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No alll'Italia senza province

Ieri mattina, in tutta Italia, i 107 Consigli provinciali si sono riuniti in una seduta straordinaria aperta alle comunità, ai rappresentanti dell’economia e del sindacato, dei Comuni e delle Regioni, dei partiti politici, delle associazioni di categoria, dei gruppi di volontariato, dei cittadini tutti,  per ribadire il netto dissenso ad una Italia senza le Province.
La giornata di mobilitazione ha voluto far comprendere, non solo il valore «esclusivamente demagogico e propagandistico della campagna contro le Province», quanto anche cosa accadrebbe all’Italia, ai cittadini, una volta cancellati gli Enti intermedi. «Un momento di riflessione e dibattito, ma soprattutto un’occasione per dare sostanza e concretezza all’operazione verità che l’Unione Province Italiane sta portando avanti attraverso dossier e studi – ha dichiarato il presidente dell’Upi e della provincia etnea, Giuseppe Castiglione – come quello elaborato dalla Bocconi, sui reali costi delle Province, sui servizi resi ai cittadini, sull’utilità e il valore di questa istituzione e sulle falsità rispetto agli inesistenti risparmi che si avrebbero dalla loro abolizione». A Catania la giornata di mobilitazione ha visto una notevole partecipazione ed un serrato dibattito con interventi di tutte le espressione della politica e della società civile. «Un evento straordinario di democrazia e partecipazione – ha sottolineato Castiglione – che ha coinvolto in tutto il Paese centinaia di cittadini, di amministratori locali, di rappresentanti della società civile, che insieme vogliono dare una risposta vera al bisogno di innovare il Paese».
Secondo gli amministratori provinciali, il Governo ha definito e varato norme che impattano direttamente su istituzioni che sono previste come elementi costitutivi della Repubblica dalla Costituzione senza prevedere, anzi volutamente escludendo, qualunque forma di confronto e preventiva condivisione con i rappresentanti delle Province. La norma, lungi dal consentire risparmi - come indicato espressamente dalle relazioni tecniche della Camera e del Senato, che non hanno ritenuto di potere quantificare alcuna cifra dai risultati delle misure stesse - produce notevoli costi aggiuntivi per lo Stato e per la Pubblica amministrazione, ingenera caos nel sistema delle autonomie e conseguenze pesanti per lo sviluppo dei territori. «È una norma che non tiene minimamente conto dell’aumento della spesa pubblica, pari ad almeno il 25% in più, che si avrebbe dal passaggio del personale delle Province (56.000 unità) alle Regioni o dal trasferimento di competenze di area vasta ai Comuni – ha spiegato il presidente Castiglione –. Il decreto – ha proseguito – non considera l’impatto che il trasferimento delle funzioni e delle risorse oggi gestite dalle Province (12 miliardi di euro secondo gli ultimi dati del Siope) avrà sui bilanci e sull’organizzazione delle Regioni e dei Comuni già oggi gravati dalle difficili condizioni di sostenibilità del loro Patto di Stabilità. Inoltre – osserva Castiglione – non considera la difficoltà a computare e trasferire il patrimonio e il demanio delle Province: 125.000 chilometri di strade, oltre 5.000 edifici scolastici, 550 centri per l’impiego, sedi, edifici storici, partecipazioni azionarie, dotazioni strumentali. La norma avrà effetti devastanti sulle economie locali – prosegue – poiché produrrà il blocco totale degli investimenti programmati e in corso delle Province, perché i mutui contratti dalle Province, nei casi in cui questo fosse possibile, dovrebbero essere spostati alle Regioni o alle altre amministrazioni locali, con il serio rischio di interrompere la gestione delle attività e dei connessi importantissimi flussi di spesa. La norma infine – ha concluso il presidente Castiglione – impone una modifica della normativa tributaria, poiché le entrate tributarie, patrimoniali e proprie delle Province dovranno passare in quota parte a Regioni e Comuni per garantire il finanziamento delle funzioni, proprio nel momento in cui si stanno verificando le condizioni per il passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni standard nelle Province attraverso l’attuazione delle norme sul federalismo fiscale».
Al termine delle sedute straordinarie le Province di tutta Italia hanno approvato un Ordine del giorno in cui richiedono unitariamente alle Regioni di promuovere i ricorsi di fronte alla Corte Costituzionale, per fare dichiarare l’incostituzionalità delle disposizioni contenute nell’art. 23, commi 14 – 21, del decreto legge 201/2011 che violano i principi costituzionali di autonomia e democrazia e sono in contrasto con la forma di stato prevista dal titolo V, parte II, della Costituzione. Inoltre richiedono, unitariamente al Governo e al Parlamento, di approvare una riforma organica delle istituzioni di governo di area vasta che sia basata sulle seguenti priorità: intervento immediato di razionalizzazione delle Province attraverso la riduzione del numero delle amministrazioni (mantenendo comunque saldo il principio democratico della rappresentanza dei territori, con organi di governo eletti dai cittadini e non nominati dai partiti); ridefinizione e razionalizzazione delle funzioni delle Province, in modo da lasciare in capo alle Province esclusivamente le funzioni di area vasta; eliminazione di tutti gli enti intermedi strumentali (agenzie, società, consorzi) che svolgono impropriamente funzioni che possono essere esercitate dalle istituzioni democraticamente elette previste dalla Costituzione; istituzione delle Città metropolitane come enti per il governo integrato delle aree metropolitane; destinazione dei risparmi conseguiti con il riordino degli enti di area vasta ad un fondo speciale per il rilancio degli investimenti degli enti locali. Per conseguire questi obiettivi – si legge nell’ordine del giorno –  occorre l’approvazione urgente di un una norma, che superi l’ipotesi del commissariamento delle Province che dovrebbero andare al voto nella primavera del 2012 e che consenta di prorogare la scadenza degli organi democraticamente eletti fino all’approvazione di una riforma organica delle Province, e l’immediata approvazione della Carta delle Autonomie, inspiegabilmente bloccata al Senato, per definire “chi fa che cosa” ed eliminare i costi e le disfunzioni prodotti dalle duplicazioni delle funzioni e per razionalizzare l’intero sistema istituzionale locale.

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