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Sabato, 11 Luglio 2020

Questa esortazione di S. Paolo ai Corinti dovrebbe essere sulla bocca di ogni vescovo, sacerdote e semplice fedele, in virtù del suo Battesimo. E' sicuramente l'obiettivo del cardinale Robert Sarah nel suo ultimo libro scritto insieme al Papa emerito Benedetto XVI, “Dal profondo del nostro cuore”, edizioni Cantagalli (2020). Frase che è stata messa nella 2a pagina di copertina del libretto.

Un testo che ha suscitato tanto scalpore, almeno per quanto riguarda i giornali, già prima dell'uscita del libro stesso. Si è messo in discussione perfino la paternità della parte scritta dal Papa emerito. Eppure dal titolo non sembrerebbe un libro bellicoso o scandaloso.

“Dal profondo del nostro” cuore è un inno al celibato dell'ordine sacerdotale, principalmente è rivolto a tutti i sacerdoti, ai seminaristi, ma anche anche a tutti i fedeli cattolici, perchè come sostengono gli autori, i due sacramenti: ordine sacerdotale e ordine matrimoniale, sono legati insieme.

Nicolas Diat. presenta l'opera e sottolinea l'eccezionale importanza, proprio perchè c'è il contributo riflessivo di un uomo (Benedetto XVI) che in quest'ora cruciale, si avvicina al termine della propria vita. Il testo del Papa è una lectio e allo stesso tempo una disputatio. Così si esprime nell'introduzione il Papa emerito: «Di fronte alla persistente crisi che il sacerdozio attraversa da molti anni, ho ritenuto necessario risalire alle radici profonde della questione».

Benedetto XVI e il cardinale Sarah sono molto amici, scrive Diat e intrattengono una regolare corrispondenza condividendo diversi punti di vista. Il testo “Dal profondo del nostro cuore”, nasce dallo scambio di scritti, pensieri e proposte. Tra l'altro il giornalista è stato testimone privilegiato del loro dialogo e li ringrazia di essere il curatore di questo volume.

Il testo di Benedetto XVI s'intitola semplicemente: “Il sacerdozio cattolico”, e subito precisa che «alle radici della grave situazione in cui versa oggi il sacerdozio, si trova un difetto metodologico nell'accoglienza della Scrittura come Parola di Dio».

L'intento degli Autori del testo è quello di «[...] mettere a disposizione di tutti i fedeli il frutto del nostro lavoro e della nostra amicizia spirituale, sull'esempio di Sant'Agostino». Il quadro è semplice, non c'è nulla di inquietante nel loro lavoro di ricerca a quattro mani. Gli argomenti affrontati “s'incrociano, le affermazioni si completano, le intelligenze sono reciprocamente stimolate”.

Il contributo del cardinale Sarah s'intitola:“Amare fino alla fine. Sguardo ecclesiologico e pastorale sul celibato sacerdotale”. Nel contributo scrive Diat: «ritroviamo in esso il coraggio, la radicalità e la mistica che rendono incandescenti tutti i suoi libri». La collaborazione dei due vescovi, per Diat è un elemento naturale.

I due si conoscono e si fidano di entrambi. Nella prefazione al libro, “La forza del silenzio”, Benedetto XVI, scriveva: «il Cardinale Sarah è un maestro dello spirito […] Dobbiamo essere grati a Papa Francesco di avere posto un tale maestro dello spirito alla testa della Congregazione che è responsabile della celebrazione della Liturgia nella Chiesa».

Nella conclusione del testo si legge: «E' urgente , necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti, e laici, non si facciano impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale». Sia il Papa emerito che il Cardinale non hanno nascosto la propria inquietudine. Diat conclude la sua presentazione citando l'omelia di Benedetto XVI per la Messa di Pentecoste del 2009: «come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l'ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l'esistenza spirituale». Cita anche Charles Peguy, che invita alla speranza.

Pertanto gli autori secondo Diat, con questo libro hanno inteso allontanare questo inquinamento e aprire le porte alla speranza.

E' chiaro che i due testi vogliono fare chiarezza, là dove il frastuono dei mass media ha preso il sopravvento sul Sinodo reale dell'Amazzonia. Pregando e meditando in silenzio, i due vescovi hanno inteso non tacere, offrendo a tutti, con spirito d'amore e per l'unità della Chiesa, le loro riflessioni sul sacramento del sacerdozio irrobustito dal celibato.

Il testo viene proposto in spirito di carità, viene presentato fraternamente «al popolo di Dio e, naturalmente, in atteggiamento di filiale obbedienza, a Papa Francesco».

La NuovaBQ.it, in occasione dell'uscita del volumetto, ha intervistato il professore Davide Riserbato della facoltà di teologia dell'Università Cattolica di Milano, che è il traduttore del testo. Volendo fare una sintesi, per il professore «Questo libro fa venire voglia di fare il prete”, perché canta ed esalta la bellezza del Sacerdozio». Nel testo per Riserbato si trovano dei passaggi suggestivi ed edificanti come questo: «Il sacerdote non è soltanto colui che compie una funzione sacrificale. È invece colui che per amore offre sé stesso in sacrificio sull’esempio di Cristo. […]. Il celibato sacerdotale è l’espressione della volontà di mettersi a disposizione del Signore e degli uomini». O quest’altro: «È opportuno ricordare, con caparbia insistenza, che tutti i sacerdoti – sia noi peccatori che quelli che sono santi – quando celebrano la santa Messa non sono più sé stessi. Sono Cristo che rinnova sull’Altare il suo divino Sacrificio del Calvario». Parole bellissime che portano il cardinale Sarah a questa conclusione: «Ordinare sacerdote un uomo sposato significherebbe sminuire la dignità del matrimonio e ridurre il sacerdozio a una mera funzione». (Intervista di Paolo Gulisano, “E' un libro che fa venire voglia di farsi prete”, 30.1.2020 LaNuovaBQ.it).

Per quanto riguarda il contributo di Benedetto XVI, faccio riferimento alle parole del Cardinale, «Si potrebbe riassumere la meditazione del Papa emerito in questi termini: nella sua persona Gesù ci rivela la pienezza del sacerdozio. Egli conferisce pieno senso a quanto era stato annunciato e prefigurato nell'Antico Testamento [...] il sacerdote non è soltanto colui che compie una funzione sacrificale. E' invece colui che per amore offre se stesso in sacrificio sull'esempio di Cristo». Continua Sarah sulla riflessione di Benedetto XVI: «ci ha così chiaramente definitivamente mostrato che il sacerdote viene sottratto alle connessioni del mondo e donato a Dio […] a partire da Dio, deve essere disponibile per gli altri, per tutti».

Sempre il Cardinale precisa che Benedetto XVI «mostra che il passaggio dal sacerdozio dell'Antico Testamento a quello del Nuovo Testamento si traduce con il passaggio da un'”astinenza sessuale funzionale” a un'”astinenza ontologica”». Per Sarah, mai un Papa ha espresso con questa forza la necessità del celibato sacerdotale.

Il Cardinale auspica una urgenza pastorale e missionaria del celibato sacerdotale, ordinare sacerdoti uomini sposati generi una catastrofe pastorale. Sarebbe una catastrofe sia per i fedeli che per i sacerdoti stessi.

Ci sono dei passaggi eccezionali nel lavoro del Cardinale. «L'ordinazione di uomini sposati priverebbe le giovani Chiese, in corso di evangelizzazione, di questa esperienza della presenza e della visita di Cristo […] Il dramma pastorale sarebbe immenso. Esso comporterebbe un impoverimento dell'evangelizzazione».

Pertanto per Sarah, «i poveri e i semplici sanno discernere con gli occhi della fede la presenza di Cristo-Sposo della Chiesa nel sacerdote celibatario. Tale esperienza è fondamentale nella vita di un prete. Essa guarisce per sempre da ogni forma di clericalismo».

Il Cardinale Sarah è categorico, «I popoli dell'Amazzonia hanno diritto a una piena esperienza di Cristo-Sposo. Non è possibile proporre loro dei preti di 'seconda classe'». Questi popoli con una Chiesa giovane hanno «bisogno dell'incontro con la radicalità del Vangelo». Sarah fa riferimento alle visite alle comunità dell'Asia Minore di San Paolo, il più grande missionario.

Il Cardinale è abbastanza duro con le ideologie sviluppate da alcuni teologi che propongono preti sposati per le popolazioni povere, sono progetti di apprendisti stregoni. Sarah è convinto che «il celibato sacerdotale è un potente motore di evangelizzazione. Rende credibile il missionario. Più radicalmente, lo rende libero, pronto ad andare dovunque e a rischiare ogni cosa perchè non lo trattiene più alcun legame».

Sarah affronta anche le obiezioni sul celibato del sacerdozio. Non sto qui a trattarle, lascio alla lettura del testo. Piuttosto sarebbe interessante sviluppare «l'analogia tra il sacramento del matrimonio e il sacramento dell'Ordine, culminanti entrambi in un dono totale. Ecco perchè questi due sacramenti si escludono reciprocamente». I due sacramenti sono collegati: «mettere le mani sul celibato sacerdotale equivale a ferire il matrimonio […] Entrambi le istituzioni sono strettamente legate l'una all'altra. Se una fedeltà non è più possibile, anche l'altra non ha più senso: l'una sostiene l'altra [...]».

Il Cardinale affrontando il celibato del sacerdote non può non affrontare il ruolo delle donne nella Chiesa, citando le grandi figure di Caterina da Siena, Ildegarda di Bingen, Teresa d'Avila, Madre Teresa. Il Cardinale mette in guardia dal falso femminismo e dalla tentazione di clericalizzare le donne, ma non solo, ma anche degli uomini. Qui il Cardinale parla di certe confusioni sul concetto dei ministeri nella Chiesa.

Ritornando al celibato del sacerdozio, il Cardinale mette in chiaro che l'ordinazione di uomini sposati non risolve affatto la penuria di preti, è una illusione. Avvertiva san Paolo VI: «non si può senza riserve credere che con l'abolizione del celibato ecclesiastico crescerebbero per ciò stesso, e in misura considerevole, le sacre vocazioni: l'esperienza contemporanea delle Chiese e delle comunità ecclesiali che consentono il matrimonio ai propri ministri sembra deporre al contrario».

Sono significative le motivazioni enunciate dal Cardinale sul celibato eucaristico. In ogni Messa, il sacerdote si trova faccia a faccia con Gesù. Siamo pienamente consapevoli di che cosa significhi avere Cristo stesso veramente presente davanti agli occhi? Per il Cardinale la mancanza di vocazioni dipende da un'autentica e continua azione evangelizzatrice, su questa linea la pensa anche Papa Francesco, se scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, «questo è dovuto all'assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva». Papa Francesco tocca il punto nevralgico della questione: mancanza di fede e di fervore apostolico. Sostanzialmente «si è rinunciato ad annunciare Cristo […] con la scusa di una inculturazione mal compresa, spesso ci si accontenta di difendere i diritti dei popoli e di adoperarsi in favore del loro sviluppo economico. Questo non è il cuore della missione che Gesù ci ha affidato».

Pertanto la vera riforma che la Chiesa dovrà attuare per risolvere la crisi degli orribili scandali che sta attraversando, occorre ritornare alla radicalità del Vangelo. «nella Chiesa le crisi sono state sempre superate grazie a un ritorno alla radicalità del Vangelo, e non mediante l'adozione di criteri mondani».

Sarah è lapidario: «La crisi del sacerdozio non si risolverà indebolendo il celibato».

 

Aria d'opera è il nuovo volume del nostro collaboratore Amedeo Furfaro edito da The Writer, un omaggio che l'Autore ha inteso offrire a uno dei più importanti comparti culturali italiani.
Il lavoro si riannoda a precedenti testi come Storia del "Rendano" e La scena nel crimine in Pagliacci di Leoncavallo, nei quali la curiosità storica è gemellata con una prosa arguta e piacevole.
Ha la struttura di un viaggio a tappe nel mondo dell'opera, operetta e commedia musicale attraverso alcuni dei suoi protagonisti, come Verdi, Bizet, Leoncavallo, Puccini, Valente.... opere come La fanciulla del West, Pagliacci, Cavalleria Rusticana, Carmen, Falstaff e melodrammi "indians" come Winona di Bimboni.
Numerosi sono gli spunti storici a partire dalla vicenda che interessò Vincenzo Leoncavallo padre del compositore Ruggiero che indagò sulla spedizione di Carlo Pisacane a Sapri fino alle varie arie operistiche a cui si ispirarono da musicisti di varia estrazione come Freddy Mercury, Mina lo stesso Al Bano.
Non mancano aneddoti su grandi voci come Farinelli, Enrico Caruso, Maria Callas, Aureliano Pertile oltre ad un esame dei dischi e film più significativi.
Ed infine c'è un capitolo dedicato ai rapporti fra la lirica ed il jazz, con puntate sul teatro musicale a Broadway, il mondo del cinema (dai Fratelli Marx a Michael Moore), i rapporti fra editori musicali e autori, biografie controverse di operisti come Leonardo Vinci oltre a considerazioni sull'uso pertinente di tecnologie digitali adattate al teatro d'opera.
Fra gli scritti inediti spicca quello sulla Black Opera, un'analisi sui tanti melodrammi di tinta noire, un "repertorio" da cui affiorano componenti di diritto penale, con i melodrammi strutturati peraltro per gruppi come Titoli di un codice giuridico (Delitti contro il patrimonio, contro la libertá personale, contro la vita etc.) e utilizzando in proposito un lessico criminologico con tanto di stalkeraggi, mass murderer, femminicidi etc. Una materia, questa, di cui tante opere liriche son disseminate.
Aria d'opera è comunque da intendersi sopratutto in senso metaforico in quanto riferita al clima che tuttora si avverte in tanti teatri del mondo nei quali quest'arte, nata attorno al 1600, si presenta di continuo rinnovata, quasi fosse la prima volta di quasi mezzo millennio fa.

L'associazione “NONNI 2.0”, ha scritto una sorta di “lettera aperta”(“La libertà, il potere e il pesce rosso”) ideale ai nipoti ed ai loro giovani amici, per metterli in guardia circa il pericolo che il “pensiero unico” minacci la loro libertà di pensiero (articolo 21 della Costituzione) e la libertà di esprimere la loro opinioni. La lettera è nata dal Convegno “Libertà in gabbia” del 18 gennaio scorso presso il Rosetum di Milano

Tale documento, purtroppo, si basa su dati di fatto molto solidi e oramai acquisiti. Si sta usando impropriamente la parola “odio” per squalificare in partenza chi la pensa in modo diverso. Si legge in quella lettera:“Oggi un fenomeno assai diffuso insidia in particolare la libertà di opinione e di azione: si tratta del ‘pensiero unico’. Su un numero crescente di questioni fondamentali il dibattito e il dialogo sono chiusi. La cultura dominante e quindi il grosso dei media impongono come ‘normale’ una certa tesi dalla quale non è ‘politicamente corretto’ dissentire”.

Si possono fare diversi esempi a partire dai temi della vita. Con l’accusa di “omofobia” (parola dal significato incomprensibile) si cerca di mettere a tacere chiunque voglia esprimere, anche nel modo più corretto, il proprio pensiero sui temi sessuali relativi alla omosessualità. La stessa cosa vale per il reato di “islamofobia”: in Francia già vengono condannate penalmente persone che osano dare giudizi negativi su certi comportamenti di elementi islamici.

In un articolo su LaNuovaBQ.it, Peppino Zola, vice presidente dell'associazione “Nonni 2.0”, citando un recente articolo dell’ottima agenzia Asianews.it si legge questo impressionante titolo: “La libertà d’espressione sta morendo, sotto i colpi dell’Inquisizione islamista”.

L’articolo del 27 gennaio scorso è di Kamel Abderrahmani, si legge:“Nel mondo musulmano, la libertà di espressione sta morendo. Nessuno può esprimersi in modo libero, se ciò che pensa va oltre la struttura del pensiero unico e maggioritario. Quando si parla di religione, la pressione si moltiplica, aumenta ed il dibattito è quasi impossibile. In altre parole, mettere la museruola alla voce del pensiero critico sulla religione è un’azione che rientra nella ‘jihad giudiziaria’”. A queste parole, +Zola commenta: «queste parole dovrebbero, innanzi tutto, far riflettere tutte quelle anime belle che guardano con indifferenza all’influenza sempre maggiore che la cultura islamista ha nei Paesi occidentali, Italia compresa. Quel titolo e quelle parole, però, mi hanno fatto considerare che anche in Italia ed in tutta Europa, per certi versi, stiamo andando nella direzione “dell’Inquisizione islamica”. Non siamo ancora arrivati alla “jihad giudiziaria”, anche se qualcuno vorrebbe instaurarla, ma certamente alla jihad culturale già ci siamo». (Peppino Zola “La nuova Inquisizione del "politicamente corretto"”, 8/2/2020 La Nuova Bussola Quotidiana).

Nel 2015 per ricordare l'eccidio islamista della redazione parigina di “Charlie Habdo”, che ha causato l'uccisione di otto fra giornalisti e vignettisti, Giulio Meotti, valente giornalista de Il Foglio, ha scritto un ottimo pamplhet, “Hanno ucciso Charlie Hebdo”, dall'eloquente sottotitolo: “Il terrorismo e la resa dell'Occidente: la libertà d'espressione è finita”, pubblicato dalle edizioni Lindau di Torino.

Il libro ricorda le altre stragi di matrice terroristica islamica come quella del 13 novembre 2015, dove un commando di kamikaze fa strage nei locali notturni della capitale francese, causando 129 morti. Il libro di Meotti è importante leggerlo perchè ripercorre la storia dei casi più clamorosi di estrema intolleranza e aggressione islamista nei confronti di intellettuali, giornalisti o registi occidentali che si sono resi colpevoli di aver offeso la religione islamica. Si comincia con i “versi satanici” di Salman Rushdie, che gli causarono la fatwa lanciata contro di lui dall'ayatolah Khomeini. «La condanna a morte di Rushdie decretata da Khomeini fu il primo sparo di una lunga guerra cultura ancora in corso». Per la scrittrice Nadine Gordimer, nessun scrittore è stato perseguitato come Rushdie, «nessun artista - anche se aveva offeso la morale pubblica o l'ortodossia politica - è stato condannato a una doppia morte». In questa storia Meotti riporta casi di solidarietà nei confronti dello scrittore ma anche quelli di dissociazione come quello penoso di Leonardo Sciascia, quello che coniò il motto “nè con lo Stato né con le Brigate rosse”. Tuttavia man mano che aumentavano le minacce e le violenze contro Rushdie, montava la paura di scrittori, editori di pubblicare il libro.

Nel 2° capitolo Meotti affronta il caso del regista olandese Theo van Gogh, ucciso il 1° novembre 2004 da Mohammed Bouyeri. Van Gogh ha il torto di aver prodotto un cortometraggio Submission sulle condizioni delle donne musulmane insieme a Ayaan Hirsi Ali. «La sua morte - scrive Meotti – è stato la notte di san Bartolomeo della libertà europea. L'Olanda che conoscevamo non esisteva già più. Era stato il solo Paese in cui Voltaire e Spinoza erano riusciti a pubblicare i loro scritti». Dopo la morte di van Gogh, il film diventa proibito per le minacce di morte degli islamisti. Meotti accenna anche al delitto di Pim Fortuyn, il politico olandese, equiparato dall'intellighenzia progressista a Hitler e Himmler, «sommerso di minacce di morte e ingiurie nella sua casella vocale e postale, accusò i giornali, gli intellettuali e i politici di incitare alla sua liquidazione, fisica e politica: 'se mi succede qualcosa, loro sono corresponsabili [...]». Un altro caso di intolleranza islamista è quello nei confronti del politico Geert Wilders, che vive tuttora sotto minaccia.

Il 3° capitolo è dedicato alle vignette del danese di Fleming Rose del giornale  “Jyllands Posten”. Non sono stati solo gli islamisti a lanciare una fatwa contro Rose, ma anche il ceto giornalistico ne ha lanciato una scrive Meotti. Il giornalista danese la racconta (la “fatwa bianca”) in un libro, “De Besatte”, cioè “Gli ossessionati”. “E’ la storia di come la paura mangia le anime, le amicizie e le comunità professionali”, scrive Rose, che si è formato accanto ad Andrej Sacharov e ad Alexandr Solzenicyn, in qualità di corrispondente da Mosca del suo giornale. Rose racconta come all’interno del suo stesso giornale gli fecero terra bruciata attorno, costringendolo alla resa e al silenzio.

Rose mette sotto accusa il suo ex direttore, Jorn Mikkelsen, che con i vertici dell’azienda gli fece firmare un accordo in nove punti, in cui il giornalista accettava, fra altre clausole, di “non partecipare a programmi radio e tv”, “non partecipare a conferenze”, “non commentare su questioni religiose”, “non scrivere della Organizzazione della conferenza islamica” e “non commentare sulle vignette”.

Nonostante tutto questo, oggi la sede del quotidiano “Jyllands-Posten” è circondata da una barriera di reti, sbarre e lastroni metallici che circonda per un chilometro il terzo giornale danese e da 120 videocamere. Questo è il prezzo pagato per la libertà di parola e di informazione.

Il libro di Meotti raccoglie altre testimonianze significative di giornalisti, scrittori che hanno subito la “Jihad culturale” e quindi l'autocensura. «Numerose istituzioni culturali hanno scelto l'autocensura: Il Metropolitan Museum of Art di New York ha rifiutato, per timore di attentati, di esporre le vignette danesi. Le edizioni della Yale University Press hanno pubblicato il libro di Jytte Klausen, The Cartoons That Shook the World, dedicato alla storia delel caricature, senza riprodurre le vignette».

Ha scritto Christopher Hitchens: «la capitolazione della Yale University Press è il peggiore episodio della resa all'estremismo religioso musulmano che si sta diffondendo in tutta la nostra cultura».

Praticamente, «l'autocensura e la dhimmitudine intellettuale ha raggiunto uno dei più prestigiosi atenei americani, uno dei simboli della libertà di pensiero negli Stati Uniti». Una romanziera tedesca, la Brinkmann, rimasta senza casa editrice, per non piegarsi all'autocensura, ha commentato: «E' uno scandalo per un editore mettere la coda tra le gambe in questo modo. Si tratta di obbedienza preventiva». Quelli che si sono censurati, hanno fatto come ai tempi dell'Unione Sovietica.

Di questo passo si potrebbe vietare tutto. I nostri Musei sono pieni di opere d'arte che potrebbero “disturbare” gli islamisti.

L'ultimo caso preso in esame da Meotti è la censura nei confronti di Papa Benedetto XVI, quando ha fatto la lectia all'università di Ratisbona. «Il linciaggio politico, religioso, diplomatico e ideologico di Ratzinger assunse una forza e una estensione sensazionali. Feroce fu la campagna di criminalizzazione del Papa». Scrive Meotti, «Nelle tante vignette sulla stampa occidentale e islamica, Benedetto XVI compare con le sembianze di Dracula con la bocca sporca di sangue e una scritta in rosso:Decapitatelo». E tanti altri pesanti vituperi.

Il libro di Meotti dimostra che oggi l'Occidente è perseguitato da una cultura strisciante del conformismo. Il suo libro «ripercorre per la prima volta la storia di trent'anni di guerra e attacchi alla libertà di espressione». Meotti ci interroga: «gli occidentali difenderanno la loro civiltà storica di fronte agli attacchi sferrati dagli islamisti oppure cederanno alla legge islamica e si sottoporranno a una sorta di cittadinanza di seconda classe?  A questo proposito scrive il 'Wall Street Journal': «L'Europa è patria di una nuova generazione di dissidenti. Oggi i loro oppressori non sono più i sovietici ma l'islam radicale».

In Unione Sovietica sono stati annientate schiere di scrittori, circa millecinquecento sono scomparsi nei gulag, molti fucilati, imprigionati, deportati, esiliati. «In Unione Sovietica uno scrittore doveva scegliere tra annichilire le proprie capacità intellettuali ma godere di mangime che il regime gli elargiva, e combattere per continuare a creare, a costo di perdere tutto. Alcuni eroi scelsero la seconda strada. Di loro – scrive Meotti – dobbiamo ricordarci sempre, oggi che in Europa si torna a mettere in discussione la libertà di espressione». Meotti elenca quelli più noti, da Salomov a Florenskij. Aleksandr Solzenicyn poteva scrivere: «eravamo già rassegnati a non dire e a non ascoltare la verità».

 

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