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Martedì, 12 Novembre 2019

Perchè ho letto il libro di Matteo Grandi, «Far Web. Odio, bufale, bullismo. Il lato oscuro dei social»? Perchè sono un frequentatore, uno che utilizza molto il web, la rete, tra l'altro ho aperto anche un mio blog. Tante cose che ha scritto Grandi li condivido, tante altre un po' meno. Far Web è stato pubblicato da Rizzoli nel 2017, ed è attualissimo. L'autore per evitare equivoci anticipa subito: non è internet, la rete, i social che fanno male, sono gli utenti che fanno un uso distorto. Però è evidente che gli insulti, le discriminazioni di ogni genere, l'istigazione alla violenza, l'omofobia, fake news, reveng porn, sono manifestazioni che la Rete, in particolare i social media amplificano la loro portata. Tuttavia oggi parlare male dei social è diventato lo sport nazionale, lo fanno tutti, la gente comune, i giornalisti, i politici.

Il libro di Grandi tenta di osservare il fenomeno per tentare di capire quanto i social network siano davvero inquinati e in quali termini si ponga realmente la questione.

«Sul fatto che oggi l'odio divampi online, e insieme all'odio tutta una serie di derive – che vanno dalla discriminazione alla misoginia, dall'istigazione alla violenza all'omofobia, dalla creazione di gruppi chiusi in cui vengono fatte circolare immagini di donne ignare sotto alle quali orde di maschi allupati vomitano commenti della peggior specie fino alla piaga del revenge porn, ovvero la messa online a scopo di vendetta di immagini intime della propria ex – ci sono pochi dubbi».

Grandi è consapevole che i social media sono diventati una specie di valvola di sfogo dove vengono scaricate rabbia e frustrazioni di ogni sorta. Sul web con disarmante disinvoltura, vengono insultati persone, politici, sportivi, personaggi pubblici, che hanno la sola colpa di avere opinioni diverse. Un altro fattore grave è che sui social da tempo giungono fake news che intossicano il dibattito civile.

Secondo Grandi c'è l'idea diffusa che la rete per molti sia una specie di zona franca, «un Far Web in cui non esistono regole, in cui vale tutto, in cui vige l'impunità e dove è molto più pratico farsi giustizia da sé. Questa illusione contribuisce troppo spesso a far saltare i freni inibitori e a trasformare la libertà di pensiero in libertà d'insulto».

Di fronte a questa situazione ci sono quelli che condannano la rete e mettono all'indice i social. Si auspicano leggi per “fermare l'odio su internet”. Pochi sono quelli che veramente intendono studiare e comprendere il fenomeno nella sua complessità. Soprattutto pochi sono quelli che ricordano una ovvietà: «i social network sono fatti di persone». Pertanto il problema non è lo strumento della rete, ma gli individui che la popolano. Pertanto ad odiare non è il web, ma gli utenti.

Certo il fenomeno è preoccupante, ma estremamente complesso, per questo serve porsi alcune domande. E' colpa della rete se la gente odia? Se gli utenti ignorano la grammatica dei social media? Quali sono i rischi dell'amplificazione? Chi sono i cosiddetti “webeti”? E poi siamo disposti a sacrificare la libertà d'espressione per portare avanti la crociata contro l'odio online? Il bullismo online è più o meno pericoloso delle forme di bullismo tradizionale? Le piattaforme possono e devono migliorare sul fronte dei controlli e della rimozione dei contenuti offensivi o se ne possono lavare le mani? Esistono vuoti da colmare con leggi ad hoc per internet o le leggi già esistono? E se le leggi esistono perchè non si applicano? Le fake news si possono contrastare?

Sono domande tutte interessanti che il giornalista pone all'attenzione del lettore. Anche se Grandi è consapevole che con il suo libro non risolve la questione: «il nostro scopo non è quello di risolvere un problema complesso e pieno di risvolti etici, giuridici, sociali, politici e tecnologici; ma è piuttosto quello di mettere in luce, di osservare un fenomeno e le sue sfaccettature senza pregiudizi, descrivendolo attraverso numeri, opinioni e storie significative».

Far Web non è un manuale dogmatico, ma un invito alla riflessione, senza dimenticare, e Grandi lo precisa: «i social network, pur con le loro derive, sono uno strumento prezioso. E che, pertanto, non si possono criminalizzare a cuor leggero, senza aver fatto a monte un doveroso bilancio fra vantaggi e svantaggi».

Tuttavia è importante capire perchè tanti individui fanno un uso distorto dei social media. «Perchè molti vivano online una sorta di riconfigurazione della personalità che li rende disinvoltamente offensivi, oltraggiosi e violenti; perchè in rete si sfoghino con tanta disinvoltura odio, rabbia, invidia e frustrazioni».

L'autore prima di entrare nel merito del fenomeno puntualizza che per certi versi lui non intende condannare il diritto all'odio. Tutt'altro, «odiare è legittimo, comprensibile e talvolta necessario. Ma anche l'odio dev'essere consapevole. Non può alimentarsi di bufale, di post verità o di pre bugie. Non può trasformarsi in diffamazione. Non può avere derive discriminatorie o razziste». Secondo Grandi, «l'odio è un sentimento troppo nobile per essere lasciato appannaggio del primo cretino di turno»

I vari capitoli del libro sono ricchi di esempi tratti dalla cronaca recente, soprattutto si sofferma sull'odio nei social media. A questo proposito inizia a raccontare l'episodio di Vasto, dove il fidanzato vendica la propria ragazza morta a causa di un “pirata” della strada. I tanti interventi sui social secondo Grandi hanno alimentato l'odio del ragazzo e per certi versi lo hanno spinto a farsi giustizia da se. Esistono diversi tipi di odio, verso gli immigrati, gli stranieri, per le donne (con istigazione allo stupro e a violenza di ogni sorta), l'odio per i cantanti, per i musulmani, per i ricchi, per i politici, per i gay, per i siciliani, i napoletani, per i giornalisti, per le religioni, per i neri, per i tedeschi, per i francesi e via di questo passo, basta andare su facebook.

Certo le forme di odio ci sono sempre state, ma ora perchè dalla vita “reale” emergono in quella “virtuale”? «Che cosa sta trasformando il web in una sorta di realtà parallela vissuta da molti utenti come una terra di nessuno?». Che cosa porta le persone a mettere un like a certe pagine su facebook.

Naturalmente il libro dà una descrizione abbastanza tecnica delle tre principali piattaforme social: Facebook, Twitter e Instagram. Trovo interessanti le riflessioni tecniche su Wikipedia, considerata da molti come una sorta di Bibbia, tra l'altro è l'enciclopedia più consultata al mondo, per la verità io non la consulto quasi mai.  Comunque sia Wikipedia, secondo Grandi, presta il fianco a inesattezze che possono ingenerare delle vere e proprie bufale. Prendere per buono un fatto riportato su Wikipedia e divulgarlo come se fosse una notizia verificata può giocare brutti scherzi. Non sapevo che intervenire su questa sorta di enciclopedia online potesse accedere chiunque, scrivendo o cancellando a piacimento. Certo poi ci sono gli amministratori, che controllano, ma sono pochi e tutti volontari, eletti dalla community.

Grandi fa numerosi esempi di uso distorto dei social, sia a livello individuale che di gruppo (il cosiddetto branco). Appronta una specie di rotocalco dell'odio. Fa riferimento all'hate speech, il veleno che intossica il web, l'intolleranza che si fa linguaggio quotidiano. E' il motore che genera le peggiori derive della rete, si parte dall'insulto per arrivare all'incitamento all'odio vero e proprio. Propone delle varie esperienze delle segnalazioni a Facebook su certi contenuti palesemente contrari agli standard della comunità, in quanto attacchi espliciti e violenti contro persone, o gruppi di persone, su base etnica, razziale o religiosa. Grandi pubblica dati numerici di esclusi, o rimossi. Peraltro per Grandi i risultati sono alquanto insufficienti, sono pochi quelli che vengono perseguiti. Il giornalista fa riferimento al “Guardian”, che ha messo le mani su diversi manuali destinati ai moderatori che controllano le segnalazione degli utenti, «il giornale britannico - scrive Grandi - ha svelato un universo per certi aspetti controverso e discutibile circa il controllo di violenza, odio, pornografia e razzismo. A gestire le operazioni ci sarebbe un piccolo esercito di persone che spesso non riesce a prendere decisioni tempestive e corrette (col risultato di rimuovere, a volte, contenuti tutt'altro che offensivi e violenti e di lasciare online, spesso, materiale in netto contrasto con gli standard della comunità[...]».

A questo proposito, qualche anno fa, sono stato colpito da queste segnalazioni, la comunità di Facebook mi ha cancellato per una settimana, ancora oggi non ho capito perchè. Chi mi conosce sa che io non ho mai usato linguaggi volgari, violenti, offensivi, irriguardosi verso chi che sia. Certo ho fatto valutazione politiche, religiose, sociali, culturali, storiche. Poi capisco che qualsiasi contenuto può essere giudicato irriguardoso da chi segnala. Peraltro vorrei capire anche questo aspetto. Mi sembra che basta mettersi d'accordo un gruppo di persone per segnalare qualsiasi cosa e far cancellare l'utente. Così entriamo nelle opinioni, nelle idee, chi giudica? Chi censura? Non lo so che idee politiche o religiose abbia Grandi, probabilmente non sono quelle che ho io. Però mi sembra che il giornalista si rende conto che questo è un “campo minato”, da tutti i punti di vista.

Tra i tanti problemi viene evidenziato il cyberbullismo, sono gli atti di bullismo in rete che inesorabilmente vengono amplificati. «La rete si fa ragnatela intrappolando le vittime e condannandole a una tortura quotidiana dalla quale non c'è difesa». E' una piaga che ha portato a tanti suicidi tra i giovanissimi, soprattutto ragazze, che si sono tolti la vita perchè bullizzati.

Interessante la citazione del sociologo Derrick de Kerckhove, l'erede morale di Marshall McLuhan. Le riflessioni di de Kerckhove sono puntuali sull'attuale situazione del web. «L'umanità si sente prigioniera di un sistema di corruzione diffusa che sta soffocando le speranze, distruggendo risorse umane fondamentali e azzerando le aspettative di un mondo migliore».

Nel 6° capitolo Grandi affronta l'aspetto delle vittime della rete. Chi sono? Ci sono alcune categorie potenzialmente più esposte. Sono i più fragile e i più deboli. Grandi inizia naturalmente con le donne. Le premesse culturali di Grandi non li condivido tutte, sono d'accordo che occorre un lavoro culturale educativo per spazzare le ombre della misoginia che sono ancora forti nella nostra società, nonostante la rivoluzione culturale del 68. Una rivoluzione che doveva liberare la donna invece l'ha incatenata a vecchi legami, fino a renderla schiava del sesso. Dopo oltre quarant'anni di pansessualismo i risultati sono questi, quelli che si vedono ogni giorno frequentando i social. Chi semina vento non può che raccogliere tempesta. Grandi si limita a raccontare come viene trattata la donna, «il quadro che emerge è fin troppo esplicito nella sua brutalità». Sono troppe le donne che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita. Pertanto non c'è da sorprendersi se sul web le derive misogine raggiungono abissi indicibili. Per Grandi sul web ormai si arriva allo stupro virtuale, una nuova forma di ultramisoginia.

Su questo ancora Grandi pone la domanda: bisogna criminalizzare il web? Certamente no. Anche se non bisogna minimizzare i meccanismi che oggi con la rete rendono possibili certi attacchi alle donne. Dopo le donne ci sono le discriminazioni sugli immigrati, gli omosessuali. Qui Grandi parte da riflessioni perlomeno discutibili, che condivido fino ad un certo punto.

Il 7° capitolo si occupa delle “bufale e dei caproni”, e qui spontaneamente Grandi paragona il web ad uno zoo, dove «ci sono pecoroni che vanno dietro alle bufale, come topi dietro al pifferaio magico». Riporta alcune esempi eclatanti di bufale apparse sulla rete e come difendersi dalle fake news.

Sui mezzi di contrasto Grandi è consapevole che esistono dei rischi. Ci sono rischi di imbavagliare il web, di censurarlo. Grandi fa riferimento a un disegno di legge presentato in parlamento da alcuni parlamentari, 'per prevenire la manipolazione dell'informazione online'. Ma c'è «il rischio è che per il nostro legislatore la soluzione possa davvero essere quella di ricorrere alla mannaia di una censura indiscriminata, punteggiata da una vaghezza di termini e di intenti che anziché trasformarsi in una tutela per la democrazia rischia di diventare una minaccia ancora più grave». Una legge così non solo sarebbe odiosamente repressiva e illiberale, ma «se una simile legge dovesse vedere la luce il vero rischio sarebbe quello di un effetto dissuasivo in virtù del quale gli utenti, in un clima da caccia alle streghe, potrebbero persino rinunciare a postare notizie o a commentarle nel timore di venire colpiti da qualche sanzione».

Chiaramente i problemi sono abbastanza seri, non si può lasciare allo Stato la definizione della “corretta” espressione  dei propri pareri. Certo esistono gli sciacalli della rete, con il proliferare del business sulle fake news, chi scientificamente istiga all'odio, alle discriminazioni, alle violenze. Ma per questo esistono già tante leggi, basta applicarle.

Gli ultimi capitoli Grandi lascia spazio a delle riflessioni culturali sull'utenza della rete, i “webeti”, il “popolino” della rete. Dove tutti hanno diritto di parola anche le legioni di imbecilli e di idioti. E' l'altra faccia della democrazia: «aver messo tutti in condizioni di esprimere il proprio pensiero ha creato un effetto boomerang. L'eccesso di libertà può diventare un'arma a doppio taglio se di quella libertà si fa un uso distorto». Il giornalista riprende una frase di Umberto Eco significativa e nello stesso tempo provocatoria: «Gli imbecilli prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel». E qui ci sarebbe da fare tante altre considerazioni in merito ai vari contesti culturali dove tutti si sentono in dovere di intervenire e di esprimere la propria opinione anche se non si ha la competenza. Ma dobbiamo concludere magari in altre occasioni affronterò la questione.

Il legame culturale lungo tremila anni tra Roma e la Grecia è il tema portante della sesta edizione delle “Giornate Elleniche”, la manifestazione organizzata dalla Società Filellenica Italiana in collaborazione con la Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche in Italia, la Comunità Ellenica di Roma e del Lazio e la Società Dante Alighieri.

L’iniziativa si intitola “La Grecia e Roma” e si terrà a Roma dal 18 al 20 ottobre. Gode del patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica Ellenica, dell’Ambasciata della Repubblica di Cipro e del I Municipio di Roma. La manifestazione si pone come occasione di incontro per i Filelleni ed i Greci della diaspora e sarà articolata in tre giornate, nel corso delle quali saranno approfonditi i legami che uniscono la Grecia a Roma. Faranno da corollario le visite a mostre e monumenti. Due le location d’eccezione che ospiteranno la manifestazione: la sede della Società Dante Alighieri, a piazza Firenze, 27 e la Sala della Protomoteca in Campidoglio.

“Questa manifestazione nasce dalla sinergia tra Filelleni e Greci d’Italia – ha affermato il Presidente della Società Filellenica, Marco Galdi –. L’obiettivo è quello di esprimere la nostra gratitudine alla civiltà greca per l’inestimabile ed inesauribile patrimonio culturale che ci ha lasciato e per quanto ancora oggi esprime, in una continuità di lingua e di cultura che dura ininterrottamente da oltre tremila anni”.

La Società Filellenica Italiana ha sede in Cava de' Tirreni (Sa) presso l’Hotel Vittoria Maiorino, che fu sede dal luglio all’ottobre del 1944 del Governo greco in esilio, “ultima tappa”, come definì la città il Premio Nobel Seferis, prima del Suo rientro in patria. La Società ha come scopo quello di favorire la consapevolezza, soprattutto da parte delle giovani generazioni, del debito fondamentale che la Civiltà occidentale ha nei confronti della Grecia e del suo eccezionale Popolo. Le “Giornate Elleniche” si sono svolte nel 2014 ad Elea (l’attuale Ascea Marina); nel 2015 a Cuma (odierna Pozzuoli); nel 2016 a Napoli e Ischia; nel 2017 a Taranto e nel 2018 a Milano.  

Programma – Le “Giornate Elleniche” avranno inizio venerdì 18 ottobre, alle ore 17,00 nella sede della Società Dante Alighieri. Interverranno: il Segretario generale della Società Dante Alighieri, Alessandro Masi; il Presidente della Società Filellenica Italiana, Marco Galdi; la Presidente della Comunità ellenica di Roma e del Lazio, Marinella Lindardos; il Presidente della Federazione delle Comunità e Confraternite elleniche in Italia, Dimitrios Fessas. Saranno presenti l’Ambasciatore della Repubblica di Cipro a Roma, Minas A. Hadjimichael, e l’Ambasciatore della Repubblica ellenica a Roma, S.E. Theodore M. Passas.

Alle 17.30 avrà inizio il convegno che avrà come tema il “Diritto e diritti fra Atene e Roma”. Introdurrà e modererà il professor Giulio Maria Chiodi, filosofo del diritto dell’Università dell’Insubria e direttore scientifico della Società Filellenica Italiana. Seguiranno gli interventi del professor Emanuele Stolfi, storico del diritto dell’Università di Siena, che si soffermerà sul rapporto fra il diritto romano e la cultura giuridica ellenica; del professor Alfonso Celotto, costituzionalista dell’Università di Roma Tre, che parlerà dei diritti dell’uomo dalla Grecia antica all’età dei “non” diritti; della professoressa Daniela Valentino, civilista  dell’Università di Salerno, che spiegherà il diritto di proprietà nel diritto greco antico, rapportandolo alla Costituzione italiana. Concluderà i lavori il Presidente della Filellenica, Marco Galdi, professore di diritto pubblico nell’Università di Salerno.

Le “Giornate Elleniche” proseguiranno il 19 ottobre. Alle ore 9.30 visita guidata all’Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata (appuntamento per il transfert alle ore 8.30 davanti alla libreria “Borri Books”, Piano Binari – Stazione Termini). Alle ore 17, nella sala della Promoteca in Campidoglio, avranno inizio i lavori del convegno sul tema “Roma e la Grecia: un rapporto che dura da tremila anni”. Sarà presente l’assessore alle Politiche culturali del I Municipio di Roma, Cinzia Guido. Interverranno il professor Carmine Ampolo, ordinario di Storia greca presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, che parlerà della componente greca nella formazione di Roma tra mito e storia; il professor Aldo Siciliano, numismatico dell’Università del Salento che spiegherà l’importanza della moneta: un’invenzione greca al servizio dei Romani; il professor Giorgio Piras, direttore del Dipartimento di Scienze dell'Antichità dell’Università La Sapienza di Roma, che porrà l’accento sul rapporto fra la cultura romana e quella greca. Le conclusioni saranno affidate alla dottoressa Marinella Linardos, Presidente della Comunità ellenica di Roma e del Lazio, che - da psicologa italiana di origini greche - leggerà il rapporto fra Roma e la Grecia in chiave introspettiva.

La manifestazione si chiuderà domenica 20 ottobre con la visita, a partire dalle ore 10, della mostra “Pompei e Santorini. L’eternità in un giorno”, alle Scuderie del Quirinale.

 

Il gup di Roma ha rinviato a giudizio cinque persone nell'ambito dell'indagine sul caso Consip. A processo, tra gli altri, l'ex ministro Luca Lotti per favoreggiamento e l'ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette per rivelazione del segreto di ufficio. Prosciolto dalle accuse l'ex maggiore del Noe Giampaolo Scafarto.

Il processo inizierà il prossimo 15 gennaio. A processo andranno anche l'imprenditore Carlo Russo per millantato credito, Filippo Vannoni per favoreggiamento e il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamaccia per favoreggiamento. Scafarto, oggi prosciolto, era accusato di rivelazione del segreto, falso e depistaggio. Accusa, quest'ultima, caduta anche per il colonnello dell'Arma, Alessandro Sessa anch'egli prosciolto. Il procedimento è legato al filone di indagine relativo alla fuga di notizie sul fascicolo che era stato avviato dai pm di Napoli sul maxiappalto Consip.

L'ex ministro, uomo di grande fiducia di Renzi, sarebbe stato una delle gole profonde che avrebbe avvertito Luigi Marroni - ex ad di Consip - dell'indagine sugli appalti, ostacolando così il lavoro dei magistrati. "Lotti - spiega Marroni - mi informò che si trattava di un'indagine che era nata sul mio predecessore Casalino (Domenico, ndr) e che riguardava anche l'imprenditore campano Romeo".

La gup Clementina Forleo ha rinviato a giudizio anche l'ex consigliere economico di Palazzo Chigi Filippo Vannoni, indagato come Lotti per favoreggiamento. Nel periodo giugno-ottobre del 2016, l'allora presidente della società Publiacqua di Firenze, avrebbe informato Marroni dell'esistenza di una indagine penale che coinvolgeva i vertici Consip e di un'attività di intercettazione sul suo telefono. A processo anche l'ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette, che risponde di rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento, il generale dell'Arma Emanuele Saltalamacchia (favoreggiamento), e l'imprenditore Carlo Russo, che risponde di millantato credito.

Sono stati prosciolti, invece, l'ex carabiniere del Noe, Gian Paolo Scafarto che rispondeva di rivelazione del segreto, falso e depistaggio, e anche l'ex colonnello del Noe Alessandro Sessa (depistaggio e omessa denuncia).

Intanto se ci sono incontri di cui gli italiani, ma neanche i vice presidenti del Consiglio sapevano nulla, che riguardavano scandali internazionali veri. Se il presidente del Consiglio usava e continua ad usare tuttora i servizi segreti come una sua dependance, come dei portatori di acqua e di bevande, spieghi al popolo italiano perché e per come". Così Matteo Salvini, senatore e leader della Lega, commenta, ad Agorà Rai Tre, la possibile convocazione del premier Conte al Copasir.

All'interno del Comitato per il controllo sull'attività dei Servizi segreti è stata avanzata la richiesta di sentire in audizione il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in relazione alla visita a Roma del ministro della Giustizia Usa William Barr e ai suoi contatti con i vertici dell'intelligence italiana.

Attualmente, però, l'organismo non può convocare nessuno e nemmeno riunirsi: il presidente Lorenzo Guerini è infatti diventato ministro della Difesa senza finora essere stato sostituito all'interno del Comitato, che non è dunque nella pienezza delle sue funzioni Salvini: Conte dica se usava Servizi Segreti come dependance


Se ci sono incontri di cui gli italiani, ma neanche i vice presidenti del Consiglio sapevano nulla, che riguardavano scandali internazionali veri. Se il presidente del Consiglio usava e continua ad usare tuttora i servizi segreti come una sua dependance, come dei portatori di acqua e di bevande, spieghi al popolo italiano perché e per come". Così Matteo Salvini, senatore e leader della Lega, commenta, ad Agorà Rai Tre, la possibile convocazione del premier Conte al Copasir.

All'interno del Comitato per il controllo sull'attività dei Servizi segreti è stata avanzata la richiesta di sentire in audizione il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in relazione alla visita a Roma del ministro della Giustizia Usa William Barr e ai suoi contatti con i vertici dell' intelligence italiana.

Attualmente, però, l'organismo non può convocare nessuno e nemmeno riunirsi: il presidente Lorenzo Guerini è infatti diventato ministro della Difesa senza finora essere stato sostituito all'interno del Comitato, che non è dunque nella pienezza delle sue funzioni

Intanto l'intervento della capitana in Aula e gli applausi scroscianti sono uno schiaffo al nostro Paese. "Non mi sognerei mai di applaudire una comandante che, dopo aver aspettato deliberatamente 15 giorni al largo di Lampedusa, per scaricare a tutti i costi degli immigrati in Italia, ha addirittura speronato una motovedetta della Guardia di Finanza, mettendo a rischio la vita delle donne e degli uomini in divisa", ha commentato Salvini spiegando di provare "pena, imbarazzo e vergogna per" chi ha si è alzato ad applaudirla. Anche perché nessuno di questi ha mai avuto il coraggio di commentare la notizia dei tre torturatori di immigrati caricati da Carola e scaricati nel nostro Paese.

L'audizione della Rackete al parlamento europeo è stata anticipata da un'infinità di polemiche che non accenneranno a diminuire nemmeno oggi che la capitana ha fatto la sua reprimenda all'Europa. Il suo è stato un attacco durissimo che non ha risparmiato nessuno e, sebbene abbia sempre fatto di tutto per non fare nomi e cognomi, il suo dito indice è rimasto sempre puntato contro l'Italia che, sulla base del decreto Sicurezza voluto da Matteo Salvini, aveva vietato alla Sea Watch 3 non solo di attraccare al porto di Lampedusa ma anche di entrare nelle acque territoriali italiane. "Abbiamo vissuto delle situazioni alienanti - ha lamentato - abbiamo dovuto legare i corpi affinché non affondassero intorno a noi. Ho visto persone lasciate sole in mare o riportate nella Libia da cui erano appena fuggite. Ma nessuna esperienza è stata pesante come Sea Watch 3 con a bordo i migranti per giorni che nessuno voleva". 

Per la comandante tedesca, l'intera vicenda è stata "una vergona" perpetrata dall'Europa, "culla dei diritti umani". "Tutta una serie di istituzioni ha innalzato un muro", ha continuato lamentandosi di essere stata prima attaccata e poi di essersi "ritrovata da sola". Sola contro l'Italia che con il decreto Sicurezza, "una legge che non rispetta il diritto internazionale e del mare", l'ha bollata come "una minaccia all'ordine pubblico".

Il caso della Sea Watch viene usato dalla Rackete per accusare gli Stati membri di non essere "disposti ad affrontare i tempi moderni" ridistribuendo una nave con 53 clandestini a bordo. "Come se a bordo ci fosse la peste invece che persone esauste", ha quindi incalzato lamentando di aver ricevuto attenzione soltanto dopo essere entrata a forza nel porto di Lampedusa ed essere stata arrestata. "Dove eravate quando abbiamo chiesto aiuto attraverso tutti i canali diplomatici e ufficiali?". In Aula nessuno ha replicato alle accuse. Nessuno le ha fatto presente che non avrebbe dovuto infrangere le leggi italiane e tanto meno speronare la motovedetta della Guardia di Finanza. 

Nessuno ha ricordato che quel caso avrebbe potuto essere gestito diversamente e che Lampedusa non era per forza il porto d'approdo a cui puntare per scaricare gli immigrati. Di contro si sono alzati tutti in piedi ad applaudirla. "Questo applauso finale molto lungo è simbolo del nostro apprezzamento degli sforzi che lei ha svolto - ha addirittura commentato il presidente della commissione, Juan Fernando Lopez Aguilar - si è impegnata personalmente in modo incredibile e per questo la ringraziamo".

Agli ultrà europeisti che la hanno invitata a parlare davanti alla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) del Parlamento europeo non importa affatto che per sfondare il blocco del Viminale Carola Rackete ha speronato la motovedetta della Guardia di Finanza  

Durante il suo intervento, la Rackete non ha mai pronunicato la parola "scusa". Anzi ha pure fatto leva sul gip di Agrigento, Alessandra Vella, che al termine delle indagini ha dichiarato che era stato "seguito l'obbligo di ricerca e salvataggio" e che quanto fatto era "in conformità del diritto del mare"

 

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