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Le statuette di terracotta della tradizione sicula

Già nella preistoria si usava plasmare statuette di terracotta. Nell’area iblea questa pratica, successivamente evolutasi, si ricollega allo studio dell’iconografia e della produzione delle terracotte. In particolare delle cosiddette “Artemidi sicule” chiamate in questo modo non perché raffigurassero la dea Artemide quanto piuttosto una sorta di ninfa indigena che poteva essere assimilata a quest’ultima. Le Artemidi, in provincia di Ragusa, sono state riscontrate nei siti di Kamarina e di Scornavacche. Lo ha detto Mario Cottonaro, dottorando in Scienze archeologiche e storiche presso l’Università degli studi di Messina, partecipando al sesto appuntamento di “Ergasterion – Fucina di archeologia”, il ciclo di incontri promosso dalla sezione locale di SiciliAntica, tenutosi ieri sera all’auditorium di San Rocco a Ragusa Ibla. “Il processo di fabbricazione della terracotta – ha spiegato Cottonaro – si articolava in quattro fasi: preparazione dell’argilla, modellazione, essiccazione e cattura, ingabbio e pittura. Alcuni elementi caratterizzano l’Artemide: il chitniskos, la sua veste; le endromides, i calzari. Quindi il krobulios, la pettinatura elaborata e le varietà di attributi (arco, frecce, fiaccola e faretra)”. Damiano Bracchitta, dottorando in Archeologia presso la University of Malta, si è occupato, invece, della ricerca dell'età della pietra in Sicilia tra Ottocento e Novecento nell'opera dei fratelli Vincenzo, Corrado e Ippolito Cafici. Un tassello mancante per far luce sui periodi precedenti. “E’ uno studio spesso sottovalutato – ha detto Bracchitta – la preistoria prima dei Cafici spaziava tra immaginario collezionismo e scienza. L’idea di preistoria siciliana nei secoli precedenti l’avvento delle età dei Lumi era infarcita di racconti favolosi tramite i quali la tradizione popolare, con l’avallo di certa erudizione, cercava di spiegare come eccezionali taluni rinvenimenti. Nell’età dei lumi anche gli uomini di cultura si aprirono al fascino delle barbare radici elleniche della Sicilia. Il barone Vincenzo Cafisi incarna l’immagine dell’aristocratico rivoluzionario nutrito di idee liberali. Dei fratelli, Ippolito è il primo a dedicarsi alla ricerca paletnologica. La sua attività culminerà nella prima sintesi organica della preistoria siciliana. Il fratello Corrado contribuirà, invece, all’inquadramento cronologico delle civiltà preistoriche siciliane sviluppatesi tra il neolitico di Stentinello e l’età antica del bronzo con uno sguardo rivolto anche alla parte occidentale dell’isola”. Il terzo intervento è stato quello di Saverio Scerra, funzionario archeologo della Soprintendenza di Ragusa, che si è soffermato sulle metodologie di approccio allo studio dell’iconografia vascolare siceliota. Per questo motivo, Scerra ha mostrato vari vasi raffiguranti l’Hydra di Meidias col “Ratto delle Leucippidi”, la coppa di San Pietroburgo, la coppa di Londra, la coppa di Parigi in cui sono raffigurati Persefone e Afrodite. Nel periodo compreso tra il 350 e il 325 a.C., la produzione dei vasi sicelioti è concentrata attorno al Simeto. Non è da escludere uno scambio commerciale intenso tra Punici e Greci.

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