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Venerdì, 17 Gennaio 2020

Pinuccio Tatarella in primo piano

 

A dodici anni dalla scomparsa, avvenuta improvvisamente a Torino l'8 febbraio 1999, nella sala capitolare del Senato, la fondazione Italia Protagonista - che alla sua azione espressamente si richiama, essendo stata “Destra Protagonista” per lunghi anni la corrente culturale di Alleanza Nazionale da lui capeggiata - ha ricordato la figura e l'opera di uno dei principali esponenti e interpreti politici della Destra italiana nella seconda metà del Novecento, Giuseppe - detto “Pinuccio” - Tatarella (1935-1999). Introducendo la serata, il coordinatore nazionale e presidente dei senatori del PDL Maurizio Gasparri, ha spiegato che l'iniziativa nasce e va inquadrata all'interno di una fase politica del Paese particolarmente confusa e contraddittoria (soprattutto all'interno dello schieramento che fu di Tatarella), come quella attuale. Riscoprire l'opera di Tatarella, uno dei primi convinti teorici del bipolarismo e del presidenzialismo forte in Italia, in questo senso può apparire  davvero opportuno e particolarmente utile proprio per uscire dall'impasse che sembra avere paralizzato l'attuale sistema parlamentare. Il merito principale di Tatarella, per Gasparri, è stato senz'altro quello di 'aver modernizzato' la vecchia destra postfascista aprendola al contributo dei cattolici e del ceto medio moderato e grosso modo conservatore più in generale, di orientamento comunque anticomunista: così nel 1995, durante il congresso fondativo di Fiuggi, nacque Alleanza Nazionale. Finalmente, dopo anni, anzi decenni di malinconico 'nostalgismo', in Italia scendeva in campo un partito ufficialmente conservatore, orgogliosamente 'di destra', in grado di aggregare trasversalmente un largo consenso sui temi-tipici della cultura e della tradizione politica della Destra europea: unità nazionale al servizio di una 'comunità di destino' che trova il suo collante non nei confini della geografia ma nella fede e nella storia dei propri genitori e antenati, libertà d'iniziativa per i singoli e per i corpi intermedi (a cominciare dalla famiglia, difesa e valorizzata come istituto naturale) contro ogni statalismo, quindi promozione delle identità locali, civili e religiose. Per questo, ha ricordato ancora Gasparri citando Tatarella, “Destra e sinistra sono alternative, rappresentano valori alternativi, il centro non è un valore. E' una zattera, è un traghetto che va dalla riva destra a quella sinistra: ospita passeggeri quando una delle due rive è debole, rimane senza passeggeri quando tutte e due le rive sono forti”.

A seguire, il ministro della difesa Ignazio La Russa, rievocando la sua esperienza giovanile con Tatarella ha sottolineato che “egli è sempre stato convinto che il 60-65% degli italiani si riconosca in un 'area moderata e, comunque, non voglia la sinistra al governo”. In questo senso l'area moderata che compone l'elettorato nazionale dell'attuale centro-destra dal dopoguerra ad oggi non è mai cambiata, se è vero che le stesse percentuali di voti si riscontrano nelle storiche elezioni politiche del 18 aprile 1948: quelle in cui la Democrazia Cristiana (con i suoi allerati) sconfisse il Fronte Popolare costituito da Pci e Psi, garantendo così la permanenza dell'Italia all'interno della NATO e del blocco occidentale libero che si opponeva al Patto di Varsavia. Ma Tatarella fu anche abile 'tessitore' di alleanze politiche nuove e allora considerate persino spregiudicate, come quella con la Lega Nord su cui ben pochi erano disposti a scommettere e che molti, anzi, vedevano con sospetto. Soprattutto, per lui “sarebbe stato un reato politico dividere l'area dei moderati, utilizzando spazi impropri” come oggi invece tentano di fare taluni in cerca di visibilità e protagonismi (evidente il riferimento alla singolare vicenda umana e politica di Ginfranco Fini che da alcuni mesi scuote il centro-destra).

In conclusione, Marcello Veneziani, scrittore, giornalista e da sempre partecipe cronista delle sorti della destra italiana, ha ricordato come quello che nell'attuale scenario forse manca di più di Tatarella è proprio la sua “visione nobile ma forte della battaglia politica” che è anzitutto battaglia delle idee e quindi battaglia culturale da riempire con contenuti forti e appassionati ma ragionati, non per niente una delle sue frasi preferite era: “più che le tessere mi interessano le intelligenze”. E' insomma, mutatis mutandis, un altro modo di chiamare alla difesa di quei princìpi non negoziabili (perchè universali) che sono alla base di ogni società forte e ne garantiscono la sua sopravvivenza anche nei periodi più difficili della storia. Toccherà ora ai vecchi discepoli di Tatarella tradurre questo 'esigente lascito' in una strategia politica operativa e di lungo respiro che non sia solo in grado di opporsi all'avversario neutralizzandone l'eventuale carica eversiva, se non rivoluzionaria, ma sappia anche costruire un consenso popolare radicato, e dunque profondamente motivato, intorno ai suoi programmi e alle sue proposte.

 

bandiere italiane sabaude

 

Fa un certo effetto vedere oggi in occasione del 150 anniversario dell'Unità d'Italia gli eredi del PCI sventolare la bandiera tricolore, loro che fino a qualche anno fa amavano sventolare un altro vessillo, tutti ricordano, credo, qual'era il simbolo del Pci, una bandiera rossa con la falce e martello che sovrastava quella italiana, che si vedeva appena, i comunisti che per una parte della propria vita politica, avevano ritenuto che la loro “grande patria” fosse altrove.

Il professore Mauro Ronco, avvocato penalista di Torino, nonché esponente nazionale di Alleanza Cattolica, sabato scorso nel suo interessante intervento per il Convegno su Unità e Risorgimento tenutosi a Milano nei locali dello Spazio Oberdan, ha con forza sottolineato questo aspetto; i comunisti, esponenti di quel partito antitaliano, erano quelli che denigravano e consideravano dei reietti chi senza vergogna sventolava la bandiera italiana come strumento di identità e Ronco fa esplicito riferimento a quei giovani nazionali, appartenenti alla Destra, forse gli unici, che negli anni settanta sventolavano  il tricolore nelle piazze italiane, ora gli ex comunisti senza vergogna fanno a gara a chi lo sventola di più.

A questo proposito non posso dimenticare il mio attivismo passato (sempre gratuito), di giovane cattolico di destra con la bandiera italiana in sella alla ducati 125 per le strade del barcellonese per pubblicizzare nel 1974, il comizio in occasione del referendum contro il divorzio, che tra l'altro doveva fare mio fratello.

Sull'argomento, rincara la dose nella chiacchierata domenicale con Andrea Tornielli, su La Bussolaquotidina.it, il noto scrittore cattolico, Vittorio Messori che stigmatizza il comportamento degli ex comunisti: “Sai non mi scandalizza, il dirigente leghista che esce dall’aula, pagando il suo tributo ai vecchi fedeli, mi fa specie quel Giorgio Napolitano che dei suoi 85 anni ne ha passati almeno 60 prima come militante e poi come dirigente del Partito Comunista Italiano. Ti ricordi il loro stemma? La bandiera rossa sovrapposta al tricolore, di cui si vedeva solo l’orlo. Ti ricordi la loro propaganda contro il patriottismo, malattia mortifera della borghesia e il loro appello all’internazionalismo, visto che il proletariato non è diviso da frontiere ma è unito nel mondo intero dalla solidarietà di classe? Beh, vedere questo vecchio signore farsi sacerdote austero e, almeno apparentemente, convinto della religione della Patria, sentirlo che ci esorta ad avvolgerci nel tricolore, questo mi fa un certo effetto.

napolitano e vittorio emanuele

Così come mi faceva effetto vedere Indro Montanelli, anche lui quasi novantenne, finire i suoi giorni acclamato come beniamino alle Feste dell’Unità. O, adesso, vedere Fini, corteggiato dalle sinistre e parlare come un liberal progressista. Proprio lui che, da prediletto di Almirante, era bersaglio del grido ossessivo degli anni Settanta: «Fascisti, carogne, tornate nelle fogne». Naturalmente, mica sono così ingenuo da dimenticare l’avvertimento del luciferino Talleyrand, colui che fu sempre al governo, quale che fosse e che diceva: «In politica, la coerenza è la virtù degli imbecilli». Sono cultore, lo sai, della Realpolitik, dunque non mi scandalizzo di certo, eppure faccio una certa fatica a orizzontarmi con il compagno Napolitano, per una vita membro del Comitato Centrale del PCI, che fa discorsi patriottici che Edmondo De Amicis stesso avrebbe trovato un poco eccessivi, magari un pizzico retorici…

Anche su l'Occidentale, quotidiano online, Roberto Pertici, dopo aver parlato degli inediti “nuovi patrioti”, che ti offrono sorridenti la coccarda tricolore, giovani barbuti con la kefiah che fremono amor di patria, belle ragazze che invece della consueta bandiera arcobaleno, si ammantano di quella bianca, rossa e verde, riferendosi a questi, parla di figliol prodigo che ritorna alla casa comune e quindi bisogna rallegrarsene e magari brindare e ammazzare il fatidico vitello grasso. Però bisogna fare qualche precisazione:“siccome il lupo perde il pelo, ma non il vizio, e costui è caratterialmente propenso ad “allargarsi” e a occuparla tutta, quella casa, a contenderla ai figli maggiori che vi sono sempre rimasti, anche quando erano oggetto di derisione e di compatimento, proporrei di presentargli una serie di punti da sottoscrivere. Perché una questione preliminare dev’essere subito chiarita: non si può essere “patrioti” per l’oggi e continuare ad avere le idee di sempre sulla storia nazionale e sul cosiddetto “carattere degli italiani”, presentando la storia d’Italia solo come una serie di fallimenti e di vergogne e insistendo su una qualche inferiorità antropologica del popolo italiano”. (R. Pertici, Storia d'Italia in quindici punti da far sottoscrivere ai nuovi patrioti, 20.3.2011. l'Occidentale).

 

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I tecnici presso la centrale nucleare di Fukushima sono riusciti ad allacciare i cavi dell'elettricità a tutti e sei i reattori della struttura. Lo riferiscono media nipponici, secondo cui il ritorno dell'alimentazione è presupposto fondamentale per qualsiasi tipo di 'stabilizzazione'. Di progressi 'lenti ma decisi' parla il premier nipponico Naoto Kan, secondo cui è il momento di prepararsi alla ricostruzione. Oggi, le autopompe hanno riversato 3.700 tonnellate di acqua sul reattore 3, il piùproblematico, per abbassarne la temperatura. E a causa di fumo che ne usciva, è stato fatto evacuare il personale. L'Agenzia sicurezza nucleare: no aumento radiazioni reattore 3. Dopo allarme, sospesa distribuzione latte e verdura in 4 prefetture

L' Organizzazione mondiale della sanità ha definito "grave" la contaminazione radioattiva di cibo in Giappone. Il portavoce regionale dell'Oms Peter Cordingley, in un' intervista telefonica da Manila, ha affermato che "é abbastanza chiaro che si tratta di una situazione grave". "E' molto più serio di quanto tutti avevano pensato in un primo momento, quando credevamo che questo tipo di problema fosse limitato entro 20-30 km" (dalla centrale). "Ora è lecito supporre che prodotti contaminati siano usciti dalla zona contaminata", ha aggiunto. Cordingley ha precisato che "non ci sono indicazioni" che il cibo contaminato abbia raggiunto altri Paesi.

Progressi "lenti ma decisi" si stanno facendo nei tentativi di riprendere il controllo della centrale nucleare di Fukushima. Lo ha affermato il premier giapponese Naoto Kan citato dall' agenzia Kyodo.
Il terremoto e lo tsunami dell'11 marzo scorso potrebbero costare all'economia giapponese 235 miliardi di dollari (circa 165 miliardi di euro), pari al 4% del Pil. Lo ha reso noto oggi la Banca mondiale nel suo ultimo rapporto sull'economia dell'Asia orientale e del Pacifico, sottolineando tuttavia che la ricostruzione potrebbe agevolare una rapida ripresa. La stima più bassa della Banca suggerisce un costo di 122 miliardi di dollari (86 miliardi di euro), pari al 2,5% del Pil. Secondo Vikram Nehru, responsabile della Banca mondiale per l'Asia, la catastrofe del Giappone potrebbe avere un impatto anche sul resto del continente, ma è troppo presto - ha osservato - per stimare i costi relativi all'intera area. "Nel futuro immediato, l'impatto maggiore si avrà sul commercio e la finanza", ha aggiunto. Nel 1995 il terremoto di Kobe aveva portato a un rallentamento del commercio giapponese per qualche trimestre, ma un anno dopo l'importazione era tornato alla normalità e le esportazioni avevano raggiunto l'85% del dato precedente al sisma.

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