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Mercoledì, 28 Giugno 2017

L’opera letteraria “Di Padre in Figlio” - Biografia Raccontata del pittore, architetto, scultore e decoratore  Eugenio Pardini, la cui riscrittura è stata realizzata dal figlio Bruno Nencioni Pardini, è sicuramente la migliore testimonianza che si possa dare di un artista di così grande spessore creativo ed umano.

Egli nacque a Viareggio il 13 aprile 1912 da una famiglia di marinai ed iniziò precocemente ad esprimere il suo talento artistico quando, da ragazzino di bottega di un barbiere, utilizzava i fogli di carta, che servivano per pulire il filo del rasoio, per disegnare. Grazie alla sua costanza, allo studio e ad un approccio estremamente modesto con il successo, la sua espressione stilistica crebbe sempre più e nella sua vita ha partecipato alle maggiori Rassegne d’Arte italiana non solo nel nostro Paese, ma anche all’estero, ottenendo prestigiosi riconoscimenti.

Notevoli i suoi affreschi presso luoghi pubblici e sedi istituzionali, fra le quali il Palazzo Comunale di Viareggio, la Sala Consiliare del Palazzo Civico di Carrara e la Sala Consiliare del Palazzo Comunale di Viareggio; egli è considerato uno dei maggiori nomi della pittura italiana del Novecento.

Eugenio Pardini morì nella sua città natale il 20 ottobre 2003.

Sarà interessante scoprire attraverso questa intervista a suo figlio Bruno i vari aspetti dell’opera letteraria “Di Padre in Figlio”; ci parlerà di episodi legati all’infanzia del “pardinetto” e dei suoi singolari aspetti caratteriali, ma anche di momenti di vita familiare.

Nel libro sono presenti foto d’epoca e diverse opere estremamente rappresentative delle tematiche ricorrenti e particolarmente care al Pardini e tante notizie circa la  sua intensa e policroma attività artistica.

All’interno dell’opera “Di Padre in Figlio” sono presenti numerosi contributi di noti personaggi del mondo culturale ed intellettuale; fra essi riportiamo alcuni significativi passaggi di Francesco Belluomini e Vittorio Sgarbi.

Il poeta e scrittore Francesco Belluomini, ideatore, fondatore e Presidente del Premio Letterario Camaiore, che ha conosciuto e frequentato con autentica amicizia l’artista Eugenio Pardini, si è così espresso: …Avrei voluto e potuto uniformarmi ai concetti espressi da una vastissima pletora di critici e storici dell’arte, che nel corso di lunghissimi anni hanno illustrato al meglio l’opera artistica di Eugenio, elaborando, loro tramite, la mia versione testimoniale. Un’esperienza comune mi avrebbe evitato d’incorrere in errate terminologie e in inesatte collocazioni nello specifico delle “Correnti” e degli “Ismi”, tanto debitamente evidenziati da coloro che professionalmente sovraintendono alla produzione pittorica e artistica in genere. Ma, totalmente rimasto al di fuori di una cerchia, il mio modo di rapportarmi con l’essere e non essere di Eugenio Pardini, si carica di aspetti intimamente emozionali; tali da non permettere a qualsivoglia freddezza d’intromettersi nel pensiero di chi, come il sottoscritto, conosce del Pardini quanto vi sia in lui, in termini di grandezza, d’umanità e di generosità…

Il critico letterario, scrittore e opinionista Vittorio Sgarbi ha scritto di Eugenio Pardini: …Di indubbio fascino e di impatto immediato, la pittura di questo artista si avvale di un linguaggio ben calibrato e della duttilità di uno strumento segnico e pittorico che sa cogliere, della figura umana soprattutto, il senso del movimento, e della complessità scenografica degli sfondi, tutte le potenzialità cromatiche e luminose. Poiché egli ama confrontarsi con la verità di un racconto compiuto, le sue composizioni sono ricche di spunti allusivi e di suggestioni paesaggistiche. La figura umana si integra qui spesso con la natura generosa e solare della Versilia, luogo di appartenenza dell’artista ma anche habitat ideale e idealizzato, che corrisponde alle sue istanze emotive più profonde e che presiede alla sua creatività. L’interpretazione di questo mondo si traduce in colori puri, che si avvicendano in una trama ricca di accordi e di consonanze armoniose…

Sto leggendo con vivo interesse l’avvincente biografia “Di Padre in Figlio”, nella quale, pagina  dopo pagina,  fra testimonianze, immagini, foto di famiglia ed opere d’arte, viene ripercorsa la vita di suo padre Eugenio Pardini. Vorrei partire dalle origini; qualche ricordo della sua infanzia?

La passione per il disegno e poi per la pittura segnava già la vita di  Eugenio ragazzino. Copiava gli schizzi che il padre marinaio mandava con le lettere alla famiglia, per illustrare meglio le impressioni dei viaggi, alla scoperta del mediterraneo, su barche da pesca e mercantili. Negli occhi di quel giovinetto passavano immagini di vele e velieri, di tramonti e paesaggi marini, ritratti di uomini rosi dal sale e donne vestite sempre di nero. Anche lui avrebbe seguito la tradizione di famiglia, diventando un frequentatore di mari e orizzonti, se la madre non si fosse opposta con tutte le forze. Per distrarlo dall'attrazione di quel mondo, continuava a trovargli  piccoli lavori che non avessero niente a che fare con il mare.  Quando il padre morì disperso tra i flutti, quei lavoretti saltuari, divennero più seri per le necessità economiche della sua famiglia. Il garzone di barbiere fu uno dei primi mestieri e il Pardini lo fece volentieri, non tanto per la misera paga, ma perché aveva a disposizione, per disegnare, tanti fogli quanti ne voleva: quelli che il barbiere usava per ripulire il filo al rasoio. Nel vicinato già si parlava della bellezza delle sue piccole opere. Un bel giorno, queste voci arrivarono all'orecchio  di un certo affrescatore e restauratore di ville lucchesi, che lo volle con sé tra stucchi e ponteggi. In seguito a  prima esperienza nacque la collaborazione con il famoso Galileo Chini, pittore, scenografo, grafico, ceramista e protagonista del Liberty italiano. Quindi, da ragazzo di barbiere, egli divenne il giovane allievo di un eclettico artista, dal quale imparò le finezze del creare, a conferma delle proprie doti naturali. Così si stabilì che il "pardinetto" avrebbe fatto una grande carriera. 

Suo padre  nacque  a Viareggio il 13 aprile 1912 da una famiglia di marinai. Sarà proprio il mare il tema ricorrente nella sua significativa cifra  artistica, come fu per il predecessore Lorenzo Viani. Il percorso artistico di Pardini si compone di diverse fasi e ciò accade a gran parte degli artisti. Tali fasi sono legate da un filo conduttore estremamente coerente. Vorrebbe  parlarmene?

La coerenza in lui, che ha appreso e approfondito tecniche e stili diversi, deriva da un'altra coerenza: l'onestà intellettuale, l'umiltà di fronte ai successi, la perseveranza di fronte agli insuccessi, la costanza nel lavoro. Ho visto raramente mio padre senza una penna o un lapis in mano. Disegnava continuamente, anche di fronte alla televisione.

Egli diceva: C'è da tenere allenata la mano e l'occhio, perché quando verranno le idee devo essere pronto ad agire senza incertezze. La capacità di realizzare un’ opera così come si è pensata è possibile solo attraverso una costante applicazione dei principi dell'arte e dell'artigianato. Un buon artista deve essere soprattutto un ottimo artigiano.

Bisogna costruire il proprio mondo in tutto, dal telaio, alla tela, alla cornice  e ancor prima di accingersi all'opera d'arte, farsi i colori con  polveri e  terre minerali. E' dovere dell'artista dominare ogni fase creativa.

Poi, stilisticamente, è la fedeltà ai suoi temi preferiti che lo mantenne in perfetto equilibrio sulla corda : le marine ricche di vele e di sartie, le donne in riva al mare in attesa degli uomini fuori a pesca, i fiori, i piccioni e le colombe, i ritratti di familiari, amici e pescatori, i buoi, le cave di marmo.

Ogni opera è frutto di un'astrazione, di un'interpretazione, anche se rappresenta realisticamente l'oggetto. Eugenio aveva l'esigenza di studiare le figure dal vero, per poi raggiungere, man mano, la sintesi formale che voleva.

Era un fine conoscitore dell'anatomia, il che traspare anche nelle sue opere più informali. Passava ore a studiare e a disegnare. Prima di arrivare alla conclusione di un affresco, faceva migliaia di disegni. Una cosa che non dobbiamo dimenticare è la straordinaria capacità coloristica. Affascinavano i suoi lavori per gli improbabili accostamenti di colore, che riusciva a modulare in tonalità del tutto originali. Sconcertava la possibilità di dare perfetto equilibrio a una composizione, anche togliendo tutte le linee che individuavano figure e oggetti. Un quadro figurativo, privato dei suoi bordi identificativi, reggeva egualmente come opera astratta.

Verso la fine degli anni ’60, terminata l’esperienza nell’informale, suo padre avverte la necessità di un ritorno ai valori plastici, che va di pari passo con l’affinarsi della sua sensibilità, in un dialogo sempre più confidenziale con la propria sfera emotiva, alla ricerca di nuove espressioni degli umani sentimenti. Nella sua modalità  artistica è palpabile un costante attaccamento alla realtà, dove la “verità delle cose” finisce con l’identificarsi con la sua verità. Cosa ritiene di dover aggiungere a questa mia chiave di lettura?

La chiave di lettura è giusta. Il ritorno a composizioni più delimitate da linee riconoscibili, fa parte di un salto indietro nel tempo, alla prima giovinezza, un omaggio al padre e alle sue lettere illustrate.

A tal proposito, l’artista intitola  “I racconti del Padre" una serie di quadri ad affresco, che esteticamente lo accompagneranno fino all'età avanzata, quando, in un cammino propositivo, si riapriva il sogno di una giovinezza ritrovata.

Nei quadri di suo padre è frequente il richiamo alla luce e a tutti i fenomeni ad essa collegati. Mi riferisco ad alcune sue opere, come: “Luce d’alba”, “Luci argentate”, “Luci e penombre sul mare”, solo per citare quelle che mi hanno suggerito prepotenti  sensazioni. La luce è comunque la protagonista delle sue opere, anche quando le tematiche sono diverse dal mare?

La luce fu la ragione del suo lavoro, la principale fonte di ricerca, perché inseparabile dal colore e dalla sua tonalità. Luce, profondità, leggerezza, coscienza, presenza, contatto con la vita. Applicò questi principi a tutte le sue tele: marine, ritratti, nature morte. Le sue opere vissero immerse in aure fantastiche, positive, solari.

I titoli dei quadri erano sottolineature, come se, attraverso le parole si potesse aggiungere ancora forza e significato.

Fu proprio la mancanza di questo “lume” a determinarne la morte.

Una malattia implacabile lo portò alla cecità fisica. Fu una tragedia per lui e per noi che sapevamo quanto la vibrazione fotonica portasse energia alle sue cellule e alla sua voglia di vivere. Si spense infatti come fece la sua vista, silenziosamente, lentamente, senza che nessuno se ne accorgesse. Morì con tutti noi intorno, in un sonno ridente con la fronte rivolta al cielo. Il suo cielo illuminato di azzurro cobalto e oro.

Eugenio Pardini, oltre ad essersi espresso come  pittore, è stato anche scultore, architetto e decoratore. Potrebbe raccontarmi qualcosa circa il meraviglioso affresco “Guerra e Pace” presente presso il Municipio di Viareggio, che suo padre ha realizzato nel 1968?

Per rispondere a questa domanda non basterebbe un libro di cento pagine. Eugenio potè affrontare le grandi opere ad affresco per la confidenza acquisita negli anni del carnevale, dove lavorare a grandi costruzioni e ad altezze vertiginose  era l'impegno quotidiano. Così, l'abilità di modellatore fu acquisita nello stesso ambiente, dopo anni di lavoro con la creta. La sua capacità di costruttore non era merito di studi accademici, ma del suo DNA mutato da generazioni di calafati e maestri d'ascia, i geniali costruttori di golette, velieri, agili e resistenti barche da pesca. Come sempre ci teneva a sottolineare, tutte le sue espressioni di creatività non erano frutto di un dono ispirato, ma piuttosto merito del duro lavoro sul campo. Ancora arte e artigianato, com'era uso fare nelle botteghe dei grandi maestri del passato. " Guerra e Pace" fu la seconda opera gigantesca  - 1967/68,  sei mesi di studio e sei mesi di lavoro su ponteggi, faccia a faccia con la parete -  un muro bianco di  m.10,30X3,50 aspettava la sua mano. Dopo aver affrontato nel 1961/62 una parete quasi doppia di m.12,50X6,15  "L'unione dei popoli nello studio", non pensavamo che sarebbe stata sua intenzione ripartire da zero, con lo studio meticoloso di tutte le nuove figure. Non sfruttò niente della passata esperienza, anzi, ridisegnò tutto con stile rinnovato. La seconda parola del suo vocabolario umano ed artistico, dopo "Luce" fu "Pace".

La pace era l’elemento portante della sua personalità. Un uomo mite e riflessivo, sempre rivolto al bene. Niente da spartire con gli artisti "maledetti", con le sregolatezze e i colpi di testa. La sua opera è potente e pacata, persino nella rappresentazione della tempesta.  Ogni pennellata, mentre descrive la rovina, contemporaneamente crea la speranza del superamento. C'è sempre un orizzonte luminoso pronto a soverchiare il buio del male.

Anche in questa composizione di guerra e di figure martirizzate, il verde campeggia simbolicamente e riesce a dilagare, per sopraffare il rosso del sangue. Gli iris spuntano prepotenti dalle rovine e la madre, figura centrale, (altra parola che per lui  le comprende tutte ), con coraggio e ottimismo alleva il proprio bambino in un rinnovato paradiso terrestre.

Una domanda più personale: la mamma le ha mai spiegato come mai chiamava suo padre usando il cognome?

Chiamarlo "Pardini" era un vezzo ricambiato da mio padre che a quel punto invece di Giuseppina la chiamava "Beppa": un vezzo messo lì appositamente da un inconscio condiviso per mitigare le continue discussioni. Non passava giorno che non ci fossero questioni, ma tutto si ricomponeva in fretta. Mia madre, gelosissima, lo incalzava spesso con le sue fantasie; altra caratteristica di questo grande artista era la fedeltà. Pertanto la mamma, mancando di materiale fresco, andava a ripescare vecchie storie di antiche fiamme giovanili. Eugenio si rifugiava nel silenzio e mi guardava sconsolato. Tutti e due sapevamo che bisognava portare pazienza, fino a che non le fosse passata. Eugenio aveva una grande fiducia nella mamma, che si occupava di ogni faccenda  pratica e della contrattazione dei prezzi con i clienti; nel mondo dell'arte era abbastanza conosciuta e temuta. “OH Pardini!” – “Oh !Beppa!” anche se urlati più volte, erano lanciati come sassi di gomma, non scalfivano il loro rapporto di grande amore e rispetto!

Spesso nella pittura di Pardini sono presenti rappresentazioni di tori. C’è un motivo? 

Abitando in Versilia, la terra dei marmi per eccellenza, (Carrara è distante circa 40 chilometri), di conseguenza, l'interesse per le arti classiche espresse in quella pietra non poteva prescindere dall'approfondire le tecniche di estrazione e di trasporto. Proprio nel traino degli enormi blocchi, troviamo l'impiego dei buoi, dei tori di chianina, una razza gigantesca, di un bianco puro e di una docilità straordinaria. Eugenio ne fu particolarmente attratto sin da ragazzo, per l'esercizio plastico che il ritrarre tali bestie comportava. Le nostre frequenti gite alle cave, negli anni ‘60 e ‘70, si incrociavano facilmente con questi grandi carri carichi di blocchi  immacolati, così come lo erano i buoi aggiogati per il trasporto. Eugenio amava rappresentare il lavoro e i faticatori: marinai, contadini, cavatori e i loro animali, compagni del duro lavoro.

Non si esaurì mai l'interesse dell'artista, che anche nel periodo dedicato alle costruzioni carnevalesche li ritrovò, non in buone circostanze,  in un mattatoio proprio li vicino. Le occasioni di ritrarli, poco prima che varcassero l'ultima soglia non mancava. Questi fieri animali di diritto entrarono a far parte del grande affresco " La Resistenza nelle Apuane" m.10x3 che dal 1965 si può ammirare sulla parete della Sala Consiliare del Comune di Carrara.  Forza, muta potenza, umiltà, bellezza e utilità, sono caratteristiche di questi animali ma anche dell'opera del Pardini.

Il Toro con la T maiuscola fu scoperto in tarda età da Eugenio in occasione di un viaggio di studio in Spagna; egli assorbì la  condizione simbolica della tauromachia e per anni i suoi quadri ne furono scossi, pieni di impronte.

Nel 1965 le opere di suo padre entrano di gran diritto a far parte dell’eccellenza  della pittura italiana del Novecento, insieme a Burri, Capogrossi, Tano Festa, Morandi, Sironi ed altri. Questo successo corrispose anche al benessere economico?

Il lato economico dell'arte non interessò mai  mio padre, che aveva come principio quello di non fare guadagnare nessuno attraverso il suo lavoro; pertanto, snobbava gallerie private e commercianti d'arte. Per questa ragione non riuscì a farsi un mercato come avrebbe potuto, vista la qualità del suo lavoro, il riscontro della migliore critica, e un curriculum veramente invidiabile di partecipazioni a mostre nazionali ed internazionali, premi prestigiosi e la partecipazione a tre Biennali d'Arte di Venezia. Per fortuna Eugenio incontrò la mamma che, dovendo fare i conti ogni giorno con la sopravvivenza, seppe pian piano costruire un mercato di privati appassionati e veri estimatori,  che seguirono le orme del Maestro fino alla fine, acquistando opere di ogni periodo. Le migliori collezioni private annoverano le opere pardiniane, ma dopo la sua morte ci siamo trovati senza un mercato...quel mercato che oggi decreta i valori, considerando soprattutto i ritorni economici.

L'arte, purtroppo, è venduta come una qualsiasi altra merce. Mio padre ha sempre vissuto agevolmente della sua opera grazie al lavoro attento di una moglie che sapeva trattare, ma soprattutto risparmiare.

La vena creativa, qualora presente, risiede nel DNA e leggendo i suoi versi percepisco una forte ispirazione. Cosa sente di aver ereditato dal famoso papà sotto il profilo artistico?

Tutto! Ogni cosa che ho fatto mi è stato insegnato, spesso inconsapevolmente, da mio padre. Pur non avendo attinto alla chimica del DNA in quanto figlio adottivo, il volermi sempre con sè in ogni occasione, fin da piccolissimo, mi ha trasmesso gesti, emozioni, sapori e saperi che non ho mai dimenticato, trovando   in me qualità che non sapevo neppure di avere, soprattutto, come racconto nel libro "Di Padre in Figlio", durante i cinque anni che ho impiegato per restaurare la sua opera: cartoni di affreschi, quadri a olio, tempere, acrilici. Ho saputo ricostruire tele e telai come faceva lui. Spesso mi obbligava ad aiutarlo perché era solo e il prestare la mia opera, anche di mala voglia, nel tempo della gioventù, maturava ogni mia capacità. Nel mio DNA sicuramente c'è una predisposizione per la poesia ereditata da mia nonna Rosa, Rosa Bathory, che aveva nel suo cognome da ragazza sangue blu la malinconia originata dall'Austria e dalla Romania; invece mio nonno, Francesco Settepassi, valente orafo dedicato al “bello”, mi ha trasmesso la passione per il collezionismo, la scienza, la Filatelia. Egli si dedicò anche alla fondazione di club sportivi, ciclistici e montani; appassionato di studi di archeologia, è stato anche valente antiquario, interessandosi principalmente di libri antichi e di pittura. Bibliofilo, malacologo di fama internazionale, con una laurea  "Honoris causa" in scienze umane e paleontologia  e Cavaliere della Repubblica Italiana. Certo, a tutte queste qualità si contrappongono  anche dei difetti, che spesso la famiglia mi rimprovera, ma è difficile combattere contro un così cospicuo lascito.

Bruno Nencioni Pardini è nato a Viareggio l’11 febbraio 1949 ed ha frequentato il liceo artistico di Carrara e successivamente la facoltà di Architettura a Firenze; per un certo periodo si è occupato di fotografia professionale, pur non disdegnando  l’aspetto creativo del suo bagaglio accademico di architetto, anche stimolato dalla presenza costante di suo padre Eugenio, valente pittore affreschista. Questo lo porta ad avere un contatto privilegiato con il mondo dell’arte, della letteratura e dello sport; in particolare, è attratto dalla poesia e dopo un lungo lavoro di ricerca, realizza un libro di ritratti dei vari personaggi abbinati a poesie inedite dal titolo “Obiettivo Poesia”. Dopo venticinque anni cessa la sua attività nella fotografia, per dedicarsi all’organizzazione di mostre personali e all’insegnamento. Dal 2004 al 2009 si dedica al restauro delle principali opere, grandi quadri, cartoni per affresco, disegni e collage che il padre Eugenio gli ha lasciato alla sua morte, avvenuta nel 2003. In questa impresa è finanziato da un partner di fama internazionale profondamente innamorato dell’arte di Eugenio Pardini, Sean Hepburn Ferrer, (figlio della star hollywoodiana Haudrey Hepburn). Inizia, pertanto, lo studio per la riscrittura della biografia del padre e nel contempo scopre la magia creativa del racconto e della poesia, che continua tuttora a curare con passione.

 

 

 

 

 

«Non ho che una passione ‒ scriveva Alexis de Tocqueville ‒ l’amore della libertà e della dignità umana, forse l’unica santa e legittima passione dell’uomo».

Se è vero che la storia è da sempre un intreccio drammatico di libertà e oppressione, allora dove trovare la certezza nel fatto che la storia abbia un fine e che questo fine sia la libertà? 

La letteratura distopica (cioè “anti-utopistica”) ci ha educati ad una certa confidenza con un “sistema di servitù generalizzata”. Come se la felicità umana possa derivare soltanto dal dominio di un ente sovraordinato all’uomo stesso. Del resto, il mondo nuovo che qualcuno vuole donarci ad ogni costo, nell’ambizione della perfezione storica, impone che la libertà sia schiacciata da consumismo e tecnocapitalismo. E allora, esiste un “destino per la libertà?”. È questo quello che si domandano Bauman, Giaccardi e Magatti, gli autori del volume “Il destino della libertà”, Città Nuova, pp. 100, €. 12,00. 

Ad interrogarsi su cosa sia la libertà, qual è l’uso che ne facciamo, e, soprattutto, a cosa serve, è in particolare Zygmunt Bauman. Il sociologo e filosofo polacco noto per la metafora sulla postmodernità, che ha reso la nostra “società liquida”. 

Tutte le considerazioni in cui ci si imbatte scorrendo le pagine del libro vertono intorno ai cambiamenti della società odierna, vittima e carnefice anche della crisi economica. Bauman, allora, introduce la sua riflessione citando una ricerca internazionale, svolta da un prestigioso gruppo di studiosi di diverse università europee, sui valori della società europea. Dallo studio è emersa la forte corrispondenza che esiste tra la percezione della propria felicità e la percezione del controllo sulla propria vita. Il che vorrebbe significare che una persona, per sentirsi veramente libera, deve avere la capacità di autodeterminazione, di produrre la propria identità. Sarebbe questo, pertanto, il concetto di libertà condiviso dalla maggioranza degli europei.

Il punto di vista di Bauman si articola nel tentativo di incorniciare la situazione attuale: quali sono le «tendenze visibili al momento nella società contemporanea, dove ci porteranno e quali sviluppi avranno?». E, da sociologo, analizza un mondo in cui le capacità di scelta, che sono nella disponibilità degli uomini, si stanno restringendo, in cui la responsabilità decisionale viene negata a molti e «la speranza, per tanti giovani, di poter realizzare e mettere in pratica ciò che è stato insegnato loro dalla scuola, dalla famiglia e dalla società sembra venir meno». Da qui ad un’analisi sullo stato del capitalismo il passo è breve. Ed è da quest’ultimo che proseguono le considerazioni di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti. 

Ci viene fotografato un Occidente saturo di idoli e che ha dimenticato Dio. Che si è stretto a vivere in contesti in cui le persone si trovano espropriate di ciò che consentiva di vivere insieme: «la saggezza dell’esperienza, la tradizione, la solidarietà, le culture comunitarie. Tutto ciò è stato sequestrato, sterilizzato e rivenduto come prodotto da consumare, facendo collassare libertà e ‘libera’ scelta: più possibilità di scelta abbiamo, più siamo liberi - è uno dei principali assunti della contemporaneità. Un problema di quantità, insomma. Ma dentro una gamma predefinita». 

La vita del ventunesimo secolo è ridotta a consumo, e non a caso Zygmunt Bauman parla di “homo consumens”. 

Più si avanza nella lettura e più ci si ritrova davanti un affresco della folle società in cui siamo immersi, e, in breve ci viene detto che stiamo sbagliando tutto, o quasi. Di certo abbiamo sbagliato a giocare le carte per reagire alla crisi economica, mancando di investire sull’unico obiettivo che vale sempre la pena perseguire, la persona umana. 

“Il destino della libertà” diventa, così, una facile finestra sulla nostra società: in cui tutti si dicono e si vogliono liberi, mentre si ostinano a correre nella stessa direzione in modo gregario, cioè come un gregge. 

Calliope è una ragazza come tante, affascinata dalla cultura e dai libri e che ha un sogno: scrivere un romanzo suo. Un giorno, nella biblioteca in cui lavora, incontra Charles, ragazzo alquanto enigmatico che riesce ad attirare la sua attenzione e a insinuarsi nei suoi pensieri e nella sua ormai monotona routine quotidiana.

Il ragazzo l’ha scelta, sente che solo lei può aiutarlo nella missione che ha programmato e con pazienza riesce a guadagnarsi la stessa profonda fiducia da parte di Calliope.

L’intesa fra i due protagonisti è sapientemente costruita sulla base di una passione condivisa: la lettura. Il rapporto ci mette un po’ a decollare, ma la narrazione tiene il lettore avvinto grazie alla indecifrabilità del personaggio di Charles che suscita la curiosità di conoscere il segreto che custodisce. Inoltre, in questa prima parte del romanzo, l’autrice allestisce una deliziosa vetrina letteraria che inevitabilmente appassiona gli amanti della lettura e della letteratura in generale.

La vita di Calliope sta per cambiare radicalmente grazie a Charles che le offre una possibilità di scelta, ma grazie soprattutto a se stessa e al coraggio di intraprendere una strada completamente diversa da quella che stava percorrendo.

L’azzardo, la cultura antica e l’amore diventano i tre pilastri portanti della vita di Calliope e dello stesso volume dal titolo “Bruchium – Riflessi di Sabbia”, edito da Talos, che costituisce l’esordio letterario di Selene Miriam Corapi.

Il romanzo è un avvincente giallo che traspira tutta la passione per i libri e l’attenzione alla storia e alla letteratura antica che contraddistinguono l’autrice, la quale sfoggia il suo ricco bagaglio culturale nelle pagine frutto del suo estro inventivo.

Una storia ambientata nella culla più affascinante della civiltà antica, l’Egitto, che, tra misteri, scoperte, amicizie, amore e avventure corredate da intrecci pericolosi, si legge tutta d’un fiato grazie allo stile semplice e fluido con cui l’autrice ha saputo trattare una materia dall’elevato contenuto formativo.

Sulla scia di scrittori come Dan Brown e Glenn Cooper, la giovane Selene ha affastellato nel suo calderone ingredienti che vanno dalla storia al fantasy, dalle lettere alla papirologia, dalla criminalità all’amore puro dei due protagonisti, ricavandone un mix perfetto che conquista il lettore fin dalle prime pagine e che lo lascia sperare in un nuovo e ancora più entusiasmante seguito.

 

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