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Martedì, 14 Luglio 2020

La pellicola d’oro

IMMAGINE ENZO ED UGO GREGORETTI

Sabato 20 giugno presso il teatro Palladium di Roma si svolgerà la serata di premiazione de “La Pellicola d’Oro”, alla quale parteciperanno ospiti d’eccezione, come Ugo Gregoretti, Claudio Mancini, Giuliano Montaldo, Laura Delli Colli, Carlo Degli Esposti, Beppe Giulietti, Massimo Spano e Silvia Scola.

Questo premio, promosso ed organizzato dal 2011 dall’Associazione Culturale “ARTICOLO 9 Cultura & Spettacolo” e dalla SAS Cinema, ogni anno è indirizzato ad artigiani, tecnici e professionisti italiani attivi nell’ambito cinematografico, ai quali vengono riconosciuti particolari meriti legati all’esercizio della loro professione. Quindi, un giusto riconoscimento rivolto alle varie figure professionali che, con il loro contributo artistico, creativo o artigianale, caratterizzano ogni produzione cinematografica, anche se talvolta i loro ruoli sono meno visibili, rispetto alle figure che ricoprono ruoli apicali, quali il regista oppure il direttore della fotografia.

Ma la realizzazione di un film è un lavoro di squadra, all’interno della quale ogni persona presente sul set conferisce il proprio contributo, per conseguire un comune obiettivo. Quindi, è lodevole l’idea di portare alla ribalta e finalmente premiare: direttore di produzione, operatore di macchina, effetti speciali, costruttori di scena, sarte, sartorie cineteatrali, capi macchinisti e capi elettricisti. Essi, con la loro indispensabile presenza, contribuiscono a dar vita al Cinema, “la fabbrica dei sogni”. Inoltre, vengono assegnati alcuni premi speciali a personalità o aziende che si sono distinte nell’ambito della promozione del Cinema o per la loro carriera.

La giuria, costituita di addetti ai lavori, nel corso delle votazioni, esprime un voto via mail, per selezionare quarantacinque finalisti, (cinque per ogni categoria). Seguirà una seconda votazione, nel corso della quale verranno decretati i vincitori.

Negli anni precedenti sono stati destinatari di premi speciali figure illustri e famosissime come: Giancarlo Giannini, Ugo Gregoretti, Ettore Scola, Manolo Bolognini, Roberto Perpignani, Giulio Base, Kaspar Capparoni, la RAI, il Centro sperimentale di cinematografia, l’ANAC. Questo uno dei motivi principali per cui “La Pellicola d’Oro” annovera significativi patrocini istituzionali di associazioni di rappresentanza, che operano nel campo dello spettacolo.

Ho incontrato Enzo De Camillis, scenografo, regista e presidente della SAS Cinema.

Sei entrato tanti anni fa nel mondo del Cinema come scenografo. Vorresti raccontarmi i tuoi inizi e i ricordi salienti di questa tua lunga esperienza?

Il mio debutto risale al 1977, come assistente del Premio Oscar per la scenografia Dante Ferretti in un film di Luigi Zampa. Fino al 1983, per otto anni sono stato arredatore ed assistente, poi casualmente firmai un lavoro come scenografo in un programma di Italia 1 “Drive in”, mentre il mio esordio da scenografo nel cinema fu con il film “Terno secco”, opera prima come regia per Giancarlo Giannini. Ho avuto l’onore di lavorare in quattro film con Steno, una serie televisiva con Bud Spencer, poi con Pasquale Squitieri ne “Il pentito”, la storia di Tommaso Buscetta, con Max Von Sidon e Tony Musante. Interessanti le esperienze in film di caratura internazionale, come “Dimenticare Palermo” di Francesco Rosi, con James Belushi e Mimi Rogers.

Il grande Regista Francesco Rosi è stata una figura significativa nell’ambito cinematografico e la sua scomparsa ha lasciato un gran vuoto. Mi parli della tua esperienza?

Francesco Rosi era una persona molto esigente e molto gentile; assolutamente serio nel modo di porsi e professionalmente perfetto. A volte chiedeva cose difficili, ai limite dell’impossibile, avendo però sempre cura di mettere a disposizione tutto ciò che necessita per realizzarlo, sia in termini economici, che pratici. Inoltre, chiedeva quanto tempo avrei impiegato, senza porre limiti, ma poi le scadenze andavano rispettate.

Ricordo un aneddoto: stavamo girando un film a Palermo; nel mese di maggio dovemmo ricostruire l’ambientazione del Festino di Santa Rosalia, che si celebra in luglio. Ricordo che in una scena da girare a Mondello, sul litorale palermitano, lui cambiò il campo invertendolo e la scena fu ribaltata completamente. Mi chiese di trovare la soluzione. Così, dalla sera alla mattina riuscii a compiere un mezzo miracolo, ma lui contribuì, mettendo a mia disposizione tutto quanto potesse consentirmi di realizzare il repentino cambiamento.

Questo significava fare lo scenografo in cinema, dove il lavoro da svolgere era una continua ricerca ed implicava una certa progettazione “architettonica”. Oggi questo lavoro non esiste, anche grazie alla televisione, che spesso ti impone dei tempi troppo stretti per realizzare al meglio e quindi con qualità il prodotto.

Il lavoro dello scenografo è stato in qualche modo penalizzato dall’alta tecnologia, che permette accorgimenti virtuali?

Le scenografie virtuali sono ancora decisamente brutte e molto onerose, infatti quelle di grosso effetto sono di produzione americana, oltre ad essere assolutamente riconoscibili. Quindi, la soluzione virtuale la scarterei a priori, poiché non risolve; ha acquisito la post produzione con il montaggio, passando dalla moviola al AVID. E’ cambiato il supporto che contiene l’immagine. Negli anni si è proprio ridimensionato il modo di lavorare, non ci sono più risorse e il passaggio da cinema a fiction è stato devastante, in particolar modo per i mestieri e l’artigianato. Fino al 1993 in cinema si lavorava perché era salvaguardato e difeso da Vittorio Cecchi Gori, che produceva film, si coordinava con la distribuzione nelle sale cinematografiche e dopo un anno i film passavano alla messa in onda televisiva, secondo accordi fra le parti. Dopo la sua scomparsa le condizioni di difesa del cinema sono scomparse e la qualità è scesa drasticamente.

Una curiosità: cosa ha determinato il tuo passaggio alla regia?

Ero stanco di fare lo scenografo, non era più un lavoro di ricerca per personalizzare un ambiente o un personaggio. Il vissuto il Cinema di una volta fino alla fine; il cambiamento è stato dettato dalla fiction, che si basa su una costruzione scenografica che a volte mi metteva in forte imbarazzo. Lo scenografo deve costruire, scegliere location e collaborare con il regista ma, contrariamente a quanto accade oggi, dove le nuove generazioni ambiscono a questa professione senza saper progettare e come dicevo prima, la Tv ha dato un decisivo contributo alla caduta della professionalità e della qualità. Insomma, non sono riuscito ad adattarmi a questo cambiamento, optando per la regia. L’idea di realizzare docufilm parte dall’osservazione che il cinema è concepito anche per raccontare fatti o storie di rilevanza sociale. Il caso ha voluto che una vicenda personale mi ha avvicinato alla regia di docufilm di impegno civile.

Quindi, nel 2010 la mia opera prima da regista con “Diciannove giorni di massima sicurezza”, un corto interpretato da Luisa Ranieri, dove racconto la storia di una donna che ha ingiustamente subito l’art.41 Bis del cpp, riservato ai mafiosi, senza aver commesso alcun reato. Una verità processuale costruita da un Gip arrogante, convinto della colpevolezza di questa donna, anche di fronte a prove insuperabili, un’indagine condotta in modo superficiale ed un processo doloroso, durato quattro lunghi anni; un clamoroso caso di ingiustizia che andava assolutamente denunciato.

Il tuo più recente docufilm “Un intellettuale in borgata” uscito circa un anno fa, sta riscuotendo un notevole successo di pubblico e critica. Vorresti parlarmene?

Questo documentario è un grido d’aiuto rispetto a una politica che si disinteressa totalmente della cultura. Uno Stato senza cultura non avrà più memoria storica. L’attore Leo Gullotta interpreta la lettera “Io so ma non ho le prove” di Pier Paolo Pasolini, pubblicata nel 1974 sul Corriere della Sera. E’ un attacco allo Stato di quel momento storico, che è identico al panorama socio-politico attuale. In altre parole, Pasolini ha anticipato di quarant’anni una situazione che poi si è avverata, anche a causa di scelte politiche che, con grande lungimiranza, aveva previsto. Egli già nel 1971, durante un’intervista Rai di Enzo Biagi, sosteneva che la Tv non è una strumento democratico, poiché distorceva la realtà. “Un intellettuale in borgata” è un documento storico, nel quale vengono trasmesse tredici interviste, rilasciate da personaggi noti, fra i quali Stefano Rodotà, Ugo Gregoretti, Gianni Borgna, Pupi Avati ed altri. Per arrivare alla poesia dal titolo “Alì dagli occhi azzurri” che anticipa lo sbarco degli africani in Italia. Dalle interviste emerge in modo significativo l’impegno intellettuale di Pasolini nella poesia e come cineasta, nella sua continua ricerca della verità.

Fra pochi giorni si svolgerà la serata di premiazione de “La pellicola d’Oro”. Cosa vorresti aggiungere, rispetto a quanto ho premesso?

Questo premio è stato pensato e studiato per gratificare le maestranze e l’artigianato del cinema, come hai correttamente anticipato. Le nuove generazioni, sempre grazie alla Tv, conoscono solo il regista e l’attore, ignorando che esistono altre tredici figure professionali che compongono il set. Quindi, sotto il patrocinio del David di Donatello, del Mibec, Comune di Roma e Regione Lazio è nato questo evento, visto che il Italia nessuno si ricorda degli artisti e dei tecnici della vecchia generazione. Quest’anno premieremo persone che hanno dato un grande contributo al cinema, come Ugo Gregoretti, che ha iniziato da giornalista e regista televisivo nel 1954, venendo assunto in Rai e poi in qualità di autore e regista ha profuso molte energie a favore della cultura italiana. Inoltre, è stato per diversi anni presidente dell’ANAC (Associazione autori cinematografici). Un doveroso riconoscimento alla sua lunga e prestigiosa carriera e per i contributi dati all’ANAC.

Sarà premiato anche Claudio Mancini, per la sua poliedrica attività di cineasta, iniziata nel 1948 come elettricista. Precedentemente, a vent’anni era stato manutentore di un deposito di lampade per il cinema. Nel 1961 il grande salto nella produzione cinematografica, con film entrati nella storia, come “La grande guerra”, “I magnifici sette”, tutti i film western all’italiana di Sergio Leone, per arrivare al magnifico film “C’era una volta in America”. Ha lavorato fino agli inizi del 2000 nella serie di Montalbano. Pertanto, un premio per il suo impegno nel cinema come produttore esecutivo ed organizzatore generale.

Anche Francesco Brescini, capo elettricista da una vita, ad ottansei anni riceverà il premio speciale per ringraziarlo di aver contribuito a dare lustro al cinema italiano, grazie alla partecipazione a film di spessore internazionale, come “Il Padrino II” di F. Coppola. Una vera tradizione nella famiglia Brescini, che va avanti dal 1924, quando suo padre lavorava nel cinema muto ed ora portata avanti dai nipoti, con ruoli e mestieri diversi, ma sempre nell’ambito cinematografico, come Giovanni Brescini direttore della fotografia.

Quali sono i tuoi programmi a breve termine?

Sto lavorando su un altro docufilm, grazie all’amico produttore Massimo Spano e l’idea è quella di sottolineare l’attuale difficile situazione sociale. Il problema più grande è quello costituito dal “Sistema Italia”, all’interno del quale si è innescato da qualche anno un meccanismo perverso, che ha indotto al suicidio molti imprenditori del nord Italia e tante persone rimaste dovunque senza un posto di lavoro. Le istituzioni danno appalti di lavori che poi pagano in forte ritardo. Ma chi svolge attività private a favore dello Stato deve, comunque, onorare i suoi impegni con le banche, che a fronte di un appalto chiedono fidejussioni, poi con il fisco ed il complicatissimo sistema tributario ed infine, ultimo anello della catena, Equitalia, che ti chiede di pagare con sanzioni eccessive anche se non hai riscosso. Tutto questo è paradossale e ritengo doveroso raccontarlo attraverso immagini, documenti, interviste. Dietro abbiamo numerose associazioni che ci sostengono, fra esse l’Associazione dei consumatori e l’Associazione dei familiari delle vittime. Credo che la maniera migliore per fronteggiare gli ostacoli e le difficoltà sia quella di renderli visibili, alla portata di tutti, sollecitando lo Stato a rivedere il sistema, nell’intima speranza che questo possa accadere presto.

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