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Venerdì, 21 Gennaio 2022

Proxima: La tratta e lo sfruttamento lavorativo e sessuale

Foto di gruppo Proxima

 

Quasi 27.000 lavoratori nel 2012 iscritti nelle liste dell’agricoltura (26.983 unità per l’esattezza). Ottantaquattro in meno rispetto all’anno precedente. Di questi 12.916 sono non italiani (gli stranieri, nonostante la crisi, sono in aumento rispetto all’anno precedente di 350 unità) con una presenza preponderante di tunisini (5.816) e di romeni (4.425). Dati ufficiali che non considerano il sommerso che pure esiste. E’ il quadro di riferimento, con le cifre fornite dal segretario provinciale della Flai Cgil, Salvatore Carpintieri, da cui ha preso il via, stamani, il percorso di approfondimento promosso dalla cooperativa sociale “Proxima” nel contesto di fenomeni come il caporalato, lo sfruttamento sessuale e varie attività illegali, compreso il favoreggiamento nei confronti dell’immigrazione clandestina. Numeri che riguardano da vicino la cosiddetta fascia trasformata, soprattutto il versante ipparino. La coop “Proxima”, che ha celebrato i dieci anni di vita, ha inteso promuovere a Ragusa un momento di confronto invitando ad una riflessione tutti coloro che hanno condiviso questo tratto di strada assieme.

“Ci siamo occupati di sostenere 148 persone vittime di tratta e grave sfruttamento in questo decennio – ha spiegato la presidente Ivana Tumino – ma soprattutto abbiamo cercato di rompere l’isolamento attorno ad un fenomeno che, purtroppo, è presente, e in maniera importante, anche dalle nostre parti. Ecco perché riteniamo che continuare a parlarne, facendolo anche in queste occasioni, sia essenziale per sensibilizzare le istituzioni e la società civile a farsi carico, ciascuno per il proprio ruolo, di attivare processi positivi tesi a supportare l’inclusione delle persone vittime del fenomeno”. Gli interventi introduttivi del comandante provinciale dell’Arma, Salvatore Gagliano (“Le forze dell’ordine sono determinate a contrastare con efficacia questi fenomeni”), del viceprefetto aggiunto, Rosanna Mallemi, dirigente dell’area Immigrazione (“Il nostro territorio ha sviluppato una rete di solidarietà quasi senza paragoni nell’isola”), del dirigente del settore Servizi sociali del Comune di Ragusa, Alessandro Licitra (“E’ stato attivato un sistema di collaborazione tra pubblico e privato che ha fornito buoni frutti”), del direttore della Caritas diocesana di Ragusa, Domenico Leggio (“Abbiamo percorso dieci anni di strada assieme, condividendo momenti positivi e negativi”) e del vicepresidente provinciale Confcooperative, Salvo Borrelli (“C’è, nell’area iblea, un’azione specifica sul fronte solidale che grazie al sistema della cooperazione è stata esaltata all’ennesima potenza”) hanno contribuito a sviscerare altri aspetti del fenomeno.

Ausilia Cosentini di Proxima ha poi illustrato le modalità della tratta, il grave sfruttamento e il funzionamento del sistema. “L’organizzazione internazionale per le migrazioni – ha detto – parla di circa 500.000 donne che, ogni anno in Europa, sono vittime di traffico per lo sfruttamento sessuale. In Italia si stimano tra 30mila e 50mila donne costrette a prostituirsi in strada o in luoghi chiusi, costrette a vendere il proprio corpo per pagare un debito assurdo o arricchire criminali senza scrupoli. Un fenomeno che, seppur in percentuali minori, è presente anche nell’area iblea”. La tratta si realizza attraverso la considerazione e il trattamento degli esseri umani alla stregua di proprietà private o merci di scambio, privando l’individuo della possibilità di fruire dei diritti fondamentali. Ne ha parlato con molta attenzione lo psichiatra Maurizio Sittinieri del Dipartimento di salute mentale dell’Asp di Ragusa dipingendo un quadro a tinte fosche con riferimento al traffico di giovani donne nigeriane. “Donne – ha spiegato Sittinieri – costrette a prestare un giuramento dinanzi ai propri sponsor (la maman o i suoi collaboratori), cioè coloro che prestano loro il denaro per sostenere le spese del viaggio e che partecipano direttamente alla sua organizzazione. Un giuramento estremamente sacro. Se lo stesso è rotto, le contraenti temono ripercussioni spirituali e fisiche a loro danno, sino ad arrivare alla morte”.

Di “invisibili”, invece, ha parlato Emanuele Bellassai di Proxima facendo riferimento ai chilometri di campi, coltivazioni e serre che costeggiano le strade della fascia trasformata. Distese lungo cui scorrono le vite, amare e affaticate, di migliaia di “schiavi”. I caporali, spesso e volentieri, si occupano del trasporto dei lavoratori e naturalmente non lo fanno gratuitamente o per spirito di solidarietà. Ciascun bracciante paga infatti una somma, almeno un euro a tratta, per essere stipato su furgoncini spesso malmessi. “Proprio per dare una risposta a questa esigenza di mobilità – ha spiegato Bellassai – è nato il progetto “Solidal transfert” che interviene sul territorio con un pullmino garantendo la mobilità, in maniera gratuita, di chi ha bisogno. E in questo contesto emergono storie interessanti, cioè la totale dipendenza dei braccianti dai datori di lavoro. Se risulta logicamente ipotizzabile una paga inferiore considerata la crisi del sistema, non altrettanto lo è il fatto che la dignità umana sia costantemente calpestata”. Nella sua analisi del fenomeno, lo psichiatra e psicoterapeuta Peppe Cannella ha chiarito la presenza di quello che ha chiamato un “apartheid silente” che impedisce lo scambio tra i vari sistemi presenti sul nostro territorio. “Abbiamo a che fare con una comunità chiusa, la nostra – ha spiegato – che non riesce ad interagire con le altre che rappresentano i migranti. E questo limite ha creato nel tempo la formazione di vere e proprie classi sociali, distinte le une dalle altre, con una scala di valori che in assoluto non possono avere fondamento. Forse è perché abbiamo sottovalutato il fenomeno. E adesso rischia di sfuggirci di mano. Non è possibile, nel Terzo millennio, in una realtà che dice di essere avanzata come quella della provincia iblea, vedere che ci sono persone, a prescindere da quale sia la loro provenienza, che frugano nei cassonetti. Siamo all’inverosimile”.

Nel suo intervento conclusivo, Carlo Parini, del Gruppo interforze contrasto all’immigrazione clandestina, ha ricordato i passi avanti compiuti dal Gicic della Procura di Siracusa anche per quanto concerne il confronto e la collaborazione con realtà operanti nell’ambito dell’assistenza e della solidarietà, come la coop Proxima. “Il fenomeno, purtroppo – ha chiarito Parini – continua ad essere in continua evoluzione e noi, come Gruppo interforze, cerchiamo di contrastarlo e di monitorarlo per come possiamo anche se ci rendiamo conto che solo la creazione di una rete sinergica può favorire la soluzione delle numerose problematiche emergenti”. All’iniziativa di oggi era presente anche il primo presidente della coop, Maria Concetta Gurrieri, a cui è poi subentrato Emanuele Bellassai e quindi Ivana Tumino.

La conferenza di stamani

 

 

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