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Famiglia Positano: riaprite le indagini sulla morte di Francesco in Afghanistan

"Francesco ha dato sedici anni della sua vita a questo Paese, da militare in missione all'estero: abbiamo diritto di sapere la verità su com'è morto". Lo affermano Luigi e Rosa Positano, i genitori del caporalmaggiore scelto degli Alpini deceduto l'anno scorso, il 23 giugno, vicino Herat in Afghanistan. Durante una conferenza stampa convocata questa mattina nella casa dove ha vissuto Francesco fino al giorno in cui - ancora sedicenne - è partito volontario, gli avvocati Lucia Frazzano e Annarita Antonetti hanno fatto sapere di aver depositato una istanza di avocazione delle indagini alla Procura generale presso la Corte di appello di Roma: secondo i legali, il decreto di archiviazione, emesso dal pm Paolo Ielo, è contraddittorio, in quanto attribuisce le cause della morte alla "repentina ripartenza" del Buffalo, il blindato sul quale viaggiava Francesco, ma rinuncia ad approfondire le indagini esplorando quanto meno l'ipotesi dell'omicidio colposo.
"Sono tante le incongruenze che emergono dalla lettura degli atti", è stato detto, "a cominciare dalle testimonianze lacunose dei suoi commilitoni, dalla scomparsa dell'elmetto, della divisa e dell'equipaggiamento che il militare indossava e che sarebbero stati utili ai fini dell'accertamento della verità", così come utili sarebbero state le foto scattate dai soccorritori nell'immediatezza dell'evento e che al momento della chiusura delle indagini da parte della Procura non erano nel fascicolo.
Il medico legale nominato dalla famiglia, Domenico Natale, che con Pietrantonio Ricci, ordinario di Medicina legale dell'Università della Calabria ha curato una perizia di parte, ritiene che anche gli accertamenti del perito nominato dalla Procura di Foggia escludano la possibilità che Positano abbia avuto un malore ("godeva di ottima salute") e che per questo sia caduto dal mezzo, come invece era stato affermato nelle prime ricostruzioni dell'accaduto. L'unica ipotesi che regge al vaglio delle perizie e alla luce di quanto a disposizione dei periti è l'investimento, o al massimo la caduta dal mezzo mentre si muoveva a velocità sostenuta.
"A distanza di quasi un anno - ha concluso la mamma, Rosa - chiediamo che lo Stato restituisca a nostro figlio innanzitutto, e a noi, la verità su ciò che è successo quel giorno in Afghanistan: ho scritto al presidente Napolitano perché faccia qualcosa per spingere la giustizia a fare il suo corso fino in fondo, e non ho avuto alcuna risposta, di nessun tipo. Ma non mi scoraggio: continuo ad avere fiducia nelle istituzioni, quelle istituzioni che mio figlio ha servito fino a dare la vita per il proprio Paese".
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