nome è legato a tre battaglie vinte: Saumur (10 giugno 1793); Entrammes (22 ottobre); Dol (21-22 novembre).

Purtroppo non sempre riuscì a vincere, fedele all'insegnamento cristiano, quando poteva evitare spargimento di sangue gioiva. «E' storico il nobile perdono che ebbe dei prigionieri repubblicani ad Antrein mentre i suoi li volevano massacrare in rappresaglia dei feriti vandeani selvaggiamente trucidati dai repubblicani ad Avrances». (Maurizio Di Giovine, “I Quaderni della Controrivoluzione”, n. 9-10-11, agosto-settembre-ottobre 1972).

Ecco come viene descritto Henri da Jean Lagniau (in “Revue du Souvenir Vendeen”, marzo 1972): è un ragazzo di vent'anni, è alto (un metro e ottantuno) esile, fisionomia dolce, quasi timido, colorito pallido. Il volto è incorniciato da magnifici ed abbondanti capelli biondo cenere, gli occhi sono grandi e azzurri; è quasi un arcangelo che in quel mattino del 14 aprile 1793 appare ai rivoltosi del Bressuirais, venuti a cercare un capo.

Sono duemila persone, quasi tutti giovani, dai 18 ai 25 anni, appartenenti a tutti i ceti sociali, stanchi di subire vessazioni, e soprattutto non vogliono saperne di difendere la Repubblica che perseguita i loro preti. Si ribellano e cercano dei capi capaci di liberarli dai satrapi giacobini. Lo trovano in Henri de la Rochejaquelein, che insieme ad altri cavalieri, guida una folla armata di fucili, di forche, di falci, di bastoni.

La Grande Armata, quella Cattolica, è un'armata soprattutto di giovani, anche i capi sono giovani. Quelli più vicini ad Henri de la Rochejaquelein hanno un'età media tra i 25 e i 30 anni. Lagniau fa i nomi dei capi giovani: Pierre Bibard, Jaques David Joseph e Toussaint Texier.

Di giovani ve ne furono altri a centinaia a migliaia. Sono presenti in tutte le battaglie, tutti degni del loro giovane generale. Henri in battaglia è sempre in prima fila,esponendosi follemente per forzare la vittoria. Spesso veniva rimproverato di esporsi inutilmente. A Samur la sera dopo la vittoria con il rosario alla bottoniera, si trova nella chiesa di Saint Pierre, per ringraziare Dio del bel successo, ad un ufficiale gli confida: “rifletto sui nostri successi, essi mi confondono. Tutto viene da Dio”.

Il miglior biografo di Henri, il barone de la Tousche, scrive: «Una corrente di appassionato affetto, irresistibile, sale verso di lui da questa folla d'uomini [...] Ha un bel restar modesto e tirarsi in disparte: egli si è troppo distinto dalla folla degli attori di questa insurrezione [...]Egli non potrebbe impedire di irraggiare attorno a sé il suo eroismo, il suo animo affascinante, la sua rara dolcezza...Tutti adorano questo bell'adolescente».

Ai suoi combattenti Vandeani diceva: “Compagni, io non vi chiedo che una cosa, di seguirmi. Là dove vi è del pericolo voi mi troverete sempre”. E nella battaglia di Cholet, quando ormai assisteva alla sconfitta, ecco il suo grido: “Moriamo in queste lande, ma non indietreggiamo!”. Quando il Consiglio Superiore decide di dargli il comando supremo dell'esercito vandeano, egli spaventato, piangendo per tanta responsabilità, tenta di rifiutare, : «Perchè si vuole che io sia generale? Sono troppo giovane».

Il giovane Henri diresse nel duro inverno, la campagna d'Oltre-Loira, circa ottantamila persone, la metà composta da combattenti. Una campagna che ha dovuto affrontare i rigori del duro inverno e il fastidio della banda di sciacalli dei generali Kleber e Westermann.

Prima di una battaglia egli indirizza alle sue truppe questo proclama: «Amici miei, sappiate bene che la nostra salvezza consiste solo nella vittoria. Le vostre donne, i vostri figli come voi cacciati dalla patria per l'incendio o la morte, attendono con ansia il risultato della battaglia. E' la causa di Dio, la causa del Re, la causa di tutte le famiglie che noi difendiamo [...]».

Monsieur Henri non sempre andava d'accordo con gli altri generali, capi dell'insurrezione, in particolare con Charrette. A questo proposito, l'autore dell'articolo, Lagniau sostiene che «la sua grande chiaroveggenza, il suo genio dell'organizzazione, sorprendente per un giovane di vent'anni, gli facevano intravvedere delle possibilità di condotta dell'insurrezione vandeana che, se fossero state condivise dai suoi colleghi del comando generale, avrebbero portato i Vandeani alla vittoria».

Il giovane Henri muore sul campo di battaglia il 28 gennaio 1794, «Monsieur Henri cade, vittima della sua magnanimità. Il soldato, al quale egli si appresta a concedere la grazia, s'avanza per arrendersi, ma con un gesto brusco, spiana il fucile e tira: 'Henri de la Rochejaquelein non aveva che 21 anni. Chissà che cosa sarebbe diventato!'».

Orvieto capitale degli studi etruscologici e italici Orvieto, in questi giorni, è divenuta la capitale degli studi etruscologici ed italici con un congresso di altissimo livello “Ascesa e crisi delle aristocrazie arcaiche in Etruria e nell’Italia preromana” organizzato dalla Fondazione per il Museo “Claudio Faina” d’intesa con il Comune di Orvieto. 

I lavori congressuali sono stati aperti da Daniele Di Loreto, Presidente della Fondazione Faina, Roberta Tardani, Sindaco di Orvieto, e Giuseppe M. Della Fina direttore scientifico della Fondazione Faina. Hanno visto la partecipazione di specialisti provenienti da Università italiane e straniere, dai Poli Museali, dalle Soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e da Enti di ricerca. Da segnalare la partecipazione di un pubblico numeroso e attento con una presenza importante di giovani ricercatori: segno della vitalità di una formula che tende ad esaminare il passato integrando archeologia e storia. 

Come pure di dare spazio ai diversi approcci che caratterizzano l’archeologia contemporanea. I relatori hanno offerto un quadro aggiornato su una problematica che è stata centrale nelle vicende storiche prima della conquista della penisola italiana da parte di Roma. In apertura del congresso sono stati presentati gli Atti dell’incontro dello scorso anno dedicato al tema Musei d’Etruria: un volume che andrà ad arricchire le maggiori biblioteche universitarie e di antichità europee.  

 

La Chiesa ha bisogno dei martiri e questo che mi appresto a presentare ai lettori è un po' speciale, innanzitutto si tratta di un fanciullo, un messicano, San Josè Sanchez del Rio. Il giovane, aveva quindici anni quando è stato ucciso dalle guardie dell'esercito del governo federale messicano, laicista e dominato dall'ideologia massonica.

La giovane vita di San Josè è legata alla guerra dei Cristeros, combattuta in Messico tra il 1926 e il 1929, da una parte gli insorti cattolici e dall'altra l'esercito federale del presidente dittatore Francisco Plutarco Elias Calles.

Josè Sanchez,nonostante la giovane età milita come alfiere nell'esercito cristero nella sua zona di Sahuayo, viene preso prigioniero dai governativi, dopo ripetute minacce, il fanciullo non abiura la sua militanza, alla sua fede cristiana, pertanto viene torturato e ucciso in odium fidei. Recentemente il ragazzo è stato canonizzato da papa Francesco.

Il libro scritto da padre Luis Laurean Cervantes, legionario di Cristo, viene presentato per l'edizione italiana, da Oscar Sanguinetti. Il testo è pubblicato da D'Ettoris Edizioni di Crotone nel 2017.

Sanguinetti precisa che l'opera di padre Laurean non è la solita agiografia del santo che spesso si traduce «in una enfasi metodologica ed espositiva che non di rado sfiora la deprecabilità». Nonostante faccia il “tifo” per il martire-fanciullo, suo compaesano e suo fratello nella fede in Cristo, l'agiografia di San Josè, è abbastanza critica, seria e documentata, con ben otto pagine di fotografie, frutto di una ricerca “sul campo”, con accesso agli archivi locali.

Finora le nostre conoscenze del martire, almeno in Italia, fanno riferimento al film Cristiada (For Greater Glory). Tanto ha fatto padre Lauerean, ma ancora secondo Sanguinetti resta molto lavoro da fare, non solo per completarne l'opera, la storia di San Josè, ma soprattutto per conoscere meglio «la grande pagina storica della opposizione, anche armata, che i cattolici messicani – cioè la stragrande maggioranza del popolo – hanno dovuto esprimere negli anni 1920 e 1930 per resistere alla pressione di uno Stato caduto allora nelle mani[...]dello sguaiato e crudele laicismo dei più fanatici circoli rivoluzionari».

Al momento il libro di Laurean sulla figura di San Josè è uno dei pochissimi esistenti in lingua italiana. «La figura di san Josè è importante per tutti, perchè è un esempio vibrante di pratica del cristianesimo fino all'eroismo e di un amore giovanile portato usque ad sanguinem per la Chiesa, in un frangente di grave e cruenta persecuzione che quest'ultima doveva subire».

Quello di san Josè è un cattolicesimo popolare “vissuto” e integrale. Seguendo la lettura di Jean Meyer Barth, il maggiore storico del movimento popolare cristero, il cattolicesimo dei Cristeros, si può accostare certamente alle varie insorgenze popolari antinapoleoniche dell'ottocento.

Ritornando alla storia di san Josè, per Sanguinetti, egli scelse deliberatamente la morte dolorosa, «proprio quando i suoi carnefici vollero che inneggiasse al governo persecutore, arrivando al punto di cercarlo di sedurlo con la proposta di un allettante cursus honorum nell'ambiente di quelli che egli considerava i nemici di Cristo». In definitiva san Josè «ha preferito morire pur di non rinnegare la sua scelta, a lungo agognata, di militare nelle file degl'insorti cattolici e di dare, se del caso, la vita per la fede negata e per la patria oppressa». Sostanzialmente san Josè fino all'ultimo «ha rivendicato, gridato la sua appartenenza a quei libertadores che avevano innalzato le insegne di Cristo Re e della Vergine guadalupana e combattevano, ad armi impari, sotto la loro protezione per difendere la libertà di professare liberamente la fede quotidiana».

Gli storici laici si meraviglieranno della tenacia, della forza identitaria del giovane Josè, così non dovrebbe essere per gli studiosi cattolici. Nel passato i credenti erano abituati a vedere uomini e donne impugnare il fucile per difendere la Chiesa e la cristianità, così è stato per il Messico all'inizio del secolo scorso. «Uno stile che tanti secoli prima – scrive Sanguinetti – nel periodo più alto della cristianità, in un frangente in cui si trattava di difendere la libertà di religione e la patria, in tante parti d'Europa aveva animato grandi figure di capitani guerrieri – da Nuno Alvares Pereira (1360-1431) a santa Giovanna d'Arco (1412-1431) -e, addirittura, numerosi ordini di monaci combattenti in cui si viveva senza alcun attrito, né dottrinale, né pratico, fra vita cristiana ed esercizio delle armi».

Anche se la scelta delle armi non era l'unica opzione, tanto che i vescovi messicani non legittimarono mai in forma piena e indiscriminata la scelta delle armi dei Cristeros. Tuttavia in quella fatidica estate del 1926 «ogni modalità di resistenza pacifica contro il governo ateo e anticlericale si era rivelata del tutto vana». Concludendo la prefazione lo storico ed esponente di Alleanza Cattolica è convinto che il giovane san Josè, come un novello “figlio” dell'indios Juan Diego (l'”Aquila che parla”), «è un santo da proporre specialmente a chi oggi è giovane per aiutarlo a riconquistare, come scrive padre Luis, una “tempra” nuova e migliore. Josè non era un pazzo, né un esaltato; nonostante l'età, egli scelse lucidamente di rinunciare ai beni della terra: l'affetto dei genitori e dei fratelli [...]».

Come ho scritto in un altra occasione raccontare la vita dei martiri fa bene ai cristiani d'oggi, soprattutto a noi in Occidente, che almeno per il momento non soffriamo persecuzioni cruenti, come ai tempi di san Josè e dei cristeros: nessuno fucila più i parroci, né impicca i cristiani ai pali del telegrafo. Anche se oggi esiste un altro tipo di persecuzione più sottile e insidiosa, più invasiva e capillare. Una persecuzione che attacca l'uomo e il giovane nella sua interiorità e nella sua anima, «minandone propria la tempra, cancellando i semina Verbi e i frutti della catechesi infantile e inaridendo quelli derivanti dalla pratica sacramentale, indebolendo la volontà e piegandola ai modelli di vita largamente deteriori, perchè ostili alla vita interiore e talora alla vita stessa, che oggi sono diventati un po' la way of life “politicamente corretta” della maggioranza dei giovani».

L'autore dopo aver ringraziato i numerosi e generosi collaboratori che hanno contribuito all'allestimento dell'opera con suggerimenti, documenti e fotografie, racconta la vita del giovane messicano morto per Cristo Re dell'universo. Un testo ricco di testimonianze orali trascritte dall'autore, particolarmente ricco di espressioni e di riferimenti di non facile comprensione per il pubblico italiano. Il testo inoltre è corredato da due appendici: la 1, Pio XI, Lettera enciclica Iniquis afflictisque. La 2, Omelia del Cardinale Josè Saraiva Martins. Il libro dopo aver descritto il tempo e il luogo (Michocan) dove si svolge la storia, descrive la legislazione iniqua, le norme persecutorie nei confronti della Chiesa messicana. In particolare viene presa in esame la Costituzione di Queretaro del 1917, socialisteggiante, redatta in maggioranza da giacobini massoni anticlericali.

La persecuzione dei cattolici raggiunse il suo culmine sotto la presidenza Calles, che come hanno fatto in altri Paesi e in altri tempi, tentò di dividere i cattolici, fondando una Chiesa Nazionale Messicana, dunque una chiesa scismatica. Alimento un anti-clericalismo militante che si manifestò con l'espulsione di più di duecento sacerdoti missionari stranieri, attaccando anche l'opera educativa e sociale della Chiesa; chiuse le chiese, scuole, asili e opere di beneficenza. La Chiesa ha reagito subito, il papa Pio XI denunciò coraggiosamente le violenze con una lettera apostolica, i vescovi messicani con una lettera pastorale collettiva chiedevano la riforma della Costituzione. L'associazionismo cattolico si è fatto sentire, in particolare quello della Lega Nazionale per la Difesa della Libertà Religiosa (LNDLR) che ha mobilitato la popolazione, raccogliendo due milioni di firme a favore della modifica delle leggi anti-religiose.

Tutto questo non è bastato il governo federale continuò per la sua strada, la persecuzione. Ai cattolici non rimaneva che la via delle armi, la scelta non era facile, si è discusso a lungo tra i fedeli. «La Santa Sede chiedeva di esaurire tutti i mezzi pacifici e, con atteggiamento prudenziale, dichiarava di non potere né autorizzare, né proibire la lotta armata». Il 25 luglio 1926, i vescovi messicani con una lettera pastorale, definirono la loro posizione, da un lato manifestavano il totale disaccordo con le leggi che violavano la libertà religiosa, dall'altro prendevano le distanze dai movimenti armati, dichiarandosi estranei a essi, «ma ricordavano che in particolari circostanze concrete era lecito difendere con le armi i diritti che invano si erano difesi con i mezzi pacifici. In ogni caso, l'episcopato affermava che la lotta armata, in quelle circostanze, non era una ribellione, bensì un atto di legittima difesa».

La lettera concludeva che tutti i gruppi, erano liberi di esercitare i propri diritti civili e politici, mentre per quanto riguarda quelli religiosi dovevano obbedienza ai loro vescovi. 

Tutto iniziò il 31 luglio 1926, una giornata di lutto nazionale. Quel giorno si scatenò l'aggressione governativa contro le chiese e i luoghi di culto. Nel III° capitolo, padre Laurean, utilizza per descrivere gli avvenimenti, testimonianze di prima mano come quella di Alberto Barragan Degollado. Che allora aveva appena otto anni e poi di Josè Prado Sanches, di sette, e Rafael Degollado Guizar di poco più di venti.

Tra le vittime cristere di quei mesi di guerra, il libro racconta in particolare i ventisette martiri, proprio di Suhuayo, che era tra l'altro il paese del nostro giovane protagonista Josè Sanchez.

Padre Laurean racconta dettagliatamente lo stato d'animo del giovane ragazzo che spesso manifestava impazienza di conquistare il paradiso. Spesso ripeteva una frase:“non è mai stato così facile come oggi conquistare il cielo”. Anche il giovane Josè nonostante la sua ferma convinzione di partecipare ad azioni di guerra, si interroga sulla sua liceità, in quel momento così difficile e pericoloso di essere cristiano. Dal VI° all'VIII° capitolo si racconta la Via Crucis del povero ragazzo, tra l'altro ben visualizzata nel film Cristiada. Più volte torturato su indicazione di quel Picazo, suo padrino, ha affrontato il suo calvario, come un agnello mansueto, gridando sempre con voce forte, ad ogni pugnalata di El Zamorano: “Viva Cristo Re!”, “Viva la Vergine di Guadalupe!”. Il giovane Joselito muore come un vero soldato e testimone di Cristo Re.

 

 

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