Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Giovedì, 24 Settembre 2020

Grande successo per la mo…

Set 11, 2020 Hits:493 Crotone

Ad Amadeus il "Premi…

Ago 27, 2020 Hits:1234 Crotone

Le colonne d'oro di Miche…

Ago 04, 2020 Hits:1970 Crotone

Centro storico ripulito d…

Ago 03, 2020 Hits:1502 Crotone

Nuovo look per Isola Capo…

Lug 21, 2020 Hits:1480 Crotone

Michele Affidato firma i …

Lug 16, 2020 Hits:1449 Crotone

Cerrelli: Crotone campo p…

Lug 07, 2020 Hits:1723 Crotone

Ischia Film Festival

 

"Una fiaba moderna che prende vita in una Roma multietnica, mettendo l'uno di fronte all'altro un giovane ladruncolo rom e una violinista italiana. Grande dimostra che il contatto fra due culture, apparentemente molto distanti tra loro, può avvenire attraverso le note di uno Stradivari e la comunicazione universale della musica". E' questa la motivazione con cui la giuria tecnica dell'Ischia Film Festival ha decretato il cortometraggio "Margerita" del catanzarese Alessandro Grande, vincitore dell'undicesima edizione del festival internazionale. Un successo importante per il giovane regista che ha ritirato la statuetta sul palco del Castello Aragonese di Ischia insieme al produttore Alessandro Riccardi. Ad applaudire il cortometraggio di Grande colossi del mondo del cinema come Abbas Kiarostami, Jean Sorel, Bille August, Vittorio Storaro, Renzo Martinelli e Daniele Vicari.

"E' una vittoria importante che mi riempie d'orgoglio e che, allo stesso tempo, mi carica di responsabilità per il mio futuro - ha spiegato il regista -. Ischia è uno dei festival più importanti al mondo e aver ottenuto questo riconoscimento è un grandissimo risultato che voglio condividere con tutti coloro i quali hanno lavorato a questo progetto". Nelle prossime settimane 'Margerita' proseguirà il suo viaggio all'estero, in attesa della proiezione a Giffoni all'interno della sezione Italian Cinema - Forever Young.

Margerita - Foto di scena

Venerdì 21 giugno 2013 alle ore 19.00 (turno A), dodicesimo appuntamento della Stagione lirica e di balletto 2012-2013 e spettacolo d’apertura del festival «Lo spirito della musica di Venezia» dopo l’Anteprima a San Rocco del giorno precedente, andrà in scena al Teatro La Fenice Madama Butterfly, tragedia giapponese in due atti di Giacomo Puccini su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica tratto dal racconto omonimo di John Luther Long e dalla tragedia omonima di David Belasco. Andata in scena per la prima volta al Teatro alla Scala il 17 febbraio 1904 e più volte rimaneggiata dall’autore negli anni successivi, l’opera sarà proposta nella versione ‘definitiva’ pubblicata nella partitura a stampa del 1907, proposta in francese a Parigi nel 1906 e in italiano a New York nel 1907.

Il capolavoro pucciniano sarà presentato a Venezia in un nuovo allestimento di grande interesse artistico, che farà parte, come progetto speciale, della 55. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, con due serie di rappresentazioni in giugno e in ottobre, a inizio e fine della mostra. Scene e costumi saranno infatti affidati a Mariko Mori, una delle più interessanti artiste contemporanee giapponesi, autrice di installazioni ispirate all’intersezione tra l’antica tradizione culturale nipponica e i più sofisticati mezzi tecnologici contemporanei nonché all’equilibrio profondo tra uomo e natura. Utilizzando materiali d’avanguardia, strumenti multimediali e tecniche di modellizzazione e stampa 3D e valendosi dell’originalissimo head design di milliner by Kamo, Mariko Mori proporrà un contenitore scenico e un set di costumi e accessori di inconsueto impatto visivo, che permetterà di sviluppare in modo inedito il cruciale incontro tra Oriente e Occidente che è alla base dell’opera di Puccini.

La regia dello spettacolo sarà affidata al regista spagnolo Àlex Rigola, per molti anni direttore artistico dell’innovativo Teatre Lliure di Barcellona e dal 2010 direttore della sezione Teatro della Biennale di Venezia, cui si affiancheranno il light designer Albert Faura e le danzatrici Inma Asensio, Elia Lopez Gonzalez e Sau-Ching Wong.

Dal punto di vista musicale, la concertazione della partitura pucciniana sarà opera del direttore israeliano Omer Meir Wellber, già applaudito lo scorso anno alla Fenice in Carmen e nell’Elisir d’amore, che dirigerà tutte le recite salvo quelle del 23 e del 27 giugno affidate a Giacomo Sagripanti. L’Orchestra del Teatro La Fenice e il Coro diretto da Claudio Marino Moretti accompagneranno il doppio cast nel quale si alterneranno i soprani Amarilli Nizza e Svetlana Kasyan nel ruolo di Cio-Cio-San, i mezzosoprani Manuela Custer e Rossana Rinaldi in quello di Suzuki, i tenori Andeka Gorrotxategui e Giuseppe Varano in quello di Pinkerton, i baritoni Vladimir Stoyanov ed Elia Fabbian in quello di Sharpless; Julie Mellor sarà Suzuki, Nicola Pamio il nakodo Goro, William Corrò il principe Yamadori,  Riccardo Ferrari lo zio bonzo. Nei ruoli minori di Yakusidé, il commissario imperiale, l’ufficiale del registro, la madre di Cio-Cio-San, la zia e la cugina si alterneranno gli artisti del Coro del Teatro La Fenice Ciro Passilongo, Bo Schunnesson, Emanuele Pedrini, Nicola Nalesso, Enzo Borghetti, Marco Rumori, Misuzu Ozawa, Manuela Marchetto, Marta Codognola, Emanuela Conti, Sabrina Mazzamuto ed Eleonora Marzaro.

Lo spettacolo, proposto con sopratitoli in italiano e in inglese, è sostenuto dal Circolo La Fenice con il contributo di Van Cleef & Arpels; sponsor tecnici Lechler, Materialise e Technogel.

La prima di venerdì 21 giugno sarà seguita da 8 repliche consecutive, sabato 22 (turno C) e domenica 23 (turno B) alle 17.00, martedì 25 (turno D), mercoledì 26 (fuori abbonamento), giovedì 27 (turno E), venerdì 28 (fuori abbonamento), sabato 20 (fuori abbonamento) e domenica 30 (fuori abbonamento) alle 19.00. La serale di sabato 29 giugno rientra nelle iniziative «La Fenice per la città» e «La Fenice per la provincia» rivolte ai residenti nel comune e nella provincia di Venezia, in collaborazione con le Municipalità del Comune di Venezia e con l’amministrazione provinciale.

Accolta dal pubblico della Scala di Milano con fischi e sghignazzate, Madama Butterfly fu trascinata al suo infausto esordio (17 febbraio 1904) da un’infelice trovata di Tito Ricordi, che volle «colorire il quadro con maggior suggestione» disseminando nel loggione alcuni impiegati «con appositi fischietti intonati musicalmente. Agli schiamazzatori non parve vero d’approfittarne». Ormai è chiaro che il fiasco fu dovuto a una claque, probabilmente inviata da Sonzogno, l’editore-impresario rivale di Ricordi. La fiducia di Puccini nella sua creazione tuttavia non vacillò, e ottenne una vistosa conferma con il grande successo arriso a Madama Butterfly a partire dalla ripresa del 28 maggio 1904 al Teatro Grande di Brescia (un successo da allora mai più venuto meno), tanto da conquistare in brevissimo tempo a questo capolavoro il rango di ‘classico’ del teatro musicale.

Quattro anni prima dell’infausto esordio milanese, durante l’estate del 1900, Puccini aveva assistito a Londra alla rappresentazione di un dramma d’analogo soggetto che David Belasco aveva tratto da una novella dell’avvocato newyorchese John Luther Long, mutandone il finale da lieto a tragico. Il suo fiuto teatrale gli aveva fatto riconoscere nella protagonista Cio-Cio-San un personaggio affascinante, la cui caratterizzazione si adattava singolarmente alle proprie inclinazioni di compositore: per mano dei fidati Illica e Giacosa l’opera venne totalmente incentrata sulla protagonista, attorno alla quale vennero fatti ruotare gli altri personaggi.

Raffinate alchimie timbriche e continui richiami a modelli musicali orientaleggianti (emerge il ricorso a scale difettive o a procedimenti armonici eterodossi) accompagnano il percorso psicologico della fragile geisha dall’iniziale ingenuità al dubbio ed alla dolorosa rassegnazione finale con sensibilità e delicatezza straordinarie, tanto da farne uno dei personaggi più umanamente e finemente caratterizzati dell’intera storia del melodramma.

Madama Butterfly è anche un atto di condanna contro la violenza ottusa e barbarica della cosiddetta civiltà occidentale, contro il suo sadismo, la sua superficialità, il suo cinismo, il suo infondato senso di superiorità. Lontana anni luce da certa facile e sterile oleografia orientalistica, essa pone con forza il tema del contrasto tra culture del quale è vittima la protagonista, incentrando su di essa (su una piccola giapponese ingenua e naïve) l’indagine psicologica, con esiti che conoscono paragone solo nelle figure femminili più interiormente ricche (Violetta, Tat’jana…) della storia del melodramma.

Di grande rilievo è lo stile musicale dell’opera, che non evita contaminazioni linguistiche delle più ardite: accanto al già menzionato influsso della musica giapponese, che prende sostanza soprattutto nel frequente ricorso alla scala pentafona, confluiscono elementi della tradizione occidentale colta (il fugato, gli echi wagneriani, i richiami a Massenet, le reminiscenze dalla Bohème e da Tosca, ma anche la scala per toni interi e altri modalismi orientaleggianti derivati dalla musica russa) e di quella d’uso (l’inno della marina statunitense, oggi inno nazionale americano): un mélange estremamente duttile di modelli che consente da un lato svariate possibilità combinatorie nell’invenzione sonora, tali da garantire la continua adesione della musica all’azione ovvero la sua profonda pregnanza drammaturgica, e dall’altro una continua reinvenzione del suono che evita lo scadimento del linguaggio a un cliché orientalistico estetizzante, il cui manierismo avrebbe miseramente banalizzato l’autenticità della vicenda umana di Butterfly.

Locandina-L'amore inatteso

 

Non ha avuto molta eco sui grandi giornali, e ancora meno nella distribuzione presso le nostre più importanti sale cinematografiche, ma la pellicola francese L'amore inatteso (traduzione libera dell'originale 'Qui a envie d'être aimé?' [Chi desidera essere amato?], regista Anne Giafferi, 89 minuti) a parere nostro merita in pieno la palma di film dell'anno. Il lavoro nasce come trasposizione cinematografica del romanzo autobiografico (e best-seller in Francia) Catholique anonyme (Editions du Seuil) dello scrittore e produttore televisivo Thierry Bizot, marito della regista del film. Bizot, dopo aver condotto una vita all'insegna della leggerezza e del successo professionale, all'età di 44 anni si è infatti convertito alla fede cattolica in seguito ad una serie di catechesi per adulti a cui era stato invitato dall'insegnante di scuola dei suoi figli. Si tratta quindi di una conversione adulta confessata pubblicamente e manifestata senza paure nei confronti di quello stesso star-system in cui Bizot lavora e che – per gran parte – fonda molte delle sue idee di fondo all'estremo opposto di quella scala di comandamenti, e valori, professata invece dai cristiani. Il tutto, poi, è avvenuto a Parigi nella Francia dei nostri giorni, il Paese europeo forse più laicista e anticlericale che esista. Ce n'è abbastanza insomma per innescare un caso pubblico e un dibattito esplosivo. Ed è proprio quello che è avvenuto Oltralpe dove l'uscita a breve distanza del libro prima e del film poi ha portato l'esperienza di Bizot sulle prime pagine dei grandi quotidiani rilanciando l'attualità del tema-religioso. Il che, peraltro, non ha fatto che confermare, se ancora ce ne fosse bisogno, come nella società cosiddetta postmoderna che si vuole libera e illuminata e ha eliminato apparentemente ogni tabù, certe cose (parlare di Dio, ad esempio) restano comunque emarginate o, nel migliore dei casi, a malapena tollerate.

Il film stesso, che assume alcune licenze poetiche rispetto all'autobiografia di Bizot ma resta sostanzialmente fedele alla storia reale nel suo complesso, mostra in modo molto incisivo questo aspetto indugiando sulle reazioni all'interno della famiglia e nel circoli di amici del protagonista quando questi vengono a sapere della sua conversione a Cristo. Emergono così i consueti luoghi-comuni che vedono associare il mondo religioso in quanto tale (e quello cristiano-cattolico in particolare) a divieti, proibizioni e chiusura mentale, qualcosa di semplicemente insostenibile per una qualsiasi mentalità moderna. Il protagonista, però, non recede dalla sua scelta (“una grazia”, ammetterà lui stesso, usando un'altra parola-tabù dei nostri giorni) e scopre anzi, dapprima per mera curiosità personale, poi con sempre maggiore passione e convinzione un mondo di cui non sospettava nemmeno l'esistenza: il mondo di Dio. In questo mondo c'è una Chiesa, ci sono dei sacerdoti e c'è soprattutto una comunità fatta di persone normali – con i loro problemi normali – che va avanti nonostante tutto. Il protagonista del film arriva così a comprare di sua iniziativa una Bibbia, per scoprire che non l'aveva mai letta in vita sua. Proprio lui che passava per un tipo acculturato, al di sopra della media. Ruba tempo al lavoro e persino serate intere agli amici pur di conoscere meglio quel Dio che si è incarnato nella storia. Alla fine dell'inaspettato cammino (“l'amore inatteso” del titolo nella versione italiana), sarà il mondo di prima ad essergli stretto. Quando si conosce il senso della vita – non solo in modo intellettuale, ma perchè se ne fa esperienza anzitutto nell'intimo di se stessi, col cuore, per usare un altro termine spesso citatissimo a sproposito – le cose di prima assumono un altro significato, molto più relativo. Questo cambiamento è entusiasmante e di per sè contagioso per chi lo vive in prima persona, ovviamente, ma non è indolore. Nel film la moglie di Bizot (da non credente) sulle prime non accetta affatto la conversione e per un attimo sembra volere andare per la sua strada, orientata a rompere quel matrimonio che pure gli ha dato due figli. Cambierà posizione soltanto alla fine, quando lei stessa scoprirà – dall'interno del gruppo di catechesi – che cosa ha provocato realmente la conversione nel cuore del suo uomo. L'ultima scena del film, nella sua semplicità, è forse una delle più provocanti in assoluto per uno spettatore dei nostri tempi: quando la moglie chiede a Bizot che cosa farà ora, dal momento che le catechesi che gli hanno cambiato la vita sono finalmente terminate, il protagonista risponde semplicemente: “credo che andrò a Messa la Domenica”, mentre avanzano i titoli di coda. Cosicchè alla fine quella strana domanda resta in sospeso anche per gli spettatori presenti in sala, che in qualche modo si vedono interpellati e spinti a prendere posizione, ciascuno per proprio conto. Dalla critica il film è stato accusato di essere lento e poco approfondito nel tratteggiare alcuni temi, mentre da altri è stato accusato persino di essere velatamente apologetico. In ogni caso, poco o troppo francese che sia per i palati più fini ed esigenti, una bella sorpresa della nuova stagione cinematografica, decisamente inaspettata (la regista peraltro è al debutto cinematografico), oltre che tematicamente controcorrente. Se si considera il modestissimo budget a disposizione, poi, quasi un piccolo gioiello. Da vedere.

teatro danza 1

 

Un intimissimo spettacolo di teatro-danza con protagonista Giovanna Amarù ha aperto sabato sera il primo dei tre appuntamenti della “Primavera Teatrale Ragusana”, l’appendice della stagione “Teatro d’Attore” al Teatro Donnafugata di Ragusa Ibla. Le luci soffuse evidenziano le fiammelle delle candele che disposte sul palco segnano il percorso della trasfigurazione asinina che la ballerina-coreografa mette in scena all’interno della sua creazione artistica che è studio e stratigrafia del corpotempo. Il tempo è la porta per passare ai vari stadi progressivi del divenire, per cambiare la figura, per realizzare la trasfigurazione secondo una cronologia musicale e dei movimenti scenici che prendono a prestito il simbolismo letterario dell’asino fino a far emergere la “pelle d’anima”, lungo una peregrinazione terrestre che porta alla metamorfosi. Vincitrice di numerosi festival, la Amarù, che ha anche fondato la Compagnia Nuda Veritas, ha saputo enfatizzare i delicati passaggi della storia con i suoi fluidi movimenti e con l’uso di maschere e oggetti scenici molto particolari. Una prima “sperimentazione” per la “Primavera Teatrale Ragusana” che è piaciuta al pubblico e che ha dunque premiato le scelte operate dalla direzione artistica di Costanza e Vicky Di Quattro con la consulenza artistica dell’attore e regista Carlo Ferreri. Si prosegue con altri due spettacoli: il teatro di narrazione, sabato 20 aprile, con “Le figlie del sellaio” di e con Alessandro Conte, per concludere, con il teatro civile, sabato 4 maggio con “Un uomo qualunque”, di e con Francesco Di Lorenzo.

dio_massacro_01

 

La mediazione è la risposta migliore per potersi rapportare con il prossimo? Questo l'interrogativo rivolto al pubblico che ha assistito a “Il dio del massacro”, la commedia della scrittrice e drammaturga francese Yasmina Reza, in scena ieri sera al Cine Teatro Lumière. Il testo, che ha ispirato Roman Polanski nella realizzazione del famoso film “Carnage”, narra le vicende di due coppie che s’incontrano con il più o meno civile intento di discutere riguardo all’aggressione del figlio di una nei confronti del figlio dell’altra. Ma finiscono invece per azzuffarsi l'uno con l'altro fino all’estremo con il solo unico fine di far prevalere il proprio pensiero sul pensiero altrui. Una girandola di battute e controbattute costanti e inarrestabili che vanno dal grottesco all’esasperato, in grado di reggere solidamente l’intera ora e venti dell'atto unico senza mai stancare o essere troppo ripetitiva. La produzione teatrale del Teatro Piscator di Catania ha conquistato il pubblico ragusano, che ha assistito talvolta divertito, talvolta attonito, alla carneficina psicologica che massacra i quattro protagonisti. Bravissimi gli attori in scena - Giulia Antille, Massimiliano Càrastro, Damiano Pellegrino e Sara Urzì- che, sotto la regia attenta di Simona Scuderi, coadiuvata dall'aiuto regia Valentina Mannino, hanno dato vita a quattro personaggi che definire schizofrenici è poco. Nella storia infatti ogni personaggio da un inizio pacato e costellato da formalità di circostanza arriverà a spogliare sé stesso per mostrare la sua parte più instabile e allo stesso tempo selvaggia. Nascono così scontri al vetriolo fra tutti e quattro i protagonisti con uno schema incrociato dove ogni personaggio accusa l'altro, che è anche il/la suo/a consorte, passando e ripassando a schierarsi ora con uno, ora con un altro e adesso con nessuno e infine esplodere contro il mondo intero. Un testo che induce a una riflessione sulla necessità recondita nell’uomo di mostrare il suo vero io, “un insieme di crudeltà e splendore, caos ed equilibrio”, come una delle protagoniste definisce l'arte di Bacon. La rassegna teatrale Palchi Diversi, giunta quest'anno alla sua ottava edizione, proseguirà venerdì 19 aprile con “Amor de Milonga”. Un viaggio poetico, ironico e malinconico nella suggestiva atmosfera del tango che vedrà uniti, sul palco del cine-teatro Lumiere, la compagnia G.o.D.o.T. e la scuola di ballo “Rosso Tango Ragusa”.

Pubblicità laterale

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI