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Giovedì, 19 Settembre 2019

Palazzo Zaguri , splendida  costruzione gotica del 1300, dove è nato nel 2018 un grande polo espositivo, su 3000 MQ , 5 piani e 36 saloni. Ospita al piano terra un ampio bookshop al quale è possibile accedere liberamente essendo uno spazio autonomo rispetto alla sede espositiva

Le cedono le gambe alla vista improvvisa sull'ascensore dei due cadaveri in amplesso dell'opera anatomica “L'orgasmo” di Leonardo Da Vinci. La malcapitata che non ha riportato conseguenze ha espresso il desiderio di tornare alla sede espositiva per ammirare gli altri 50 veri reperti anatomici umani ispirate ai bozzetti del grande artista rinascimentale. È avvenuto ieri mattina al polo museale privato di Palazzo Zaguri.. Una visitatrice di nazionalità francese di 71 anni all'apertura della porta dell'ascensore è caduta a peso morto sul pianerottolo di disimpegno al terzo piano, appena sotto il mansardato sottotetto dove Venice Exhibition srl stava completando l'allestimento di “Authentic Human Bodies, Leonardo Da Vinci”, mostra che verrà presentata in anteprima venerdì 17 maggio esponendo 50 installazioni tra cui spiccano oltre a “L'orgasmo”: “Vitruviano” e “Studio embriologico”.

Difficile definirla sindrome di Stendhal, piuttosto per la dinamica è un caso di spavento quello accaduto alla turista in vacanza a Venezia col marito mentre stava visitando l'altra mostra ospitata da Palazzo Zaguri, “Tutti in un filo, da Kandisky a Botero”, un allestimento di 100 opere in arazzo dei più grandi artisti del '900 realizzate dall'arazzeria Scassa di Asti. Seguendo il percorso espositivo la 71enne si trovava accidentalmente ad attendere l'ascensore quando si è aperto mostrandole improvvisamente il suo “passeggero”. “Stavamo trasferendo con l'ascensore le opere anatomiche all'ultimo piano” ricostruisce lo staff di Palazzo Zaguri “quando abbiamo caricato in cabina l'installazione dell'orgasmo. Non ci è stato possibile salire con l'opera perché qualcuno ha richiamato l'ascensore dal terzo piano. Dopo una manciata di secondi abbiamo udito un urlo e siamo immediatamente accorsi salendo le scale”.

All'arrivo del personale di sala richiamato dal marito, la turista si trovava ancora a terra pallida appoggiata su un fianco. “L'abbiamo assistita nell'immediato, mettendola distesa e sollevandole le gambe finché non ha riacquistato il colorito” aggiungono da Palazzo Zaguri “poco dopo si è ripresa ed ha raccontato che aveva chiamato l'ascensore perché voleva raggiungere la toilette al secondo piano. La vista del reperto anatomico che mostra due cadaveri umani durante l'atto sessuale proprio non se l'aspettava”. 

Appena la visitatrice si è rialzata da terra la coppia di francesi ha rifiutato la chiamata al 118 interrompendo la visita e portandosi verso la reception al piano terra dove hanno richiesto al personale quando fosse possibile visitare tutta l'esposizione dedicata a Leonardo Da Vinci. Per questo la direzione, contro ogni scaramanzia, ha accordato loro l'invito per la presentazione in anteprima di venerdì 17 maggio.

“Siamo felici che la visitatrice non abbia avuto conseguenze e per questo l’abbiamo invitata” commenta l’amministratore di Venice Exhibition srl, Mauro Rigoni “sarà fra i primi visitatori che potranno ammirare 50 installazioni autoptiche ispirate ai bozzetti anatomici del grande artista che affascinano da secoli per la meticolosità del tratto e la fedeltà dei dettagli autoptici che al tempo Leonardo poteva conoscere solo sezionando cadaveri”. 

In tutti i casi l’esattezza dei disegni di Leonardo Da Vinci dimostra infatti come essi si basassero sullo studio analitico di reali salme dissezionate e non soltanto sulla riproduzione di studi contemporanei e precedenti. “La loro ricchezza espressiva esaltata dai veri corpi plastinati” anticipa Rigoni “sarà per la prima volta esposta a Venezia assieme a una collezione di attrezzi chirurgici originali e la ricostruzione di una sala di dissezione dell’epoca”.

Circa 65 persone sono annegate nelle prime ore del mattino di ieri dopo che la barca su cui viaggiavano è affondata a circa 45 miglia nautiche al largo della costa tunisina, in uno dei peggiori incidenti verificatisi nel Mediterraneo negli ultimi mesi.

16 persone sono state recuperate in acqua e condotte verso la costa di Zarzis dalla Marina Militare tunisina. Una persona è stata trasportata immediatamente in ospedale per ricevere cure mediche, mentre le restanti attendevano l’autorizzazione a sbarcare.
Secondo quanto riferito dai superstiti, il gruppo era partito da Zuara, a circa 120km a ovest di Tripoli, la sera di giovedi. L’imbarcazione ha cominciato ad andare alla deriva a causa del mare fortemente mosso.

“Questo tragico incidente ci ricorda i rischi terribili a cui sono esposti coloro che tentano la traversata del Mediterraneo”, ha dichiarato Vincent Cochetel, Inviato Speciale dell’UNHCR per il Mediterraneo.
Lo staff dell’UNHCR è pronto ad assistere i superstiti mettendo a disposizione alloggi d’emergenza, cibo e coperte, e ad effettuare una valutazione delle loro esigenze di protezione. La Mezzaluna Rossa tunisina, partner dell’UNHCR, è parimenti a disposizione per garantire assistenza medica.
Quest’ultimo incidente ha provocato la perdita più elevata di vite umane da quando circa 117 persone erano decedute o andate disperse a metà gennaio. Da alcuni mesi l’UNHCR ha espresso ripetutamente preoccupazione per l’assenza di una strategia adeguata di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale.
164 persone sono morte lungo la rotta dalla Libia all’Europa nei primi quattro mesi del 2019, una quantità considerevolmente inferiore rispetto agli anni precedenti. Tuttavia, la traversata sta diventando sempre più fatale per coloro che si assumono il rischio di intraprenderla. Nei primi quattro mesi di quest’anno, una persona ha perso la vita nel Mediterraneo centrale per ogni tre che hanno raggiunto le coste dell’Europa dopo essere partite dalla Libia.

“È necessario rafforzare la capacità delle operazioni di ricerca e soccorso nella regione”, ha affermato l’Inviato Speciale Cochetel. “Se non si interviene immediatamente, è quasi certo che si assisterà a nuovi tragici eventi nelle settimane e nei mesi a venire”.

Si riunirà domani il tavolo tecnico al Ministero della Difesa per affrontare il problema dei militari contaminati da uranio impoverito nel corso delle operazioni all'estero. Presente al tavolo ci sarà, in qualità di consulente del Ministro, Carlo Calcagni, Colonnello dell'Esercito ammalatosi gravemente dopo una missione in Bosnia e atleta paralimpico. Il tavolo voluto da Trenta "vuole trovare soluzioni reali ad un problema che per anni in molti hanno negato e ignorato. Il nostro lavoro ha al centro la tutela delle vittime", dice Calcagni all'Adnkronos. L'obiettivo è arrivare ad una legge che garantisca tutta l'assistenza necessaria. Calcagni non ha dubbi: "La mia presenza al tavolo tecnico è garanzia di massima attenzione nei confronti delle vittime e dei loro familiari che con loro soffrono ogni giorno".

Calcagni conosce bene quella sofferenza. Nel 1996 la sua vita sarebbe, infatti, cambiata per sempre: "la mia prima vita è terminata in Bosnia a 32 anni. Fui inviato in missione internazionale di Pace in Bosnia-Erzegovina, a Sarajevo. Ero l'unico ufficiale pilota osservatore di elicotteri, di quello che era il primo contingente italiano: ho effettuato e portato a termine tutte le missioni di volo richieste, con massima professionalità, nonostante la situazione di massimo pericolo e svolgendo in varie occasioni, anche, evacuazioni medico sanitarie".

L'obiettivo è arrivare ad una legge che garantisca tutta l'assistenza necessaria. Calcagni non ha dubbi: "La mia presenza al tavolo tecnico è garanzia di massima attenzione nei confronti delle vittime e dei loro familiari che con loro soffrono ogni giorno".

"Ricordo perfettamente - afferma Calcagni- quei giorni, impressi in modo indelebile nella mia mente. L’elicottero, spesso, al rientro in base dalle missioni, sembrava un macello per il sangue che c’era al suo interno. Corpi mutilati, resti umani, morti, feriti da portare al più presto in ospedale. I segni classici di una guerra che non fa alcuna distinzione tra uomini, donne, bambini, civili e militari, poiché colpisce tutti. Soccorrere le vittime di questa guerra era l’unica cosa che contava, anche riuscire a recuperate i corpi era importante perché gli si poteva almeno assicurare una giusta sepoltura".

Ma mentre salvava vite umane, il Colonnello Calcagni stava andando incontro "ad un avversario invisibile e inaspettato. Il nemico che ho incontrato era proprio nell’aria che stavo inalando. Polveri sottili di metalli pesanti derivanti dall'esplosione di munizioni con uranio impoverito, facilmente inalabili e altre sostanze tossiche che hanno invaso e modificato il mio Dna".

“Il mio corpo è diventato una discarica di metalli pesanti generati proprio dall’esplosione delle bombe con uranio impoverito che i “nostri” alleati Americani hanno utilizzato per bombardare la ex Jugoslavia appena prima del nostro intervento nei Balcani come Forza Multinazionale di pace, sebbene la “mission” internazionale del nostro Paese sia fondata sull'opzione non violenta e che dovrebbe rispettare l’articolo 11 della Costituzione: «Ripudiamo la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»”.

Certo: non è il più disabile tra i disabili. “Ma la mia è una storia differente, non più drammatica, né più meritevole di altre, ma diversa. Non la storia di una ferita evidente, di una mutilazione. Il mio corpo non ha menomazioni che catturano lo sguardo. Nessun nemico mi ha ferito in battaglia, nessun attentato mi ha colpito”.  

L’avversario invisibile c’è l’ha dentro: l’Mcs che quello stesso Stato per cui sorvolava i Balcani (tra le bombe) ancora non riconosce, relegando la sindrome immunoneurotossica tra le malattie rare, nonostante le diagnosi in ascesa. “In realtà il nemico l’avevo incontrato eccome e mi aveva ferito senza che me ne accorgessi”. “Ha avuto tutto il tempo per devastarmi per sempre. L’uranio impoverito, i metalli pesanti li ho respirati durante le ore di volo sulle zone di guerra, mentre contribuivo a salvare vite umane. La contaminazione si è lentamente insinuata in tutti gli organi del mio corpo. Un nemico subdolo che mi ha profondamente minato dall’interno ogni singola cellula e che, giorno dopo giorno, si è impossessato di me con conseguenze devastanti”.  

Solo nel 2005 viene accertato dalle Commissioni Mediche Militari il nesso causale tra la sua malattia e l'esposizione all’uranio impoverito. Nel 2007, "mi riconoscono un'invalidità permanente del 100%, concedendomi il Distintivo d'Onore di Ferito in Servizio ed il Distintivo d'Onore di Mutilato in Servizio. Il 19 marzo 2009, il Ministero della Difesa ha poi disposto la mia iscrizione nel Ruolo d'Onore, un atto dovuto in ragione della mia malattia riconosciuta conseguenza diretta della causa di servizio contratta durante la missione internazionale nei Balcani".  

"Non siamo mai stati informati- sottolinea- che i nostri alleati avevano utilizzato, in quelle zone, armamenti non convenzionali che potevano generare gravissime malattie. Io, come tanti miei colleghi, sono partito senza alcuna protezione indossando la normale divisa e i guanti da pilota. I militari americani, invece, erano ben protetti da maschere, tute, guanti e talvolta respiratori a circuito chiuso".

I primi sintomi derivati da quell'esposizione arrivarono nel 2002. "Ho iniziato a non sentirmi più bene, a non essere più in grado di portare a termine le gare di ciclismo, nazionali ed internazionali, che facevo. Decisi quindi di sottopormi a degli accertamenti e gli esiti furono inimmaginabili. Per me da quel momento è iniziato un calvario di sofferenze che non è mai più cessato".

Tra le tante gravi patologie riscontrate, con compromissione severa di molti organi vitali, mi è stata diagnosticata anche la Sensibilità Chimica Multipla. Negli ultimi anni si è sviluppata una malattia multi-organo, intaccando quasi tutti i miei organi, aggravata dalle diagnosi di cardiopatia tossica da metalli pesanti e dalla malattia neuro-degenerativa, cronica, progressiva e irreversibile. Mi sottopongo a terapie quotidiane massacranti: ogni mattina faccio circa 4-5 ore di flebo, sette iniezioni di immunoterapia, prendo oltre 300 pillole tra colazione, pranzo e cena, devo respirare per almeno 18 ore con l’erogatore di ossigeno, mentre durante la notte resto collegato al ventilatore polmonare, poi eseguo plasmaferesi, sauna ad infrarossi per almeno 30 minuti al giorno, per non parlare delle frequenti setticemie, causate dall’infezione del catetere venoso che mi è stato impiantato, e dei numerosi interventi chirurgici".

Calcagni, nonostante le innumerevoli malattie e le terapie così invasive, non si è dato per vinto e ha fatto della sua più grande passione, lo sport, non solo la sua ragione di vita, ma anche la sua più importante terapia. "Mi fa sentire meglio, si attenuano i dolori causati da una forma di sclerosi multipla e dal Parkinson: è una malattia neurologica autoimmune, che proprio grazie allo sport riesco a contrastare e rallentare. Basta pensare che se non mi alleno per più di due giorni, tutta la muscolatura si irrigidisce e non riesco neanche a camminare. Per questo vado in bici ogni giorno per ore".

Calcagni, già atleta agonistico prima della malattia, è così diventato anche un punto di riferimento dell'agonismo paralimpico italiano: "Nel ciclismo avevo vinto oltre 300 gare a livello Nazionale ed Internazionale. Indimenticabile la vittoria della gran fondo internazionale "Rieti-Terminillo" nel 2001: subito dopo il via, mi avventurai in una lunghissima fuga solitaria di circa 180 km, tagliando il traguardo con un vantaggio di oltre 19 minuti sul gruppo degli inseguitori e realizzando il record della manifestazione. Nel 2014, ho iniziato una nuova avventura sportiva nel mondo Paralimpico e nel Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa vincendo sin dal debutto numerose gare internazionali, tra cui due medaglie d'oro in coppa del mondo di ciclismo paralimpico nel 2015 e tre medaglie d'oro agli Invictus Games nel 2016 a Orlando, in Florida, due nel ciclismo ed una nel canottaggio".  

Sensibilità Chimica Multipla (Mcs) da uranio impoverito e nanoparticelle varie (“tutta schifezza, ma la terapia chelante e disintossicante che faccio in Inghilterra tre volte l’anno, funziona”), più altre diagnosi neurodegenerative, Parkinson e gravi ripercussioni multiorgano su cuore, reni, midollo e polmoni. L’hanno dato per morto, per tracce di Mesterolone Metabolita da farmaci salvavita anche dopato, ma negli Invictus Games 2016 giochi internazionali sportivi per reduci di guerra invalidi, Calcagni correrà sotto lo sguardo di Obama e del principe Harry, due ruote su gara in linea e cronometro ad Orlando, fino al 12 maggio, guarda caso Giornata Mondiale dell’Encefalomielite Mialgica, Fibromialgia e Sensibilità Chimica Multipla (fiocchetti viola nelle piazze italiane). “Sono minato dal mio ‘nemico invisibile’, ma lo sport mi sostiene. La causa? I metalli pesanti sotto forma di detriti: piombo, mercurio, ferro, rame, acciaio e alluminio nel corpo”.

Calcagni non s’arrende, è pronto pure a far da testimonial, l’atleta che ci mette la faccia per il riconoscimento della sensibilità chimica nonostante le innumerevoli malattie e le terapie così invasive, non si è dato per vinto e ha fatto della sua più grande passione, lo sport, non solo la sua ragione di vita, ma anche la sua più importante terapia. "Mi fa sentire meglio, si attenuano i dolori causati da una forma di sclerosi multipla e dal Parkinson: è una malattia neurologica autoimmune, che proprio grazie allo sport riesco a contrastare e rallentare. Basta pensare che se non mi alleno per più di due giorni, tutta la muscolatura si irrigidisce e non riesco neanche a camminare. Per questo vado in bici ogni giorno per ore".





 

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