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Edizione N. 3

30 marzo 2012

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Roma - Un Convegno ricorda l'Unità d'Italia

Attualità

Il folto pubblico della sala della promoteca in Campidoglio

 

Nell'anniversario dell'unificazione politica della Nazione si è svolto a Roma, organizzato da Alleanza Cattolica, il convegno: “1861-2011. A centocinquant'anni dall'Unità d'Italia. Quale identità?” che ha costituito, anche per l'alto profilo culturale dei relatori, un'occasione per costruire quell'auspicata 'memoria condivisa' che da più parti in questi giorni viene invocata per il bene futuro del Paese. Ad aprire i lavori è stato Attilio Tamburrini, dell'associazione promotrice, che ha messo in evidenza come - fra le altre cose - l'unificazione della penisola realizzata dalla dinastia sabauda abbia prodotto tre ferite ancora vive nel corpo sociale e difficili da rimarginare, identificabili in tre grandi questioni aperte: una 'questione cattolica', una 'questione istituzionale' e una 'questione meridionale'. Alla prima di queste grandi questioni è stato dedicato l'intervento di Marco Invernizzi, docente di Storia del pensiero politico presso l'Università Europea di Roma, che ha subito distinto tra 'questione romana' e 'questione cattolica', due espressioni che invece spesso vengono utilizzate come sinonimi. A ben vedere, in realtà, la prima “esplode nel 1870 e si conclude poi nel 1929” (l'anno del Concordato tra Stato e Chiesa in Italia) mentre la seconda non si è mai conclusa, come dimostrano i recentissimi dibattiti pubblici sull'opportunità o meno che i cattolici partecipino (in quanto cattolici e portando le loro istanze tipiche) alla vita politica del Paese. Si tratta di un problema eminenemente “culturale” che non fu chiarito all'indomani dell'unificazione del 1861 e neanche dopo la presa di Roma (1870) cosìcchè a torto nel corso della storia i cattolici sono stati accusati di essere 'meno italiani' degli altri. Eppure, se c'era una cosa che poteva servire da collante al costituendo Regno d'Italia, questa era proprio la fede cattolica che aveva forgiato per oltre un millennio la Penisola. Le elìtes che guidarono il processo di unificazione, invece, tendenzialmente più laiciste che laiche, preferirono fare a meno del cristianesimo e del suo patrimonio arrivando anzi non di rado a sostenere e giustificare leggi e persecuzioni palesemente anticristiane.

Introvigne, Cantoni e Mantovano in platea

 

In realtà, come ha evidenziato il professor Mauro Ronco, docente di diritto penale presso l'Università di Padova, aprendo il dossier della 'questione istituzionale', il problema non era costituito dall'immaturità (magari religiosamente connotata) del popolo italiano, come vorrebbe far credere la citazione sempre riproposta di Massimo d'Azeglio (1798-1866): “fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani”. Gli italiani già c'erano, condividendo un idem sentire (spirituale e morale) e l'Italia pure, almeno dai tempi del poeta e 'padre' Dante Alighieri (1265-1321). d'Azeglio invece, con tutta evidenza, voleva intendere un'altra cosa: abbiamo fatto la (nostra) Italia, ora dobbiamo fare in modo che gli italiani ne sostengano le (nostra) fondamenta. Ovvero, una nuova nazione, caratterizzata da una nuova cultura, disegnata a tavolino. Fu così scelto un abito amministrativo, nella fattispecie il centralismo autoritario di stampo piemontese, modellato peraltro dallo Stato rivoluzionario di Francia, che di fatto oscurò, come pure è stato evidenziato da alcuni recentemente, le tante identità e realtà regionali e locali - nonché la loro naturale vocazione federalistica - che, nel Paese dei mille campanili, erano sempre state viste come una preziosa risorsa anziché come un problema. A seguire, Francesco Pappalardo, studioso del Risorgimento e direttore dell'ISIIN (Istituto dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale) ha affrontato la dibattuta 'questione meridionale' che di fatto non esiste nel 1861 e si aggrava invece sempre più di anno in anno in seguito a delle scellerate strategie politiche ed economiche del parlamento sabaudo che permetteranno anche l'instaurazione di nuove consorterie e clientelismi - gli stessi che, senza soluzione di continuità, costituiranno la base organizzativa della criminalità organizzata e daranno luogo ai ben noti 'fenomeni della malavita del Sud': dalla mafia alla camorra alla n'drangheta. Anche qui va evidenziato che la cd. 'questione meridionale' attiene più a un carattere culturale che economico e che se oggi si vuole finalmente uscirne – ha concluso Pappalardo – sarà bene rispettare le identità locali del Mezzogiorno (ferite e stravolte, certamente, ma non scomparse) piuttosto che favorire degli astratti processi di globalizzazione che, in ultima analisi, finiscono per  impoverire quegli stessi che si vorrebbe aiutare. La mattinata è proseguita con l'intervento della giornalista Marina Valensise, de il Foglio quotidiano, che si è detta ottimista sulla possibilità di arrivare a riconoscere una 'memoria condivisa' a livello nazionale, anche per il cd. Risorgimento, dal momento che – soprattutto gli ultimi anni – hanno visto affermarsi nuovi studi (Alberto Mario Banti, Gigi di Fiore, Gerlando Lentini) in grado di contribuire ad un accostamento più completo e meno ideologico verso la complessa storia dell'unificazione italiana. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha quindi concluso la prima parte dei lavori sottolineando anzitutto la necessità di coinvolgere gli esclusi di un tempo (cioè principalmente, ma non solo, i cattolici) nella ri-scrittura della memoria nazionale e, in secondo luogo, la possibilità che il centocinquantesimo offre per tornare alle radici del federalismo italiano, correttamente declinato come federalismo orizzontale (partendo dalla libertà d'iniziativa delle famiglie, ad esempio) sulle basi delle stesse indicazioni della Dottrina sociale della Chiesa.

La platea del Convegno

Il pomeriggio è stato caratterizzato dalla tavola rotonda a cui hanno partecipato Monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino - Montefeltro e gli onorevoli Alfredo Mantovano, Alessandro Pagano e Massimo Polledri. Con toni e sfumature diverse i tre esponenti politici hanno evidenziato il significato delle radici millenarie dell'Italia che trovano il loro fondamento soprattutto nell'inculturazione del Cristianesimo, nel ruolo svolto da Roma nei secoli e nella grandiosa tradizione artistica  culturale che ha forgiato l'identità della Penisola. Per questo, ha aggiunto Monsignor Luigi Negri, richiamando il magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, l'Italia non potrebbe allontanarsi dalle sue radici cristiane senza perdere anche se stessa: in un'epoca storica caratterizzata dalla “liquidità anche delle relazioni sociali” e dalla crisi del concetto stesso di identità a vari livelli (personale, familiare, sociale) chi altro potrà indicare la rotta da seguire se non la prospettiva, naturaliter universale, della Barca di Pietro?

La giornata è stata quindi conclusa dagli interventi del sociologo Massimo Introvigne e Giovanni Cantoni, Reggente nazionale dell'associazione promotrice del Convegno. Introvigne, collegandosi a spunti offerti dall'attualità politica, ha rievocato la storia del Partito d'Azione fondato nel 1942 - riprendendo il nome di una formazione repubblicana di Giuseppe Mazzini (1805-1872) - dai seguaci del giornalista e politico antifascista italiano Piero Gobetti (1901-1926). Ma perché tornare al Partito d'Azione se oggi non esiste più? La risposta è che l'ideologia di quel partito - l'azionismo, studiato a lungo non a caso dal principale filosofo cattolico del secolo scorso Augusto Del Noce (1910-1989) - è ancora in voga in molti ambienti culturali e, soprattutto nell'anniversario dell'unità d'Italia, torna clamorosamente sulla scena nazionale. La tesi di fondo è che l'Italia sia un Paese non al passo con la modernità per colpa – soprattutto – del nefasto influsso della Chiesa che ha impedito quella Riforma protestante che altrove ha avuto successo. Tuttavia, laddove non è riuscita la Riforma potrebbe riuscire oggi il 'relativismo', la nuova ideologia del XXI secolo che, soprattutto se sostenuta a livello 'istituzionale' potrebbe davvero trasformare in modo sostanziale i costumi del corpo sociale calando la rivoluzione dall'alto, dal piano legislativo. Affermare tutto ciò - ha concluso Cantoni - citando le parole dell'Arcivescovo di Genova e Presidente della Cei, Angelo Bagnasco, non significa rifiutare l'unità del Paese che è evidentemente un bene e va difesa ma piuttosto interpretarla secondo i giusti canoni storici: “cogliere il contributo cristiano rispetto al destino del nostro Paese richiede una lettura della storia scevra da pregiudizi e seriamente documentata, lontana dunque tanto da conformismi quanto da revisionismi. In effetti, ben prima del 1861 la nostra realtà italiana, per quanto frammentata in mille rivoli feudali, poi comunali, quindi statali, aveva conosciuto una profonda sintonia in virtù dell'eredità cristiana. Ne è prova assai significativa la persona di san Francesco d'Assisi, cui si lega il ripetuto uso del termine Italia, ancora poco corrente nel Medioevo. Proprio in relazione a  san Francesco, all'irradiazione della sua presenza, invece comincia ad avere sostanza quella che pure per lunghi secoli resterà soltanto un'espressione geografica, viva però di una corposissima identità culturale, spirituale e soprattutto religiosa. Accanto a san Francesco sono innumerevoli le figure - anche femminili, come santa Caterina da Siena - a dare un incisivo contributo alla crescita religiosa e allo sviluppo sociale e perfino economico della nostra Penisola. Da qui si ricava la constatazione che l'unico sentimento che accomunava gli italiani, a qualsiasi ceto sociale appartenessero era quello religioso e cattolico. Ed è questa la sua spina dorsale. Ma se l'anima si corrompe, allora diventa fragile l'unità del popolo, e lo Stato si indebolisce e si sfigura. [D'altronde] lo Stato non può creare questa unità che è pre-istituzionale e pre-politica, ma nello stesso tempo deve essere attento a preservarla e a non danneggiarla. Sarebbe miope e irresponsabile attentare a ciò che unisce in nome di qualsivoglia prospettiva”.

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