
Milioni di telespettatori hanno seguìto su Rai 1 le due puntate sul generale dei briganti Carmine Crocco e si sono appassionati all'intricata e struggente storia d’amore tra Carmine e Nennella, che si è intrecciata con il romanzo sentimentale di Mariano e Giuseppina. Per chi ama le vicende melodrammatiche, che così spesso vengono offerte al pubblico televisivo, lo spettacolo era assai gradevole – non foss’altro che per i paesaggi incantevoli, i pittoreschi costumi d’epoca e la trama movimentata –, in ogni caso più attraente delle interminabili serie importate da oltreoceano (da Beautyful a Sex and the City).
Resta però il fatto che il romanzo d’amore aveva come sfondo una delle pagine più importanti della nostra storia moderna: lo sbarco di Garibaldi nel Meridione, il compimento dell’Unità d’Italia e l’esplosione del grande brigantaggio del 1861-1864. Da storico, ho apprezzato l’idea di coniugare, intrecciandoli sapientemente, destini individuali e vicende storiche. Ma hanno saputo il regista e gli sceneggiatori evocare con saggezza la storia del Risorgimento nel Mezzogiorno d’Italia e rappresentare in maniera attendibile personaggi vissuti realmente? Man mano che le scene si susseguivano, una dopo l’altra, una più avvincente dell’altra, un sentimento di amarezza e incredulità invadeva chiunque avesse un po’ di conoscenza dei fatti. La vicenda narrata si svolse, quasi tutta, nella zona del Vulture-Melfese, oggi provincia di Potenza. Ma perché gli attori, a cominciare dal bello e bravo Daniele Liotti, parlano con un marcato accento napoletano? Crocco era di Rionero in Vulture, Ninco-Nanco di Avigliano. Entrambi parlavano il dialetto lucano di quelle parti, peraltro bellissimo, che è molto diverso dal campano.
Ma non è l’accento dialettale la sola, o la maggiore, nota falsa dello sceneggiato. L’intera vicenda storica del Risorgimento in Basilicata, che fa da sfondo ai travagli sentimentali dei protagonisti, viene semplificata e appiattita fino all’inverosimile. Eppure, i fatti reali che ebbero luogo a Corleto Perticara e in altri paesi della Basilicata, nell’estate 1860, sono una delle pagine più belle, purtroppo sconosciute, del Risorgimento nazionale e si prestano benissimo ad una avvincente rievocazione televisiva: basti pensare alla generosa partecipazione del clero locale al moto risorgimentale. La complessa e tragica vicenda del brigantaggio postunitario, del quale Crocco fu il massimo protagonista, è anch’essa semplificata oltre misura e rappresentata in maniera oleografica e zuccherosa.
Ma è proprio il protagonista principale, il generale dei briganti Carmine Crocco, ad apparire – non solo per il suo accento napoletano – lontanissimo dalla realtà storica e da ogni verosimiglianza. Per esempio, ancora una volta viene raccontata con dovizia di particolari la vecchia favola della sorella Rosina, insidiata e sfregiata dal libidinoso nobilotto locale. La vita di Crocco, dalla nascita alla morte, fu già di per sé un tragico romanzo, pronto per esser messo in scena. Basta leggere con attenzione i molti documenti che ne parlano - dalle testimonianze e autobiografie agli atti del processo di Potenza. Se gli autori dello sceneggiato vi si fossero ispirati, avrebbero prodotto un’opera non solo più veritiera, ma persino più affascinante e toccante di quella che i telespettatori hanno visto il 12 e il 13 febbraio.
Ettore Cinnella
Professore di Storia Contemporanea dell'Università di Pisa e autore della biografia Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari

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