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Domenica, 15 Dicembre 2019

Presentato il volume “La lava e la Polvere” di Miette Mineo

Catania_eruzione_1669

 

La location museale dell’Orto Botanico di Catania è stata qualificata nonché opportuna sede per la presentazione del volume “La lava e la polvere” di Miette Mineo, edito da Prampolini. L’opera è “point de départ” per trattare alcune vicende della storia catanese.
Desta curiosità il sito dell’Orto catanese che  il fondatore Tornabene ha individuato proprio su terreno lavico - in contrada Borgo, lungo la via Stesicoro-Etna - oggi via Etnea (vv. testo “Hortus Botanicus” – Regiae Universitatis Studiorum del 1887).
Miette Mineo, già autrice de “La bambola graffiata” – 2009, “Tatoo” – 2010, “Ultimi giorni di maggio” – 2011, intinge ancora d’inchiostro la penna per descrivere le vicende disastrose del capoluogo etneo. Il romanzo si rifà a documenti storici originali e tratta episodi reali e verosimili di popolani e nobili.
La presentazione del libro, avvenuta lo scorso dicembre, con la partecipazione del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, in collaborazione con la Libreria Antiquaria Prampolini e l’associazione culturale “Polena”, ha ricevuto il patrocinio dell’assessorato comunale alle Attività Produttive e del Distretto Produttivo della Pietra Lavica dell’Etna. Ha avuto inoltre l’intervento del direttore del dipartimento Pietro Pavone, dell’assessore Franz Cannizzo, del presidente del Distretto della Pietra lavica Alfio Papale assieme al componente del comitato tecnico-scientifico Giuseppe Patanè. Ha relazionato sulle tematiche del libro Santo Privitera - giornalista e la storica Lina Scalisi, autrice della prefazione dell'opera.
Si ringrazia la sez. Scienza della Terra del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, per aver fornito un video sull’Etna, realizzato da Chiara Calabro, Raffaella Di Geronimo, Giusy Fichera, ed ancora da Laura Patanè, Antonino Pezzino, Marco Viccaro, su un progetto del MIUR – per il Museo di Scienza della Terra - responsabile Antonietta Rosso. Ha presentato la produzione audiovisiva Carmelo Ferlito del medesimo istituto.  
La serata dedicata alla lava e alla sua magia, è stata completata con un’installazione in pietra lavica a cura dell’Archivio storico Marella Ferrera, e la partecipazione artistica di Fabrizio Scuderi, Mario Licciardello e Mavì Bevilacqua.
Seguendo le “point de part” dell’opera ricordiamo Giuseppe Recupero che, nell'opera Storia naturale e generale dell'Etna, descrive così l'eruzione: "commoversi con grande violenza tutto il perimetro della montagna, saltare in aria dal cratere una prodigiosa colonna di nero fumo, e rovente materia, e profondarsi finalmente la sua cima con orridi rumoreggiamenti nel suo baratro. Cadde in primo luogo quella vetta che guardava verso Bronte, di poi l'altra rimpetto l'oriente ed ultimamente si rovesciò quella posta in faccia al mezzogiorno".
Quella del 1669 è la maggiore eruzione laterale che sia avvenuta in epoca storica. Dalla spaccatura che si era aperta giorno 8 del mese di marzo del 1669 a quota 850 m s.l.m., solo giorno 11 dello stesso mese sgorgò una delle colate laviche etnee più disastrose di tutta la storia del Vulcano. Quella mattina  nel pianoro sottostante il Monte Nocilla -2 Km a nord-ovest di Nicolosi, iniziarono ad uscire globi di cenere e lapilli accompagnati da fortissimi boati e scosse sismiche. Verso sera alla fase parossistica subentrò quella effusiva, che nell’arco di 122  giorni  raggiunse il mare. Nel suo procedere verso Sud il fiume di lava distrusse gli abitati di Mompilieri, Malpasso – l’attuale Belpasso, Mascalucia, S.Giovanni Galermo, Camporotondo, poi Misterbianco ed altri centri abitati minori, quindi ricoprì il lago di Nicito a Catania, coprì i Bastioni di S. Giorgio e S. Croce, i 36 canali del fiume Amenano. Cinse Catania dal lato di sud-ovest e l'11 aprile raggiunse il mare e si spinse oltre la costa per circa due chilometri, fino a fermarsi, l'11 luglio.
L’attività esplosiva del periodo ha dato luogo alla formazione dei conetti  piroclastici denominati oggi Monti Rossi, ma per molto tempo furono chiamati Monti della Ruina, perché a loro si attribuiva la distruzione di tanto territorio devastato. La colata lavica lunga 16 Km rese sterili ben 38 Kmq di territorio e distrusse migliaia di costruzioni con il suo volume di 970 milioni di metri cubi.
Questa eruzione è nota anche per il primo tentativo documentato di deviazione di una colata: la lava che aveva scavalcato la cinta muraria di Catania fu deviata tramite barriere di terra, sassi e macerie delle case distrutte.
Ancora più sorprendente, per l’epoca, fu il tentativo messo in atto dagli abitanti di Malpasso, guidati dal sacerdote Don Diego Pappalardo, che tentarono di praticare una breccia nell’argine della colata. Con aste di ferro riuscirono a raggiungere la parte fluida della colata, per cui il flusso lavico deviò iniziando a scorrere nelle campagne circostanti. Ma gli abitanti di Paternò inferociti e preoccupati della possibile invasione del loro paese a causa del loro operato li hanno bloccati.
Nel duomo di Catania il dipinto di Giacinto Platania raffigura la colata del 1669. Dal dipinto si vede chiaramente il Mompilieri circondato dalla lava.
Riportiamo all’attenzione dei molti quello che riguarda la scelta operata dal fondatore dell’Orto Botanico di Catania, che scelse la posizione tenendo conto anche della composizione del terreno. Qui si riporta uno stralcio tratto dal testo “Hortus Botanicus” – Regiae Universitatis Studiorum del 1887 di Francesco Tornabene Roccaforte:  “ Nel dicembre 1854 della medesima Deputazione veniva stabilita una rendita per il mantenimento dell’Orto e nel 22 aprile 1856 il Professore d’Architettura alla R. Università Comm. Mario Distefano, dietro l’incarico ricevuto dalla cennata Deputazione, presentava il progetto degli Edifici dello Stabilimento con i corrispondenti disegni, i lavori da eseguirsi con gli estimativi de’ valori. Approvato nel 29 maggio 1857 il progetto con Regia sanzione, al 31 luglio 1858 ebbe luogo con solenne pompa e pubblico invito la cerimonia della collocazione della prima pietra del detto stabilimento, con Discorso d’occasione che io lessi al pubblico numeroso intervenuto sul luogo. La fondazione di un Orto Botanico da servire alla pubblica istruzione in una tanto celebre Università, mi diede l’obbligo di studiare sulla scelta del luogo, il quale no doveva trovarsi verso il centro del paese, né molto distante dal medesimo per l’accesso degli studiosi e per l’utile del pubblico, che nella frequenza dei Gabinetti, dei Musei, delle Biblioteche e degli Orti Botanici riceve istruzione e vorrei anco dire civiltà. Un Orto Botanico in Catania, paese che sta appiè dell’Etna, fu un momento di seria osservazione. Il lapillo vulcanico, io diceva, puro e semplice sarebbe arido e sterile, ridotto a terriccio col disfacimento delle piante e degli avanzi animali e misto ai detriti ed alle lave decomposte diverrebbe un terreno coltivabile ed interessante all’Agricoltura ed alla Botanica per la singolarità della stazione. Ma quando le così dette lave sono solide e compatte in grandi banchi, la vegetazione, io diceva, alborea non potrà bene riuscire, e se può ottenersi col trasporto sulle lave del detrito vegetabile una vegetazione erbacea, non potrà mai aversi quella dei frutici e degli alberi, poiché la impermeabilità del terreno, rendendo arido e secco il sottosuolo, farebbe perire tutte le piante collocate anco colla massima cura e diligenza; soggiungeva a me stesso, che, essendo l’acqua irrigatoria scarsa sull’Etna, come scarsa in Catania è al presente, conveniva pensare e riflettere sulla ubicazione del sito vulcanico onde ottenere acqua sufficiente; quindi geognosticamente cercai il luogo dove la roccia avrebbe potuto apprestare colla irrigazione delle buone condizioni fisiche e tornare utile ad una coltivazione di piante erbacee, arbustive ed alboree. E siccome aveva in animo d’ottenere un ingrandimento all’Orto Botanico in un terreno per geologica natura sedimentario, visitai ed esaminai contali concetti lo stato geognostico e geologico di Catania, ed ebbi a trovare che a Nord-Est lungo la via denominata oggi Stesicoro-Etnea nella contrada elevata circa sessantatre metri sul livello del mare, si aveano alcune correnti di lava antica, verso il cui lembo estremo si trovava affiorata la formazione post-pliocenica alluvionale, composta di marna argillosa bluastra a strati; e su questa un’arenaria argillosa, giallo-ocra, con ciottoli di gres a varia grossezza disposti sempre in strati orizzontali Questa corrente vulcanica posta nel sito detto allora Borgo, ed oggi Piazza Cavour, fu acquistata come dissi, e trovai che la corrente lavica era di media compattezza e no mai potente e basaltica; era giacitura cavernosa, le cui caverne poco distanti l’una dall’altra, si vedevano vuote o ripiene di fango, di detrito con arene e ciottoli trasportati e misti a materiali terrosi nati dalle correnti pluviali che discendono dall’Etna sul piano inferiore ove sta al presente la città di Catania. Questa lava era più cavernosa verso il suo termine cioè alla fine della Piazza Cavour e propriamente nel fondo Majolino, dove comparisce a Sud-Ovest della formazione post-pliocenica. Questo spazio di terreno della formazione indicata, posseduto dai fratelli Matteo e Pasquale Fragalà, fu da me acquistato per destinarlo alla coltivazione delle sole piante siciliane, ossia per stabilirvi la Flora Siciliana già da me pubblicata in Catania con tavole nel 1887.
La detta corrente lavica, per quanto pare, è quella descritta da Orosio e che per la vicinanza con un antico orto detto Cavarna si è oggi denominata Lava della Cavarna. Essa risale ad una eruzione dell’epoca romana; ed io nel disossare quel terreno, trovai frequentemente dei cippi sepolcrali di terra cotta in forma prismatica, costituti ognuno di tre pezzi; uno della larghezza di centimetri 50 e della lunghezza di metro 1,70, che serviva di base; altri due delle uguali dimensioni inclinati sulla detta base ad angolo acuto, chiudevano il cippo, il quale era coperto di terriccio, o di arena vulcanica, ed esaminati al di dentro si trovarono dei carcami ed avanzi di ossa, delle quali i teschi erano posti in modo da guardare il levante. Accanto ai teschi si rinvennero dei vasetti, ora bianchi di creta assai fina ed ora bicolorati rosso nero. Di essi ne conservo uno insieme agli avanzi di qualche osso tibiale; conservo ancora avanzi de cippi. Da quello che si è detto è da supporre, che questo luogo fu abitato dalle colonie romane, venute in Sicilia per sottrarsi all’orrore delle guerre servili, e fu destinato a Necroterio o Sepolcreto. Nel tempo della dominazione ispanica in Sicilia su questo sito furono fabbricate delle caserme, o come dicevansi allora Fondachi, per la cavalleria spagnuola appellata Sciurta; e cessata quella dominazione, vennero le medesime mutate in private abitazioni; ed io, dietro quell’acquisto, atterrai quegli edifizii per estendere lo spazio dell’Orto Botanico. Quanto alle masse laviche le feci rompere coprendole più che potei di terriccio, e riempiti con questo i vani delle caverne, diedi agli alberi una stazione opportuna”.
Ripetute volte la Sicilia è stata succube di eventi nefasti: eruzioni vulcaniche, terremoti, finanche maremoti. Catania, in particolare, dopo le vicende eruttive del 1669 reagisce positivamente e rifiorisce. La stessa volontà di rinascita si ravvisa anche dopo l’altro fatto catastrofico del 1693, un terremoto di magnitudo pari a 7.4, che ridusse la città un cumulo di macerie. Esso rappresenta l’evento sismico più forte mai registrato nel territorio italiano, ed il ventitreesimo terremoto più disastroso della storia dell’umanità. In seguito, l’opera di ricostruzione fu associata a criteri urbanistici, secondo un piano regolatore progettato da Giuseppe Lanza, Duca di Camastra, che prevedeva “rette e larghe vie” intervallate da piazze. Furono  chiamate a collaborare le migliori maestranze e gli insigni architetti dell’epoca, tra cui Giovan Battista Vaccarini, Girolamo Palazzotto e Antonino Battaglia. Ancor oggi miriamo le architetture settecentesche del centro storico, pregevoli e ripercorribili nei  palazzi di Piazza Duomo e nelle chiese di via Crociferi e poi, su tutte, la solida e virile immagine del Liotru – l’elefante eletto a simbolo della città – forgiata nell’antichità romana dalla rovente lava.
Miette Mineo ha descritto un tormentato ventennio, dando voce ai veri protagonisti e al popolo, riportiamo in conclusione le parole dell’autrice: “Scrivere di una città significa aggirarsi con occhi curiosi a interrogare ogni scheggia di muro, ogni pietra posta – non importa dove – per afferrane il mormorio del tempo. (…) Così ritorno indietro con la memoria fino a quel XVII secolo che ha visto, nel suo ultimo scorcio, nella sua seconda metà, due avvenimenti terribili e luttuosi che l’hanno segnata irrimediabilmente. Mi chiedo come potessero essere quelle persone che agivano nella città: popolani, nobili, rivoluzionari, laici o ecclesiastici. Quali i loro stili di vita, quali i discorsi ed i pensieri che guidavano le loro scelte… Riscopro con pazienza i luoghi che attraversavano i suddetti personaggi. Alcuni si offrono, quasi intatti, allo sguardo attuale. Di altri rimangono solo alcuni resti manipolati dall’azione non sempre opportuna di altri uomini. I più, però, non hanno potuto sottrarsi all’insulto beffardo del tempo. E allora mi piace ricostruirli, ricrearli con la memoria per prolungarne, almeno un po’ col ricordo, l’esistenza”.

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