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Verso il metaprofit

La copertina del saggio di Mion e Loza Adaui

 

La recente crisi economica e finanziaria internazionale ha messo in seria discussione prassi e comportamenti che, pur riprovevoli, venivano negli ultimi tempi ormai accettati dai più alla stregua di luoghi comuni intangibili, necessari allo sviluppo. Tra questi, in particolare il fatto che l'agire dell'impresa e dell'attività economico-imprenditoriale in genere si esauriscano nella pura e semplice massimizzazione dei profitti a breve termine. Come invece suggerisce l'ultima enciclica sociale di Papa Benedetto XVI (Caritas in Veritate, 2009), i comportamenti viziosi e, per parlare chiaro, perfino i peccati pubblici di singoli o collettivi non sono mai a costo zero per lo sviluppo umano, neanche in un 'mercato libero' come viene definito quello attuale. L'idea, feconda di conseguenze pratiche rilevanti, è ripresa e organicamente sviluppata in questo saggio scritto a quattro mani da Giorgio Mion (docente di Economia aziendale presso l'Università degli Studi di Verona) e Cristian Loza Adaui (dottorando di ricerca presso l'Università Cattolica di Eichstätt-Ingolstadt in Germania) pubblicato nella collana “Quaderni dell'Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa” di Verona: Verso il metaprofit. Gratuità e profitto nella gestione d'impresa (Cantagalli, Siena 2011, pp. 178, Euro 12,00).

Composto da tre capitoli e una breve conclusione, il volume è introdotto dall'arcivescovo di Trieste nonché presidente dell'Osservatorio, monsignor Giampaolo Crepaldi che, riflettendo sulla Caritas in Veritate vede il messaggio fondamentale dell'enciclica pontificia “nella proposta della priorità del dono [....] dono [che] appartiene per statuto all'attività economica e non solo per concessione” (pag. 9). E' in quest'ambito che si sviluppa il concetto di 'metaprofit': “il prefisso 'meta', infatti significa sia 'oltre' che 'attraverso'. Indica che il profitto deve tendere a qualcosa che sta oltre se stesso verso cui ha una funzione strumentale” (ibidem). La vocazione dell'impresa insomma, pur realizzandosi per mezzo del profitto, tende necessariamente ad andare oltre, nell'ottica di essere anzitutto un progetto a servizio dell'uomo, delle sue domande e dei suoi bisogni. Crepaldi spiega quindi che si tratta di un'applicazione della Dottrina sociale della Chiesa secondo cui il perseguimento del trascendente permette di ottenere anche dei risultati immanenti: una convinzione forte nell'insegnamento degli ultimi Pontefici (soprattutto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), eppure non ancora accompagnata da un'adeguata riflessione a livello pubblico. A seguire, il primo capitolo (“Un 'ritorno' al concetto d'impresa”, pagg. 11-49), chiarisce i fondamentali - proprio secondo una visione antropologica che pone al centro il valore della dignità della persona - che vanno sempre tenuti presente quando si tratta di studiare impresa, valori e profitto: Mion spiega al proposito che “l'obiettivo è quello di cogliere come anche la [categoria logica della] gratuità non sia estranea alla gestione dell'impresa né, tantomeno, alla fisiologia di quest'ultima o, meglio, alla sua struttura costitutiva” (pag. 12). Emerge qui chiaramente la presenza di quelle variabili metamateriali ma comunque centrali dell'attività umana, e quindi della persona, rispetto a cui l'aspetto meramente economico è 'solo' una dimensione - peraltro strumentale - dell'agire, a cui sono connesse molteplici altre. Per Mion occorre insomma ripensare l'ambito delle scelte economiche senza marginalizzare (la stessa crisi internazionale l'ha reso ormai evidente) le 'opzioni di valore', cioè le opzioni morali, “i cui effetti ed i cui moventi vanno ricercati oltre l'economico” (pag. 46). D'altra parte, è anzitutto all'interno di una visione complessa in cui valori economici e metaeconomici coesistono paritariamente che si può comprendere “la più profonda essenza aziendale, nella quale la socialità non rappresenta un 'altro' rispetto all'economicità, bensì ne costituisce qualificazione e completamento” (pag. 48). Il secondo capitolo (“Gratuità e gestione d'impresa”, pagg. 51-94), a firma di Loza Adaui, approfondisce invece le considerazioni dell'enciclica sociale di Benedetto XVI nell'ottica del magistero pontificio precedente, da Leone XIII a Giovanni Paolo II. Lo studioso si sofferma in particolare sul principio di gratuità e la logica del dono nell'analisi delle relazioni tra agenti economici spiegando come questi due punti “profondamente interconnessi tra loro, definiscono il cammino che può condurre ad un vero umanesimo integrale nella gestione imprenditoriale” (pag. 66). Beninteso, non si tratta qui di diminuire il legittimo ruolo del profitto nello sviluppo dell'attività imprenditoriale ma di dare invece più spazio “alla gratuità nella vita economica [argomentando consapevolmente] che questa è un'esigenza anche economica” (pag. 73). A margine si vede bene come la marginalizzazione della gratuità sia stata anche tra le cause della crescita della povertà in alcune aree del pianeta e come solo una sua adeguata ri-valorizzazione possa fornire soluzioni finalmente più condivise ai problemi attuali. Il terzo capitolo (“Le condizioni di sviluppo del 'metaprofit'” (pagg. 95-157), ancora a firma di Mion, rivendica quindi l'insufficienza interpretativa della tradizionale classificazione tra imprese 'profit' e 'non-profit', da cui sorge “la necessità di guardare al cosiddetto metaprofit ed alle sue condizioni di sviluppo come fenomeno rilevante e significativo” (pag. 97) e suggerisce l'integrazione di nuovi elementi strategici quali (oltre alla gratuità e all'attenzione sul valore etico del metaprofit), la promozione del capitale umano (con un nuovo accento sulla dimensione della partecipazione soggettiva al lavoro), la rivalutazione di una visione d'insieme dell'impresa (che non sia il semplice frutto d'interessi individuali), infine “la promozione di politiche aziendali di comunicazione esterba improntate alla trasparenza ed alla partecipazione” (pag. 154).

Le pagine conclusive (“Tracce per una conclusione”, pagg. 159-162) mettendo in guardia dalle attuali visioni dell'uomo riduttive - ancorchè dominanti nel dibattito sulle teorie economiche - riportano l'attenzione sull'orizzonte della gratuità come natura propria e ineludibile dell'agire umano: “la gratuità è l'immagineeconomica, si potrebbe dire della carità e come tale è connaturata alla persona umana, in quanto recettore del dono e responsabile del dono; essa non è, dunque, un atteggiamento morale che l'uomo può assumere se accetta un particolare approccio valoriale, ma è dimensione propria della sua qualità antropologica creaturale” (pag. 161).

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