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Mercoledì, 22 Febbraio 2017

Il poeta, scrittore e critico letterario Rodolfo Vettorello non finirà mai di sorprendermi… Nei giorni scorsi, proprio in occasione dell’intervista che andrò a proporvi, ho scoperto che nel suo nutrito bagaglio di artista eclettico e di rara sensibilità, c’è anche il “doctor smile”, ovvero la simpatica figura vestita da medico, che insieme ad altri bravissimi volontari, si aggira periodicamente all’interno dei reparti pediatrici, per divertire i piccoli pazienti ricoverati, a volte per motivi banali, oppure, quando la sorte è ancor più ingrata, per gravi patologie. Riuscire a far sorridere un bambino sofferente è un gesto nobile ed apprezzabile, poiché nessun adulto di buon senso dovrebbe essere in grado di sopportare il dolore dei più piccoli, reagendo  con indifferenza.

Così, per anni e fino al 2005, Rodolfo Vettorello, nell’attività di volontario presso l’ABIO (Associazione per i Bambini in Ospedale), si è improvvisato giocoliere, equilibrista e monociclista, dimostrando grandi capacità, che si aggiungono alle sue incontrovertibili qualità umane. Egli, laureato in Architettura, per anni ha svolto con successo la sua attività di progettazione di edifici privati e pubblici e di imbarcazioni da diporto, dimostrando in parallelo un forte interesse verso le arti letterarie ed in particolare la poesia.

Questo multisfaccettato percorso potrebbe apparentemente destare meraviglia; tuttavia, già attraverso il significato etimologico della parola greca poiesis, che significa creazione, è individuabile la lapalissiana dimostrazione di come sia coniugabile la passione verso le discipline umanistiche ad una forma mentis pragmatica, risultato di un percorso accademico di indirizzo in buona parte scientifico, quale la facoltà di Architettura. Va tuttavia sottolineato che quest’ultima pone al centro dei suoi studi il senso estetico, conservando in un certo qual modo una connotazione artistica e sociale.

Quindi, la poesia, intesa appunto come creazione,  trova una felice correlazione con quanto egli ha saputo creare, attraverso opere di tipo strutturale, nel corso di una lunga carriera professionale.

Rodolfo Vettorello inizia a scrivere poesie in giovanissima età e dal 1955 colleziona tanto di quel  materiale destinato ad essere rivisitato e rielaborato in un’altra stagione della sua vita, quella della maturità.

All’inizio del terzo millennio, dopo la conclusione dell’attività lavorativa, egli riprende un argomento tanto caro al suo cuore: la poesia, il componimento, al cui significato semantico si lega il suono dei fonemi; da essi deriva la similitudine con la musica, un’altra nobile espressione dell’arte in grado di trasmettere sensazioni, suggestioni e stati d’animo con particolare dolcezza evocativa; prova tangibile che esiste sempre una correlazione nelle azioni, come negli interessi.

Egli vince il suo primo concorso letterario al “Milano Duomo Lions Club” con la splendida lirica “Eutanasia” e questo sarà l’inizio di una serie interminabile di successi, premi e riconoscimenti, con i quali di pari passo crescerà il suo spessore artistico.

Rodolfo Vettorello è un poeta  estremamente sensibile, delicato, sempre pronto ad indagare in profondità nel suo animo, in un percorso introspettivo di ricerca e confronto, che lo accomuna universalmente agli altri, con i quali dialoga e nei quali si riconosce. Il suo latente pessimismo, un sottile male di vivere, ben celato da una carattere propositivo, travolgente e solare, rende la sua soave espressione poetica ancor più elegiaca, ma sempre accessibile, diretta, priva di inutili orpelli.

La visibilità ottenuta nel corso degli anni gli è valsa l’ammissione a diverse giurie di prestigiosi premi letterari e la partecipazione ad eventi culturali di una certa rilevanza. Scrive prefazioni e recensioni  e negli anni 2013/14 ha ricoperto l’incarico di Docente di Scrittura poetica presso l’UTE, Università della terza Età del “Lions Club di Milano”.

 

 Lei è laureato in Architettura, ma da una vita si dedica con sincera passione alle arti letterarie. Il   punto d’incontro fra le due discipline sta nel fatto che entrambe danno vita ad un qualcosa, seppur sostanzialmente diverso, mediante la creazione. Progettare imbarcazioni , per esempio, significa favorire la comunicazione e, per dilatazione semantica, la condivisione. La poesia è il più raffinato  strumento di condivisione di emozioni. Quindi, esiste davvero un filo conduttore tra le policrome  attività che caratterizzano il suo percorso?

Come ho ripetuto più volte in analoghe occasioni, ho sempre scritto e di narrativa e di poesia, ma questa passione ha sempre avuto un ruolo defilato e laterale per molteplici ragioni. La prima ragione è che mi è capitato un tempo di leggere una frase di Benedetto Croce, ripresa poi da Fabrizio De Andrè:  “ Fino ai diciotto anni tutti scriviamo poesie. Successivamente scrivono poesie solo i poeti e gli imbecilli.”  Non avrei mai voluto venire catalogato nella seconda categoria, per cui scrivevo e tenevo nel cassetto. Successivamente, la mia attività di progettista e di Direttore di Lavori di Grandi Opere mi ha fatto vivere nella realtà concreta, in cui le evasioni nella fantasia non sembravano tollerabili. Come per chi si occupa di cose così concrete come gli edifici, ho creduto che scrivere sarebbe stata considerata quasi una debolezza. Questo ho creduto sbagliando, poiché quando ho capito che la parola è l’arma più forte e potente di cui disponiamo, mi sono sentito finalmente libero di muovermi in questo contesto, cercando una mia collocazione plausibile. Subito dopo mi sono reso conto che l’immaginata antitesi tra il mestiere di architetto e quello di autore non ha senso alcuno. Tanto l’idea  di un edificio che quella di una pagina poetica derivano entrambe da una progettazione. A detta di qualche critico, le mie poesie, per rigore e correttezza formale, rivelano la loro origine da un progetto, esattamente come qualsiasi opera di architettura.

In quale momento della sua vita ha acquisito consapevolezza della sua naturale propensione alla poesia?

Non voglio affermare di avere avuto da sempre una propensione per la poesia, mi parrebbe inutile e vanaglorioso, anche perché porto da sempre con me l’incertezza di potermi definire poeta. Il mio residuo pudore mi obbliga a definirmi più semplicemente: autore. Ho avuto, viceversa, sin da ragazzo la certezza di possedere un orecchio poetico e posso dire di aver avuto una spontanea attitudine della metrica, prima ancora di averla studiata. Questo talento, comunque di poco conto, non poteva  bastare a farmi sentire poeta e forse nemmeno versificatore o paroliere. La passione per la poesia, letta e studiata, è venuta dopo e successivamente il desiderio di scrivere poesia, o qualcosa che potesse somigliarle.

 Arthur Schopenhauer affermava che la vita è come un pendolo, che oscilla tra il dolore e la noia. Egli considerava l’arte come una via attraverso la quale liberare e, forse, elaborare il dolore, attribuendo alla poesia il compito di rendere eterne le idee. Condivide la posizione del grande filosofo tedesco?

Sono per natura un pessimista assoluto, anche se questo non mi impedisce di godere dei piaceri della vita e di avere una mia allegria esistenziale a volte esagerata. A differenza di Schopenhauer, penso  che il pendolo della vita oscilli tra un dolore e un altro dolore. Solo la gioia insensata vince a tratti e per sprazzi il male. Da Leopardi ho  ereditato  l’idea che tutto è male, che l’universo è male, la vita è male ma di Leopardi non condivido la ribellione e mi adagio in una rassegnata accettazione, che aggancia in fondo il pensiero poetico di Eugenio Montale, uno dei miei poeti di riferimento.

Vorrebbe parlarmi della sua lirica Eutanasia, con la quale tanti anni fa ha vinto il suo primo concorso letterario?

Incomincia con la poesia Eutanasia la mia uscita allo scoperto come autore di poesia. Ho custodito per decine di anni quaderni e vecchie agende, in cui ho annotato fin dall’adolescenza i miei pensieri, poetici o meno; tante cose note solo a me stesso e spesso dimenticate. Una poesia in particolare, per essere stata scritta in bella calligrafia con una stilografica ad inchiostro verde mi capitava tra le mani a scadenze annuali, in occasione della pulizia di qualche cassetto d’ufficio. Una poesia di trent’anni addietro o quasi. L’ultima volta ho speso pochi minuti per rileggerla e apportare qualche limatura, prima di riporla nuovamente. Un giorno di circa dieci anni addietro mi è capitato di leggere, appesa al mancorrente di un tram, una locandina che pubblicizzava un Concorso Letterario bandito dal “Lions Club Milano Duomo”. Il Concorso ammetteva fino a cinque poesie per autore. Non ho tempo e voglia per cercare altre cose valide,  così spedisco la prima poesia che ho sottomano.  Eutanasia si classifica al primo posto tra almeno duemila partecipanti e un numero esagerato di poesie. Felicità per il Premio e ancora di più per aver potuto verificare una mia insperata attitudine alla comunicazione. Il Lions Club mi coopta, ne divento socio ed entro a far parte della giuria del Premio presieduta  da Carla Mursia.

Lei è di frequente membro di giuria nell’ambito di importanti premi letterari; quindi, sotto i suoi occhi passano centinaia di contributi letterari da valutare,(non uso la parola “opere”, troppo spesso inadeguata). Attraverso la sua esperienza, quale  idea ha maturato  in merito al livello culturale medio nel nostro Paese?

All’interno di tante giurie il mio compito prevalente è quello di leggere e votare poesie inedite singole, raccolte inedite e opere poetiche edite. Contrariamente a quello che si dice, e cioè che i più moderni mezzi di comunicazione di massa, come internet, sms e simili abbiano soppiantato la scrittura convenzionale, la facilità di pubblicazione offerta dalla rete ha fatto uscire allo scoperto tanti autori, o meglio, tanti scrittori occasionali. La grande mole dei prodotti letterari circolanti deve venire accuratamente vagliata per selezionare i migliori e per escludere i meno dotati. Sorprendentemente, è però abbastanza facile individuare nella grande massa i talenti veri da premiare, da incoraggiare, da accompagnare nel processo di affermazione. Importante è osservare che è proprio da una larga base partecipativa che, come accade negli sport, possono prendere evidenza le punte emergenti. Altra osservazione è che la partecipazione di tante persone che si confrontano tra loro attraverso i concorsi, consente la crescita personale, il miglioramento delle possibilità individuali  e l’accesso a gradini sempre più alti nel percorso creativo.

 

 Il suo impegno nella divulgazione della letteratura è indubbiamente lodevole, in un’epoca come la nostra, caratterizzata da un dilagante materialismo. Ma l’impegno del singolo dovrebbe essere anche sostenuto dai nostri amministratori. Ritiene che si potrebbe fare di più a livello centrale, nel promuovere iniziative a sostegno della cultura?

 Trovo che le possibilità offerte dalla rete, se hanno ampliato le possibilità di ognuno di emergere e affermarsi, abbiano operato anche  favorendo il miglioramento dei mezzi espressivi e quindi  ciò abbia giovato alle persone, singolarmente e alla società,  in generale. Certamente la cultura deve essere un tema prevalente nell’impegno politico, questo a partire dalla scuola e da tutte le iniziative che hanno bisogno di adeguati sostegni economici per non degradarsi e morire.

 Ho letto con notevole coinvolgimento alcuni suoi libri di poesie, dove ho notato un registro stilistico sobrio, puntuale e scorrevole,  che mi ha suggerito riflessioni circa alcune tematiche di forte impatto sociale. L’uomo del Terzo Millennio è sempre più solo?

Senza voler dare definizioni, che sarebbero sempre troppo parziali, di poesia posso solo introdurre qualche semplice considerazione che verrà di fatto a definire la mia nozione della stessa. La poesia è l’arte di scrivere in versi.  La frase può sembrare banale e scontata e invece il concetto è discriminante. Discriminante perché viene a escludere dal panorama della poesia chi scrive, ad esempio, con frasi ipermetri che, che non possono a nessun titolo essere definite versi. Verso non è una frase poetica qualunque, senza altra aggettivazione, che non sia una generica gradevolezza. Verso è la frase poetica che sia  per tradizione, che per esempi illuminati, rispetti peculiarità sperimentate  relativamente a quantità sillabiche e relative accentuazioni. Tale rispetto formale, del tutto estraneo all’ispirazione poetica, conferisce di fatto musicalità a ogni testo , la giusta armonia, il corretto ritmo e alla fine la memorabilità, cioè la possibilità di essere ricordata. Naturalmente, il rigore della forma non è di per sé la poesia, ma la perfezione formale aggiunge al miracolo dell’ispirazione poetica un surplus di modo, tanto che la forma diventa essa stessa valore e contenuto. Tutto quanto espresso non è, forse fortunatamente, universalmente condiviso e tanta poesia moderna e contemporanea è lontana da questa visione,  prediligendo immediatezze espressive differenti e finendo col determinare scuole di pensiero alternative del tutto rispettabili.

 Soltanto il lettore, il fruitore, è il giudice del prodotto poetico. La giustizia vera spesso non è quella di tanti Concorsi Letterari, anche di primo piano, che portano alla notorietà nomi che diventano importanti solo all’interno di confraternite omologate e autoreferenziali. La giustizia si fa sullo scaffale delle librerie dove il fruitore, dopo aver sfogliato qualche pagina, sceglie il libro da acquistare perché più leggibile e comunicativo.  L’autoreferenzialità citata non  paga. Paga solo, alla lunga, l’onestà intellettuale.  Ho perso il filo della domanda ma lo riprendo subito.  L’uomo del Terzo Millennio è sempre solo. Solo come è sempre stato in tutte le epoche passate e quelle che verranno. E’ la condizione umana che determina questa solitudine, ma è anche da questa solitudine e dalla ribellione  conseguente che deriva la creatività umana,  che non accetta di venire annientata. Da qui qualunque sogno, qualunque utopia, arte e poesia comprese.

Struggente il suo Adagio di Albinoni, una lirica del disincanto che leviga i sensi, citando il contenuto di un verso. Ognuno di noi ha un proprio cammino, ma secondo lei, le storie in fondo sono contrassegnate da un comune denominatore?

La poesia dei poeti maggiori, quella cui facciamo riferimento, quella che ricordiamo e che ci accompagna e ci consola, ha come valore vero la capacità di coinvolgerci e di farci sentire partecipi di emozioni, che appartengono anche alla nostra personale sensibilità. La grande poesia comunica valori universali,  poiché le vicende umane sono davvero contrassegnate da un comune denominatore, al di là dalla peculiarità di ogni singola esperienza.

Attraverso la poesia, opera sublime dell’uomo, il poeta e il fruitore entrano magicamente in comunicazione, a prescindere dalle rispettive culture d’appartenenza. Cosa fa scattare tale commistione di emozioni?

 Per far scattare il meccanismo della condivisione delle emozioni, al di là delle differenti culture di appartenenza e in parte anche al di là delle difficoltà derivanti dai diversi linguaggi, è la capacità comunicativa del poeta. Questa capacità deriva dalla sincerità dell’ispirazione e dal livello di talento dell’autore e dalla sua conoscenza dei modi e della misura della comunicazione. Il lettore diventa parte attiva nel processo della comunicazione per le scelte che opererà sui poeti, quanto a limpidezza di linguaggio ed emozione trasmessa, senza  cedimenti retorici  ed enfatici. La forma giocherà una parte importante, ma non determinante. Parte che sarà quella che andrà a subire il danno maggiore nel passaggio da una lingua ad un’altra.

Recentemente, nell’ambito del Premio letterario La Ginestra di Firenze, le è stato riconosciuto un Premio alla Carriera per meriti letterari. Una bella soddisfazione?

 Oltre la soddisfazione per  un riconoscimento che mi gratifica e lusinga la mia  vanità c’è il piacere  per l’omaggio reso all’interno di un Premio Letterario che si preannuncia di grande spessore, alla Poesia. La casa editrice Helicon, attraverso il Concorso e la selezione che ne è risultata, offre ad autori meritevoli di pubblicare senza oneri personali le loro opere, all’interno di collane dedicate. La Poesia riceverà da questa iniziativa una sicura promozione. La grande editoria, vedi Mondadori, ha chiuso la prestigiosa collana dello “Specchio” che aveva portato alla gloria del Premio Nobel autori come Quasimodo e Montale. Con questo la grande editoria ha abbandonato al suo destino la Poesia. Ultimo baluardo contro l’insignificanza della scrittura poetica, sono rimasti i piccoli e medi editori, come Helicon, che continueranno ad alimentare la vena per nulla sotterranea della Poesia.

I versi immortalati dai poeti antichi, da Omero in poi, hanno conservato intatta la loro forza attraverso i secoli. La nostra epoca cosa lascerà ai posteri, a parte l’ardua sentenza, parafrasando la famosa  lirica?

Periodicamente e con una certa insistenza si parla di morte della poesia, adducendo a spiegazione la facilità comunicativa enorme di altri mezzi di comunicazione come la rete , gli sms e tutte le possibili varianti. La Poesia, invece, nonostante le tante campane a morto, ha sempre trovato il modo di riprendere vita;anzi, come ho detto prima, proprio in questo periodo e proprio in queste condizioni la Poesia ha assunto un vigore che raramente ha conosciuto.

La rete, lungi dal danneggiare la comunicazione poetica, l’ha  incoraggiata e facilitata enormemente. Qualche schizzinoso dice, addirittura troppo; invece, la larga base determina un vertice più affollato e produttivo. Problemi quanto a seguito da parte degli autori non ce ne sono, semmai,  andrebbe  incoraggiata la lettura reciproca e l’editoria del settore. Grande veicolo questo sempre efficace, anzi, determinante, affinchè la Poesia possa mantenere  il suo ruolo, sempre.

 

 

 

 

Venerdì 25 novembre 2016 presso l’”OSPITALE SAN GREGORIO” di Sacile (Pordenone), con il Patrocinio della Città di Sacile, avrà luogo l’inaugurazione della Mostra “MEMORIE DAL TERREMOTO” DALLA DISTRUZIONE ALLA RINASCITA, organizzata  in occasione del 40° Anniversario del terremoto in Friuli, sempre vivo nella memoria di tutti.

L’evento , ideato e promosso dal Gruppo Culturale “Il battito”, si articolerà in una mostra commemorativa e nella presentazione del libro “Pietra su Pietra – Dalla distruzione alla rinascita” (Ed. Publimedia).

Con semplici ma sentite pagine di riflessione, fra racconti, poesie, ricordi ed interviste, il libro rievoca, insieme alle vittime e all’immenso dolore provocato da questa immane tragedia che colpì il Friuli, anche la determinazione e la ferrea volontà dimostrata dai propri abitanti, nella difficile fase della ricostruzione e della rinascita. Quindi, un momento di profonda commozione fra tutti i promotori di questa interessante iniziativa, condiviso fra immagini e ricordi, anche per riflettere su un evento naturale, che purtroppo  periodicamente  si ripete nel nostro Paese, colpito ancora duramente in questi ultimi mesi da violenti terremoti. Nasce ,quindi, spontanea la constatazione da parte di tutti circa la condizione d’impotenza dell’uomo dinanzi a tali fenomeni naturali, che in un attimo possono creare vittime e danni materiali incalcolabili.

Nella prefazione del libro “Pietra su Pietra – Dalla distruzione alla rinascita” l’Assessore alla Cultura del Comune  di Sacile Carlo Spagnol  ha scritto: “Quel terremoto del ‘76 va ricordato come tra i più violenti che colpirono l’Europa dei nostri tempi. Una vicenda che segnò profondamente i territori e la nostra gente e la cambiò nel modo di comportarsi, di pensare e di stare con gli altri. Una storia di persone che hanno vissuto la paura, la distruzione, lo sconforto e che hanno perduto tutto. Allo stesso tempo, è una vicenda che racconta la grande capacità di recupero, la generosità, la solidarietà e la voglia di ricostruire quanto prima tutto, come prima e dov’era prima. Questo va ricordato, poiché oggi è più che mai necessario recuperare le testimonianze e gli esempi, in particolare tra le nuove generazioni, affinchè sappiano reagire ai momenti di difficoltà che la vita pone loro di fronte. L’Amministrazione Comunale rivolge un particolare ringraziamento al gruppo culturale “Il battito”, che con queste pubblicazioni regala pagine di ricordi e riflessioni ricche di significato.”

Il gruppo culturale “IL battito”, nato nel 2011 presso la BIBLIOTECA CIVICA ROMANO DELLA VALENTINA  di Sacile, avendo tra le sue finalità la divulgazione dell’identità culturale e storica del proprio territorio, ha voluto così rendere omaggio alla dolorosa memoria del terribile sisma che tutti ricordiamo. Infatti, sin dall’inizio dell’anno, il gruppo si è riproposto di ricordare il disastroso evento che si manifestò in Friuli nel 1976 e per due volte, impegnandosi in ricerche di documentazioni , che compaiono anche in mostra: un triste e commosso rievocare quei giorni, specie per coloro i quali li hanno vissuti, o attraverso i ricordi dei familiari delle persone scomparse. Pertanto, ha preso vita una pubblicazione, dove ognuno dei partecipanti al gruppo culturale è presente, con contributi letterari personali, documentazioni e ricordi mai sopiti nel tempo e scritti con sincera partecipazione.

La lettura e l’interpretazione dei testi sarà a cura di Sergio Gentilini, Fiorella Vazzoler, Ornella Ibic, Giuseppe Ruoso, Rosanna Cracco, Dario De Nardin, Milena Priviero, Arturo Casciano.

Per quanto attiene alla mostra, il Cavalier Sergio Gentilini ha messo a disposizione tutto il prezioso materiale raccolto nel tempo: articoli di giornale, immagini, recensioni etc., anche risalenti al periodo dell’evento sismico, insieme ad opere d’arte attinenti.

 

L’orario d’ingresso alla mostra sarà il seguente:

venerdì 25 nov.       h 17.00 – 19.00

sabato 26 nov.         h 17.00 – 19.30

domenica 27 nov.    h 10.30 – 12.00 / 16.00 – 19.30

 

Non è facile riprendere l'attività di giornalista freelance dopo le due pesanti “distrazioni” del mese di ottobre: il trasloco e il grave intervento subito da mia moglie, e siccome ci siamo scelti per stare insieme tutta la vita, potete immaginare il mio stato d'animo. Intanto mentre tutta l'attenzione di questi giorni si è concentrata sulle elezioni presidenziali americane, per restare in America, casualmente ho trovato il modo di studiare una straordinaria figura proprio degli Usa, il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York e presidente dei vescovi americani.

Ho letto un libro,“Un popolo di speranza”. Timothy Dolan in dialogo con John L. Allen Jr., Marcianum Press (2015, Venezia).

Il libro raccoglie interviste e discorsi dell'arcivescovo Dolan, curate dal giornalista americano Allen Jr. peraltro fatte alcuni anni fa durante il pontificato di papa Benedetto XVI. Allen nell'introduzione scrive che ha stabilito di costruire questo libro sul modello di “Rapporto sulla fede” (pubblicato nel 1984), il libro conversazione fra il più grande giornalista cattolico Vittorio Messori, e l'allora cardinale Joseph Ratzinger. Quel libro segnò la storia della Chiesa dell'ultimo quarto di secolo.

Il giornalista ha adottato il modello Messori; ha posto domande e poi ha permesso largamente a Dolan di parlare.“Questo è un libro 'con'Dolan, piuttosto che un libro 'su' Dolan”. Il libro di Messori intendeva tracciare delle linee guida, questa volta l'intento “è provare a spiegare ciò per cui il cattolicesimo è a favore piuttosto che ciò rispetto a cui è contrario”. Allen, in pratica cercherà “di fare un viaggio nell'ortodossia affermativa al fianco del leader cattolico che più la impersonifica in America”.

Per Dolan, l'ortodossia affermativa è una tesi suggestiva, significa presentare “i pilastri dell'ortodossia cattolica in chiave positiva. L'enfasi è data su ciò che il cattolicesimo appoggia e afferma, ciò per cui dice 'si', piuttosto che su quello a cui si oppone e che condanna”. Per Dolan bisogna presentare la dottrina cattolica in modo propositivo, non dire sempre no, o correggere in continuazione gli errori della gente, occorre sforzarsi a far vedere la bellezza e la positività dell'essere cristiani dell'essere credenti. Del resto questa era la tesi di papa Benedetto XVI, che lo si può considerare un conservatore, ma la sua preoccupazione maggiore è sempre stata quella di “reintrodurre sistematicamente i blocchi fondanti dell'ortodossia, cercando di rispolverarli dopo secoli di controversie e coperture legalistiche in modo da far splendere di nuovo i loro concetti positivi”. Papa Benedetto XVI, dopo aver analizzato la situazione culturale occidentale, in particolare quella europea, ha proposto l'ortodossia affermativa, l'unica alternativa,“per avere di nuovo attenzione è cercare di svegliare il profondo 'si' cattolico al di là della familiare litania delle cose che la Chiesa non approva”. Questo modo di presentare la fede era lo stesso di san Giovanni Paolo II e senza essere smentiti certamente è il metodo di papa Francesco.

Allen nella prima parte descrive chi è Dolan. Ripercorre brevemente la storia personale dell'arcivescovo di New York, ne esce fuori una figura estroversa, controcorrente, elenca i suoi amici, i suoi punti di riferimento, la sua formazione come storico, i suoi anni di parroco in parrocchia, il suo sempre rendersi visibile. Soprattutto Dolan è un uomo delle relazioni, sono famose le sue conversazioni intorno a una birra. Dolan anche da vescovo, diede molta importanza al suo essere fisicamente presente. Ogni mattina alle sette e mezza nella cattedrale di Saint Patrick e ogni domenica alle dieci e un quarto celebra la santa Messa.

La seconda parte del libro tratta delle sfide della Chiesa. Tra le sfide più infauste che ha dovuto affrontare ci sono quelle degli scandali degli abusi sessuali. Certo Timothy Dolan se dovesse tenere un discorso sula Chiesa cattolica preferirebbe indubbiamente iniziare dai fondamenti della fede, ma si rende conto che oggi nell'era postmoderna occorre affrontare i dubbi e gli interrogativi del pensiero popolare sulla chiesa cattolica. E' dagli anni 80 che la Chiesa deve affrontare questo tipo di scandali. “Messi insieme, rappresentano senza dubbio la crisi più seria che il cattolicesimo si è ritrovato ad affrontare negli ultimi cinquant'anni”. Il cardinale Dolan, non si tira indietro, ci mette la faccia. Si rende conto che si è radicata nella gente l'idea che essere sacerdote significhi essere un potenziale pedofilo, peraltro, “una terribile ingiustizia per la maggioranza di buoni sacerdoti che con gli abusi non ha mai avuto niente a che fare, ma anche un indice di quanto l'autorità morale della Chiesa sia stata seriamente compromessa”. Ormai da diversi studi sappiamo come certa stampa abbia esagerato nell'indicare come corrotti troppi preti. Ma la corruzione esiste eccome, non può essere liquidata semplicemente come un'isteria dei media. C'è chi dà la colpa degli abusi al crollo della disciplina e della fede che ha caratterizzato il periodo fra i primi anni '60 e i primi anni '80. Altri cattolici danno la colpa all'”incomprensibile gerarchia di potere della Chiesa, unita a una moralità sessuale repressiva e una poco realistica aspettativa sul mantenimento del celibato ecclesiastico”. Poi ci sono i laicisti che insistono sulla Chiesa che nega e segreta tutto, volendo stare “al di sopra della legge”. Secondo Allen ci saranno delle verità in queste prese di posizione e Dolan ne è consapevole, sa quanto la gente sia stata colpita dalla crisi degli abusi sessuali, ma è anche consapevole dell'impossibilità pratica di soddisfare tutti.

Tra le tante domande inquietanti che il giornalista ha posto al cardinale, c'è quella: “come avete permesso, in nome di Dio, che accadesse tutto ciò?”A costo di mettersi nei guai, se lo chiede anche Timothy Dolan. Comunque sia dopo tanto discutere e incontrare gente, alla fine, l'unica vera alternativa, l'unica cosa più efficace da fare è pregare. E Dolan cerca di convincere i suoi sacerdoti, la sua gente,“che, se lo facciamo con convinzione, ci sarà sempre speranza”. Il cardinale è convinto che la Chiesa non sarà mai perfetta. Anche se noi ci aspettiamo una Chiesa gnostica e perfetta.“Dobbiamo essere realistici senza rinunciare ai nostri sogni. La nostra attitudine tipicamente americana di puritanesimo e pragmatismo ci sproni a rendere tutto perfetto, non ce la potremo fare”

Un'altra sfida calda che la Chiesa americana deve affrontare è la questione delle donne. Ci sono anche ambienti cattolici che vedono la Chiesa come un “circolo maschile”. La Chiesa è rimasta l'ultimo bastione del patriarcato, dove la donna come moglie e madre sembra una copertura per impedire alle donne di fare carriera sia nel mondo laico che nella Chiesa. La discussione è abbastanza accesa, ma alla fine occorre porsi la domanda: “chi è che ha davvero un problema con la valorizzazione delle donne?”. Dolan a questo riguardo porta le sue esperienze formative nella Chiesa. Praticamente portano tutte l'impronta di donne forti e indipendenti, prime fra tutte le Sorelle della Misericordia. Peraltro per Dolan, le donne sono le vere artefici della cultura cattolica, sia nella vita familiare che in parrocchia. Pertanto per lui, “è inopportuno parlare del bisogno di dare importanza alle donne nella Chiesa, è un'idea che deriva da una lettura sbagliata di come la Chiesa funzioni davvero”.

Comunque sia per Dolan la Chiesa non è per niente maschilista, le persone più influenti della sua vita sono state donne: sua madre in primis, le sue due nonne, poi le suore a scuola. “Era una cultura dove tutti sapevano che le donne erano la vera forza delle famiglie, delle parrocchie e più in generale del cattolicesimo”.

Altro tema scottante è quello delle “questioni pelviche”, il libro conversazione di Allen si riferisce a tutti quei temi legati alla sessualità: l'aborto, il controllo delle nascite, i diritti dei gay, il matrimonio, il divorzio e il celibato ecclesiastico. Nel complesso, leggendo i giornali, negli ultimi cinquant'anni, sono problematiche sempre in primo piano. A cominciare dall'enciclica del 1968, l'Humanae Vitae, nella quale si ribadì la condanna della Chiesa nei confronti della contraccezione.

Dolan risponde alle accuse di omofobia nei confronti della Chiesa. In questo settore è molto utile l'approccio dell'ortodossia affermativa: seguendo l'insegnamento di Giovanni Paolo II, è convinto che quello che conta è “chi siamo, non quello che facciamo”. C'è una frase meravigliosa nell'esortazione Pastores Dabo Vobis, “in cui si dice che la grande tentazione di oggi è di definire il proprio valore in base a quello che si fa e che si ha, non in base a quello che si è”.E a chi ha un comportamento omosessuale, il cardinale consiglia la castità, che interessa anche chi è sposato regolarmente. Il cardinale non ha problemi di accoglienza per chi pratica l'omosessualità:“è un errore trattare gli omosessuali come un caso particolare - per il cardinale - Sono molte le situazioni nelle quali le persone possono venire meno agli insegnamenti della Chiesa”. A questo punto dovrebbero far parte della Chiesa cattolica solo i santi o i figli dei santi. Tuttavia Dolan ribadisce che tutti sono benvenuti alla Messa domenicale anche i gay, ma nello stesso tempo devono sapere che parte di essa“è dedicata ad una chiara esposizione degli insegnamenti di Gesù così come li ha compresi la Chiesa nell'arco di duemila anni”. In particolare la dottrina sul matrimonio che può essere espresso tra un uomo e una donna. E pertanto,“qualsiasi altra forma di piacere sessuale al di fuori di esso è qualcosa al di sotto delle aspettative di Dio”. Dunque “preparati ad arrabbiarti quando ti parlerò del piano di Dio nei confronti della sessualità, perchè è anche questo parte del Vangelo, e non sarai totalmente a tuo agio nel sentire certe cose”.

All'interno del capitolo, “fede e politica”, il cardinale, affronta il tema della destra e della sinistra, del partito democratico e repubblicano. Dolan sembra prendere le distanze da entrambi gli schieramenti. Anche se sulla questione “fede e valori”, non si può negare che i repubblicani dovrebbero essere più vicini alle posizioni cattoliche. Il cardinale Dolan non è disposto a transigere sulla questione aborto,“è la prova del nove della fedeltà dei cattolici negli Stati Uniti”. Per Dolan la pratica abortiva, non sarà mai dimenticata, anche se in Europa, ormai da tempo non è tra i temi più importanti. Anche Dolan ribadisce una verità fondamentale sulla questione aborto.“Non voglio che il dibattito sull'aborto venga percepito come interessato solo ai cattolici, o ai vescovi cattolici, che tentano di inculcare nella gente la loro visione moralistica”. Dolan insiste, “è una questione di diritto dell'uomo, di diritto civile e giustizia sociale. E' qualcosa che rimanda ai principi fondamentali sui quali venne fondata questa repubblica”. Pertanto, “ogni nostra mossa che la faccia sembrare una 'questione cattolica' non fa altro che aumentare i cartelli: 'Allontanate i vostri rosari dal mio utero'. Dunque il cardinale è molto chiaro sull'aborto, sui matrimoni gay, “sono questioni di diritti dell'uomo, di legge naturale. In altre parole non stiamo cercando di imporre delle convinzioni religiose al resto del paese”. A questo proposito il cardinale è brillante quando sostiene: “se promuovessi un emendamento della costituzione che bandisse gli hamburger nei venerdì di Quaresima, allora potresti dire con tutte le ragioni che sto tentando di imporre gli insegnamenti cattolici alla società americana”. Per difendere la vita umana non devi essere un uomo di fede, un cattolico, o ebreo, basta essere americani. Ad un politico che gli chiedeva come poter far valere i valori cattolici sugli altri, il vescovo di New York gli risponde con un aneddoto:“se come politico cattolico favorisci delle leggi contro le rapine, starai tentando di imporre i tuoi valori cattolici sul resto del paese? No. E lo stesso vale sull'aborto”.

Peraltro sembra che il voto cattolico nelle ultime elezioni presidenziali americane, sia stato influenzato dalla questione aborto. La maggioranza dei cattolici statunitensi, ma anche gli evangelici, hanno votato per Trump, che nel suo programma si era dichiarato contro l'aborto, mentre la Clinton era favorevole, anche al nono mese, fino a un giorno prima della nascita del bambino.

Nela terza parte del testo, si approfondisce l'argomento, fede e vita cattolica. E' qui che il giornalista americano paragona Dolan a papa Giovanni Paolo II. Sono numerose le qualità in comune con il papa polacco: una certa personalità spavalda e coraggiosa, da duri, un senso umoristico, abilità innata nella comunicazione, una sorta di “rock star” di entrambi, un solido senso di identità, entrambi orgogliosi di essere americano e polacco. Ecco perché Allen confessa di aver pensato di intitolare il libro proprio il Wojtyla americano.

 

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