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Mercoledì, 20 Ottobre 2021

Incontro con l’attore Lando Buzzanca… oltre l’artista, l’uomo!

Lando e Daniela

Alcuni giorni fa, in un tiepido pomeriggio di ottobre, abbiamo avuto il piacere di intervistare l’attore Lando Buzzanca, il quale ci ha messo da subito a nostro agio, accogliendoci con il più accattivante dei suoi proverbiali sorrisi e con un gran senso dell’ospitalità.

Dopo pochissimi minuti, abbiamo avuto la sensazione di conoscerlo da sempre, tale è stata la spontaneità e la trasparenza nel parlare anche di argomenti che noi, per delicatezza, forse non avremmo proposto. Le sue prime frasi sono state per sua moglie Lucia Peralta, venuta a mancare quattro anni fa e sempre così presente nei suoi pensieri.

Gli chiediamo come ricorda gli inizi della sua carriera, con tutte le inevitabili difficoltà alle quali ha dovuto far fronte e Lando, fra un momento di commozione e l’altro, sempre pudicamente celato, inizia il suo racconto partendo della sua numerosa famiglia, del suo impegnativo ruolo di figlio maggiore, nato a Palermo qualche anno prima dell’inizio della II Guerra mondiale. Quindi, un’infanzia vissuta in pieno conflitto e un’adolescenza trascorsa nella difficile fase di ricostruzione dell’Italia dalle macerie. Egli, già da ragazzino, aveva ben chiare le sue velleità artistiche, che esternava ai familiari, senza tuttavia ricevere alcun sostegno. Infatti, sua madre immaginava per lui la professione di medico, suo padre quella di avvocato, in una prospettiva totalmente opposta al suo desiderio di fare l’attore.

Quale fu il momento significativo in cui, per la prima volta, riuscisti a dichiarare questo tua aspirazione?

“Una domenica pomeriggio del 1953 mi trovavo con gli amici al cinema per vedere il film “Alle falde del Kilimangiaro” con Gregory Peck. All’epoca la proiezione del film avveniva in due tempi e alla fine del primo tempo, fra lo stupore della gente in sala, mi alzai in piedi gridando: ‘guardatemi bene adesso, che dopo dovrete pagare!!!’ Quella fu la prima esternazione pubblica del mio irrefrenabile desiderio di fare l’attore; era quella la mia strada!

Al compimento dei diciotto anni, ancora minorenne, poiché allora si era maggiorenne a ventuno anni, decisi di lasciare la mia famiglia per andare a Roma, nel tentativo di potermi affermare.”

Quale fu la reazione della tua famiglia dinanzi a questa tua decisione?

“ Inutili i tentativi di mio padre, che tento di dissuadermi minacciando di chiamare i carabinieri. Il giorno 31 ottobre 1953 scappai letteralmente da Palermo, dove frequentavo il V° anno del liceo scientifico, al quale sarebbe poi seguita l’università. Arrivai a Roma dove, per sbarcare il lunario, mi adoperai fra mille mestieri, anche umili, pur di non tornare in Sicilia. Finchè un giorno, nell’approssimarsi delle festività natalizie, ricevetti da mia madre una lettera con fermo-posta, (non avevo una residenza fissa), nella quale mi chiedeva di tornare a casa per trascorrere il Natale tutti insieme. Avvertii forte il desiderio di accontentarla ed una volta arrivato a Palermo mi presentarono una lontana cugina, una giovanissima ragazza, che mi colpì immediatamente per i suoi modi gentili e la sua acerba bellezza. La sera stessa la invitai a ballare e accompagnandola a casa, la baciai, quasi a voler suggellare l’inizio di un rapporto che sarebbe stato per la vita. Lucia aveva perduto suo padre in tenera età e fu adottata da suo zio, un famoso gioielliere palermitano. L’alchimia fra me e questa meravigliosa ragazza scattò immediatamente, tutto ci fu chiaro subito, eravamo fatti l’uno per l’altra. Poco dopo ci sposammo e nacque Mario, il nostro primogenito ed io, investito dalla grande responsabilità di una famiglia, tentai di andar oltre la mia passione per la recitazione. Ma un giorno ricevetti la lettera di convocazione per un provino presso l’ Accademia d’arte drammatica Pietro Sharoff, fondata a Roma nel 1946. E’stata la prima scuola privata di recitazione ad usare il famoso metodo Stanislavskji e conta, fra gli allievi più celebri, Carmelo Bene e Lina Wertmuller; oggi ne sono presidente onorario.”

Giorgio e Lando

Immaginiamo che l’arrivo di questa lettera ti fece mettere di nuovo tutto in discussione. Cosa accadde dopo?

“Ne parlai subito con mia moglie, una donna che dimostrò la sua intelligente e l’immenso amore che nutriva per me, permettendomi di partire per Roma. Io le promisi che sarei tornato da lei, ma l’Accademia ci avrebbe tenuti lontani per ben tre anni. Lucia, con gli occhi gonfi di lacrime mi rispose: ‘Ma tu tornerai?’ La guardai negli occhi e le risposi: ‘Se tu mi aspetti io tornerò!’ Dopo tre anni lunghi anni di distanza, mia moglie mi raggiunse e quando trovammo finalmente una sistemazione abitativa, arrivò a Roma anche nostro figlio. Gli inizi della mia carriera furono difficili, finchè nel 1961 venni notato dal grande regista Pietro Germi, che mi volle nel suo film “Divorzio all’italiana”, con Marcello Mastroianni e nel cast una giovanissima Stefania Sandrelli, che festeggiò i suoi quindici anni sul set. Il film ebbe un buon successo, fu presentato in concorso al Festival di Cannes, dove vinse il premio come miglior commedia. Quindi, anche se il mio era solo un piccolo ruolo, posso dire che fu determinante per la mia carriera. Infatti, poco dopo mi trovai accanto a Nino Manfredi come co-protagonista nel film “La Parmigiana”, diretto dal regista Antonio Pietrangeli, su sceneggiatura, fra gli altri di Ettore Scola. Sempre nel 1963 nacque il nostro secondo figlio Massimiliano, che ha deciso di seguire le orme paterne.”

I tuoi rapporti con i colleghi sono sempre stati esclusivamente professionali, oppure anche di amicizia?

“Ho sempre avuto rapporti cordiali con quasi tutti i colleghi ma ricordo la bella amicizia e la reciproca stima che nacquero fra me e Peter Sellers quando, nel 1966 girammo insieme il film: “Caccia alla volpe”, per la regia di Vittorio De Sica. Il mio ruolo era quello del Capitano Rizzuto, quindi ero la spalla del protagonista. Un giorno, durante le riprese Peter mi fermò e mi disse: ‘Sei molto bravo Lando, sono io la tua spalla!’ Trascorremmo parecchio tempo insieme nel corso delle riprese ad Ischia e fra noi rimase una sincera amicizia, interrotta dalla sua prematura scomparsa.”

Cosa puoi raccontarmi della sitcom musicale “Signore e signora”, firmata da una coppia vincente di autori: Antonio Amurri e Maurizio Jurgens?

“Alla fine del 1969 fui chiamato in Rai per un provino. Gli autori Amurri e Jungens avevano in mente di realizzare un programma musicale con un personaggio ‘jolly’, che fosse in grado di cantare, con attorno cinque attrici. Ma io risposi subito che non ero un cantante, bensì un attore. Quindi, chiesi loro di scrivere delle scene, affinchè questo programma potesse diventare una sorta di commedia musicale.

Dopo dieci giorni mi chiamarono in ufficio e trovai ad aspettarmi, seduta in poltrona in pelliccia di visone Delia Scala, che fu la mia partner femminile ed era, al contrario di me, molto nota al grande pubblico; aveva già fatto ‘Delia Scala Show’.”

Riuscisti, quindi, a trovare un punto d’incontro con gli autori?

“Si, mi spiegarono come avevano strutturato il programma, facendo anche tesoro delle mie indicazioni e mi sentii più sereno. Io amo mettermi in gioco, accetto le sfide solo dove ci sono in ballo cose che sento di poter fare. Nacque così ‘Signore e signora’, programma composto di monologhi, scenette comiche, musiche e balletti, che venne trasmesso ogni sabato sera dal gennaio 1970 per due mesi ed era centrato sulle vicende di una coppia di sposi e le varie fasi evolutive del loro rapporto, dal fidanzamento al matrimonio, fino alla nascita di un figlio e gli inevitabili conflitti di coppia, sempre superabili quando si parla di sentimenti autentici.”

Questo programma ti permise di uscire dal clichè che finora ti aveva in qualche modo limitato?

“Indubbiamente in questa occasione ebbi l’opportunità di mettere in mostra tutte le mie capacità comiche e si rivelò subito un importante trampolino per il cinema. Negli anni che seguirono feci moltissimi film, fra i quali “Il merlo maschio”, “Homo Eroticus”, “La schiava ce l’ho e tu no”,”Quando le donne avevano la coda” e tanti altri. In quegli anni, alla vigilia della contestazione femminile, che ha poi cambiato il ruolo della donna nella società, modificando anche il concetto di famiglia tradizionale, lavorai a ritmo frenetico, assecondando un genere di cinema che rappresentava una caricatura del maschio impenitente italiano, fino all’ esasperazione della figura maschile.”

Questo genere di commedia all’italiana verso la metà degli anni ’80 entrò in crisi e tu tornasti al vecchio amore, il teatro. Quali sono state le esperienze più significative di quegli anni ?

“In effetti, la cosiddetta ‘commedia erotica’, dopo anni di successi, entrò in crisi. Dobbiamo però riconoscere che questo genere ha segnato un’epoca importante nel cinema italiano. Qualche tempo fa, ho letto che il regista italo-americano Quentin Tarantino, dichiarando la sua passione per la commedia sexy italiana, aveva in mente di dirigere prima o poi un film di questo genere, per rendere il suo personalissimo tributo alla Commedia italiana anni ’70.

Nell’ambito teatrale, sicuramente il ‘Don Giovanni’ di Molière, del quale ho curato anche la regia, è stato un lavoro di grandi soddisfazioni. L’opera racconta le storie di un giovane senza regole, né religione il quale, pur di soddisfare il proprio egoismo, riesce ad andar contro la morale comune, trattando con spietato cinismo persino il dolore altrui. Le donne sono vittime della sua bellezza e del suo spirito d’avventura. Quindi, un personaggio assolutamente carente di capacità di discernimento fra il Bene ed il Male. Un lavoro teatrale molto impegnativo, ma di gran successo.”

Cosa mi racconti della tua esperienza nel film “I Viceré”, per la regia di Roberto Faenza?

“ ’I Viceré’, tratto dall’omonimo romanzo di Federico De Roberto, è nato nel 2007 come film drammatico. Dopo l’uscita nelle sale cinematografiche, è seguita nel 2008 una versione televisiva in due puntate. Con questa interpretazione ho avuto la nomination al David di Donatello nel 2008 e sempre nello stesso anno ho ricevuto il “Globo d’oro” come miglior attore. Quindi, anche in questo caso un’esperienza davvero interessante.”

Da qualche anno tutto il mondo artistico è afflitto da tagli lineari alla cultura, che hanno determinato la chiusura di importanti teatri e messo a rischio festival e rassegne, penalizzando oltremodo le future generazioni. Qual è la tua posizione a riguardo?

“Sono estremamente preoccupato. La cultura è un patrimonio per tutti noi, che andrebbe promosso e soprattutto salvaguardato. Gli orientamenti di questi ultimi anni mi sembra che remino esattamente nella direzione opposta.

Ne’Il Restauratore’ interpreti un personaggio intenso e sofferente. Una domanda classica: ‘Fai l’attore o ti senti attore?’

“Mi sento attore da una vita, questo mestiere l’ho scelto con tutte le mie forze, aiutato moralmente da mia moglie Lucia che, con la sua scomparsa, ha lasciato attorno a me un vuoto indescrivibile. A volte mi sono chiesto che senso avesse la mia vita senza di lei. Il successo che ho ottenuto è anche merito suo, poiché ha saputo starmi vicina agli inizi della mia carriera, seppur fra mille difficoltà. Da parte mia, ho fatto di tutto per renderla fiera della sua difficile decisione di restare al mio fianco. Spesso ricordo con tenerezza i primi anni del nostro matrimonio, quando di notte mi svegliavo e mi fermavo ad osservare, come in adorazione, il suo giovane volto sereno e disteso mentre dormiva. Mi mancano i nostri rituali, fatti di piccoli gesti simbolici, come il mio bacio prima di metterci a tavola. Mi manca tutto questo, ma vado avanti, esorcizzando il dolore proprio in un ruolo, quello del ‘Restauratore’, dove racconto come il dolore continuo possa trasformarsi persino in energia. Il dolore di un uomo ferito e derubato negli affetti, che vuole rappresentare al tempo stesso il dolore e la vergogna della vendetta. Siamo alla seconda serie, vedremo cosa ci riserverà il futuro. Qualche sera fa mi ha chiamato la mia grande amica Valeria Valeri, attrice di enorme spessore, la quale si è complimentata per il ruolo che interpreto ne “Il Restauratore” ma anche per il mio aspetto fisico. Mi ha detto con compiacimento: ‘Lando, sei ancora un bell’uomo’, e pensare che io per tutta la vita non sono stato mai convinto di ciò…”

 

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