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Venerdì, 14 Agosto 2020

Inaugura sabato 9 novembre alle 17.30 nelle sale al secondo piano di Palazzo Pigorini a Parma la mostra Emilio Scanavino. Genesi delle forme a cura di Cristina Casero ed Elisabetta Longari, realizzata in collaborazione con l’Archivio Emilio Scanavino e il sostegno del Comune di Parma. La rassegna offre una lettura inedita dell'opera di Emilio Scanavino (Genova, 1922–1986), artista che è stato protagonista della stagione italiana della pittura informale negli anni Cinquanta, aggiornando poi i suoi modi nei decenni seguenti lungo una traiettoria personale e coerente.

L'esposizione presenta – accanto a dipinti, ceramiche e sculture – più di cento fotografie scattate dallo stesso Scanavino, una produzione interessante e sostanzialmente inedita, conservata presso l'archivio dell'artista. Intorno a questo nucleo di immagini è costruita, con un taglio innovativo, la mostra, che chiarisce quindi come la pratica fotografica sia stata parte integrante, sin dalla fine degli anni Cinquanta, della ricerca dell'autore. Dal confronto tra gli scatti e la produzione artistica si evidenzia anche l'affermarsi di un differente modo di concepire l'immagine pittorica o scultorea da parte di Scanavino, che affermava «a me piace fotografare. Ma non cerco belle immagini, mi piace andare in giro e ritrarre lo scheletro della natura, certi buchi, certi solchi che i secoli hanno scavato nelle montagne. I detriti che si accumulano nei luoghi dove la nostra civiltà industriale raccoglie le sue scorie mi raccontano cose incredibili».

Nelle sue fotografie, infatti, Scanavino immortala brani di realtà - corde, innesti, insetti, muri, nodi, pietre -, tutti elementi che qui diventano forme primarie, archetipi, il cui senso va oltre il loro significato letterale. Come evidenzia una delle due curatrici, Elisabetta Longari, “la fotografia aiuta Scanavino a leggere con evidenza il carattere particolare della materia, ne capta la qualità, la struttura segreta”, e quindi il motivo per cui egli ricorre a questo strumento espressivo è “la conoscenza, la più profonda e diretta possibile. La fotografia in questo quadro si rivela un ottimo strumento d’indagine, l’obiettivo è un occhio ravvicinato cui non sfugge nulla, o comunque che sa cogliere ciò che l'occhio umano non afferra”. L'artista, dunque, assegna alla fotografia un ruolo fondamentale nel processo di genesi delle forme del suo immaginario, non fondato soltanto sulla sua invenzione, sulla sua immaginazione, ma capace di trarre forza anche da quella ricognizione sulla realtà che egli compie anche attraverso il mezzo fotografico.

Il fondamentale rapporto tra l'immagine fotografica e la produzione pittorica e scultorea di Scanavino, insieme all’analisi del linguaggio fotografico dell'autore, sono indagati nel catalogo della mostra, un volume edito da Magonza Editore, che presenta la produzione fotografica dell'autore, sinora poco conosciuta. I saggi delle due curatrici approfondiscono diversi aspetti: Cristina Casero si concentra più propriamente sull’analisi del linguaggio fotografico e sulle relazioni dell’artista con il clima culturale e il contesto espositivo a lui contemporaneo; Elisabetta Longari cerca, basandosi principalmente sui libri, come anche sui carteggi presenti nell’archivio del pittore, di tracciare una possibile mappa culturale del suo approccio alla fotografia e all’arte.

Emilio Scanavino (Genova, 1922 – Milano, 1986), conseguito il diploma artistico, nel 1942 si iscrive alla Facoltà di Architettura dell’Università di Milano, ma interrompe gli studi a seguito della chiamata alle armi. Nel 1947 Scanavino si reca per la prima volta a Parigi dove soggiorna qualche tempo e, accanto ai critici, incontra i poeti e gli artisti, Edouard Jaguer, Wols, Camille Bryen. L’esperienza parigina si rivelerà fondamentale nel suo percorso stilistico, in particolare per gli echi del postcubismo che assimila e interpreta in chiave personale fin dal 1948, quando espone alla Galleria l’Isola di Genova. Nel 1950 alla XXV Biennale di Venezia espone Soliloquio musicale e suscita l’attenzione della critica. Sarà invitato alla Biennale di Venezia anche nel 1954, nel 1958 e nel 1960 con una sala personale. Nel 1951, in occasione di una mostra personale alla londinese Galérie Apollinaire, trascorre un periodo a Londra, dove viene profondamente colpito dall’opera di Bacon, Sutherland e Matta. Dal 1968 lavora sempre di più a Calice Ligure, avendovi stabilito una comunità artistica, specialmente dedita alle attività artigianali e alla ceramica. Alla sua opera sono state dedicate mostre personali presso la Kunsthalle di Darmstadt (1973), Palazzo Grassi di Venezia (1973) e Palazzo Reale di Milano (1974).

La Pala di San Marco è stata eseguita tra il 1438 e il 1443 per l’altare maggiore della chiesa di San Marco. Nel 1438 Cosimo e Lorenzo de’ Medici ottengono il patronato della cappella maggiore della chiesa, che decidono di rinnovare affidandosi all’opera di Michelozzo. Commissionano poi a Fra’ Angelico da Fiesole, per il nuovo altar maggiore – dedicato al santo titolare e ai santi Cosma e Damiano – una nuova e grandiosa tavola d’altare. La maestosa tavola doveva costituire il momento culminante della committenza medicea, a mostrare con magnificenza l’impegno profuso dai Medici per la chiesa e il convento di San Marco. 

In questa circostanza fu deciso di rimuovere il trittico di Lorenzo di Niccolò, firmato e datato 1402, che venne destinato al convento di San Domenico di Cortona, dove ancora oggi si trova. Commissionata dai due fratelli Cosimo e Lorenzo dei Medici, la vide ultimata il solo Cosimo: il fratello Lorenzo morì appena quarantacinquenne il 23 settembre 1440, e di ciò resta probabilmente traccia proprio nell'attitudine dei due santi protettori dei Medici: mentre Cosma guarda lo spettatore invitandolo con il gesto della mano ad ammirare con devozione la scena, Damiano è di spalle, prostrato per invocare la misericordia divina e l'intercessione di Maria. La pala venne completata prima dell'Epifania del 1443, quando la chiesa e l'altare maggiore furono consacrati alla presenza del papa Eugenio IV e di tutto il collegio cardinalizio. La Pala di San Marco era una complessa macchina lignea che si elevava sull’altare a circa tre metri e mezzo di altezza ed era formata da almeno ventisei dipinti, tra santi dei pilastrini, scomparti della predella e la pala centrale vera e propria. Se ne sono conservati diciotto, collocati in nove musei diversi. La tavola centrale, quadrata, era incastonata fra alti pilastri decorati di tavolette con santi, solidamente impiantata sulla predella a gradino, con otto storie dei santi Cosma e Damiano. 

La composizione della tavola centrale raffigura una Sacra Conversazione, al cui centro si trovano la Madonna col Bambino in trono fra otto angeli e otto santi. Davanti al trono, situato su un basamento con due scalini d’accesso, gli angeli e i santi sono suddivisi in due gruppi. Si possono riconoscere da sinistra san Lorenzo, che saluta il fedele che si avvicina all’altare con la mano alzata, (è il protettore di Lorenzo, fratello di Cosimo), san Giovanni Evangelista (protettore di Giovanni di Bicci, padre di Cosimo), san Marco, cui è dedicata la chiesa, che mostra il suo vangelo a Giovanni. Dall’altra parte del trono, san Domenico, il fondatore dell’Ordine, che guarda Francesco d’Assisi, il quale a sua volta, insieme a san Pietro martire, si rivolge alla Vergine e al Bambino. Nella predella si snoda il vivace racconto della vita dei santi Cosma e Damiano. Il Museo di San Marco conserva solo due scomparti degli otto che componevano la predella. Le possibili ricostruzioni dell’aspetto finale della complessa macchina sono numerose e spesso attendibili, ma a oggi è estremamente difficile immaginare con certezza l’aspetto complessivo della pala, dopo il suo smembramento e la perdita della carpenteria che la articolava e la racchiudeva. L’attuale struttura di allestimento museale non intende proporre alcuna ipotesi ricostruttiva. 

“Col ritorno della Pala di San Marco nella Sala dell’Ospizio" dichiara il Direttore del Polo Museale della Toscana Stefano Casciu, si ricostituisce al completo nel Museo di San Marco quell’insieme unico al mondo di opere su tavola del Beato Angelico che, insieme coi suoi affreschi realizzati per il convento domenicano, ed in particolare quelli celeberrimi delle celle, rende questo museo tra i più affascinanti ed amati di Firenze. La Pala di San Marco è un testo fondante della pittura del Rinascimento fiorentino. Lo splendido restauro realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure ha riportato i suoi valori spaziali e lo splendore delle superfici pittoriche e delle mirabolanti dorature ai massimi livelli possibili, considerati i gravi danni subiti nel passato. Un ritorno che contribuisce in modo speciale alle celebrazioni dei 150 anni della fondazione del Museo.” " Il restauro della Pala di San Marco - afferma il Soprintendente dell'OPD Marco Ciatti - ha costituito una sfida complessa per la gravità dei problemi conservativi presenti sia nel supporto ligneo, sia sulla superficie pittorica. E' stato perciò affrontato e risolto come un progetto di ricerca con soluzioni innovative per entrambi gli aspetti, così da consentirci di conseguire non solo il restauro dell'opera, ma anche di avere messo a punto nuove metodiche di intervento. 

Secondo la volontà di disseminazione propria dell'OPD è previsto un volume di studi nella nostra collana che uscirà nella prossima primavera." Al termine della presentazione una nuova ottima notizia per il Museo di San Marco: Stefano Casciu e Simonetta Brandolini D'Adda hanno annunciato che i Friends of Florence finanzieranno il restauro di un'altra opera del Museo e i lavori per il nuovo completo allestimento della Sala dell'Ospizio, attesi da tempo. La Sala, con il ritorno del Giudizio Universale e della Pala di San Marco, presenta oggi tutte le sue preziose e celebri opere nuovamente riunite, eccezionalmente affiancate dall' "illustre ospite" del Museo del Prado, l’Annunciazione di Robert Campin in dialogo con l'Annunciazione del tabernacolo del Beato Angelico. Le iniziative per i 150 anni del Museo proseguiranno a fine ottobre con un'inedita installazione di arte contemporanea in alcune delle celle più celebri e significative del museo. 

 

 

Florence biennale celebrerà l’arte e il genio di Leonardo da Vinci la XII Florence Biennale – Mostra Internazionale di Arte Contemporanea e Design che si svolgerà dal 18 al 27 ottobre 2019 nel Padiglione Spadolini della Fortezza da Basso di Firenze.

La principale novità di questa XII edizione di Florence Biennale è l’inaugurazione di un padiglione espositivo dedicato al design, che tuttavia si interfaccia con quello dedicato all’arte contemporanea.

Nel complesso, saranno presenti alla manifestazione 747 espositori provenienti da 78 Paesi di tutti e cinque i continenti. Nell’esposizione della sezione arte, a cura di  Melanie Zefferino, espongono 484 artisti – inclusi gli ospiti e coloro che concorrono per il Premio “Lorenzo il Magnifico” in 12 categorie (Arte Ceramica, Arte Digitale Multimediale ovvero New Media Art, Disegno Calligrafia e Grafica d’arte, Fotografia, Gioiello d’arte, Installazione d’arte, Mixed media, Performance art, Pittura, Scultura, Textile&Fibre art, Video arte). Nell’esposizione della sezione design, a cura di Gabriele Goretti, partecipano 263 designer, inclusi gli ospiti e coloro che concorrono al Premio “Leonardo da Vinci” in 6 categorie (Architecture & Town Design, Communication&Graphic Design, Industrial & Product Design, Interior Design, Fashion&Jewellery Design e Technology & Game Design).

Il paese più rappresentato in entrambe le sezioni è sempre l’Italia con 66 partecipanti, seguito dalla Cina con 63; anche in questa edizione c’è un paese esordiente ed è asiatico: il Bhutan.

Durante i dieci giorni di Florence Biennale si susseguiranno incontri e presentazioni editoriali oltre alla Giornata di studi su Leonardo da Vinci (venerdì 25 ottobre) che vedrà la partecipazione di autorevoli studiosi e direttori di musei d’eccezione.

Infine sono confermati anche per la XII edizione di Florence Biennale i prestigiosi patrocini della passata edizione, ovvero della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Toscana, del Comune di Firenze, di Confindustria Toscana e del Comitato Nazionale Italiano ICOMOS.

Naturalmente entrambe le esposizioni hanno spazi dedicati alle personalità a cui è assegnato il premio alla carriera. Il 21 settembre 2018, il “Premio Lorenzo il Magnifico” alla carriera per le arti visive performative è stato consegnato a Franco Zeffirelli, grande Maestro fiorentino recentemente scomparso e si terrà dunque una cerimonia in suo onore e memoria attesa dal figlio Pippo Zeffirelli. Riceverà il Premio alla carriera per la scultura il messicano Gustavo Aceves mentre il Premio per la Installation & New Media Art va all’artista turco Refik Anadol. Nell’ambito del design il Premio “Leonardo da Vinci” andrà a Wanda e Salvatore Ferragamo (in memoriam) per il design nella moda, a Elsa Peretti disegnatrice di gioielli di Tiffany & Co. e a Paula Scher communication e graphic designer dello studio Pentagram di New York.

È annunciata la consegna anche di vari premi speciali tra i quali i “Premi del Presidente” alla carriera all’artista americano Anthony Howe, famoso per le sue sculture cinetiche, al macedone Mice Jankulovski, per il contributo all’arte e alla cultura, e al pittore cinese Han Yuchen, per aver rappresentato coniugato la tradizione artistica cinese con la pittura ad olio di tradizione europea.

Fondata nel 1997 dall’artista Pasquale Celona, con suo fratello Piero, oggi diretta dal giovane Jacopo Celona, e promossa da Arte Studio SB (società benefit, che persegue cioè obiettivi di impatto positivo sulla società e sul territorio) in 11 edizioni Florence Biennale ha visto la partecipazione di oltre 6mila artisti provenienti da più di 100 nazioni. Firenze è stata per tutti una vetrina d’eccellenza per esporre i propri lavori e un’occasione di dialogo multidisciplinare e multiculturale. Florence Biennale si configura come “piattaforma” indipendente, libera e innovativa che accoglie diverse forme d’espressione artistica e che anche in questa XII edizione si conferma all’avanguardia nel suo dar spazio alla creatività espressa attraverso le opere d’arte e d’ingegno impiegando materiali, tecniche e tecnologie diverse.

Nel nuovo spazio della Regione Toscana intitolato a Carlo Azeglio Ciampi, in via dei Pucci, angolo via Cavour, a Firenze, da segnalare infine che dallo scorso 3 ottobre è visibile la mostra della fotografa americana (ma fiorentina d’adozione) Amalie R. Rothschild dal titolo “Woodstock e gli altri. Cinquanta foto di pace, amore e musica”, dedicata ai grandi eventi musicali rock del 1969 e patrocinata da Florence Biennale.

Il tema della XII Florence Biennale si riassume in una formula: “Ars et Ingenium. Similitudine e Invenzione. Celebrando Leonardo da Vinci”. Il 2019 è stato l’anno in cui si sono celebrati i 500 anni trascorsi dalla morte del più illustre figlio di Vinci e anche Florence Biennale, per volontà della curatrice Melanie Zefferino, propone una riflessione sull’approccio conoscitivo e al tempo stesso creativo di Leonardo, Maestro del Rinascimento universalmente considerato quale genio di ogni tempo.

In particolare, il tema della XII Florence Biennale si focalizza sulla natura multanime di Leonardo – cioè poliedrico ed eclettico – capace di rivelarsi artista e “scienziato” dedito allo studio di innumerevoli discipline.

Inesauribile fonte di ispirazione da ormai cinque secoli, l’eredità di Leonardo da Vinci sarà così interpretata attraverso i più disparati linguaggi dell’arte da autori di diversa provenienza, cultura, formazione e carriera, che si apprestano a partecipare alla XII Florence Biennale questo autunno.

A costoro è rivolto l’invito, espresso con parole di Paul Valéry, a immaginare Leonardo all’opera e seguirlo “mentre si muove nell’unità opaca e densa del mondo ove la natura gli diventerà così familiare che egli la imiterà per raggiungerla, e finirà per imbattersi nella difficoltà di concepire un oggetto che essa non contiene”.

Questa edizione accoglie 484 artisti da 74 paesi e quattro continenti. Tra loro ben 44 ritornano a Firenze forti di altre esperienze, premi o riconoscimenti ricevuti sulla scena artistica contemporanea internazionale. Volendo menzionare coloro che presentano lavori a tema, iniziando da Wessel Huisman, “pittore della luce” dall’Olanda, che reinterpreta l’Ultima Cena; dalla Svizzera Theo Lenartz, vincitore nella categoria Installazione nel 2015, espone un omaggio a Leonardo, Encounter of Shape and Colour così come Ilse Fourie, che dal Sudafrica ci stupisce con Leonardo’s Lunar Conversations. Feromontana, “creatore d’arte della quarta dimensione”, torna con un progetto ispirato a Monna Lisa.

Non è l’unico: mai come in questa edizione il tema proposto ha riscosso successo fra gli artisti selezionati a partecipare in concorso. Per ovvie ragioni di brevità non possiamo menzionare tutti, ma vanno ricordati alcuni fra coloro che da diversi Paesi sono in Fortezza con opere ispirate a Leonardo: dalla Romania lo scultore Florin Codre la sua monumentale Battaglia di Anghiari; Paco Marquez (Messico), con una esilarante Monna Lisa su ‘due arazzi in uno’ da guardare in prospettiva dinamica; Gabriel Lavoie (Canada); Vita Lukstina (Lettonia) con i bambini al tavolo dell’Ultima cena, a cui fa eco il video di denuncia Four Stanza: Stop’s di Diane McLeod alias Feather Woman (Canada);Patrizia Pacini Laurenti e Morena Beltrami, Solange Keschmann (Svizzera); Nahum Nuila e Dora Martinez (El Salvador), per fare solo qualche esempio.

Particolarmente interessanti sotto il profilo tecnico-materiale sono le Gocce d’acqua in porcellana di Piela Auvinen (Finlandia), i suggestivi disegni monocromi su teflon di Irene Aguirre Arista (Messico), quelli a pennarello e acrilico su tela di Eileen Chan (Cina, Hong Kong) e quelli a inchiostro su specchio di Elia Fabbri – in dialogo con le pitture su argento di Ganga Duleep (USA). Usa invece grafite e medicine su carta Soo Jin Chung (Corea del sud), premiata quest’anno all’Art Olimpia in Giappone. Il verre églomisé di Mercedes Murat (Svezia) si confronta con lavori in cui il vetro combinato ad altri materiali da Eric Beaulieu (Francia), Igor Josifov (MK) e Maria Antonia Fedon. Accendono l’immaginazione i LED nelle opere di Markita Manolopoulou (Grecia), Hu Songyan (Cina) e Pier Giovanni Panfietti e così pure gli ologrammi di Olga Tobreluts (Russia). Gli arazzi di De Cluuz (Francia), tessuti con filati metallici e fibre ottiche per restituire una visione changeant di famosi ritratti di signore del passato.

Muta lo spazio nel video Space Changer di Walter Gaudnek (USA), ottantottenne pluripremiato professore e “artista ribelle”, e così pure in quelli di Eunye Shin (Corea del sud) e Richard Rownak (USA). A suggerire una percezione dinamica dello spazio e del tempo è Hans R.L. Schlegel, ‘orologiaio’ svizzero autore di un Pendolo intrigante, ma anche Sangeeta Abhay (India), la taiwanese Pey Chwen Lin, che dalla proiezione rotazionale dell’Uomo vitruviano di Leonardo crea il clone di Eva, e altri ancora. A scandagliare ogni possibile cristallizzazione è però Us; di Rey Zorro, fondatrice e direttore creativo di Liquid Sky D_sign aka LSD NYC nonché ideatrice della “Dis-installation Art”.

Infine, a condurci nel mondo della Performance Art sono Domitilla Biondi, Eldarin Yeong (UK) e gloATL con la coreografia di Laurie Stallings (USA).

La XII Florence Biennale presenta una nuova sezione dedicata al mondo del design a cura di Gabriele Goretti. Il padiglione sviluppa differenti prospettive e si focalizza sui diversi fattori che strutturano la cultura del progetto in particolare nel settore arredo e accessorio moda.

L’apertura della sezione design assume un valore particolarmente significativo nell’anno in cui ricorre il 500esimo anniversario della morte di Leonardo Da Vinci, il genio del progetto e dell’invenzione tecnico-scientifica, un ingegno che sa unire i valori tangibili e intangibili della creatività, una mente capace di creare ponti tra cultura ingegneristico-esplorativa del progetto e valori umanistici e artistici.

Proprio la connessione tra valori intangibili e valori tangibili propri dei processi di creazione e produzione si presentano come un valore di assoluto rilievo nel padiglione Design di Florence Biennale 2019, includendo spunti e riflessioni che uniscono elementi propri delle humanities e dei contenuti immateriali del prodotto a elementi propri della perizia tecnica e della manifattura avanzata.

La Toscana, da questo punto di vista, si presenta come un bacino di saperi e di casi di studio  di assoluto rilievo nella produzione di design alta gamma frutto di conoscenze tecniche e di valori sociali e culturali diffusi nei territori. Proprio in questi territori si ritrovano quei distretti manifatturieri storicizzati che oggi come in passato sviluppano artefatti di alta gamma per marchi nazionali e internazionali. Nei distretti toscani, proprio nel loro saper fare proprio della cultura dell’artigianalità avanzata che li contraddistingue, possiamo ritrovare appieno quell’ingegno e quello spirito esplorativo propri dell’opera di Leonardo.

Il padiglione Design raccoglie differenti anime della cultura del Design, sia legate a una sfera internazionale che legati a caratteristiche e valori locali del territorio toscano. Il Padiglione è caratterizzato da due macro-aree, una caratterizzata dalla presenza di aziende e fondazioni che rappresentano punti di riferimento nel settore del product design, fashion design e comunicazione.

Un’altra area presenta una ricca selezione di giovani designer che caratterizzano la scena nazionale e internazionale. Nella stessa area troviamo spazi di presentazione di alcuni importanti Istituti di Formazione che qui presentano ricerche in atto presso i propri corsi di studi e centri di ricerca, e offrono occasioni di workshop su tematiche del design contemporaneo in partnership con aziende design-oriented. Come espositori “guida” di questa area Florence Biennale ospita una selezione di designer contemporanei che rappresentano un punto di riferimento nella cultura del progetto di alta gamma italiano e internazionale.

«Dal momento che Firenze non è solo arte – afferma Jacopo Celona, Direttore Generale di Florence Biennale -, ma insieme a tutta la Toscana costituisce da sempre un centro d’eccellenza per la moda e per il design, e che tra arte e design sono innumerevoli i punti di contatto, abbiamo deciso di incoraggiare questo genere di connessioni che ci caratterizza, aprendo una vetrina mondiale incentrata proprio sull’universo del design. In tale senso – prosegue Celona – faremo uno sforzo notevole: contiamo di aumentare gli spazi espositivi rispetto al passato, passando da 8mila a 14mila mq circa, pur tenendo fermo il numero chiuso dei partecipanti per garantire una selezione di qualità e l’efficienza dei servizi, due standard imprescindibili per la nostra manifestazione».

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