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Martedì, 12 Dicembre 2017

Nato a Luino, sul Lago Maggiore, nel 1913, Vittorio Sereni vive la sua adolescenza a Brescia poi, per esigenze lavorative del padre Enrico, funzionario di dogana, si trasferisce a Milano dove compie gli studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia. Durante il periodo universitario stringe legami con intellettuali allievi del filosofo Antonio Banfi tra cui Antonia Pozzi, Luciano Anceschi, Remo Catoni, Enzo Paci, Renato Gottuso. Si laurea nel 1936 con una tesi in Estetica sulla poetica di Gozzano .

Nel 1937 comincia a dedicarsi all’insegnamento nelle scuole superiori e dopo due anni riceve una cattedra definitiva a Modena, dove si trasferisce con la moglie Maria Luisa Bonfanti.

Nel 1938 diviene redattore della rivista «Corrente di Vita Giovanile» fondata da Ernesto Treccani.

Viene chiamato alle armi nel 1940, dapprima sul fronte francese, successivamente destinato in Grecia per raggiungere l’Africa ed infine preso in forza alla Divisione Pistoia per proteggere il fronte siciliano a Trapani.

Il 24 luglio 1943 è fatto prigioniero con il suo reparto dagli Alleati sbarcati in forze in Sicilia. Fino al 1945 trascorre il suo tempo in prigionia tra Algeria e Marocco francese.

Con il ritorno in patria si trasferisce con la famiglia (è nata anche la figlia Maria Teresa) nella casa paterna di Milano e riceve l’incarico presso l’Ufficio scuole private al Provveditorato agli Studi di Milano per poi essere incaricato alla cattedra di italiano nel liceo classico “Carducci” di Milano. Nel 1947 arriva Silvia, la secondogenita.

Collabora nel frattempo in qualità di redattore presso il «Giornale di Mezzogiorno», diretto da Riccardo Lombardi, con chiara tendenza repubblicana, ed entra nella redazione della rivista «Rassegna d’Italia» diretta da Sergio Solmi, stringendo amicizia con Umberto Saba.

Nel 1952 lascia l’insegnamento per entrare nella grande industria Pirelli alla direzione dell’ufficio stampa e propaganda, pubblicando un’importante rivista Pirelli in cui le sezioni arte e letteratura sono affidate alle sue cure. Nasce nel 1956 la terza figlia Giovanna.

Nel 1958 la Mondadori accoglie nel suo organico Sereni come direttore editoriale, lavoro che lo impegnerà fino al giorno della sua morte avvenuta nel 1983.

L’esordio poetico di Vittorio Sereni avviene nel 1941 con la raccolta Frontiera (edizioni Corrente), volume ampliato poi nel 1942 presso l’editore Vallecchi con il titolo Poesie. Le esperienze ermetiche del periodo si affacciano nel linguaggio di questo testo lasciando scorgere l’esigenza di una maggiore adesione alla realtà quotidiana, ponendo in contrapposizione alla poetica della parola ermetica una visione più realista del verso, un’evocazione dei ricordi che lascino tracce nel presente.

Questa necessità si affermerà nella raccolta poetica Diario d’Algeria (1947, Vallecchi) dove il narratore, dai toni fugaci, rende in versi la cronaca della prigionia nordafricana ponendola come allegoria esistenziale e storica.

Nel 1965, insieme alla seconda edizione di Diario d’Algeria pubblicata da Mondadori, viene pubblicata da Einaudi la nuova raccolta lirica Strumenti umani. Le grandi trasformazioni culturali e sociali dell’Europa del dopoguerra fanno da sfondo alle vicende private e la conoscenza della realtà si scontra con una perdita di sicurezza e di stabilità dell’individuo: con questi presupposti si presentano i versi del nuovo Sereni, con un’articolazione di registri espressivi che variano dal lirico al parlato, con talvolta accesi slanci emotivi.

Seguiranno anni di “silenzio creativo” e di lavoro intenso alla casa editrice prima di avere la nuova ed ultima raccolta Stella variabile (1981, Garzanti), riflessione amara sulle occasioni perdute della vita, con un linguaggio essenziale e capace di pura concentrazione lirica. In questo stesso anno pubblica con Einaudi il quaderno di traduzioni Il musicante di Saint-Merry e altri versi tradotti, con il quale si aggiudica il premio Bagutta.

Sereni ha lasciato anche alcune opere critiche e narrative:

Gli immediati dintorni (1962, Il saggiatore), pagine di diario, appunti di lavoro, frammenti narrativi;
L’opzione e allegati (1964, Scheiwiller), racconti;
Letture preliminari (1973, Liviana), scelta delle sue letture critiche dal 1940 in poi.

Appare centrale, nella sua produzione, l'esperienza della prigionia in Algeria e Marocco tra 1943 e 1945. Da essa nasce il Diario d'Algeria, misto di versi e prose in cui la tragedia personale dell'uomo condannato alla segregazione da una guerra insensata diventa simbolo della crisi di un'intera generazione e di un'epoca; lo stesso rimando continuo dall'esperienza individuale alle grandi vicende della storia si ritrova ne Gli strumenti umani, dove il sentimento di estraneità dal mondo (Non lo amo il mio tempo, non lo amo) ben riflette la delusione per la sconfitta degli ideali democratici e socialisti in Italia e nel mondo e l'impossibilità di inserirsi veramente nel corso storico, quasi perdurasse una incaccelabile condizione di prigioniero. 

All'origine dello smarrimento di certezze, psicologiche e ideologiche, sta una radicale insicurezza di sè e del proprio ruolo; si riafferma dunque il primato di quel che vive al di fuori dell'uomo e gli sopravvive, e si precisa anche una tematica già presente nelle prime raccolte, il culto dei morti tramite cui si rivela sia la fragilità che la verità ultima delle cose. A questa disperazione di fondo fanno da controcanto continuo gli scatti della gioia, una gioia che nulla ha a che fare con la felicità ma che riesce tuttavia a illuminare alcuni versi con percezioni fulminee dei sentimenti dell'amore e dell'amicizia. Come ha scritto Guido Piovene "Sereni è uno dei pochi poeti che sanno dare parole adeguate alla gioia".

Uno dei saggi più acuti e brillanti dedicata a Sereni porta la firma di Franco Fortini, che così conclude: "Per quel tanto di sfocato che hanno le liriche, per quella loro instabilità di profilo dove l'improvviso emergere di un particolare perfettamente fisso e come irrigidito è una formula morale, questa poesia unisce il consiglio della cautela e del riserbo, figurato dall'esitazione, con l'imperativo della decisione e della scelta. Si può non sentirsi a proprio agio nelle poesie di Sereni che, d'altronde, non vogliono che ci si senta a proprio agio e anzi introducono di continuo, quasi a ogni parola, un'incertezza angosciosa".

Vittorio Sereni è stato un poeta nato a Luino e vissuto a Milano, Brescia, ha viaggiato, per poi ritornare nella sua città natale. È stato molto amato nella sua città e non solo.

Era attratto dal lago e dalle acque (del lago Maggiore), ispirando la sua scrittura ai luoghi di confine, quelli che idealmente separano città, regioni, stati, che danno quel senso di vago e indefinito.  
Folgorato dalla lettura di Ungaretti, ha conosciuto ed avuto molti amici - per citarne alcuni - come Aligi Sassu, Quasimodo, Ernesto Treccani. 

La chiusura del nostro evento dedicato alla Poesia e al vivere quotidiano (denso di Poesia) vuole essere un omaggio a questo grande poeta che ha visto i suoi natali proprio nel luogo dove esiste anche l'Archivio di tutta la sua Opera.

Cosa accomuna George Orwell, Aldous Huxley e Jules Verne? Gli autori di 1984, Il Mondo Nuovo e Il Giro del mondo in 80 giorni? Apparentemente nulla. Infatti i primi due appartengono al filone della narrativa utopistica, il terzo scrive ottanta romanzi di avventure e romanzi scientifici ai primordi della fantascienza. Verne scrive avventure esotiche con la presenza di macchine innovative dove la tecnica e la scienza assieme alla fiducia nel progresso appaiono centrali nella sua narrazione. Ma nel 1992 Jean Verne, pronipote di Jules, ritrova un romanzo rimasto nascosto per più di un secolo. Una cassaforte di famiglia, della quale si era perduta la chiave, passa da una generazione all’altra e solo nel 1989 la madre di Jules incarica una società specializzata di aprirla facendo saltare la serratura. Ma il contenuto non viene osservato attentamente e rimarrà in un sacchetto di supermercato ancora per qualche anno. La curiosità di Jules porta alla scoperta di un romanzo inedito del quale si sapeva l’esistenza, ma che nessuno aveva mai visto. Si tratta di Parigi nel XX secolo, scritto nel 1863, quando Verne aveva  35 anni, ma lasciato o dimenticato in un cassetto forse per via del profondo pessimismo che male si inseriva in un periodo che vedeva all’orizzonte il trionfo delle “magnifiche sorti e progressive” delle quali già dubitava lo stesso Leopardi. È rifiutato dal suo editore Pierre-Louis Hetzel con una lettera della fine del 1863 nella quale pone dei rilievi tecnici per migliorare il testo, ma che nascondono, anche non troppo velatamente, il fatto che “non si crederà oggi alle vostre profezie” che non interesseranno ad alcun editore. Il romanzo, che viene pubblicato solo nel 1994 da Hachette, l’editore storico di Verne (in italiano nel 1995 e nel 2013), si inserisce nel filone della narrativa utopistica  affiancando l’autore ai due famosi scrittori inglesi.

Parigi nel XX secolo ci mette di fronte a un Verne pessimista  già all’inizio della sua carriera di scrittore e che è consapevole del destino di un’umanità che, se continuerà sulla strada che ha imboccato, sarà destinata ad arrivare dove lui immagina. Una storia ambientata nella Parigi del 1960 in una città tutta tecnologica: aria compressa che fa muovere le macchine, combustibili ad idrogeno, mezzi automatici su rotaie sopraelevate, sistemi comunicativi che sembrano internet, energia eolica, macchine calcolatrici, sistemi di climatizzazione, l’uso del pantelegrafo, l’antenato del fax inventato dal sacerdote italiano Giovanni Caselli.  Le logiche dell’economia trionfano relegando nel dimenticatoio la letteratura, l’arte e la musica. Nelle università i corsi umanistici sono in via d’estinzione e prevalgono le materie tecniche. Il protagonista, Michel, è orfano e si occupa di lui uno zio banchiere che incarna perfettamente lo spirito del tempo: è il “prodotto naturale di quel secolo industriale”, un uomo pratico che fa solo cose utili e disprezza le arti e gli artisti.  Michel invece è proprio un artista come suo padre che era musicista e ama tutto ciò che il secolo moderno ha dimenticato, in primo luogo la letteratura. Va subito alla ricerca degli autori a lui cari, ma inutilmente, Hugo, Balzac, de Musset e Lamartine non esistono più, gli scaffali delle librerie offrono solamente volumi dedicati a scienza e tecnica: Armonie elettriche, Meditazioni sull’ossigeno, Odi decarbonate, questi i titoli. Michel incontra uno zio, fratello di sua mamma, che di nascosto si tiene informato della sua vita stimando la sua vocazione artistica e che può dargli accesso ai libri che cerca avidamente per trovare ristoro in quel  mondo cupo, triste, dove il riso è proibito e che “non è altro che un mercato, un’immensa fiera” nel quale al: “cosa so?” ,si è sostituito il: “cosa mi rende?”.  Come tutta la letteratura utopistica coglie in modo profetico aspetti della nostra realtà: il mito della tecnica, il disprezzo per le materie umanistiche, la ricerca dell’utile ad ogni costo e ci offre un Verne sconosciuto, apparentemente agli antipodi di quello che abbiamo letto da ragazzi, ma, probabilmente, più vero e realistico dei suoi Viaggi straordinari.  Romanzi che hanno anticipato conquiste della scienza che si sono realizzate nel XX secolo, ma che nulla hanno a che fare con l’aridità e la tristezza che emanano da questa profetica opera.

Una testimonianza dal cuore della Grecia contemporanea quella di Sotirios Pastakas che sarà a Varese, martedì 24 ottobre alle ore 20.30 presso l’Atelier di Giorgio Presta, in via Amendola 27. Pastakas è autore di fama internazionale e i suoi libri ad oggi sono stati tradotti in 12 lingue e a Varese sarà presentato “Corpo a corpo”, il primo libro tradotto in italiano di Sotirios Pastakas edito da Multimedia Edizioni. Il poeta americano Jack Hirschman descrive Pastakas “ .. un eccellente poeta greco contemporaneo che riflette nei suoi testi molte delle tenebre economiche ed esistenziali che assediano il più luminoso dei paesi del mondo.” E Pastakas è davvero intenso testimone del nostro tempo e delle vicende della sua terra, vicende che attraversa in prima persona nella sua città natia, Larissa in Tessaglia. Pastakas psichiatra e poeta, scava con ironia nei risvolti dell’animo umano per presentarne i riflessi nella quotidianità e attraverso la superficie del quotidiano ci fa scorgere la profondità del dramma e dell’amarezza del suo popolo ma anche l’ironia, la tenacia e la forza di andare oltre. 

E con acutezza esprime questa caratteristica, Lea Melandri, giornalista e scrittrice: 

«Sotirios Pastakas è un “poeta dello sguardo”: uno sguardo che scava, spudorato e impietoso, nelle ferite del corpo, nominando i risvolti indicibili” di un amore finito, che si aggira negli interni delle case passando dai gesti più banali della quotidianità al dialogare tenero e pensoso col proprio gatto. Ma è anche lo sguardo che riesce ad accostare la violenza del mondo alla distruttività con cui ci accaniamo talvolta sul nostro corpo, che può, attraverso pochi versi scarni, far incontrare in cucine disadorne, su tavole quasi vuote e cibi sempre più poveri, l’”empasse economica” che sta attraversando il suo paese e la spinta a creare nuove forme di “collettività” e di “altruismo.” La sua parola che può scuotere l’ordine esistente non ha niente di dottrinale e di ideologico; il suo “impegno civile” – si potrebbe dire – sta nella capacità di uscire dalla separazione tra privato e pubblico, tra il corpo e la polis, tra biologia e storia. Ai poeti Sotirios Pastakas chiede la combattività dei “pugili”, anche quando al proprio interno conoscono fragilità e insicurezze, da loro si aspetta una volontà determinata a vincere l’afasia, rendere “indolore l’assurdo”, strappare “parole sempreverdi” persino alle tombe.»

Un incontro da non perdere perché ancora una volta la poesia si fa ponte tra gli animi e le culture, un ponte da attraversare per iniziare a cambiare il mondo.

Sotirios Pastakas è nato nel 1954 a Larissa in Tessaglia, dove è tornato a vivere da qualche anno. Ha studiato medicina a Napoli e Roma e per 30 anni è stato psichiatra ad Atene. Ha pubblicato 14 raccolte di poesie, racconti, saggi ed ha tradotto diversi poeti italiani (Sereni, Penna, Saba, Pasolini, Gatto). Dal 1994 è membro della Società degli Scrittori Greci. È stato tradotto in dodici lingue ed ha partecipato a vari festival internazionali di poesia.

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