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Mercoledì, 16 Agosto 2017

Il professore Domenico Minuto non è su Facebook scrive Ettore Castagna ma è, fra gli intellettuali calabresi, qualcuno che ha segnato il mio percorso a partire da una primavera del 1976 quando venne a parlare al Liceo Classico di Catanzaro. Era una delle prime cose che organizzavo da ragazzo sul mondo  bizantino e la grecità calabrese. Ieri mi manda in privato alcune note amichevoli sul mio romanzo “Del sangue e del vino” che pubblico col Suo permesso.

“Mi sembra che sia un racconto gagliardo e fantasioso, con parecchi richiami simbolici. Interpreta ed accentua i costumi dei grecanici, con le luci della loro generosità, impulsività, grecità dalle misteriose origini, grande immaginativa, dialogo di amore e paura con la natura; e le ombre della ristrettezza di vedute, della sospettosità e permalosità, della chiusura sociale; della vita musicale ed altro. Grazie, Ettore, greco di Calabria”.

Ettore Castagna nato a Catanzaro nel 1960 si occupa di antropologia culturale dal 1979. Nel corso del tempo le esperienze e le occasioni di ricerca e di riflessione si sono moltiplicate. I suoi interessi hanno viaggiato fra le rive più diverse perché non ho saputo né voluto fare altro. La riflessione antropologica è stata ed è il principale motore di questo viaggio. Tutto ciò mi ha portato di spostarsi fra letteratura, documentarismo, giornalismo, musica, comunicazione, progettazione come rotte dentro a uno stesso mare. Non sempre facile da attraversare. Ma questo, forse, è il bello. Oltreché una parte importante del senso.

Antropologo e musicista, insegnante nella scuola statale e per UniBg. L'esperienza della ricerca sul campo, iniziata con i primi anni ’80, troverà sintesi in varie pubblicazioni come U Sonu. La danza sull’Aspromonte Greco (Squilibri, 2007) e  Sangue e onore in digitale - Rappresentazione e autorappresentazione della ‘ndrangheta (Rubbettino, 2010).  L’interesse per il Mediterraneo centrale lo ha portato a partecipare all'animazione territoriale e alla progettazione nell'ambito di varie attività di valorizzazione delle culture locali con una speciale attenzione alla Calabria Greca. Significativo, sin dal 1979, il percorso internazionale di musicista con vari gruppi di rilievo fra cui Re Niliu, AFCL, Nistanimera

Il romanzo d'esordio di Ettore Castagna si staglia nel trapasso fra il Seicento e il Settecento, in un ambiente mediterraneo rurale e feroce, una sorta di Sud metafora di ogni Sud, un Mediterraneo epico e al contempo spietato. “Del sangue e del vino” ha un suo linguaggio che appare subito come pazientemente costruito, sintesi e mescolanza originale di italiano colto, dialetto, greco della Calabria.

La storia dipana la saga di tre generazioni che partono da una coppia di greci in fuga da una Creta a ferro e fuoco per l’invasione turca. Siamo nella seconda metà del Seicento e una nave veneta traghetta verso la salvezza due profughi, Dimitris e Agati verso la Calabria. Li accoglieranno i greci dell’Occidente e la storia si svilupperà con un ritmo avvincente fra avventura, magia, realtà e surrealtà. Il romanzo ha diversi registri narrativi e intreccia in modo originale la cadenza di una tragedia classica con il ritmo di un moderno thriller. Una Macondo del Sud accoglie chi legge nella sua parabola di elementi fantastici, bassezze morali, mondi infimi e aperture epiche. I protagonisti restano dall’inizio alla fine diversi ed orgogliosi della loro diversità cercando l’incontro con la loro verità come in ogni tragedia che si rispetti. E’ un eroismo sceso tra le persone qualunque e, dunque, universale. 

Così è l’eroismo della figlia Caterina maga e maestra del telaio e del nipote Nino,  cuore puro di un mondo primordiale. Possiamo definire “Del sangue e del vino” un percorso di redenzione, non solo dei protagonisti ma persino del lettore. Un romanzo storico che accende la luce su un’Italia diversa, su un Sud ancestrale capace di parlare in una dimensione narrativa nella quale ogni lettore può riconoscersi. Qui la verità è più forte di ogni giudizio. È la verità narrativa. Assoluta e definitiva. 

Anna Laura Cittadino vive a Rende (Cosenza), dove svolge da anni una fertile e giovevole attività socio-culturale. Infatti, oltre ad essere una talentuosa scrittrice, nel 2011 in memoria del padre scomparso, ha fondato l’Associazione Culturale “GueCi” della quale è presidente. Inoltre, ricopre la carica di presidente delegato per la Regione Calabria dell’Accademia Internazionale di Belle Arti, Lettere e Scienze di Castel Sant’Angelo (Salerno) ed è socia corrispondente della prestigiosa Accademia Cosentina.

Anche l’Universum Academy Switzerland le ha conferito il titolo di Accademica.

La scrittrice organizza spesso eventi e concorsi letterari coinvolgendo nei progetti artistici anche persone al di fuori della sua Regione, con la finalità di tenere alto l’interesse verso le arti letterarie, soprattutto fra i giovani. Le ancestrali origini della Calabria, che riconduco alla Grecia Antica, hanno impresso in questa splendida area geografica una significativa impronta culturale di ampio respiro, sempre in grado di  rigenerarsi e crescere nei secoli, a dimostrazione che le radici culturali  sono ben profonde all’interno del suo tessuto sociale.

Dagli albori della civiltà, ogni ciclo storico è caratterizzato da periodi di avversità e crisi della cultura, ma la forza di un popolo sta nel saperle superare, in nome dell’intrinseca necessità del sapere e del conoscere. Queste le principali motivazioni che spingono Anna Laura Cittadino a promuovere la cultura, aprendo una porta al mondo, secondo una linea chiara e cosmopolita, fatta di confronto interculturale e crescita, anche in veste di relatrice nell’ambito di presentazioni di libri. Inoltre, in questi anni ha firmato numerose recensioni.

Spesso fa parte delle Giurie di Premi letterari nazionali ed internazionali e nel suo percorso artistico di scrittrice e poetessa le è stato riconosciuto un cospicuo numero di prestigiosi premi  e riconoscimenti.

Recentemente ha presentato a Roma la sua ultima fatica letteraria I Bucaneve di Ravenbrück (Casa Editrice Kimerik), un romanzo di forte impatto emozionale, nel quale i sentimenti, seppur messi a dura prova da sofferenze e delusioni, restano in un angolo nascosto del  cuore, quasi a volersi proteggere o preservare da altro dolore, ma sono sempre pronti a rivelarsi nuovamente qualora si abbia sentore di aria fresca, di rinnovamento, poiché l’amore fa parte dell’esistenza in quanto valore fondamentale.

Il Corriere del Sud ha intervistato con piacere Anna Laura Cittadino, sua conterranea fortemente motivata ed impegnata a favore del messaggio culturale, in ogni sua espressione.

Il suo romanzo I Bucaneve di Ravenbrück (Casa Editrice Kimerik) narra l’avvincente storia di una scrittrice, madre di un bambino, la quale in seguito a una dolorosa esperienza che l’ha profondamente ferita, decide di chiudere il suo cuore ai sentimenti. Vorrebbe parlarmene?

Le sofferenze, le delusioni sono l’altro volto dell’amore; l’amore è anche uno dei principali motivi per cui soffriamo, poiché così come travolge, coinvolge e rende felici, quando finisce può fare davvero male. E’ quello che poi succede, oppure  è successo almeno una volta nella vita a molti di noi. Chi  non ha mai sofferto per amore e non ha mai pronunciato la frase: “non voglio innamorarmi più!”  Ed è quello che è successo alla protagonista del mio romanzo. La prudenza si confermava in Lei come l’atteggiamento più consono e pagante! Privarsi, anche temporaneamente, la aiutava a sedimentare le vere priorità della vita. Le distanze dagli uomini la preservavano da altre sofferenze e delusioni. Poi, l’amore quando arriva non bussa e non chiede il permesso, è come un colpo di vento,  che all’improvviso entra dentro e spalanca porte che pensavamo fossero ormai chiuse a chiave per sempre.

C’è un colpo di scena attraverso il quale l’impianto narrativo intraprende un percorso estremamente singolare e coinvolgente per il lettore?

Questo bisognerebbe chiederlo ai miei lettori! Non saprei dirlo, anche perché sono più di uno i colpi di scena e, svelarli qui equivarrebbe togliere il gusto della lettura a chi si appresta ad entrare nelle pagine dei “bucaneve”.

Ho avuto la percezione che il messaggio che vuole passare fra le pagine del libro è un inno alla  positività ed alla speranza; in altre parole, un elogio alla vita?

Il messaggio è quello di non smettere mai di credere che l’amore esiste e che il concetto di “ l’eternità” non appartiene all’amore, poiché ci sono amori che finiscono ed altri che invece resistono nel tempo e  vanno oltre la vita stessa. L’amore, quando è vero, autentico e corrisposto, è coraggio, forza, speranza, energia, luce e sogno che non svanirà mai.

Recentemente il  romanzo è stato presentato con enorme successo a Roma presso la Sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei Deputati. Cosa ricorda dell’evento che l’ha vista protagonista?

Il solo fatto di trovarmi in una Sala come quella della Biblioteca della Camera dei Deputati, prestigiosa e di straordinaria bellezza, in mezzo a centinaia e centinaia di libri, che partivano da terra per arrivare al soffitto, è stata un’emozione enorme;  tuttavia, ciò che mi è rimasto dentro  e porterò sempre nel cuore è stato l’affetto e la stima del numerosissimo pubblico presente.  Amici che mi hanno raggiunto da Milano, Verona, Napoli, Latina, solo per condividere un mio traguardo, un mio successo. Mi sono sentita amata, voluta bene, nel vero senso del termine e non vi è sensazione più bella.

Chi ha curato la lettura di alcuni toccanti passaggi del suo libro?

Ho avuto la grande fortuna e l’onore di potermi pregiare di una straordinaria attrice come Diana Iaconetti. Lei vive e lavora a Roma da anni, ma è una rendese come me. Ed è lei che ha scelto e interpretato magistralmente alcuni brani tratti dal libro, miscelandoli, amalgamandoli sino a renderli  vivi, palpabili. Il pubblico  è a dir poco rimasto estasiato dalla sua bravura e al termine il lungo applauso di tributo alla sua performance mi ha commossa.

La memoria storica dei tanti tragici fatti accaduti nel tempo, di cui l’editoria conferisce preziosa testimonianza, dovrebbero aiutare l’umanità a riflettere. In quest’opera lei parla di campi di concentramento, una delle pagine più inquietanti  e buie della storia. Un compito davvero delicato;  con quale spirito l’ha affrontato?

Con lo spirito di chi sa che si sta addentrando nel più noto campo di morte della storia e di memoria condivisa, nel senso più ampio del termine. Il mio è stato un lungo lavoro di ricerca, di documentazione. Sono stata attenta e ho cercato di scrivere seguendo una modalità meno “faziosa” possibile, evitando  inesattezze. Non si trattava solo di ricordare, di rendere omaggio al popolo dei Room, dei Sinti e di tutte le vittime di Auschwitz e Ravenbrück; piuttosto, dovevo far capire quale è la lezione che lo sterminio nazista rappresenta per il mondo di oggi, per il nostro presente. Ho provato a esserne parte e a immaginare di essere lì anch’io. Una notte, durante la stesura del romanzo, fuori  nevicava da parecchie ore e io sono uscita con addosso solo un golfino leggero di lana, mi sono incamminata a piedi per la strada innevata nel silenzio e nel gelo della notte silenziosa, provai a pensare a quella  notte del 27 gennaio di settanta anni fa. Rientrai. Era giunto il momento di prendere la penna in mano e continuare a scrivere e non esitai a farlo sino all’alba.

Diversi anni fa lei ha ideato un Premio letterario in memoria di suo padre, ossia il Premio Internazionale di Poesia Memorial Guerino Cittadino, giunto quest’anno alla VI Edizione. Il termine del  bando di partecipazione è fissato al 4 giugno 2017. L’alto Patrocinio di quest’evento culturale e dell’Universum Academy Switzerland, accanto al Patrocinio del Comune di Rende (Cosenza), dove lei vive. Qual è il rapporto delle persone con le arti letterarie e in particolare con la poesia nel suo contesto  territoriale?

Si, e ci tengo anche a  dire che a questo concorso è stata conferita la Medaglia del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla terza edizione e, oltre a quelli  già citati, ogni anno ci fregiamo del Patrocinio della Camera dei Deputati e della Medaglia del Senato.
L’obiettivo che mi sono prefissa da quando ho fondato la mia Associazione è quello di fare della cultura, strumento di conoscenza critica, ricerca della verità a difesa dei valori fondanti dell’umanità. Questo premio, infatti, è dedicato a mio padre e a tutte le vittime di malasanità. La capacità di creare eventi socialmente coinvolgenti e qualitativamente eccellenti, ponendoli al di fuori dei confini regionali e nazionali può apparire in Calabria un’impresa ardua ma non più procrastinabile. Credo di esserci riuscita, perché questo concorso e gli altri due che porto avanti, il Gran Galà della Poesia Rende In Versi e  il Premio Letterario Nazionale  “Un libro amico per l’inverno” vengono segnalati come  fra i più importanti del settore. La promozione culturale che facciamo avviene mediante modalità moderne e con il coinvolgimento di poeti e scrittori a trecentosessanta gradi, con un riscontro sempre positivo nel territorio, che apre  le porte ad un altro modo di fare cultura.  Un esempio, è il Gran Galà di Poesia, giunto quest’anno alla settima edizione,
sicuramente l’evento più atteso dell’anno, dove in ogni edizione , trenta poeti  provenienti da tutte le regioni d’Italia, arrivano per  declamare le proprie liriche. Già dalla seconda edizione è stato inserito nel cartellone del Settembre Rendese; storica manifestazione della mia città inaugurata nel 1964 da Domenico Modugno. Quindi, non più poesia di nicchia, ma poesia che conquista un palcoscenico di spessore, nel quale vengono  anche conferiti, tramite auto-candidatura, con valutazione di un’autorevole giuria, premi alla carriera per la letteratura, cinema, poesia, giornalismo, pittura etc.

Ritiene che attraverso la cultura si possa salvaguardare l’identità culturale di un popolo?

Assolutamente si. I popoli che perdono il loro orientamento culturale, storicamente, sono condannati all’estinzione. Investire nella  cultura e sempre più importante e coinvolgente  per chi crede nei valori fondanti del passato, nella possibilità di invertire la rotta del presente e costruire un futuro migliore. Poi, non dimentichiamo  che in Calabria è nata e si è sviluppata la Filosofia, da Pitagora a Telesio, da Campanella a Galluppi. La nostra è Terra è intrisa di Letteratura,  con  Alvaro,  Repaci,  Strati. Non disperdere tale patrimonio, ma al contrario salvaguardarlo e divulgarlo,  è compito primario di chi opera come me nella cultura, come dei calabresi tutti.

Quali sono i suoi programmi futuri nell’ambito dell’intensa e proficua attività culturale da lei svolta?

Spero di riuscire a portare avanti sempre con più tenacia gli eventi che ho in programma e di cui ho parlato prima, mantenendo e difendendo i principi di coerenza, onestà intellettuale e serietà che contraddistinguono  la mia Associazione. Principi, sulla quale essa è stata fondata, con l’obiettivo di riscattare la cultura da ataviche e purtroppo anche nuove forme di sudditanze, morali e sociali, perseguendo l’obiettivo ambizioso, ma possibile,  di una rinascita culturale ad ampio raggio.

A Firenze, nella splendida cornice di Palazzo Medici Riccardi – Sala Pistilli – Via Cavour 1, il prossimo 27 aprile 2017 alle ore 17.00 avrà luogo la presentazione del romanzo storico dello scrittore e poeta Francesco Belluomini dal titolo Nel campo dei fiori recisi Scampoli di Olocausto (Aracne Editrice).

L’evento letterario sarà aperto con i saluti del dr. Emiliano Fossi Consigliere delegato della Città Metropolitana di Firenze, a cui faranno seguito gli interventi dei relatori Michele Brancale giornalista, scrittore e poeta, Daniela Cecchini giornalista, poetessa ed operatrice culturale e Paola Lucarini, scrittrice, poetessa e saggista, nonchè presidente dell’Associazione Sguardo e sogno.  Seguirà un dibattito sulla tragedia dell’Olocausto con il pubblico presente in sala.

Nel campo dei fiori recisi è un  libro tratto dal memoriale che Sonia Contini, per espressa volontà, decise di far pervenire a Francesco Belluomini, conosciuto personalmente in Israele diversi anni prima, solo dopo il suo decesso. Quindi, gli  eredi, tenendo fede al giuramento,  qualche tempo dopo la sua morte avvenuta nel 2014, contattarono l’autore, al quale è stato affidato un compito promettente, ma certamente molto impegnativo.

Infatti, egli  ha dedicato oltre due anni per realizzare questa interessante ed originale opera di taglio narrativo  di 272 pagine,  dense di immagini strazianti e vere, che si susseguono in un crescendo di emozioni, riflessioni riconducibili ad un forte senso di impotenza dinanzi ai crimini contro l’umanità. Attraverso i racconti e le tragiche vicende di due sorelle adolescenti, Sonia e Daniela, rispettivamente di 14 e 12 anni, giunge al lettore la testimonianza storica di chi ha vissuto la  Shoah, immane  tragedia del  secolo scorso, che ha lasciato traccia indelebile nella storia.

Un episodio, quello di Sonia Contini, rimasto ai margini della storia della deportazione ebraica per riserbo e difficoltà di riaprire ferite forse mai rimarginate, anche per pudico risentimento verso l’inumanità della vita e oggi raccontato per mano di chi non vuole dimenticare. È il ripercorrere gli eventi di quel marzo 1944 in cui la famiglia Contini, al pari di molte altre, fu strappata dalla propria casa livornese per intraprendere l’interminabile viaggio verso i campi di sterminio, ultima meta per gran parte del nucleo familiare, come per milioni di vittime di un folle progetto di eliminazioni di massa.

Le due sorelle riuscirono a porsi in salvo grazie ad una serie di fatali coincidenze e, nonostante la giovane età, sopravvissero con tenacia e maturità al genocidio dell’Olocausto. Sonia, a distanza di anni, racconta  soffermandosi puntualmente nei particolari, il lungo percorso che l’ha portata dal campo di concentramento fino ai lontani Paesi polacchi e attraverso i suoi ricordi abbandonati, ma mai dimenticati, fa rivivere persone lontane, offrendo al lettore fotogrammi di vita che fanno parte della storia della sua adolescenza,spesa fra mille avversità e privazioni dietro il filo spinato del lager di Birkenau.

Questa interessante opera letteraria di Francesco Belluomini, realizzata con grande onestà intellettuale, contiene  precipue descrizioni di situazioni assolutamente inedite, immagini intrise di pathos, limpide e sceniche, in molti passaggi persino  tangibili, anche grazie ad una modalità di scrittura lucida, consapevole e sempre rispettosa dei contenuti del memoriale, dove i nomi delle persone sono quelli veri, per dare forza all’autenticità della storia. Un romanzo sempre  teso a dar spazio alla testimonianza degli esperimenti operati sui bambini, sino alla loro morte, in una successione di memorie volte a rafforzare il ricordo di un’immane tragedia, che scuote da sempre le coscienze.

Francesco Belluomini, dall’alto della sua sensibilità nei confronti della violenza e delle sopraffazioni,  per mezzo delle testimonianze contenute in questa avvincente storia, desidera in qualche modo rendere giustizia alle vittime dell’Olocausto, violate in primis della loro libertà ed autodeterminazione e nel contempo della dignità e per una gran parte di essi, della vita, il bene più grande, fra sevizie, violenze e terribili atrocità, verso le quali non è concepibile  alcuna forma di indifferenza.

 Il messaggio che vuol arrivare al lettore è un accorato appello rivolto all’uomo, troppo spesso indifferente e vittima del proprio egoismo, che dopo innumerevoli storie di violenze perpetrati  nei secoli ai danni dei propri simili e conflitti troppo spesso dettati dall’odio razziale, che insanguinano quotidianamente la nostra cronaca,  dimostra di non ha ben compreso quali siano i valori fondanti della civiltà umana.

In quarta di copertina del libro leggiamo:

La ragione per piangere la trovi, se la cerchi. Ma pare non valga per l’uomo,  che non teme che se stesso e passa senza volgersi all’indietro, certo che la questione si risolva non vedendo di là della sua siepe, senza farsi fregare da coloro che vissero l’orrore quotidiano. Magari non sa piangere il presente, il prossimo passato, ma il remoto ancora oggi  lo angoscia e lo sconvolge, pensando alle migliaia di bambini trattati come fossero nemici da abbattere con massima potenza militare e comandi d’estinzione. Si può fare di tutto, ma comunque la radice del male non si estingue col perdono dei popoli soppressi che rivive nei geni del passato se non tanto sepolta nel terreno.  

In copertina la pregevole opera del pittore Paolo Nuti. 

Breve biografia dell’autore:

Francesco Belluomini è nato a Viareggio nel 1941 e vive a Lido di Camaiore. Poeta ed operatore culturale, ha ideato e fondato nel 1981 il noto Premio Letterario Camaiore, di cui è Presidente. Ha all’attivo 25 libri, tra poesia e narrativa e i suoi lavori sono presenti  in numerose e significative antologie, alcune delle quali curate dai maggiori esponenti del mondo letterario contemporaneo.

Tra le opere più recenti: Poesia del Novecento in Toscana, Biblioteca Maruccelliana Firenze 2009; La parola che ricostruisce, Tracce, Pescara 2010, Animali Diversi, Nomos, Varese 2011, I miei sogni son come conchiglie, Rizzoli, Milano 2011; Le strade della Poesia, Delta 3 Edizioni, Avellino 2012.

Nel suo lungo percorso letterario ha ricevuto prestigiosi  riconoscimenti, anche in ambito internazionale e alcuni suoi libri sono stati tradotti in varie lingue.

 

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