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Martedì, 17 Settembre 2019

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Raccontare il martirio, o le persecuzioni dei cristiani fa bene, lo sostiene il giornalista americano Rod Dreher nel suo libro “L'opzione Benedetto” (San Paolo, 2018). Riportare «le storie di uomini e donne coraggiosi che patirono tormenti fisici e morirono piuttosto che tradire Cristo […] Questi martiri sono dei nostri e hanno lezioni importanti da insegnarci – lezioni che abbiamo un disperato bisogno di ascoltare». E se fa bene sentire le storie del martirio passato, figuriamoci di quello che riguarda il nostro tempo che stiamo vivendo. Anche se per la verità, sentire parlare di martirio non è adatto all'euforia ottimistica di certi ambienti cattolici. Infatti non sentirsi bersaglio come in tanti Paesi del mondo, «può renderci pigri, più propensi a ignorare che in molte parti del mondo dichiarare la propria religione è un atto di coraggio, che può portare alla morte», scrive Barbara Serra di Al Jazeera English, nella prefazione all'ottimo e documentato libro di don Luigi Ginami, «Dove i cristiani muoiono», pubblicato da San Paolo (2018).

Don Luigi è presidente della Fondazione Santina Onlus, che cura progetti di adozione a distanza e realizzazioni in ogni parte del mondo. In questa veste ha raccolto le testimonianze dirette e uniche di uomini e donne in quattro diverse missioni compiute in Kenya, poi in Iraq e in Palestina. Anche don Luigi è convinto che sia importante raccontare la vita dei cristiani sofferenti e perseguitati oggi. «Questi viaggi di solidarietà mi fanno aprire la porta e uscire fuori. E fuori ti accorgi che la gente vive il Calvario». Anche se poi il sacerdote aggiunge una profonda riflessione che vale per lui, ma anche per tutti noi che viviamo in Occidente. «Parliamo si, del Calvario di Gesù, ma nel frattempo ci costruiamo una bella stanza piena di cose che ci rendono la vita comoda».

Don Ginami inizia il suo viaggio in Kenya il 16-23 febbraio 2017 a Dadaab, presso il più grande campo profughi dell'ONU del mondo (circa 360.000 persone). Qui ci sono profughi della vicina Somalia, del Sudan, del Sud Sudan e dell'Uganda. Il sacerdote insieme ai suoi collaboratori, ascolta storie e raccoglie testimonianze. Il campo di Dadaab, «accoglie vittime di violenze fisiche e psicologiche, di stupri di massa, di mutilazioni genitali femminili legate alla cultura tribale – scrive padre Gigi – accoglie persone che hanno gli occhi sbarrati dal dolore, che nel loro corpo portano orribili segni di tortura: tagli, bruciature, ossa rotte in più parti, cicatrici sulle mani, sui fianchi, sulla schiena, sulle gambe, sulla pancia».

In questa realtà di terrore e di dolore, c'è un fatto incontestabile: gli uomini e le donne più perseguitate sono i cristiani, che sono visti con odio da una parte consistente del mondo musulmano. Di conseguenza, «essere cristiano a Dadaab significa essere doppiamente perseguitato: a motivo della guerra, o delle guerre tribali, e a motivo dell'odio religioso». Su 360.000 profughi, il 9% è cristiano, si tratta di una minoranza che non dovrebbe fare paura a nessuno, invece muoversi nel campo, per un cristiano è rischioso. Don Gigi, racconta la testimonianza di dolore di Gladis, cristiana del Sud Sudan, quando era studente, ogni volta che entrava in classe, i musulmani imponevano la preghiera coranica. Una volta si è rifiutata e la misero in prigione, torturandola. «Mi ponevano davanti un foglio sul quale dovevo sottoscrivere l'abiura del cristianesimo». La donna si è rifiuta e per questo è stata picchiata e stuprata più volte dai soldati. Un'altra storia significativa è quella di Antoine, il catechista fiero di essere cristiano. Per questo ha rischiato di morire, è stato investito da una motocicletta, gli hanno rotto tutte le ossa, passando sul suo corpo per ben tre volte. Secondo Antoine, in questo campo Al Shabaab, l'organizzazione terroristica islamista, ha programmato l'uccisione dei 148 studenti all'Università di Garissa.

Ecco il 2° viaggio di don Gigi a Garissa, dove c'è stato il massacro dei giovani studenti cristiani, il 2 aprile 2015.

Per il sacerdote quei poveri studenti uccisi barbaramente dall'odio islamista sono dei veri e propri martiri. Nel libro si racconta dettagliatamente l'emozionante pellegrinaggio del religioso presso i locali dell'università del Kenya. Don Luigi entra nei particolari della macabra esecuzione dei poveri ragazzi. Nelle aule, nelle stanze, ancora si possono trovare i suppellettili utilizzati dai ragazzi martiri. Nei visitatori cresce la commozione, gli occhi sono pieni di lacrime. Tocca a don Luigi celebrare la prima messa dopo la strage. «Oggi torna - scrive don Gigi - a scorrere il sangue, in quest'aula, ma è il sangue presente in un calice e, in virtù dell'eucarestia che celebro, ci rende presente il sangue di Gesù e il suo sacrificio».

Tuttavia don Gigi assicura i lettori che «la fede cristiana deve ripartire da Garissa come in passato ripartì da Roma, come altri luoghi in cui si massacrano i cristiani, è un faro di luce per tutti noi. La terribile debolezza di 148 ragazzi proclama la granitica fede in Dio e nella sua parola e proclama il fatto che i cristiani reagiscono al martirio porgendo l'altra guancia, che i cristiani perdonano chi spappola i loro crani, che i seguaci di Gesù sono pazzi fino al gesto supremo dell'amore per i loro nemici».

Il libro si sofferma sui particolari dell'esecuzione dei studenti, la maggior parte di loro sono stati giustiziati, nel dormitorio Elgon B e qui che gli uomini di Al Shabaab, armati con fucili pesanti, li hanno uccisi, perlopiù tramite decapitazione (si tagliava la carotide, far uscire fiumi di sangue e solo dopo staccare violentemente la testa). Lo ha raccontato un professore cattolico sfuggito alla strage.

Ma i giovani a Garissa non morivano solo sgozzati, ma anche con «proiettili a espansione: un terribile modo di uccidere, teso semplicemente ad ammazzare, ma soprattutto a sfigurare i martiri. […] La munizione a espansione causa la frantumazione della scatola cranica in mille pezzi». Si tratti dei fucili d'assalto AK47. Interessante il racconto di uno studente cristiano Nicholas, si è salvato perchè ricordava a memoria una sura del Corano, imparata da suo zio. Infatti i jihadisti invitavano gli studenti a recitare a memoria un brano del Corano, chi faceva scena muta era freddato.

Don Gigi è riuscito ad avere quattro bossoli vuoti, probabilmente hanno ucciso i poveri studenti. Con profonda emozione, don Gigi custodisce accuratamente questi oggetti, trattandoli alla stregua delle “reliquie”. Negli altri viaggi ne raccoglie altre , soprattutto quando visita la Piana di Ninive.

A questo punto il sacerdote si domanda come rendere concreti i volti di questi ragazzi, che meritano di essere ricordati come sono ricordati i tanti martiri della Chiesa primitiva, delle grandi persecuzioni al tempo dei romani. Ecco viene trovato un sms di Janet, una ragazza innamorata di 22 anni, che prima di morire scrive al proprio ragazzo: “Amore, stanno venendo per noi, siamo i prossimi, dove è l'esercito che ci aiuti? Stiamo per essere uccisi. Se non dovessimo più vederci amore sappi che ti amo tanto. Ciao e prega per noi...Dio ci aiuti!”. Un piccolo poema d'amore struggente. Una dichiarazione d'amore, di una splendida e bella ragazza di 22 anni, davanti all'odio implacabile degli aguzzini islamisti. Una morte orrenda, ma «Quelle parole, quel semplice testamento di una vita nel suo sbocciare,- per il sacerdote bergamasco -  riservano un posto d'onore a Dio e io penso che Dio, il 2 aprile 2015, abbia riservato un posto d'onore alla sua Janet e ogni tanto mi trovo a invocarla, a chiederle il suo aiuto e la sua forza».

Questa ragazzina fragile e spaventata, morta per il Signore è semplicemente un gigante. «Del resto - scrive don Ginami – tutti i martiri e testimoni nella storia della Chiesa sono stati fragili e deboli, ma con la loro vita hanno saputo gridare che “Quando sono debole è allora che sono forte”».

E' proprio in questi particolari, entrando nella vita di questi martiri, che si ha la conferma che conoscerli, a noi cristiani fa tanto bene, e se poi ci capita di toccare qualche frammento che appartiene a loro, questo diventa «un potente farmaco contro la vita dissipata che tutti viviamo in Europa». Pertanto, «toccare con mano il loro sangue, accarezzarmi con il loro sangue la fronte mi rende partecipe della loro storia».

Avvicinandoci ai martiri di Garissa, non possiamo che baciare fisicamente il Vangelo di Giovanni, quando dice: “Verrà l'ora in cui vi uccideranno ed uccidendovi penseranno di rendere gloria a Dio” (GV 16,2)

Il viaggio di don Ginami continua in Iraq, nella città devastata di Mosul, qui racconta gli orrori della guerra degli uomini neri di Daesh, il cosiddetto stato islamico dell'Isis.

Anche qui il religioso constata che si muore per Gesù e allora è meglio scappare, come stanno facendo i cristiani in tutto il Medio Oriente.

In Iraq, il sacerdote ascolta i racconti del terrore islamista, in particolare quello dei bambini. In un campo di rifugiati dell'UNCHR, Al Dawidiya Refugee Camp, si affida al racconto di Nasren, una ragazzina yazida. «In Europa nessuno immagina cosa provi un piccolo iracheno, cosa provi una ragazzina di soli undici anni davanti alla follia! Quanti piccoli hanno devastato, quei criminali, con il loro terrore?».

Qui don Luigi apre una parentesi medica sui risvolti patologici delle violenze brutali subite dai piccoli, dai bambini, sui disturbi post-traumatici da stress. E a proposito dell'etnia yazida, don Gigi evidenzia la violenza che si è abbattuta sulle donne rese schiave.

Interessante il racconto del religioso nella sua avventura in città a Mosul, accompagnato da Ivan, un giovane cristiano, munito di pistola, pronto a utilizzarla. Il sacerdote è consapevole che per poter visitare i quartieri pericolosi della città è necessario girare armati. A Mosul non ci sono più cristiani, sono fuggiti, quando la città è stata occupata dall'Isis. Colpiscono le numerose scritte farneticanti dei jihadisti sui muri delle case ma anche nelle chiese profanate.

Abbastanza surreale e da brividi la santa Messa che padre Ginami celebra in una chiesa diroccata di Mosul, praticamente si trovano soli in tre. E' la prima messa che si celebra qui dalla liberazione dall'Isis. A Mosul che si sente il rumore della guerra. Il viaggio nella Piana di Ninive diventa un vero pellegrinaggio tra i villaggi abbandonati dai cristiani. «E' stato un pellegrinaggio di tristezza e di riflessione. Un momento di revisione profonda in paesi devastati dai serpenti velenosi di Daesh». Per certi versi il sacerdote ha descritto una specie di geografia dell'orrore, anche qui raccoglie e li porta a casa frammenti di croci, pezzi di statue di madonne. «Il valore materiale di questi ricordi è nullo, ma il loro potere spirituale è terribile: sono reliquie davanti alle quali pregare con intensità».

A questo punto don Ginami si interroga: ma perchè il mondo perseguita i cristiani? Probabilmente la risposta sta nel Vangelo: «il mondo odia i cristiani per la stessa ragione per cui ha odiato Gesù, perchè Lui ha portato la luce di Dio e il mondo preferisce le tenebre per nascondere le sue opere malvage».

A don Gigi vengono in mente le parole di Papa Francesco, nell'Angelus del 26 dicembre 2016, nel giorno di santo Stefano: «Anche oggi la Chiesa, per rendere testimonianza alla luce e alla verità, sperimenta in diversi luoghi dure persecuzioni, fino alla suprema prova del martirio […] io vi dico una cosa, i martiri di oggi sono in numero maggiore rispetto a quelli dei primi secoli [...]».

Il testo del sacerdote si conclude con l'esperienza nel cuore dei conflitti medio-orientale, nella Striscia di Gaza, in Palestina. La città rappresenta un mosaico di orrore. Anche qui, tra le contese di Hamas e al Fatah si racconta l'estrema difficoltà di vivere da cristiani.

Parata di stelle, sull’Isola Tiberina, per la II edizione del "Premio Luciano Martino - La Camera d'oro" che si è svolta a Roma lo scorso 25 luglio 2019.
Nella piazzetta gremita di gente, erano presenti anche Carlotta Bolognini, figlia e nipote d’Arte e Gabriella Giorgelli, ovvero gli occhi più verdi e trasparenti del cinema italiano, musa di Fellini che ha premiato un elegante Lando Buzzanca, tra i mostri sacri del grande schermo che hanno impreziosito il parterre del Premio Luciano Martino, organizzato da Olga Bisera sua ultima compagna, ideato insieme a Luca Pallanch  e Steve Della Casa e coordinato da Anita Madaluni e Francesca Piggianelli.
Una carrellata di nomi che, visti uno di fianco all’altro, hanno calamitato il folto pubblico accorso sull’Isola Tiberina nella più nostalgica delle  atmosfere di Cinecittà.
Una serata aperta da Daniela Cecchini e condotta in tandem con Ottavia Fusco Squitieri, coppia artistica oramai collaudata sin dalla passata edizione, affiancata dall’intramontabile charme della madrina Barbara Bouchet.
Un evento nato  per omaggiare la geniale figura del regista-produttore Luciano Martino, padre della commedia sexy italiana, rappresentato da una originale scultura ideata e realizzata da Mauro D’Amico e Mario Fiaschetti. 
Il Premio Luciano Martino nel corso della serata ha assegnato diverse Targhe d’Oro: dalle mani di Isabel Russinova ad Andrea Paris e Matteo Rovere come Migliori Produttori; da Martine Brochard a Fulvio Lucisano come Produttore Emerito ed infine da Elisabetta Pellini a Simone Isola come Produttore Emergente.
Ed ancora,  riconoscimenti particolari a due colonne del grande schermo come George Hilton, spentosi purtroppo tre giorni dopo l'evento, al quale è stata assegnata la Targa d’Oro alla Carriera, consegnata da  Antonella Salvucci e ritirata dalla sua amica Carlotta Bolognini e Targa d’Oro per il Contributo al Cinema italiano consegnata da una abbronzatissima ed  affascinante Gabriella Giorgelli a un Lando Buzzanca emozionatissimo e sempre charmant, presente all’evento con il figlio Massimiliano.
Esordio ed originale novità di questa seconda edizione, che ogni anno sarà assegnato ad un artista amante della nostra Settima Arte: il Premio Fan Internazionale del Cinema Italiano, dedicato a Drena De Niro e ritirato da Barbara Bouchet.
Presenti, oltre a una parte del Comitato artistico del Premio, come Antonella Lualdi con la figlia Antonella Interlenghi, Pippo Franco e consorte, Saverio Vallone, Vassili Karis, tanti volti noti scorti fra i presenti: Enrique Del Pozo, Graziano Marraffa, Adriano Aragozzini, Lino Patruno, Alex Partexano, Igor Maltagliati, Antonio Giuliani, Marcos Vinicius, Maria Cristina Moglia,Vassili Karis, Franco Micalizzi, Elisabetta Pellini, Daniel Camargo, Nicola Trambusti, Conny Caracciolo. E tanti, tanti altri.
Soddisfazione per  Giorgio e Joanna Ginori ed anche per Sabina Massetti dell’ANICA e per il CSC - Centro Sperimentale di Cinematografia: i due enti hanno concesso il loro patrocinio all'evento.
Quindi, passione per il cinema, amarcord e tanto pubblico hanno caratterizzato questa II edizione del Premio dedicato allo straordinario cineasta Luciano Martino.

«Gli indiziati sono stati individuati e interrogati dai magistrati nel rispetto della legge». Così il procuratore aggiunto di Roma, Michele Prestipino, durante la conferenza stampa sul caso dell'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. «Gli interrogatori sono stati effettuati con tutte le garanzie difensive - spiega -, alla presenza dei difensori, dell'interprete e previa lettura di tutti gli avvisi di garanzia previsti dalla legge. Gli interrogatori sono stati anche registrati».

Accerteremo i fatti «senza alcun pregiudizio e con il rigore già dimostrato da questa procura in altre analoghe vicende». Lo ha detto il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino nella conferenza stampa sull'omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega in merito alla foto di Natale Hjorth bendato e ammanettato. «La procura - ha aggiunto - ha già avviato le indagini per accertare quanto accaduto, per consentire la più adeguata qualificazione giuridica e per individuare tutte le responsabilità».

«Stop presunte ombre e misteri». «Vorrei esprimere disappunto e dispiacere per le ombre e i presunti misteri che sono stati sollevati e diffusi in merito a questa vicenda». Lo ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Francesco Gargaro, nella conferenza stampa sull'omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. «La ricostruzione attenta e scrupolosa ha dimostrato la correttezza e regolarità di questo intervento - ha sottolineato -, analogo e ricorrente nella città di Roma».

L'arma che ha colpito per 11 volte Mario Rega Corciello è a "lama fissa lunga 18 centimetri tipo 'Trench knife' Ka-Bar Camillus con lama brunita modello marines con impugnatura di anelli di cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito".

A riportarlo è il Gip nell'ordinanza che ha disposto la custodia cautelare in carcere per Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth, accusato dell'omicidio del carabiniere a Roma. Le carte  hanno chiarito alcuni punti su quanto successo quella notte e aperto nuovi interrogativi .

Di certo c'è l'arma del delitto, ritrovata dai militari nel contro soffitto dell'hotel di lusso dove i due presunti assassini si sono rifugiati dopo i fatti. A utilizzarlo, si legge nell'ordinanza, è stato lo statunitense Finnegan Lee Elder. Mentre a nasconderlo sarebbe stato Natale, perché "preoccupato per il mio amico".

Si tratta di un coltello per combattimenti corpo a corpo, in dotazione ai marines statunitensi sin dal 1942, quando prese il posto dei vecchi pugnali da trincea in bronzo o in lega della Prima guerra mondiale, ritenuti ormai inadeguati. Per trovarne alcune foto basta andare su internet e viene venduto anche su Amazon. A produrlo per prima fu la Camillus Cultery di New York, che ne sfornò più di un milione.

Durante la guerra, i militari Usa preferivano portarsi da casa un coltello piuttosto che uitilizzare quelli in dotazione. E così la Difesa americana decise di cambiare fornitura. Così si arrivò al pugnale Ka-bar, considerato più maneggevole, multiuso (sia in combattimento che per altri utilizzi) e con una lama robusta.

Il nome del coltello deriva da una lettera inviata da un cacciatore alla Camillus per per tessere le lodi dell'arma con cui era riuscito a uccidere un orso che lo aveva aggredito. Tra le poche parole ancora leggibili nella lettera, per l'appunto, 'k a b ar' da 'kill a bear': uccidere un orso. Ora il termine Ka-Bar viene utilizzato per indicare genericamente il tipo di coltello, indipendentemente dall'azienda che lo produce.

Intanto Eliana Frontini che ha scritto un post indecente su facebook sulla morte del Carabieniere si è scusata, ma rischia comunque il posto di lavoro al liceo Pascal di Romentino, in provincia di Novara.

E ora la docente si difende e sostiene di non avere scritto lei quella frase brutale e senza rispetto nei confronti della vittima e della sua famiglia. "Io ho 50 anni, non sono mai stata una 'testa calda', ho alle mie spalle trent'anni di lavoro. Guardate per favore il mio curriculum e decidete se è la stesa persona che poteva scrivere quel post", la tesi, snocciolata all'Adnkronos, dall'insegnante piemontese.

Dunque, la prof continua così: "Io ho sempre sostenuto di non aver scritto quel post e per fortuna chi lo ha scritto ha telefonato a un giornalista assumendosi tutte le responsabilità. Purtroppo i media sono molto veloci, se le cose fossero andate più lentamente questa gogna mediatica si sarebbe potuta risparmiare".

"Ho alle mie spalle trent'anni di lavoro, prima in municipio e poi a scuola, senza la minima macchia. Da quasi trent'anni sono presidente di seggio nominata dalla corte d'Appello di Torino. Mai assenze sul posto di lavoro, mai parlato di politica o di argomenti sconvenienti in classe.

Intanto nomi sbagliati, topografie impazzite: ad aumentare il caos nell'inchiesta sulla morte del carabiniere Mario Cerciello Rega arriva ieri l'ordinanza di custodia in carcere spiccata dal giudice Chiara Gallo nei confronti di Gabriel Natale Hjorth e di Finnegan Elder, i due giovani americani accusati di omicidio volontario

In una sua ricostruzione il quotidiano il Giornale costruisce cosa potra essere successo la notte che e morto il vice Brigadiere : una ordinanza piena di incongruenze, in cui è impossibile distinguere i lapsus figli della fretta dalle reali incertezze su come siano andati i fatti. Basti pensare che a pagina 3 si dice che gli americani danno appuntamento al derubato, Sergio Brugiatelli «in via Belli», cioè a Trastevere, mentre l'incontro avviene a Prati. Anche a pagina 4, quando si racconta l'aggressione, si dice che Cerciello e il suo collega di pattuglia Andrea Varriale «lasciano Brugiatelli nei pressi dell'auto di servizio in sosta presso via Belli»; invece due pagine dopo Brugiatelli dice di essere stato lasciato dietro piazza Cavour, e infatti sente chiaramente le urla seguite all'uccisione di Cerciello.

Insomma, secondo il quotidiano un pasticcio sintomatico del caos in cui si muove l'inchiesta. La sciatteria degli atti amplifica le incongruenze vere, i tanti dettagli che non collimano, i buchi neri. Ieri ne salta fuori un altro. Si scopre che Varriale già alle 01,19 si era trovato faccia a faccia con Brugiatelli, in piazza Mastai, convocato per dare la caccia a uno spacciatore che era scappato. Verosimilmente si tratta di Italo Pompei, lo stesso che tira agli americani il «bidone» a base di tachipirina che innesca tutto il dramma. Domanda inevitabile: dov'è in quel momento Cerciello? Perchè viene precettato solo Varriale, inferiore in grado, e lui no? Per quello che se ne sa finora, i due carabinieri erano di pattuglia insieme, in un servizio anticrimine a Trastevere. Ma qual era la catena di comando? A convocare Varriale in piazza Mastai è il maresciallo Sansone, suo superiore gerarchico della stazione di piazza Farnese. Invece a precettare Varriale e Cerciello un'ora dopo per tendere la trappola agli americani - che risulterà fatale al vicebrigadiere - è la centrale operativa del Nucleo radiomobile. Perché? La risposta ufficiale è: serviva ovviamente personale in abiti civili. Ma dal verbale di Pompei si scopre che altri carabinieri in abiti civili erano già entrati in scena due ore prima: in piazza Mastai «giungeva un motociclo di colore nero con due persone che si qualificavano come appartenenti all'arma dei Carabinieri», quindi evidentemente non erano in divisa. Che fine fanno i due in moto nella fase successiva? Perché al loro posto devono subentrare Cerciello e Varriale?

Il racconto di Varriale come scrive il giornale della fase finale solleva anche domande sulle modalità operative. Alle 2,30 Brugiatelli ha parlato in presenza sua e di Cerciello, col telefono in vivavoce, con i due americani, dandosi appuntamento in via Cesi, sotto il loro hotel, per lo scambio borsello-soldi. I due carabinieri fanno salire l'uomo sull'auto civetta con loro, ma posteggiano a duecento metri di distanza dal luogo dell'incontro: lasciano Brugiatelli accanto all'auto e proseguono a piedi. Perché non lo portano con loro, perché non mandano lui coprendogli le spalle? Così facendo rinunciano alla chance, apparentemente ovvia, di lasciare che Brugiatelli consegni i soldi e di intervenire dopo arrestando i ricattatori in flagranza; rischiano addirittura di non riconoscere gli americani (Varriale dirà di averli individuati solo per «l'atteggiamento guardingo e sospettoso»), o che loro si allontanino.

Tutto,come scrive il Giornale, riporta alla domanda: perché proprio la coppia Cerciello-Varriale fu incaricata, o si incaricò, di sbrigare la parte finale della pratica, la più delicata e come si è visto la più pericolosa ? Se c'è un non detto, in questa vicenda, ci sono almeno due persone in grado di portarlo alla luce. Uno è Brugiatelli, questa improbabile figura di mezzano di spacciatori che di Trastevere, delle sue dinamiche di sbirri e di soffiate, sa molto. L'altro è Varriale, il compagno di pattuglia di Cerciello, quello che ne ha tamponato le ferite mentre agonizzava sull'asfalto. Chi sarà, dei due, a fare un po' più di luce  ?

 

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