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Mercoledì, 22 Febbraio 2017

Ho incontrato Piero Villaggio in occasione della presentazione alla stampa del suo libro Non mi sono fatto mancare niente (Mondadori,2016) e la breve citazione riportata in copertina – la mia vita all’ombra di un padre ingombrante - ha immediatamente colpito la mia sfera emozionale, suscitando in me un certo interesse ad intervistarlo, per capire, entrare nell’anima di questa storia di vita con un percorso umano  che rimanda ad interessanti spunti di riflessione per il lettore. Soffermarmi in ogni rigo delle pagine che compongono questo libro mi ha consentito di comprendere, al di la dei facili giudizi di merito, troppo spesso stonati e fuori luogo, alcuni aspetti di un complesso fenomeno, tuttora presente nel nostro tessuto sociale: la tossicodipendenza.

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COPERTINA LOUIS SALVATORE BELLANTI

In questi giorni ho incontrato Louis Salvatore Bellanti, autore, sceneggiatore e giornalista di origine italiana, che vive a Parigi. Attraverso i racconti ho subito percepito la profondità della sua sensibilità artistica, confermata dalla lettura dei suoi libri, all’interno dei quali, pagina dopo pagina, questo aspetto emerge fortemente.

Ho avuto il piacere di apprezzare la sua ultima fatica editoriale Romanzo di un attore (2015, Yvelinedition), la storia di un attore che, ormai giunto ad una certa età, troverà la forza di reagire alla perdita della memoria, elemento essenziale per la sua attività. Nonostante i cambiamenti ambientali, una volta trasferitosi nella casa di riposo situata in un caratteristico borgo marinaro della Sicilia, Adriano ritroverà se stesso e una grande forza interiore, per gioire ancora dei piaceri della vita. Una storia interessante, con un registro attento, puntuale ed umano, costantemente guidato dalla straordinaria sensibilità di Louis, eccellente scrittore dall’animo generoso.

Apprezzo molto il suo amore per l’Italia, per la Toscana e la Sicilia, dove nacquero i suoi genitori. La necessità di ritrovare le sensazioni legate all’infanzia lo riporta puntualmente a Palma di Montechiaro, cittadina nella provincia di Agrigento, dove da molti anni risiede sua madre, dopo una lunga permanenza in Francia con la famiglia per motivi di lavoro.

Le pagine dei suoi romanzi sono fotogrammi di vita, mai scontati, ma sapientemente descritti, con particolari carichi di simbolismi che avvolgono il lettore di intense emozioni, sulle quali fermarsi poi a riflettere ed imparare (finalmente) ad apprezzare ogni istante della vita.

Sin dalle prime pagine, sono stata letteralmente ammaliata dal suo ultimo libro Romanzo di un attore (2015,Yvelinedition), la storia di Adriano Conti, un attore sul viale del tramonto. Potrebbe fare qualche cenno sulla trama?

La storia è ispirata a un attore di teatro, che ho conosciuto e che soffriva di una sindrome neurologica legata alla perdita della memoria. Credo che questa sia la cosa più drammatica che possa succedere ad un attore. Dopo aver interpretato tanti personaggi, è molto doloroso non essere più in grado di riconoscere la propria identità. Nella vita di un attore, al di la delle apparenze, spesso vi sono ferite interiori e drammi personali, nonostante i successi. Dietro la maschera si nasconde la paura di non essere più amato, desiderato dal pubblico…

Parafrasando una considerazione presente nel suo romanzo, che mi ha particolarmente colpita - crede che l’ispirazione venga a comando? – le chiedo: l’ispirazione nasce dalla necessità di esprimere emozioni, stati d’animo, dolori, gioie, oppure da una sorta di incontrollata, fiorente creatività?

In merito all’ispirazione, secondo me, esiste sempre qualcosa di misterioso e inspiegabile, oltre ad una casuale combinazione. Quando si inizia a scrivere una storia, si presta maggiore attenzione verso il prossimo, per tutto ciò che ci circonda e per quello che succede; vengono fuori una serie di informazioni, che hanno una loro utilità. Ritengo che l’ispirazione, al pari della fantasia, richieda un esercizio quotidiano. In altre parole, più si scrive e maggiore sarà la capacità di immaginare storie, inventare destini.

È nato in Francia, da genitori italiani, che tanti anni or sono emigrarono per motivi di lavoro. Vorrebbe parlarmi delle sue origini e di quanto influiscono le radici italiane nel suo originale registro artistico, intriso di passione e sentimento?

Sono cresciuto all’interno di una famiglia modesta, ma con autentici valori etici e morali. I miei genitori emigrarono in Lorena per motivi di lavoro. Ricordo che, sin da piccolo, ero sempre motivato e incuriosito da tutto; desideravo sapere e conoscere. Nell’adolescenza è iniziata la mia passione per il Cinema italiano e la scoperta delle opere di grandi registi, come Fellini, Scola, Risi, ha accompagnato tutta la mia vita. Questo il motivo principale per cui è nata in me la voglia di scrivere. Inizialmente, ho esitato fra essere attore o regista e una volta terminati gli studi, mi trasferii a Parigi, mentre i miei genitori tornarono in Sicilia. Quindi, imbevute delle mie due culture, ho cominciato la mia esperienza artistica.

Se dovessi trovare un’espressione per delineare il tuo profilo umano e professionale direi: una vita per la scrittura, dal momento che è autore, sceneggiatore e brillante giornalista. Quando ha acquisito consapevolezza che questo sarebbe stato il tuo percorso?

Direi che, come autore, sceneggiatore o giornalista, la mia unica preoccupazione è scrivere storie, descrivere momenti che possano destare interesse fra i miei lettori, condividere con loro emozioni, farli sognare e viaggiare… Lavoro per la rivista La Voce, destinata agli italiani che vivono in Francia e per me è un vero piacere poter parlare della cultura italiana e, ove necessario, difenderla.

Nei suoi romanzi, spesso tradotti e distribuiti anche in Italia, vi sono impronte autobiografiche?

Vero è che c’è sempre un po’ di me stesso nei miei libri. M’ispiro a luoghi a me familiari e ad avvenimenti che hanno impresso un segno nella mia vita. La Sicilia è spesso presente; frequentare con continuità i due Paesi mi ha arricchito ed aperto gli occhi su due culture diverse fra loro, ma fondamentalmente complementari.

Molto toccanti le pagine dedicate a Villa Verde, la casa di riposo situata in un pittoresco borgo marinaro della Sicilia, dove il protagonista si trasferirà ad un certo punto della sua vita. Questa parte del suo romanzo rimanda efficacemente al delicato tema delle persone anziane, che spesso versano in precarie condizioni di salute. La situazione ambientale e il calore umano aiuteranno in protagonista ad inserirsi in questa nuova situazione?

In Francia, come in Italia, le aspettative di vita si sono notevolmente alzate. Oggigiorno, le persone anziane si interessano sempre più alla cultura e conducono uno stile di vita molto dinamico, qualora le condizioni di salute lo consentano; spesso si associano a progetti interculturali. Insomma, l’età anagrafica è diventata solo un numero, un dettaglio! Bisogna mantenersi con lo spirito fanciullesco; ritengo che per condurre una buona vecchiaia sia importante rimanere giovani dentro, sempre e non avere paura di realizzare i propri sogni. Il protagonista della storia farà esattamente tutto questo!

Quando Carla, la figlia del protagonista andrà in Sicilia per riportare l’anziano padre a Roma la attenderà un’inaspettata reazione. Vuol essere una lezione di vita?

Adriano è stato ferito dall’atteggiamento di Carla, sua figlia, la quale è convinta che gli anziani debbano stare con altri anziani; al contrario, lui desidera vivere ancora intensamente, comunicare, salire sul palcoscenico. Quando sua figlia acquisterò consapevolezza dell’errore fatto, sarà troppo tardi.

Non vorrei parlare del finale della storia, anche se devo confessarle che mi ha molta emozionata; non mi sembra corretto privare i lettori della curiosità di leggere questa sua splendida opera, ricca di suggestioni, puntuali descrizioni ambientali e simbolismi. Cosa vorrebbe aggiungere?

La fine è un po’ una favola, all’interno della quale vorrei far passare questo messaggio: anche un incontro del tutto casuale può cambiare una vita. E quando Adriano propone a Laura un gelato al pistacchio, vuole dire che nella nostra esistenza non bisogna mai perdere un attimo prezioso, magari raro.

Cosa prova quando rientra in Italia?

Spesso mi reco a Montecatini Terme, in Toscana. Nel tempo, ho intrecciato veri legami di amicizia con le persone del luogo; oramai ho tanti amici. Ogni volta che vado, la gioia di vivere degli italiani mi trasmette uno straordinario benessere. In questa città soggiornano molte persone anziane, anche per sottoporsi alle cure termali e posso dire che si respira entusiasmo, buonumore ed anche tanta nostalgia.

In Sicilia risiede sua madre, un motivo in più per andare. Potrebbe spiegarmi la sensazione che evoca in lei questa affascinante Terra?

Ritorno frequentemente a Palma di Montechiaro in Sicilia, mentre mia madre vive stabilmente lì. In questi luoghi ritrovo le mie radici, la mia famiglia, i miei amici, gli odori che mi riportano all’infanzia e alle vacanze, la luce, il mare… Mi piace il buon vino della mia regione, in particolare quello di G. Milazzo. Per me è il migliore del mondo! Apprezzo molto anche la buona e genuina cucina… L’avrà capito, per me la Sicilia rappresenta una vera passione, che non mi lascerà mai. Una passione che ho ereditato da mio padre.

FOTO LOUIS SALVATORE BELLANTI

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In una recente Maratona di Poeti ho incontrato Claudia Piccinno, insegnante delle scuole primarie e raffinata poetessa che con la sua solarità rivela immediatamente l’origine salentina, anche se per motivi di lavoro vive con la famiglia in Emilia Romagna.

Ha sempre amato la scrittura, in quanto strumento di conoscenza ed esplorazione di ciò che si differenzia dal suo modo di essere e in questi ultimi anni ha iniziato a pubblicare le sue opere.

La sua Opera Prima La sfinge e il pierrot risale al 2011 e già il titolo induce in curiosità un lettore attento e sensibile. L’anno successivo ha pubblicato la silloge Potando l’euforbia, mentre nel 2013 sarà la volta di Il soffitto, cortometraggi d’altrove, un’interessante opera che l’anno successivo verrà tradotta e quindi pubblicata in inglese. Convinta operatrice culturale cosmopolita, nel 2014 riproporrà la stessa silloge anche in serbo , con il titolo Tabahnh.

Ragnatele cremisi, un libro che raccoglie splendide liriche e mi ha colpito in modo particolare, è la sua ultima fatica letteraria, almeno per ora!

Come accennavo, Claudia svolge con passione ed entusiasmo il lavoro di insegnante e dalle sue parole traspare quanto le sia congeniale questa attività. Ha un rapporto vecchia maniera con i suoi alunni, che educa sin dalla prima classe alla lettura e che, dalla terza classe in poi, la seguono con viva partecipazione negli affascinanti laboratori poetici da lei organizzati, allo scopo di abituarli in modo del tutto naturale ad amare le discipline letterarie.

Questa iniziativa appare ai miei occhi quasi un miraggio, dal momento che ultimamente i programmi scolastici sono sempre più scarsi a livello di poesia e prosa; per non parlare dell’imparare a memoria almeno le poesie dei principali autori, quali Manzoni, Foscolo, Leopardi, Pascoli, Montale etc., che a pieno titolo dovrebbero costituire il bagaglio letterario classico di ogni studente. Questo metodo non è più di moda e noi che abbiamo frequentato le scuole primarie nel secolo scorso ci riconosciamo nella cosiddetta formazione culturale nozionistica, oggigiorno tanto criticata. Ma, a giudicare dal livello medio di cultura generale che si respira, mi sento di affermare: ben venga il nozionismo!

Ma torniamo alla nostra intervistata, una donna di rara sensibilità, attivamente impegnata anche nel sociale. È Socia onoraria dell’Associazione no profit Con gli occhi di geggio e Presidente di giuria del concorso di disegni Dai tuoi occhi alla matita, rivolto ai piccoli pazienti degli ospedali pediatrici di tutto il territorio nazionale, per conto dell’Associazione che presiede e ai cui progetti contribuisce con il ricavato dalla vendita dei suoi libri.

Partecipa intensamente ad iniziative culturali e reading poetici, convinta dell’importanza del messaggio umano che passa attraverso la poesia, come partecipa a concorsi letterari, dove ha ottenuto una lunga lista di premi e riconoscimenti.

Insomma, una persona che fa della poesia uno dei suoi maggiori interessi e proprio attraverso questa nobile accezione delle arti letterarie cerca di dar voce anche a tematiche sommerse o lontane, per renderle visibili agli occhi di tutti, anche dei più indifferenti.

Ho letto con interesse i suoi versi; hanno aperto le porte ad un universo emozionale che mi ha consentito di apprezzare la sua raffinata sensibilità. Secondo lei, nel corso dell’esistenza, la soglia delle emozioni tende sempre ad essere più alta?

Il suo parere mi lusinga molto, perché non è da tutti riconoscersi nei versi altrui. La sensibilità è strumento di rinascita, ma più spesso di dannazione.

Viviamo, infatti in un’epoca in cui l’analfabetismo emotivo è dilagante e non credo che la soglia emozionale sia sempre direttamente proporzionale all’aumento dell’età anagrafica, (bensì spesso ascolto frasi del tipo con l’età son diventato più tenero e via dicendo), ma credo che sia inversamente proporzionale all’affermarsi dei miti dell’avere e dell’apparire che hanno offuscato l’essere e il sentire; tanto è vero che le persone più fragili o emotive vengono spesso indirizzate in terapia, poiché l’emotività è anacronistica, è un fardello pesante e pericoloso. Tuttavia, a mio modesto parere, credo che chi vive consapevolmente i propri sentimenti senza reprimerli e senza nuocere a terzi , col passar del tempo possa sentirsi appagato e in pace con se stesso.

Attraverso alcune delle sue liriche appare evidente la denuncia sociale di realtà di cui, onestamente, si parla troppo poco. Anch’io scrivo poesie d’impegno civile, quindi, riesco a comprenderne le motivazioni, che in genere partono da una vera e propria esigenza di far conoscere al mondo nefandezze e violenze perpetrate a danno dei più deboli. Come è arrivata alla poesia civile?

Sono sempre stata affascinata da poeti come Neruda, Quasimodo, la Achmatova, la Cvetajeva, la Szymborska, Pasolini,…ma non è su imitazione che sono arrivata alla poesia civile; mi ha guidato la vita e il mio spirito d’osservazione. Gli incontri con i matti, il clochard, la prostituta, l’alcolista, i migranti, gli ammalati in ospedale, in particolare i piccoli pazienti oncologici, gli stranieri, i cosiddetti “diversi”… hanno lasciato il segno.

Sin da bambina ho sempre pensato che la diversità di qualcuno dipenda dal punto d’osservazione individuale; da ciò, ognuno di noi può essere diverso per un altro, tutto è pur sempre relativo. Questi pensieri hanno alimentato la mia curiosità, che soddisfo leggendo a più non posso.

Ho vissuto lo sradicamento per motivi di lavoro dalla mia terra d’origine quando avevo appena 20 anni, perché iniziai a insegnare in Valsassina, ad oltre 1000 chilometri dalla mia città natale e credo che quegli anni mi abbiano forgiato, sviluppando in me una forte empatia per tutte le forme di solitudine dell’essere umano.

Da ormai 20 anni risiedo in Emilia Romagna e in questa terra è molto elevato il tasso dei bambini migranti di prima e seconda generazione; l’incontro con le loro famiglie è stato per me un valore aggiunto, ho potuto far tesoro delle loro esperienze e ho imparato tantissimo.

Un altro tema che ha fortemente attirato la mia attenzione è quello dei pregiudizi, retaggi di culture retrograde ed ancora presenti all’interno di un certo tessuto sociale. In Ragnatele cremisi (Edizioni La Lettera Scarlatta) la metafora assurge ad un ruolo primario, all’interno di versi esposti con consapevolezza, trasparenza e padronanza semantica. Ha dedicato alcune liriche agli affetti e all’introspezione, offrendo al lettore l’opportunità di riflettere e, forse, mettersi in discussione. Quindi, conseguentemente, di riconoscersi?

“La poesia non è più di chi la scrive, ma di chi gli serve” diceva Troisi nel film Il postino

In realtà, quando scrivo non lo faccio con un intento didattico, lo faccio perché il verso mi pulsa nella testa. Però accade che, se arriva ai lettori, o ancor meglio ai fruitori in una serata pubblica, mi sento felice, perché se qualcuno ne percepisce l’impatto, se l’eco fa bang vuol dire che qualcosa il mio verso ha seminato. Non a caso la parola semantica ha la stessa radice del verbo seminare...Neruda insisteva molto su quest’aspetto.

Il poeta deve seminare, partire e ritornare.

Poi, si spera che quel seme germogli e produca dei frutti, che risvegli qualche coscienza e che scuota gli animi.

Cosa ne pensa del lapalissiano regresso culturale del Terzo Millennio?

Temo che sia la conseguenza negativa della globalizzazione, ci stiamo disumanizzando per adeguarci agli stereotipi di una società che ci vorrebbe a identità unica, in cui il pensiero divergente è da tacitare, il diverso fa paura, il povero è ingombrante. Insomma, dovremmo ritornare alle relazioni umane intese come nucleo fondante dello stare insieme. Ma affinchè si possa giungere ad un’ autentica interazione, occorre in primis la conoscenza e la valorizzazione delle diversità, poiché solo la conoscenza estirpa il pregiudizio e valorizza l’individuo nella sua unicità.

Occorrerebbe fare delle differenze una risorsa e alimentare il confronto attraverso il dialogo interreligioso. Inoltre, sarebbe auspicabile investire di più nella cultura, portando il teatro, la poesia e la lettura nelle piazze a costo zero. L’arte, a mio avviso, è una grande occasione per affermare la propria unicità, ci riconcilia con gli istinti e le intuizioni e nel contempo apre spiragli di contaminazione tra le genti, arrivando nell’interiorità dei fruitori, là dove la fede e la ragione non avevano scardinato alcuna porta d’accesso.

Vorrebbe parlarmi della sua esperienza di docente?

Insegno in una scuola primaria in un verde paesino alle porte di Bologna.

Amo il mio lavoro e ogni anno imparo qualcosa di nuovo, il segreto è non dare mai nulla per scontato.

I bambini sono tutti diversi, non amo classificarli nelle categorie suggerite da adempimenti burocratici (fare il Pai, il Pei, il Pdp, Il Psp per i Bes,i Dsa, l’ alunno H,ecc..) e se il sistema ce li impone, io i miei bambini li chiamo per nome. Tutto si riconduce al nome, se io riconosco la loro identità, ho già conquistato la loro fiducia e posso ottenere il massimo.

L’aspetto a cui tengo moltissimo è quello relazionale, perché il gruppo classe diventi coeso e non competitivo, affinchè ognuno senta la sua appartenenza al contesto e lo viva serenamente, dando il proprio contributo.

Cerco inoltre di non soggiacere all’ansia dei contenuti da sviluppare e insisto di più sulle competenze, perché l’apprendimento non si riduca al sapere, ma abbracci il saper fare e il saper essere.

Ogni volta che lascio una quinta regalo ai miei bambini la poesia “Sii il meglio..” di Douglas che definisco il manifesto della lealtà verso se stessi.

Un altro bellissimo libro di poesie è Il soffitto Cortometraggi d’altrove (Edizioni La Lettera Scarlatta). Cosa l’ha spinta a scegliere l’intensa immagine dell’attrice Gloria Swanson per la copertina?

L’immagine mi fu suggerita dalla scrittrice Antonella Griseri, che ha curato l’editing del libro. Desideravo qualcosa che riportasse il lettore al cinema muto: Cortometraggi d’altrove sul mio soffitto/come al cinema muto… Chi meglio di lei?

Sempre nell’opera Il soffitto ha tradotto le sue poesie in inglese. C’è un motivo particolare?

Già all’atto della prima pubblicazione nel novembre 2013, avevo tradotto i miei componimenti in inglese per consentire a Munir Mezyed, Milica Lilic e Slavica Pejovic di comprendere la mia poetica per meglio recensirla. Li avevo conosciuti nel settembre 2013 al Festival Città del Galateo, in cui la mia silloge ancora inedita ricevette il primo premio, e chiesi loro di donarmi la loro opinione da inserire nel libro. Quando ricevetti il loro unanime apprezzamento, fui incoraggiata a proseguire e perfezionai la traduzione. Tra l’altro, ero stata invitata nel gruppo poetico internazionale Pentasi B e i consensi ricevuti mi valsero l’invito in Ghana al festival dello scorso Maggio, come delegata per l’Italia insieme alla poetessa Maria Miraglia, ma impegni scolastici e familiari mi hanno costretto a declinare l’invito.

Miei contributi in inglese appaiono anche su atunispoetry.com, sulle antologie del gruppo Pentasi, sul sito http://ourpoetryarchive.blogspot.it/ ,sul catalogo d’arte della mostra internazionale June in Italy che ho curato per la parte poetica, per conto della galleria Artebo.

Altra e non ultima motivazione di questo libro era quella di contribuire anche all’estero, ai progetti di una no-profit che sostengo e che ha delegati a Londra e in California.

I proventi dei miei libri, infatti, sono a favore dei piccoli pazienti oncologici, per il tramite di Con gli occhi di Geggio associazione.

Anche in questo libro di poesie sono evidenti gli spunti di denuncia contro il materialismo contemporaneo, elemento caratterizzante dei nostri tempi. Quindi, il suo è un percorso interiore, nel tentativo di ricostruire nell’immaginario un mondo devastato dall’indifferenza e dall’ipocrisia?

Sono talmente idealista da credere che dalle parole germogli il gesto, m’illudo che il sentire condiviso diventi concreta operosità; in ogni caso, immagino che la parola del poeta possa talmente amplificare un vissuto da riuscire a neutralizzare l’indifferenza, ma in questo, ahimè, è racchiuso il narcisismo del poeta… Poi mi ravvedo e torno a specchiarmi nel mio operare, cercando di non incorrere nel processo alle intenzioni altrui, accollandomi tutto il peso della mia percezione e del mio immaginario.

L’uomo, schiavo persino di se stesso, come potrà ritrovare i punti di riferimento dettati dall’etica e dalla morale?

L’uomo diviene schiavo di se stesso nel momento in cui ripone negli idoli le proprie aspettative. Siamo schiavi di noi stessi quando incolpiamo il prossimo dei nostri fallimenti, quando ignoriamo i segnali del corpo o gli alfabeti più intimi, in nome della visibilità e dell’apparire.

La morale risiede nell’interiorità di ciascuno di noi, se vi è scollamento tra il pensiero e l’azione, stiamo già tradendo l’etica, perché il tornaconto che deriva da un agire in disaccordo col pensiero, fa forse più gola della lealtà verso i valori interiorizzati.

Credo che la coerenza sia il primo passo per ritrovare la bussola, nonché una costante abitudine a interrogarsi sulle proprie azioni.

Nel suo ruolo d’insegnante riesce a trasmettere ai discenti l’interesse verso le arti letterarie, con particolare riferimento alla poesia?

Ci provo costantemente e riconosco che i risultati sono molto più soddisfacenti dopo aver sperimentato e ideato vari progetti di educazione alla lettura, dal prestito librario agli incontri con l’autore, alle visite in libreria, alle maratone di lettura ad alta voce. La lettura alimenta il pensiero critico, quella ad alta voce tesse relazioni. La poesia diverte se sperimentata in prima persona, pertanto, alterno fruizione e produzione del testo poetico sin dalla classe prima. Dalla classe terza è mia consuetudine dedicare il venerdì ad un laboratorio di poesia, in cui su indicazioni di Ersilia Zamboni (I draghi locopei) avvicino i bambini ai giochi di parole e poi alle figure di stile del testo.

Riconoscere metafore, similitudini, ossimori, sinestesie, anafore, epifore, lipogrammi e via dicendo costituisce per i più piccoli una motivazione a produrne di nuove, si sentono depositari di un codice segreto, scoprono che al di là della grammatica, la lingua è viva e diverte come un gioco.

Quando mi fanno dono di una loro poesia o di una storia improvvisata su un kleenex in giardino, sia pure a fumetti, mi dico che li ho contagiati!

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