Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Domenica, 22 Ottobre 2017

libro1

 

Don Pasquale Barone, parroco di Paravati, canonico della chiesa cattedrale di Mileto e presidente della Fondazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime”, in occasione del suo 50° anniversario di Sacerdozio (1963-2013), ha voluto offrire alla comunità ecclesiale una sua testimonianza, raccolta in un elegante volume edito dall’Adhoc, frutto maturo di un percorso sacerdotale nel quale la Provvidenza ha posto un incontro diventato, in certo modo, determinante per un rinnovato apostolato e spirito di servizio

Linguaggio semplice ed essenziale, erudito ed efficace il suo. Riflessioni ed esperienze che si sono andate sviluppando negli anni del suo servizio pastorale a Paravati dal 1980, diverse già pubblicate su periodici locali, ora ragionevolmente ricomposte in quattro parti, come quattro cesti carichi di gustosi frutti: il suo curriculum vitae, memorie storiche di Paravati, l’incontro-scontro personale col mistero di Natuzza Evolo (1924-2009), la disponibilità di servire “questa volontà divina”.

L’autore parte dalla storia personale per una autocomprensione e parte dalla storia della comunità per entrare in una vicenda “mistica”, che dà occhi nuovi per osservare la storia. Così, come in una sequenza fotografica, ecco gli anni della seconda guerra mondiale, la formazione umana che derivava dal focolare e dalla vita agricola. Riconosce che l’affetto per Paravati nasce, in fondo, fin dalla fanciullezza, trascorsa a Piana delle Querce, che si estende tra la sua natia San Calogero e la periferia di Paravati. Il suo cammino verso il Sacerdozio parte da Tropea: nel 1950 respira la stessa aria di don Mottola, per un anno nel seminario di quel vescovato. Quindi nel seminario diocesano di Mileto e in quello pontificio di Reggio Calabria per il liceo e la teologia.

Ordinato sacerdote il 29 giugno 1963 a Mileto, inizia il ministero parrocchiale mentre a Roma si celebra il Concilio Vaticano II. È tempo di rinnovamento, d’aggiornamento, di spinta per una rievangelizzazione della società. Questa aria nuova soffia propizia, tramite don Pasquale, anche nelle contrade di Comparni e San Giovanni di Mileto, le comunità a lui affidate per sedici anni. «Sono stati- scrive- anni di lunghe letture, profonde riflessioni e osservazione attenta della realtà sociale» (p. 20).

Chiamato ed ordinato per essere ministro del Mistero di Dio, il suo itinerario sacerdotale è stato segnato dall’incontro con un mysterion che, a suo modo, in un angolo di terra, nella vita di una creatura, in una misura di tempo, proclama la permanente attualità della Pasqua del Signore. Si tratta di Natuzza Evolo, verso la quale nei primi sei anni si pone con atteggiamento di rispetto, ma pure con una distanza “scettica”. Destinato nel 1980 dal vescovo Domenico Cortese ad essere parroco di Paravati, il suo programma pastorale “camminare insieme”, non poteva escludere questa umana presenza, attraverso cui il mistero di Dio lo interpellava più radicalmente, per una rinnovata tensione profetica e pastorale.

«Con tutta sincerità – leggiamo- devo ammettere che nei confronti di questa donna di famiglia, favorita da Dio, ero già segnato da forti pregiudizi, con una risolutezza quanto meno ingiustificata: tra me e Natuzza Evolo non ci doveva essere alcun contatto» (p. 83). Poi la conoscenza spirituale di questa donna lo porterà a dichiarare con convinzione: «In realtà Natuzza è una mistica che non viene dal convento, ma da una esperienza forte di famiglia, dal mondo dei problemi di una chiesa domestica, perché ha messo il Crocifisso al centro della sua vita e sta facendo una concreta esperienza di Dio. Dunque, una aristocratica dello spirito» (p. 92). Una donna semplice, analfabeta, povera, che ama e obbedisce alla Chiesa, che serve la famiglia, che accoglie tanti fratelli e sorelle sofferenti, che è portatrice di segni e messaggi i quali, indubbiamente, provocano e interpellano ragione e fede, scienza e coscienza, col coraggio del confronto, l’umiltà dell’ascolto, la saggezza del discernimento, certi che il Vangelo non richiede ai credenti la “maturità”, ma la “santità”.

Scorrendo le pagine scritte con tanta passione da don Pasquale, soprattutto quelle nelle quali emerge il dovere del suo carisma legato all’ufficio sacerdotale e l’imprevedibile libertà dello Spirito che dona carismi quando, come e dove vuole, ho ripreso una significativa riflessione del teologo Karl Rahner, che ha oggi, nella vicenda di Natuzza, una straordinaria conferma: «L’autenticità di un carisma, che è una missione da svolgersi verso la Chiesa ed in essa, non a partire da essa, si rivela nel fatto che chi è così mandato sopporta umilmente e con pazienza tale inevitabilità del dolore legato al proprio complesso di doni carismatici, non edifica alcuna chiesuola allo scopo di avere più facile la vita, non si lascia amareggiare ma sa che è il Signore a creare nella sua Chiesa la forza e la contraddizione, il vino dell’entusiasmo e l’acqua della sobrietà, mentre non ha dato a nessuno dei suoi servi il compito di rappresentarlo da solo» (L’elemento dinamico nella Chiesa, Morcelliana, Brescia 1970, p. 73).

Dai frutti riconoscerete l’albero: il ministero parrocchiale di don Pasquale a Paravati ha visto, promosso e seguito lo sviluppo del carisma e dell’opera di mamma Natuzza. A lui si è affiancato, con tanto zelo e intelligente dedizione, don Michele Cordiano che ha amabilmente curato pure l’edizione di questo volume. L’autore ricorda: l’apostolato che stanno svolgendo i Cenacoli di Preghiera in Italia e all’estero: «contemplativi nell’azione e attivi nella contemplazione in maniera esemplare« (p. 214); l’Associazione di Volontariato; il costruendo Santuario; il Centro Anziani , opere tutte sotto il titolo Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime, come la Madonna stessa chiese a Natuzza.

Il libro ha certamente valore di documento per la nutrita raccolta di testimonianze e considerazioni scritte da un’ autorevole penna su Natuzza Evolo. L’opera sarà utile non solo ai fedeli e ai lettori interessati, ma certamente pure per l’avvio del complesso procedimento in vista del riconoscimento canonico della santità di Natuzza, degna di essere additata e onorata come modello di virtù evangeliche.

Don Pasquale Barone ha voluto manifestare la sua gioia di essere sacerdote, servitore della Chiesa, “testimone di un mistero”, anche con la pubblicazione di questo volume, e dobbiamo essergli veramente grati per tanto dono. Cinquanta anni fa nella immaginetta ricordo della sua Ordinazione fece stampare questi versetti del salmo 23: « Chi salirà il monte del Signore? / Chi starà nel suo luogo santo? / Chi ha mani innocenti e cuore puro». Dopo mezzo secolo di ministero presbiterale, queste domande e questa divina risposta hanno un suono di memorie, cariche di volti, di eventi, di parole e di silenzi. Torna il fascino di quella innocenza e purezza di cuore, che diventa la giovanile letizia che ogni giorno muove i passi del sacerdote verso l’altare. Torna nel cuore grato di don Pasquale l’incontro fascinoso e risolutivo con quell’anima mistica, dalle mani innocenti e dal cuore puro, mamma Natuzza, che ha rinnovato di entusiasmo apostolico i suoi passi sacerdotali verso il Monte del Signore e la gioia santa di collaborare con lei per la realizzazione di un “luogo santo”, in un angolo di questa terra, riflesso del Cielo, preludio di gioia eterna.

Filippo Ramondino

 

Il Libro: PASQUALE BARONE, Testimone di un mistero, Adhoc edizioni, Vibo Valentia 2013, pp. 312, €. 20,00.

La_forma

 

“Adolf Portman (1897-1982) cominciò a disegnare animali quando ancora era un bambino e appena cominciava ad apprendere i nomi. Egli sarebbe divenuto il più grande studioso della forma esteriore degli animali. Nei suoi scritti rimarca ripetutamente la povertà del selezioniamo, scrivendo , tra l’altro: «La forma funzionale pura e semplice, che taluni tengono in grandissima considerazione come la più conforme alla natura, è un caso raro e del tutto particolare … Guardando (l’involucro degli animali) per lo più abbiamo l’impressione di trovarci di fronte al prodotto della fantasia senza scopo, e, più che ad una necessità di ordine funzionale, ci vien fatto di pensare all’opera festosa di un capriccioso gioco delle forze creatrici».

L’analisi di Portman inizia da una critica alla filosofia della ricerca. L’uomo – egli scrive- è così dominato oggi dall’idea che la scienza si identifichi con la conquista della natura, dall’orgoglio per la sua tecnica, da una concezione utilitarista della sua attività, che non riesce a vedere nella natura, e in particolare negli animali, che strumenti di lotta, attrezzature tecniche, ritrovati utilitari. Al resto, e in particolare alla forma esteriore dei viventi, o viene offerto uno scopo accessorio, o non viene concesso alcun interesse. Prima di rivolgersi verso la natura dobbiamo liberarci di questa immagine riduttiva della realtà, che è stata invece particolarmente accentuata dalle prime opere di Darwin e da quelle dei suoi successori. Portman ci invita verso quei campi di attività «dove l’oggetto della ricerca non sarà soltanto stabilito dal sentimento di potenza che viene dalla dominazione, ma verrà piuttosto ispirato dal senso di meraviglia e di rispetto che circonda tutto quanto è misterioso».

La forma degli animali (Tiergestalt) esprime l’arte pittorica e la fantasia grafica della natura. In molte specie l’eleganza della raffigurazione non ha alcun valore «ottico» perché si tratta di specie che vivono nell’oscurità.

In qualche caso limite possiamo farci un’idea sul modo in cui si formano i disegni, ma non sul loro scopo (che probabilmente non esiste). I disegni delle conchiglie di Gasteropodi sono prodotti dal margine del mantello, da cui i pigmenti sono segreti. Se la secrezione è limitata ad alcuni tratti del mantello ed è continua avremo strisce perpendicolari al margine della conchiglia. Se interessa tutto il mantello ma è ritmica, avremo strisce parallele al margine. Se è limitata e ritmica avremo disegni reticolari.

Nei Vertebrati le manifestazioni della forma sono di più difficile interpretazione. Se ne consideriamo la funzione ne possiamo capire «qualcosa», ma se ne perdiamo di vista il valore fondamentale, che è quello di esibire un significato, cioè di «rendere manifesta, nel linguaggio dei sensi, la peculiare natura di singoli esseri viventi e di portare, di detta natura, la testimonianza diretta nelle loro fogge particolari». Questo è ciò che Portman chiama il «valore di presentazione» (Darstellungwert). Quello che distingue due specie vicine (come notato dall’ultimo Darwin) non è la necessità funzionale. L’elefante africano e quello indiano differiscono chiaramente; ma non c’è alcuna funzione che li distingua. Ciò vale ancora di più per quel che riguarda la forma e il colore del becco delle varie specie di uccelli. «Tali differenze eccedono di gran lunga qualsiasi necessità di ordine funzionale». Esse sono il contrassegno, il marchio di identificazione delle specie. Attraverso esse l’individuo esalta ed esprime la propria identità specifica, e altresì l’appartenenza ad un sesso e la sua età.

Il portamento e l’atteggiamento contribuiscono a manifestare il livello di organizzazione degli animali superiori. Un fatto messo in particolare evidenza da Portman è che, quanto più è elevata l’organizzazione, tanto più gli elementi della forma contraddistinguono la testa, come il polo guida dell’organismo. Nei pesci i colori sembrano distribuiti senza alcuna regola. Macchie, strisce, bande, fiamme possono apparire in tutto il corpo senza nessuna relazione colla struttura interna o coll’estremità cefalica. Anche negli anfibi e nei rettili la testa è poco marcata e inespressiva. Nei mammiferi a basso livello di organizzazione, come negli spermofili e negli scoiattoli, le bande longitudinali che suddividono il tronco a strisce non hanno alcun rapporto con la testolina disadorna. Se invece osserviamo la tigre, ecco che le strisce mettono in evidenza le masse muscolari del corpo, e raggiungono nella testa uno splendido disegno che pone in rilievo con tratti marcati gli occhi e gli orecchi. E quando il suo muso è eccitato la sua immagine esprime violenta le forze occulte della natura. Quanta nobiltà nel musa del cavallo, nei suoi occhi, nelle orecchie, nelle narici e quale alta dignità nel suo portamento!

Elevatezza, nobiltà, dignità, così come modestia e timidezza sono espresse dalle forme degli animali. Esse manifestano la natura profonda dell’essere. Esse sono modi dell’esistenza e del vivere, espressione della natura, suoi simboli. Piccolo è il loro scopo, grande il loro significato.”

Non è possibile descrivere il lavoro di Adolf Portmann (1897-1982) con parole più adeguate di quelle che scrisse, nel lontano 1981, il prof. Giuseppe Sermonti (Le forme della vita. Introduzione alla biologia, Armando editore, 1981, pagg. 56-59) grande ammiratore del biologo basileo.

La forma degli animali è il volume di recente pubblicazione da Raffaello Cortina Editore (pagg. 248, Euro 24,00) che porta finalmente all’attenzione del lettore italiano un opera che, pur inserendosi in un contesto evoluzionista affronta il tema con grande senso critico. L’osservazione delle forme animali lo porta a uscire la filone finalistico e aprirsi all’ignoto fino ad “avvertire la misteriosa grandezza di ciò che accade in natura ed essere coscienti di quanto limitate siano le nostre conoscenze in relazione al problema della vita: questi due presupposti ci fanno assumere una posizione completamente diversa di fronte a fenomeni naturali come quello della fioritura delle piante. La configurazione di queste meravigliose strutture come organi della visibilità è per noi un fatto tanto misterioso quanto l’emergere delle forme animali superiori. Lo studio della forma pone quindi a botanici e zoologi gli stessi identici problemi”.

Porsi nel filone evoluzionistico significa, per Portmann, mettere in discussione Darwin e specialmente le sue conclusioni che afferma “valere non per l’origine, ma al massimo per la conservazione di fiori che erano già vistosi di loro (…); come questi bei fiori si siano sviluppati resta un mistero non meno profondo di quello dell’origine degli animali”.

Un biologo aperto alla bellezza, al mistero, che si pone delle domande ma che non trova necessariamente delle risposte obbligate ed ha il coraggio di pronunciare la parola” ignoto”.

Fatto

 

Vivere tutta la propria vita da missionario e in un paese come la Birmania è sicuramente un’avventura e venire in contatto con la quotidianità di un beato è sicuramente molto edificante e utile non solo per un missionario o un sacerdote, ma anche per un fedele laico.

E questa è l’avventura che si vive avvicinandosi alla vita del beato Clemente Vismara (1897-1988) missionario del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), sacerdote dal 1923 e subito destinato alla Birmania orientale dove rimarrà fino alla morte. Attraverso le sue numerosissime lettere e articoli che scriveva riviviamo la vita di tutti i giorni con le difficoltà e le gioie di questo santo missionario raccolte e commentate da p. Piero Gheddo. P. Gheddo. sacerdote e giornalista e missionario del PIME, con i suoi articoli e biografie ha contribuito moltissimo alla conoscenza delle missioni e dei missionari. Il volume è appena stato pubblicato da Emi col titolo significativo: Fatto per andare lontano. Clemente Vismara, missionario e beato (1897-1988), Emi edizioni. Fatto per andare lontano: questa frase esprime alla perfezione il carattere del beato che “non si accontentava mai dei risultati raggiunti, puntava sempre più in alto, più in là, verso nuovi orizzonti”. E questo non era lo slancio del giovane missionario, ma anche del giovanissimo ottantenne che programmava sempre la sua giornata, il suo lavoro, la sua missione pensando sempre al futuro e morendo a 90 anni senza essere mai invecchiato.

Il volume, impreziosito da un ricco corredo di immagini, offre uno spaccato della storia della Birmania del secolo scorso e presenta queste popolazioni descrivendo il loro carattere e quanto la loro conversione al cattolicesimo abbia portato di miglioramento anche materiale nelle loro vite. È lo stesso Vismara, che senza giri di parole e molto schiettamente racconta il cambiamento attraverso la descrizione dei villaggi cristiani paragonati a quelli non cristiani. Da una parte la pulizia, l’operosità, l’ordine, dall’altra l’ignavia, l’incuria. La fecondità del cristianesimo che si inculturava felicemente in queste popolazioni portava frutti anche vocazionali e ne sono testimonianza le suore e i sacerdoti cattolici usciti da queste terre di missione.

Ma è la freschezza delle numerose lettere e articoli riproposti a fare di questo volume un unicum che ci porta nella normalità della santità. La gioia per l’arrivo di un panettone (quasi due mesi dopo il Natale) da dividere con le sue suore, la generosità nel dare la sua giacca di militare, alla quale era molto legato, ad una persona che non aveva niente e che di lì a poco sarebbe sicuramente morta. Questi e mille altri episodi che provocavano l’infinita generosità dei suoi compaesani che alimentavano e tenevano in vita il suo lavoro missionario per la salvezza delle anime, un uomo che “non era un missionario come gli altri e avrebbe segnato la storia del PIME”.

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI