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Giovedì, 30 Giugno 2022

Lelio Luttazzi, ritratto di un autentico artista

Non basterebbero mille pagine per ricordare un artista di così grande levatura come Lelio Luttazzi.

Nato a Trieste il 27 aprile 1923, già dall’infanzia dimostra una notevole propensione verso la musica e sarà Don Crisman, Parroco di Prosecco, ad impartirgli le prime lezioni di pianoforte.

Il suo grande amore è il Jazz; a tredici anni ascolta per la prima volta Louis Armstrong nell’interpretazione del brano “After you’ve gone” e ne rimane fortemente affascinato.

Tornato a Trieste, frequenta il liceo per poi iscriversi all’Università presso la facoltà di Giurisprudenza e proprio in quel periodo inizia ad esibirsi in spettacoli musicali con il suo complesso “I gatti selvatici” e a scrivere canzoni per artisti in voga, come Ernesto Bonino, che accompagna spesso al pianoforte nelle sue performance canore.

Appena terminata la guerra, apprenderà con piacere dalla SIAE di aver guadagnato una cifra allettante con i diritti d’autore; inizia, quindi, una lunghissima carriera costellata di successi radiofonici e televisivi sia in Italia che a livello internazionale. Nel 1950 dirige l’Orchestra della sede Rai di Torino, inventando l’orchestra d’archi ritmica, uno stile assolutamente innovativo nel nostro Paese.

Nel frattempo, scrive decine di colonne sonore da film e interventi musicali per pellicole estremamente rappresentative del Cinema italiano, come “Detenuto in attesa di giudizio”, “Rocco e i suoi fratelli”, “La ragazza con la valigia”, tanto per citarne alcune ed inoltre commedie musicali per nomi importanti, fra cui  Macario e che vedono sul palco Dapporto, Tognazzi, Vianello ed altri.

Anche l’attività televisiva sarà intensa e foriera di enormi soddisfazioni; il suo amatissimo pubblico lo vedrà per anni accanto a partner d’eccezione, come le gemelle Kessler, Raffaella Carrà, Mina, Sylvie Vartan, Gigliola Cinquetti, Rosario Fiorello e così via.

Tuttavia, in un percorso artistico così policromo non poteva mancare il ruolo di attore in ben 13 film.

La lista dei programmi radiofonici ai quali partecipa negli anni è davvero interminabile; ma diverse generazioni lo ricordano in modo particolare per la famosissima “Hit Parade”, che conduce con ineguagliabile competenza e simpatia dagli studi radiofonici di via Asiago (Roma) nell’arco di un decennio.

Nel 1976 conosce Rossana, che sposerà poco più tardi e resteranno insieme per 36 indimenticabili anni.

Negli anni 2008/2009 Luttazzi è ospite di programmi televisivi condotti da Pippo Baudo, Fabio Fazio e Antonio Di Bella e, in occasione del “Festival di Sanremo” del 2009 accompagna al pianoforte la giovanissima Arisa, vincitrice del Premio “Nuove Proposte”.

Nel corso degli anni ha vinto numerosi premi di notevole caratura e quello certamente più amato è stato nel 1991 il “San Giusto d’Oro”, un prestigioso riconoscimento dei cronisti giuliani.

Il Musicista Lelio Luttazzi ci lascerà l’8 luglio 2010 e sua moglie Rossana continuerà incessantemente a mantenere vivo il ricordo della sua figura umana e professionale attraverso iniziative e progetti molto interessanti ed impegnativi, dando vita, fra l’altro, nel 2010 alla “Fondazione Lelio Luttazzi”.

La foto pubblicata è stata realizzata dal Ph Roberto Guberti.

Il Maestro Luttazzi rappresenta uno straordinario punto di riferimento nel panorama musicale internazionale. Artista a tutto tondo, grazie al suo indiscusso talento ha scritto una pagina estremamente ricca e significativa della Musica italiana. Mi viene in mente la canzone “Souvenir d’Italie” che, interpretata anche da artisti come Perry Como e Connie Francis, ha fatto letteralmente il giro del mondo. Vorrebbe ripercorrere alcuni momenti della carriera di suo marito?

Non è facile ripercorrere in breve una carriera professionale lunga sessant’anni… È stata certamente la carriera importante di un uomo straordinario. Nel 1950 si trasferisce da Trieste a Milano e diventa direttore artistico della mitica “CGD – Compagnia Generale del Disco”; centinaia di arrangiamenti, incisioni, direzioni d’orchestra. A Torino presso la Sede Rai crea per la prima volta in Italia l’orchestra d’archi ritmica. Intanto, il Teatro di varietà lo reclama e Lelio inizia a scrivere le musiche per le riviste di Macario, Scarnicci, Tarabusi e tanti altri.

Nel 1954 si trasferisce a Roma; con il suo gruppo Jazz esegue concerti in tutta Italia e comincia a lavorare alla Radio. Centinaia di spettacoli. Amante del Cinema, scrive una miriade di colonne sonore da film, partecipa nelle vesti di attore a film rimasti nella mente di ognuno, come “L’avventura” di Antonioni, “L’ombrellone” di Dino Risi e tanti altri. Negli anni ’60 la Tv lo vuole e partecipa come showman e direttore d’orchestra a programmi che hanno fatto la storia della televisione, da “Studio Uno” con Mina a “Doppia Coppia” con Sylvie Vartan e “Sabato sera”, ancora una volta con Mina.

Appassionato di letteratura, ha anche scritto romanzi. Perfezionista, elegante, ama suonare i suoi autori preferiti, da Cole Porter a George Gershwin, da Carmichael a Irving Berlin, Jerome Kern. Partecipa a show in Francia, A Broadway e New York. Adora Louis Armstrong, suona insieme a lui in uno spettacolo ed anche con Lionel Hampton, un altro grande del Jazz.

Nel 1957 è stato realizzato il film dall’omonimo titolo “Souvenir d’Italie” per la regia di Antonio Pietrangeli. Se ricordo bene, si tratta di una coproduzione italo-britannica che ha visto fra i protagonisti italiani Vittorio De Sica, Gabriele Ferzetti e un giovane Alberto Sordi. Qual è il suo personale ricordo del Cinema italiano degli anni ’50 e ’60, un periodo dai più definito di massimo splendore?

Sono nata nel 1950, dunque ho visto i film di quegli anni “da grande”. Dopo la stagione neorealista, credo che al Cinema di quel periodo storico si chiedesse di intrattenere il pubblico con storie vere, autentiche, che avessero a che fare con gli italiani e con la loro straordinaria voglia di rinascita. I film avevano le regie di Antonioni, Monicelli, Fellini, Pier Paolo Pasolini, Risi, Pietrangeli, tutti registi di grande spessore. Lelio – come dicevo prima – scrisse moltissime colonne sonore dei film di quegli anni.

Nel 2010, subito dopo la scomparsa di suo marito, ha dato vita alla “Fondazione Lelio Luttazzi”, un progetto finalizzato alla promozione e alla diffusione della cultura e della formazione musicale, con una particolare attenzione rivolta verso i giovani. Secondo lei, qual è il ruolo dell’educazione musicale nell’ambito di un equilibrato percorso di crescita di un ragazzo anche sotto un profilo psicologico, a prescindere dalla propria vena creativa?

Ho creato la “Fondazione Lelio Luttazzi” al fine di realizzare eventi per ricordare la figura di mio marito, ma anche per aiutare i giovani musicisti che Lelio amava tantissimo. La musica andrebbe insegnate nelle scuole, dalla materna all’università. La musica fa bene e mai come in questo periodo potrebbe rappresentare, in particolare per i più giovani, un vero toccasana. Ascoltare musica permette al nostro cervello di rilasciare grandi quantità di dopamina, un neurotrasmettitore in grado di ridurre stress e ansia.

La Fondazione ha finora realizzato eventi in ricordo della figura artistica ed umana del Maestro dello swing, un uomo che tutti ricordiamo anche per la travolgente simpatia. Fra le varie manifestazioni, il “Premio Lelio Luttazzi”. Ho notato con piacere che, nonostante l’emergenza pandemica, l’ultima edizione 2021 ha riscosso un grande successo. Sta già lavorando per la prossima edizione?

In ogni edizione del “Premio Lelio Luttazzi”, da noi promosso, abbiamo scoperto giovani pianisti Jazz straordinari. Ci sono giovani pazzeschi. L’edizione del 2021 ha avuto un ottimo riscontro e sono stati molti gli iscritti. Nonostante il periodo a dir poco complicato, siamo riusciti a realizzare la finale a Roma alla “Casa del Jazz” sia in presenza che in streaming. Ci sarà una prossima edizione all’interno di un grande evento del quale non vorrei ancora parlare per scaramanzia.

La mia generazione e le successive ricordiamo con una certa nostalgia il programma radiofonico “Hit Parade” che, affidato alla competente conduzione di suo marito, durante l’appuntamento con cadenza settimanale presentava i successi presenti nel panorama musicale del momento; ricordo bellissimi brani che restavano ai primi posti in classifica per diverse settimane e, fra l’altro, non posso fare a meno di pensare a come in pochi decenni sia cambiato il mondo della discografia. Ma torniamo al tema della domanda; a quali programmi radiofonici o televisivi Lelio è rimasto particolarmente legato?

Mio marito in primis amava la Radio e il programma del venerdì “Hit Parade” è stato, forse, il più amato e ricordato. Ma certamente ha custodito nel suo cuore anche i ricordi legati agli show del sabato sera su Rai Uno che presentava insieme a Mina, a Sylvie Vartan; personaggi eccezionali, rimasti poi amici di una vita.

Un altro aspetto che mi ha piacevolmente colpito era l’attaccamento a Trieste, sua città d’origine. Quindi, Lelio Luttazzi era un uomo che, sebbene abbia conosciuto notorietà e prestigio a livello internazionale, ha sempre conservato un grande amore verso la cultura e le tradizioni legate alla sua Terra. Qualche aneddoto della sua gioventù?

Era un legame molto importante e forte quello con la sua città. Lelio è nato a Trieste e la sua adolescenza, la sua gioventù le ha vissute nella Trieste colta e austera del tempo, che è stata la patria di Italo Svevo e la patria d’adozione di James Yoice e di quella cultura era figlio. Era un uomo molto colto e profondamente liberale ed, inoltre, di un rigore estremo e di un’umiltà disarmante, come lo erano e lo sono solo i Grandi.

A 85 anni ha voluto tornare a vivere a Trieste. Abbiamo vissuto gli ultimi anni a Piazza dell’Unità - la mia piazza più bella del mondo - così la definiva Lelio.

Un ricordo di gioventù…Lelio frequentava il Liceo Petrarca a Trieste e suo compagno di banco era Sergio Fonda Savio, nipote di Italo Svevo. Mi raccontava delle partite a pallone, delle gite in bicicletta a Barcola. Aveva 13 anni quando ascoltò per la prima volta “After you’ve gone” di Louis Armstrong e perse la testa per il Jazz. Mise insieme un piccolo complessino “I gatti selvatici” e insieme suonavano dovunque.

Attualmente sta lavorando su qualche progetto di cui vorrebbe parlare?

Le dico la verità, da mesi stiamo lavorando in Fondazione ad un grande progetto, ma come già le accennavo, per ora non ne parlo e intanto incrocio le dita e mi tocco il naso, come si dice a Trieste.

 

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