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Giovedì, 30 Giugno 2022

Nella Valle degli Iblei tornano i carbonari e si riscopre un mestiere

Sulla scia della conservazione, salvaguardia e valorizzazione degli antichi mestieri Iblei ha preso corpo, dal 23 al 27 Aprile 2014, il primo laboratorio di Carbonificazione e Saponificazione dell’Alta Valle degli Iblei organizzato dal Centro Studio Ibleo in stretta collaborazione con l’Ufficio Provinciale Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e Territoriale di Siracusa e patrocinati dall’Assessorato Regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea, dall’Unione dei Comuni Valle degli Iblei, dal Comune di Ferla e dall’Accademia di Belle Arti “Rosario Gagliardi” di Siracusa.

Il laboratorio è stato eseguito all’interno della R.N.O. “Pantalica, Valle dell’Anapo e Torrente Cava Grande” e in particolare in una particolare area del Sentiero Giarranauti – Mandria Giumenta – in cui, fino a pochi decenni fa, i carbonai e i boscaioli segnavano i propri spazzi grazie alla custodia costante dei lecceti e dei querceti utilizzati proprio nella produzione del carbone.

Il laboratorio è stato organizzato secondo un vero e proprio viaggio tra i costumi e le usanze dei carbonari, seguendo i ritmi scanditi dalla routine legata ai tempi di produzione del carbone vivendo in costante contatto con l’ambiente, con i sapori ed i profumi di questa particolare tradizione dell’area Iblea.

Il primo giorno, 23 Aprile 2014, è stato dedicato alla raccolta della legna, utile alla costruzione della fornace, la spianatura dell’area e la pulitura da eventuali ramaglie circostanti al fussuni o piazza. Dopo la costruzione della piazza è stata eretta al suo interno, al centro, la rocchina formata da pezzi di legno soprammessi orizzontalmente che vanno a formare il forno della carbonaia, una specie di camino dove viene appiccato il fuoco e attraverso il quale si governava la stessa carbonaia. La rocchina serve anche a sorreggere la legna destinata a diventare carbone e che viene sistemata verticalmente tutt’intorno ad essa. Nel pomeriggio si è continuato con l’involgitura, disponendo la legna in maniera verticale a partire dalla rocchina e crescendo via via verso l’esterno. I pezzi, disposti verticalmente alla tonda, vengono accostati uno a fianco all’altro riducendo al minimo lo spazio fra i vari pezzi che determinano l’incamiciatura della carbonaia. A questo punto si è passati alla copertura della legna attraverso fogliame inumidito e terra.

L’accensione della fornace è avvenuta giorno 24 Aprile. Sulla cima della carbonaia è stato lasciato un foro che serviva ad alimentare la fornace mentre, dalla porta laterale, è stato acceso il fuoco. Quando il fuoco ha consumato tutti i pezzi, che sono via via caduti sul fondo della carbonaia, è stata aggiunta altra legna richiudendo la buca con terriccio e fogliame ed applicando dei fori a intervalli regolari l’uno accanto all’altro al fine di rendere la combustione regolare.

Tutta la giornata del 25 e del 26 è stata dedicata alla cottura uniforme della fornace. «Questa fase è probabilmente la più complessa nella gestione della carbonaia, molta esperienza è necessaria per tener conto delle numerose variabili che determinano il buon andamento del processo. In alcuni casi – racconta Michele Vinci, il responsabile per la costruzione della fornace – la carbonaia può fiammare, cioè è possibile che qualche fessura si apra sulla superficie permettendo la generazione di qualche fiammella, che deve essere immediatamente occlusa».

Nel primo pomeriggio, dopo circa tre giorni, la carbonaia, ormai profondamente trasformata nell’aspetto, ha concluso il suo ciclo di cottura del carbone.

La giornata del 27 Aprile è stata dedicata alla smontatura della carbonaia. Quando tutta la carbonaia ha smesso di fumare è avvenuta la smontatura. Si tratta del processo di scoprimento del carbone dalla terra, togliendo eventuali tizzoni ancora accesi e restituendo alla carbonaia una forma simmetrica a cono. È stata aggiunta altra terra pulita sopra il mucchio al fine di soffocare il fuoco residuo e raffreddare il carbone all’interno. Quest’operazione è probabilmente la più fastidiosa di tutta la fase di produzione per il calore cui il carbonaio è sottoposto, per la polvere che si sposta e per i fumi che continuano ad elevarsi.

«La carbonaia – continua Vinci – è stata lasciata a raffreddare per diverse ore prima di poter levare effettivamente il carbone. Avendola smontata nel tardo pomeriggio, abbiamo atteso la mattina seguente per estrarre il carbone. Questa è un’operazione da farsi al buio, la mattina prestissimo o la notte, per individuare faville residue ancora accese fra il carbone e spegnerle subito con acqua. Il rastrello da carbonaio ci ha consentito di separare facilmente il carbone dalla terra» esso è provvisto di denti lunghi e robusti ed è molto inclinato rispetto al manico. Il carbone pulito è stato poi tirato ai margini della piazza per essere imballato.

Durante i tempi di attesa per la produzione del carbone si è passati alla dimostrazione di come veniva effettuato il processo di saponificazione a freddo. Solo poche persone sono ancora oggi in grado di fare il sapone solido all’olio d’oliva, con latte d’asina e miele d’acacia, mediante il procedimento con soda a freddo. Una di queste persone è Sebastiano Sudano, di Ferla, che ha dato dimostrazione pratica di questa antica tecnica appresa per via orale dagli anziani del paese Ibleo.

«Sono stati oltre 150 i visitatori che nel corso del laboratorio sono entrati nella riserva e hanno partecipato alle dimostrazioni pratiche – racconta Giuseppe Garro, Presidente del Centro Studio Ibleo –. Un evento di estremo interesse culturale e antropologico che rischia, in maniera positiva, di determinare, nei prossimi anni, un notevole aumento di flussi di interesse verso quest’area della riserva di Pantalica».

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