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Venerdì, 05 Giugno 2020

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Lunedì 7 ottobre alle ore 18.00 inaugura Mirabilia Urbis, una mostra d’arte contemporanea che abbraccia il centro storico della città di Roma in un itinerario a piedi che parte da Campo de’ Fiori fino a raggiungere le vie limitrofe. Il progetto espositivo ideato da Carlo Caloro e prodotto da artQ13 è curato da Giuliana Benassi con il sostegno dell’Assessorato alle Politiche Culturali e Beni Culturali, nella persona dell’Assessore Cinzia Guido del Municipio I Centro Roma Capitale, e vede coinvolti circa venti artisti italiani e internazionali: Alterazioni Video, Josè Angelino, Elena Bellantoni, Tomaso Binga, Carlo Caloro, Federica Di Carlo, Stanislao Di Giugno, Rä di Martino, Flavio Favelli, Grossi Maglioni, Hortensia Mi Kafchin, Britta Lenk, Via Lewandowsky, Girolamo Marri, Diego Miguel Mirabella, Jonathan Monk, Matteo Nasini, Lulù Nuti, Leonardo Petrucci, Giuseppe Pietroniro, Calixto Ramirez, Julian Rosefeldt, Corrado Sassi, Alice Schivardi, Lamberto Teotino. 

La mostra Mirabilia Urbis si configura come un particolare cammino che attraversa tappe dislocate in diversi spazi, sia commerciali che istituzionali, tra i Rioni Parione e Regola: dedalo di vie e vicoli che caratterizzano una delle aree del centro più peculiari di Roma. Il titolo, preso in prestito dalle antiche guide turistiche per pellegrini nate nel Medioevo, nasce dalla necessità di tracciare e mappare un percorso inedito e inaspettato, proponendo al visitatore un’esperienza di avvicinamento al luogo totalmente nuova. Attraverso le opere degli artisti, la mostra intende analizzare le trasformazioni di questa zona di Roma, registrando i mutamenti che hanno portato al cambiamento di strutture sociali, economiche, amministrative, politiche, culturali e artistiche su cui poggiano i valori fondanti della realtà contemporanea. 

Gli artisti costruiranno, tramite le loro esperienze artistiche, un percorso inedito caratterizzato da una grande varietà di linguaggi espressivi: dal video alla performance, dall’installazione ambientale alla fotografia, pittura e scultura, disegnando percorsi paralleli e sovrapposti capaci di offrire una lettura nuova della geografia culturale e storica dell’area. Le opere incontreranno gli spazi interpretandone la storia, mettendosi in dialogo con le caratteristiche peculiari di un luogo o provocando contrasti visivi, in alcuni casi diventando mimetiche e in altri ancora provocatorie o celebrative. Tra gli spazi coinvolti nel progetto, solo per citarne alcuni, il Cinema Farnese, la storica libreria Fahrenheit 451, Palazzo Falconieri sede dell’Accademia d’Ungheria in Roma, lo storico esercizio Hollywood, la bottega del liutaio e la sede di Colli Independent Art Gallery. 

Le azioni performative – in programma lunedì 7 ottobre – saranno invece appuntamenti ai quali assistere, come quella di Marri da Wala o di Caloro all’Accademia d’Ungheria in Roma; gesti ai quali partecipare, come nel caso di Bellantoni da Head Space o improvvisazioni da scoprire, come l’intervento dell’organista Livia Mazzanti presso la Chiesa di Santa Lucia del Gonfalone o la performance di Alice Schivardi, quest’ultima presso la sede storica del PCI. Il visitatore, con mappa alla mano, potrà sentirsi “pellegrino contemporaneo” e immergersi nel percorso a piedi o a bordo di una navetta messa a disposizione dall’organizzazione, scegliendo autonomamente i vari itinerari e la durata delle soste. 

Un libro-catalogo della mostra, edito da Viaindustriae publishing e concepito come guida al percorso espositivo e prontuario di viaggio, raccoglierà mappe, testi critici, immagini e schede storiche arricchite da interviste a persone del luogo alternate alle voci narranti dei proprietari degli spazi e alle descrizioni degli artisti e delle opere esposte. L’inaugurazione della mostra si terrà lunedì 7 ottobre dalle ore 18.00 al Cinema Farnese (via Campo de’ Fiori 56, Roma), uno dei punti di distribuzione del libro-catalogo e della mappa del percorso, disponibili anche nelle altre location. 

Non si arresta il successo di pubblico che ha caratterizzato, sin dalla sua apertura, la mostra personale di Franco Fontana prodotta da Fondazione Modena Arti Visive.

Ad oggi, sono più di ventimila i biglietti staccati per l’evento espositivo che il pubblico potrà visitare ancora per un mese: la data di chiusura è prevista, infatti, per domenica 25 agosto.

Un ottimo successo di pubblico per la mostra Franco Fontana. Sintesi, curata da Diana Baldon, che Fondazione Modena Arti Visive dedica a uno degli artisti modenesi tra i più conosciuti a livello internazionale 

Ad oggi sono oltre 20.000 le persone che hanno visitato la rassegna – in corso fino al 25 agosto nelle tre sedi di Palazzo Santa Margherita, della Palazzina dei Giardini e del MATA - Ex Manifattura Tabacchi – che ripercorre oltre sessant’anni di carriera di Fontana e traccia i suoi rapporti con alcuni dei più autorevoli esponenti della fotografia del Novecento.

La mostra presenta, nelle sedi di Palazzo Santa Margherita e della Palazzina dei Giardini,trenta fotografie, realizzate tra il 1961 e il 2017, che raccontano il percorso artistico del noto fotografo modenese. Fin dagli esordi, Fontana si è dedicato alla ricerca sull’immagine fotografica creativa attraverso audaci composizioni geometriche caratterizzate da prospettive e superfici astratte.  Queste riprendono soggetti vari, che spaziano dalla cultura di massa allo svago, dal viaggio alla velocità, quale allegoria della libertà dell’individuo, in cui la figura umana è quasi sempre assente o vista da lontano. Le sue fotografie sono state spesso associate alla pittura astratta modernista, per la quale il colore è un elemento centrale, mentre le linee geometriche delle forme dissimulano la rappresentazione della realtà. Questo suo innovativo approccio si è imposto, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, come una carica innovatrice nel campo della fotografia creativa a colori.

Una seconda sezione, allestita al MATA - Ex Manifattura Tabacchi e curata dallo stesso Franco Fontana, propone una selezione di oltre centoventi fotografie conservate in un fondo che il fotografo ha donato nel 1991 al Comune di Modena e Galleria Civica e che costituisce un’importante costola del patrimonio collezionistico ora gestito da Fondazione Modena Arti Visive, con i nomi più significativi della fotografia italiana e internazionale, daMario Giacomelli a Luigi Ghirri e Gianni Berengo Gardin, da Arnold Newman a Josef Koudelka e Sebastião Salgado.


Franco Fontana è nato a Modena nel 1933, dove vive e lavora. Tra le principali personali si ricordano Vita Nova, Palazzo Ducale, Genova (2014); La luz del paisaje, IVAM, Valencia (2011); Franco Fontana, Museo de Bellas Artes, Buenos Aires (2007); Ombre e colori, Palazzo Reale, Milano (2004); Franco Fontana, Galleria Civica d’Arte Moderna, Torino (2001); Sorpresi nella luce americana, Galleria Civica, Modena (2000); Varivalokuvia fargfotografier, Finnish Museum of Photography, Helsinki (1990). Le sue opere fanno parte di importanti collezioni museali internazionali tra le quali Maison Européenne de la Photographie, Parigi; International Museum of Photography, Rochester, NY; Museum of Modern Art, San Francisco; Ludwig Museum, Colonia; Pushkin Museum, Mosca; Stedelijk Museum, Amsterdam; Metropolitan Museum, Tokyo; Museum of Modern Art, Parigi; Victoria & Albert Museum, Londra. Ha tenuto workshop e conferenze al Guggenheim Museum di New York, all’Institute of Technology di Tokyo, all’Académie Royale des Beaux-Arts di Bruxelles, all’Università di Toronto. Ha collaborato con il Centre Georges Pompidou, il Ministero della Cultura giapponese e il Ministero della Cultura francese.

 

Al termine di un complesso restauro il dipinto raffigurante San Rocco di Bartolomeo della Gatta torna a raccontarsi al Museo Horne di Firenze. L’intervento è stato eseguito da Valeria Cocchetti e Daniele Ciappi di Restauro Dipinti Studio 4 srl, sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza di Firenze, ed è stato reso possibile grazie al dono di Donna Curry, Mary Mochary e Donato Massaro, attraverso la Fondazione Friends of Florence. “Una volta di più la Fondazione Friends of Florence è intervenuta a favore della nostra istituzione, commenta Elisabetta Nardinocchi direttrice del Museo, in questo caso sostenendo un restauro di particolare complessità per le vicissitudini storiche attraversate dal dipinto. Al mio grazie si unisce quello del Presidente della Fondazione Horne, prof. Antonio Paolucci e, idealmente, quello dello stesso Herbert Horne che, acquistando la tavola nel 1909, aveva annotato dei molti guasti che il tempo aveva inferto all’opera, considerandola tuttavia tra le cose migliori di Bartolomeo della Gatta”. “Lavorare con il Museo Horne per conservare i suoi capolavori è sempre una bella esperienza, sottolinea Simonetta Brandolini d’Adda Presidente di Friends of Florence. Dopo il restauro dell’album di disegni di Giovan Battista Tiepolo, ed altri progetti realizzati all’interno del museo, l’intervento sul San Rocco ci vede nuovamente attivi per la Fondazione Horne, istituzione che ci sta particolarmente a cuore per l’affinità di pensiero tra Herbert Percy Horne e Friends of Florence.

Ringrazio la Dott.ssa Elisabetta Nardinocchi, Direttrice del museo, per averci coinvolto in questo progetto, la restauratrice Valeria Cocchetti che con tutti i suoi collaboratori ha realizzato il lavoro e i donatori poiché senza il loro contributo tutto questo non sarebbe stato possibile.” L’OPERA Il dipinto è da identificare con quello descritto da Giorgio Vasari nella Vita di Bartolomeo della Gatta, che lo aveva eseguito per la chiesa servita di San Pier Piccolo ad Arezzo presumibilmente dopo che, tra il 1485 e il 1486, la peste aveva nuovamente colpito la città. A questa data il maestro era da poco tornato ad Arezzo, forte dell’esperienza maturata nel cantiere romano della cappella Sistina. Il dipinto rimase nel convento fino al 1860, purtroppo gravemente danneggiato dalle soldatesche che l’anno precedente erano state lì alloggiate. Sommariamente ricomposto e pervenuto sul mercato antiquario, fu acquistato da Herbert Horne nel 1909 e sottoposto a interventi di restauro nel 1928 e nel 1963 che tuttavia, a causa delle ampie ridipinture e di inadeguati interventi al supporto, portarono vari studiosi a negare l’identificazione con l’opera citata dal Vasari. Oggi, grazie alla puntuale ricostruzione delle testimonianze documentarie, all’acquisizione di una serie di fotografie storiche che documentano i progressivi interventi e, soprattutto, grazie alla restituzione della sua leggibilità, può finalmente essere con sicurezza identificato con la tavola ammirata dal Vasari.

Il “San Rocco” di Bartolomeo della Gatta è un dipinto su tavola cuspidata dove il Santo spicca in primo piano con dimensioni prossime al reale. L’opera ha subìto nel tempo numerose vicissitudini legate sia a vicende storiche che a problemi intrinseci alla tecnica esecutiva, arrivando ai giorni nostri in precario stato di conservazione. I problemi principali erano dovuti ai movimenti del supporto ligneo, che avevano provocato il sollevamento e la perdita di numerose porzioni di colore originale: già nel passato si era cercato di provvedere al degrado ridipingendo le mancanze e apponendo sul retro una pesante traversatura fissa in ferro. Tale intervento, oltre che non risolutivo, è risultato nel tempo ulteriormente deleterio bloccando i naturali movimenti del legno e comprimendo il soprastante colore originale. Il dipinto è perciò giunto ai giorni nostri con ulteriori perdite di colore e sollevamenti diffusi su tutta la superficie pittorica.

L’attuale intervento di restauro ha perciò previsto la rimozione della traversatura in ferro, sostituita con un sistema di tre traverse a giunti elastici in grado di sostenere, ma anche assecondare i naturali assestamenti del supporto ligneo. L’intervento ha portato anche al recupero della corretta planarità superficiale: il legno ha infatti ripreso la sua naturale curvatura con grande vantaggio per film pittorico. E’ stato quindi possibile procedere con il consolidamento dei sollevamenti e la messa in sicurezza del colore originale. Per quanto riguarda l’intervento di pulitura si è proceduto adottando il criterio di minimo intervento: le vicissitudini subìte dal colore originale non garantivano il corretto recupero dell’immagine pittorica, ormai storicizzata, suggerendo invece una pulitura di tipo superficiale, mirata alla valorizzazione dell’insieme. Le perdite di colore sono state quindi integrate pittoricamente e le precedenti ridipinture, alcune delle quali alterate, sono state recuperate cromaticamente equilibrandole al livello di lettura acquisito. Non si è trattato quindi di un restauro di rivelazione, ma un intervento focalizzato sul recupero delle migliori condizioni di stabilità e conservazione volte alla fruizione futura dell’immagine dipinta.

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