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Aria d'opera è il nuovo volume del nostro collaboratore Amedeo Furfaro edito da The Writer, un omaggio che l'Autore ha inteso offrire a uno dei più importanti comparti culturali italiani.
Il lavoro si riannoda a precedenti testi come Storia del "Rendano" e La scena nel crimine in Pagliacci di Leoncavallo, nei quali la curiosità storica è gemellata con una prosa arguta e piacevole.
Ha la struttura di un viaggio a tappe nel mondo dell'opera, operetta e commedia musicale attraverso alcuni dei suoi protagonisti, come Verdi, Bizet, Leoncavallo, Puccini, Valente.... opere come La fanciulla del West, Pagliacci, Cavalleria Rusticana, Carmen, Falstaff e melodrammi "indians" come Winona di Bimboni.
Numerosi sono gli spunti storici a partire dalla vicenda che interessò Vincenzo Leoncavallo padre del compositore Ruggiero che indagò sulla spedizione di Carlo Pisacane a Sapri fino alle varie arie operistiche a cui si ispirarono da musicisti di varia estrazione come Freddy Mercury, Mina lo stesso Al Bano.
Non mancano aneddoti su grandi voci come Farinelli, Enrico Caruso, Maria Callas, Aureliano Pertile oltre ad un esame dei dischi e film più significativi.
Ed infine c'è un capitolo dedicato ai rapporti fra la lirica ed il jazz, con puntate sul teatro musicale a Broadway, il mondo del cinema (dai Fratelli Marx a Michael Moore), i rapporti fra editori musicali e autori, biografie controverse di operisti come Leonardo Vinci oltre a considerazioni sull'uso pertinente di tecnologie digitali adattate al teatro d'opera.
Fra gli scritti inediti spicca quello sulla Black Opera, un'analisi sui tanti melodrammi di tinta noire, un "repertorio" da cui affiorano componenti di diritto penale, con i melodrammi strutturati peraltro per gruppi come Titoli di un codice giuridico (Delitti contro il patrimonio, contro la libertá personale, contro la vita etc.) e utilizzando in proposito un lessico criminologico con tanto di stalkeraggi, mass murderer, femminicidi etc. Una materia, questa, di cui tante opere liriche son disseminate.
Aria d'opera è comunque da intendersi sopratutto in senso metaforico in quanto riferita al clima che tuttora si avverte in tanti teatri del mondo nei quali quest'arte, nata attorno al 1600, si presenta di continuo rinnovata, quasi fosse la prima volta di quasi mezzo millennio fa.

L'associazione “NONNI 2.0”, ha scritto una sorta di “lettera aperta”(“La libertà, il potere e il pesce rosso”) ideale ai nipoti ed ai loro giovani amici, per metterli in guardia circa il pericolo che il “pensiero unico” minacci la loro libertà di pensiero (articolo 21 della Costituzione) e la libertà di esprimere la loro opinioni. La lettera è nata dal Convegno “Libertà in gabbia” del 18 gennaio scorso presso il Rosetum di Milano

Tale documento, purtroppo, si basa su dati di fatto molto solidi e oramai acquisiti. Si sta usando impropriamente la parola “odio” per squalificare in partenza chi la pensa in modo diverso. Si legge in quella lettera:“Oggi un fenomeno assai diffuso insidia in particolare la libertà di opinione e di azione: si tratta del ‘pensiero unico’. Su un numero crescente di questioni fondamentali il dibattito e il dialogo sono chiusi. La cultura dominante e quindi il grosso dei media impongono come ‘normale’ una certa tesi dalla quale non è ‘politicamente corretto’ dissentire”.

Si possono fare diversi esempi a partire dai temi della vita. Con l’accusa di “omofobia” (parola dal significato incomprensibile) si cerca di mettere a tacere chiunque voglia esprimere, anche nel modo più corretto, il proprio pensiero sui temi sessuali relativi alla omosessualità. La stessa cosa vale per il reato di “islamofobia”: in Francia già vengono condannate penalmente persone che osano dare giudizi negativi su certi comportamenti di elementi islamici.

In un articolo su LaNuovaBQ.it, Peppino Zola, vice presidente dell'associazione “Nonni 2.0”, citando un recente articolo dell’ottima agenzia Asianews.it si legge questo impressionante titolo: “La libertà d’espressione sta morendo, sotto i colpi dell’Inquisizione islamista”.

L’articolo del 27 gennaio scorso è di Kamel Abderrahmani, si legge:“Nel mondo musulmano, la libertà di espressione sta morendo. Nessuno può esprimersi in modo libero, se ciò che pensa va oltre la struttura del pensiero unico e maggioritario. Quando si parla di religione, la pressione si moltiplica, aumenta ed il dibattito è quasi impossibile. In altre parole, mettere la museruola alla voce del pensiero critico sulla religione è un’azione che rientra nella ‘jihad giudiziaria’”. A queste parole, +Zola commenta: «queste parole dovrebbero, innanzi tutto, far riflettere tutte quelle anime belle che guardano con indifferenza all’influenza sempre maggiore che la cultura islamista ha nei Paesi occidentali, Italia compresa. Quel titolo e quelle parole, però, mi hanno fatto considerare che anche in Italia ed in tutta Europa, per certi versi, stiamo andando nella direzione “dell’Inquisizione islamica”. Non siamo ancora arrivati alla “jihad giudiziaria”, anche se qualcuno vorrebbe instaurarla, ma certamente alla jihad culturale già ci siamo». (Peppino Zola “La nuova Inquisizione del "politicamente corretto"”, 8/2/2020 La Nuova Bussola Quotidiana).

Nel 2015 per ricordare l'eccidio islamista della redazione parigina di “Charlie Habdo”, che ha causato l'uccisione di otto fra giornalisti e vignettisti, Giulio Meotti, valente giornalista de Il Foglio, ha scritto un ottimo pamplhet, “Hanno ucciso Charlie Hebdo”, dall'eloquente sottotitolo: “Il terrorismo e la resa dell'Occidente: la libertà d'espressione è finita”, pubblicato dalle edizioni Lindau di Torino.

Il libro ricorda le altre stragi di matrice terroristica islamica come quella del 13 novembre 2015, dove un commando di kamikaze fa strage nei locali notturni della capitale francese, causando 129 morti. Il libro di Meotti è importante leggerlo perchè ripercorre la storia dei casi più clamorosi di estrema intolleranza e aggressione islamista nei confronti di intellettuali, giornalisti o registi occidentali che si sono resi colpevoli di aver offeso la religione islamica. Si comincia con i “versi satanici” di Salman Rushdie, che gli causarono la fatwa lanciata contro di lui dall'ayatolah Khomeini. «La condanna a morte di Rushdie decretata da Khomeini fu il primo sparo di una lunga guerra cultura ancora in corso». Per la scrittrice Nadine Gordimer, nessun scrittore è stato perseguitato come Rushdie, «nessun artista - anche se aveva offeso la morale pubblica o l'ortodossia politica - è stato condannato a una doppia morte». In questa storia Meotti riporta casi di solidarietà nei confronti dello scrittore ma anche quelli di dissociazione come quello penoso di Leonardo Sciascia, quello che coniò il motto “nè con lo Stato né con le Brigate rosse”. Tuttavia man mano che aumentavano le minacce e le violenze contro Rushdie, montava la paura di scrittori, editori di pubblicare il libro.

Nel 2° capitolo Meotti affronta il caso del regista olandese Theo van Gogh, ucciso il 1° novembre 2004 da Mohammed Bouyeri. Van Gogh ha il torto di aver prodotto un cortometraggio Submission sulle condizioni delle donne musulmane insieme a Ayaan Hirsi Ali. «La sua morte - scrive Meotti – è stato la notte di san Bartolomeo della libertà europea. L'Olanda che conoscevamo non esisteva già più. Era stato il solo Paese in cui Voltaire e Spinoza erano riusciti a pubblicare i loro scritti». Dopo la morte di van Gogh, il film diventa proibito per le minacce di morte degli islamisti. Meotti accenna anche al delitto di Pim Fortuyn, il politico olandese, equiparato dall'intellighenzia progressista a Hitler e Himmler, «sommerso di minacce di morte e ingiurie nella sua casella vocale e postale, accusò i giornali, gli intellettuali e i politici di incitare alla sua liquidazione, fisica e politica: 'se mi succede qualcosa, loro sono corresponsabili [...]». Un altro caso di intolleranza islamista è quello nei confronti del politico Geert Wilders, che vive tuttora sotto minaccia.

Il 3° capitolo è dedicato alle vignette del danese di Fleming Rose del giornale  “Jyllands Posten”. Non sono stati solo gli islamisti a lanciare una fatwa contro Rose, ma anche il ceto giornalistico ne ha lanciato una scrive Meotti. Il giornalista danese la racconta (la “fatwa bianca”) in un libro, “De Besatte”, cioè “Gli ossessionati”. “E’ la storia di come la paura mangia le anime, le amicizie e le comunità professionali”, scrive Rose, che si è formato accanto ad Andrej Sacharov e ad Alexandr Solzenicyn, in qualità di corrispondente da Mosca del suo giornale. Rose racconta come all’interno del suo stesso giornale gli fecero terra bruciata attorno, costringendolo alla resa e al silenzio.

Rose mette sotto accusa il suo ex direttore, Jorn Mikkelsen, che con i vertici dell’azienda gli fece firmare un accordo in nove punti, in cui il giornalista accettava, fra altre clausole, di “non partecipare a programmi radio e tv”, “non partecipare a conferenze”, “non commentare su questioni religiose”, “non scrivere della Organizzazione della conferenza islamica” e “non commentare sulle vignette”.

Nonostante tutto questo, oggi la sede del quotidiano “Jyllands-Posten” è circondata da una barriera di reti, sbarre e lastroni metallici che circonda per un chilometro il terzo giornale danese e da 120 videocamere. Questo è il prezzo pagato per la libertà di parola e di informazione.

Il libro di Meotti raccoglie altre testimonianze significative di giornalisti, scrittori che hanno subito la “Jihad culturale” e quindi l'autocensura. «Numerose istituzioni culturali hanno scelto l'autocensura: Il Metropolitan Museum of Art di New York ha rifiutato, per timore di attentati, di esporre le vignette danesi. Le edizioni della Yale University Press hanno pubblicato il libro di Jytte Klausen, The Cartoons That Shook the World, dedicato alla storia delel caricature, senza riprodurre le vignette».

Ha scritto Christopher Hitchens: «la capitolazione della Yale University Press è il peggiore episodio della resa all'estremismo religioso musulmano che si sta diffondendo in tutta la nostra cultura».

Praticamente, «l'autocensura e la dhimmitudine intellettuale ha raggiunto uno dei più prestigiosi atenei americani, uno dei simboli della libertà di pensiero negli Stati Uniti». Una romanziera tedesca, la Brinkmann, rimasta senza casa editrice, per non piegarsi all'autocensura, ha commentato: «E' uno scandalo per un editore mettere la coda tra le gambe in questo modo. Si tratta di obbedienza preventiva». Quelli che si sono censurati, hanno fatto come ai tempi dell'Unione Sovietica.

Di questo passo si potrebbe vietare tutto. I nostri Musei sono pieni di opere d'arte che potrebbero “disturbare” gli islamisti.

L'ultimo caso preso in esame da Meotti è la censura nei confronti di Papa Benedetto XVI, quando ha fatto la lectia all'università di Ratisbona. «Il linciaggio politico, religioso, diplomatico e ideologico di Ratzinger assunse una forza e una estensione sensazionali. Feroce fu la campagna di criminalizzazione del Papa». Scrive Meotti, «Nelle tante vignette sulla stampa occidentale e islamica, Benedetto XVI compare con le sembianze di Dracula con la bocca sporca di sangue e una scritta in rosso:Decapitatelo». E tanti altri pesanti vituperi.

Il libro di Meotti dimostra che oggi l'Occidente è perseguitato da una cultura strisciante del conformismo. Il suo libro «ripercorre per la prima volta la storia di trent'anni di guerra e attacchi alla libertà di espressione». Meotti ci interroga: «gli occidentali difenderanno la loro civiltà storica di fronte agli attacchi sferrati dagli islamisti oppure cederanno alla legge islamica e si sottoporranno a una sorta di cittadinanza di seconda classe?  A questo proposito scrive il 'Wall Street Journal': «L'Europa è patria di una nuova generazione di dissidenti. Oggi i loro oppressori non sono più i sovietici ma l'islam radicale».

In Unione Sovietica sono stati annientate schiere di scrittori, circa millecinquecento sono scomparsi nei gulag, molti fucilati, imprigionati, deportati, esiliati. «In Unione Sovietica uno scrittore doveva scegliere tra annichilire le proprie capacità intellettuali ma godere di mangime che il regime gli elargiva, e combattere per continuare a creare, a costo di perdere tutto. Alcuni eroi scelsero la seconda strada. Di loro – scrive Meotti – dobbiamo ricordarci sempre, oggi che in Europa si torna a mettere in discussione la libertà di espressione». Meotti elenca quelli più noti, da Salomov a Florenskij. Aleksandr Solzenicyn poteva scrivere: «eravamo già rassegnati a non dire e a non ascoltare la verità».

 

Conoscere e studiare le varie fasi della rivolta studentesca di Pechino tra l'aprile e il maggio del 1989, che sfociò poi nel massacro di Piazza Tienanmen, potrebbe essere utile anche per capire il perchè è fallita. Ma soprattutto potrebbe essere utile oggi alle organizzazioni studentesche di Hong Kong che da mesi stanno manifestando e resistendo alle pressioni politiche del Partito Comunista cinese di Xi Ping. Infatti alla domanda che si pongono i giornalisti: “chi c'è dietro questa accanita resistenza dei giovani di Hong Kong?” Naturalmente la cultura del sospetto viene alimentata dal governo di Pechino, come allora nell'89. Tuttavia, «al di là delle parole di Donald Trump, di Angela Merkel e di qualche diplomatico britannico – che chiedono alla Cina di andare cauta - nessuno finora ha sposato la causa del movimento anti-estradizione e democratico. Troppi governi, anche quello italiano, vogliono rimanere partner della Cina ad ogni costo, senza infangare i loro sperati commerci con la polvere e il sangue dei giovani per le strade di Hong Kong». (B. Cervellera, “Chi c'è dietro i giovani e le proteste di Hong Kong”, n. 329, Ottobre 2019, Asianews)

Tra i gruppi più attivi in questi mesi c'è il Fronte civile per i diritti umani, che comprende 48 gruppi pro-democrazia; poi vi sono decine di associazioni studentesche e universitarie; infine tutti i gruppi nati da Occupy Central.  Il 60% dei manifestanti sono giovani al di sotto dei 29 anni. Tuttavia ancora non è chiaro se il resto della popolazione è con gli studenti, anche se però nelle ultime elezioni, hanno vinto i partiti filo democrazia.

Anche trent'anni fa con la rivolta di piazza Tienamen, non era chiaro se la maggioranza della popolazione stava con le proteste dei giovani studenti. Mi è capitato di leggere e presentare l'anno scorso un libro ben documentato, tradotto e pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2001: “Tienanmen”, scritto da due americani e un cinese, si tratta di centinaia di documenti che provengono dal vertice del Partito e dello Stato. Quasi 600 pagine che raccontano le varie fasi della protesta degli studenti. Il testo nonostante la documentazione però non evidenziava la questione della collaborazione dei studenti con le altre forze sociali del Paese.

Per la verità in Italia i libri che si occupano della rivolta studentesca del 1989 sono abbastanza pochi.

Una descrizione della rivolta, e soprattutto dei rapporti tra studenti e lavoratori si trova nel libro “L'imperatore e l'elettricista. Il sogno di Dongfang, Tienanmen e i giorni del coraggio, di Cecilia Brighi, Baldini Castoldi Dalai editore (2011). La Brighi, impegnata nell'attività sindacale del dipartimento politiche internazionali della CISL, forse è l'unica italiana che ha scritto un libro sui ragazzi di Tienanmen.

Sarei curioso di capire se il testo è stato adeguatamente divulgato soprattutto nell'ambito della sua organizzazione sindacale, che non sembra particolarmente sensibile ai temi dove viene messo in discussione il socialismo reale. 

Il libro ruota intorno a un ragazzo lavoratore Dungfang, originario da un paese povero dello Shanxi, che credeva molto nel partito comunista, si arruola nell'esercito, ma la corruzione dilagante lo costringe ad abbandonare la divisa e diventare un elettricista nelle ferrovie statali.

Casualmente Dongfang si trova in piazza Tienanmen invasa dagli studenti, accorsa per onorare il leader Hu Yaobang, ben presto la sua figura diventa un punto di riferimento dei lavoratori, organizzando la Federazione Autonoma dei Lavoratori.

Del testo prendiamo in considerazione la partecipazione del nostro protagonista alla rivolta degli studenti cinesi. Nel testo la Brighi fa emergere la difficoltà di relazione tra gli studenti e i lavoratori. Il movimento degli studenti diffidava dei lavoratori. Infatti secondo il Comitato di coordinamento delle università, «la piazza doveva rimanere in mano agli studenti. Le richieste, tutte legittime, erano diverse e non dovevano essere confuse». Mentre i lavoratori erano convinti che le loro richieste erano più concrete di quelle degli studenti. «Non possiamo accettare che gli studenti si comportino come degli aristocratici e rifiutino la solidarietà operaia e la nostra protezione». I lavoratori intravedevano una certa «arroganza intellettuale negli interventi di quei giovani. Sentivano una sorta d'impercettibile superbia verso gli operai, sicuramente ignoranti e meno in grado di affrontare complesse discussioni ideologiche».

Intanto nel partito comunista cinese temeva proprio il legame che si profilava tra gli studenti e i lavoratori che venivano considerati dei naturali alleati. Infatti i responsabili del Partito avevano inviato in tutti i luoghi di lavoro della capitale, una direttiva per bloccare il nascente legame tra i lavoratori e gli studenti.

Ecco perchè Dungfang in qualità di capo dei lavoratori aveva capito la paura dei capi comunisti, che ormai erano divisi tra di loro, «per questo era più che urgente rafforzarsi e creare un legame con i ragazzi di Pechino [...]». Dongfang, «si rese improvvisamente conto che il Partito non solo cercava di attaccare gli studenti, ma che quello che più preoccupava il governo era proprio la loro piccola, embrionale organizzazione [...]i burocrati del Partito temevano proprio la mobilitazione generale dei lavoratori. Contro una simile eventualità non  avrebbero potuto reggere». Probabilmente proprio questa mobilitazione massiccia è venuta a mancare perchè la “Primavera di Pechino” potesse avere successo sul potere comunista.

Intanto le organizzazione degli studenti e dei lavoratori, nonostante le divergenze concordarono che era indispensabile convocare una conferenza stampa con i giornalisti stranieri per presentare una strategia comune.

«Così mentre i vecchi leader ragionavano animatamente per cercare una via di uscita onorevole, per riportare l'ordine nel paese, gli studenti presentavano al mondo la loro piattaforma elencando i sostegni ricevuti da varie personalità della cultura[...]».

Dopo la visita di Gorbacev in Cina, gli studenti iniziano una dura protesta di sciopero della fame, i dirigenti comunisti dopo aver riflettuto a lungo, hanno concluso che dovevano dichiarare la legge marziale in tutto il paese. Intanto la Piazza Tienanmen diventa la protagonista esemplare della protesta non solo dei studenti, ma anche migliaia di lavoratori delle fabbriche, degli uffici, dei cantieri arrivano con ogni mezzo in piazza. Scrive la Brighi: «si stava costruendo quello che Li Peng e Den Xiaoping temevano: un'alleanza tra studenti e lavoratori e si stava per consumare anche il dramma. La capitale sembrava essere fuori controllo […] Milioni di persone accalcate giorno e notte nella grande piazza mangiavano, urinavano, dormivano, discutevano».

Intanto però ancora la diffidenza persisteva tra lavoratori e studenti. Dongfang autorizzato a discutere con gli studenti fece un intervento: «Noi lavoratori e voi studenti siamo sulla stessa barca. Dobbiamo smettere di guardarci con diffidenza. Invece dobbiamo collaborare. Dobbiamo sapere che potremo vincere, solo se saremo uniti!»

Da questo momento il testo della Brighi riporta giornalmente la cronaca della piazza, da una parte i manifestanti che hanno il sostegno popolare, almeno così sembra dai numerosi gesti di solidarietà che il libro registra, dall'altra il potere dei vecchi burocrati comunisti asserragliati nel palazzo, nel fortino del Zhongnanhai.

Cominciano ad arrivare i città le truppe militari, oltre ventidue divisioni, in un primo momento circondati  da migliaia di cittadini disarmati e pacifici.

Dal racconto del libro pare che gli studenti siano riusciti a organizzare una straordinaria opposizione alla legge marziale, sono arrivati a portare un milione di persone in piazza. Anche nella descrizione della giornata del 26 maggio, dalle parole di Dogfang emergono ancora le incomprensioni tra studenti e lavoratori: «gli studenti s'illudono se pensano che potranno ottenere la democrazia, senza coinvolgere poi i lavoratori. Anche perchè prima o poi dovremo lasciare la piazza[...]».

Si giunge agli ultimi giorni del 2 e del 3 giugno, quando le forze militari con tutti i suoi effettivi, stringono in una morsa la città e soprattutto la piazza. Sui militari occorre fare una precisazione, si tratta per lo più giovani, venuti da regioni lontane della Cina, proprio per non avere nessun rapporto con la popolazione della capitale. Anche in questo libro la descrizione della battaglia è abbastanza particolareggiata, c'è la testimonianza di Robin Munro, un giornalista in rappresentanza di una organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani.

Leggere i particolari della brutale repressione nella piazza Tienanmen del cosiddetto Esercito di Liberazione comunista cinese contro manifestanti che si difendevano a mani nude, è una sensazione che dovrebbero provare in tanti, soprattutto quelli che ancora dopo tanti anni di prove ben documentate sono sono ciechi e sordi all'evidenza della perversità dei sistemi comunisti del passato e del presente.

 

 

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