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Manfredonia - Una miniera di archeologia

casolare

 

Le vicende della miniera di carbone e della fabbrica di alluminio della Sardegna esplose da alcuni mesi in maniera drammatica, hanno richiamato alla mente il caso, per tanti aspetti simile, della miniera di bauxite della piana delle Matine agro di San Giovanni Rotondo. L’anno venturo sarà quarant’anni che è stata chiusa dopo che per circa altrettanti anni (1937-1973) è stata coltivata dalla società Montecatini che estraeva per l’appunto il minerale da cui si otteneva l’alluminio.

Per quella cittadina garganica ma anche per altre città limitrofe tra cui Manfredonia che fungeva da terminal portuale, quella miniera costituì una importante risorsa di supporto alle economie locali alquanto asfittiche. Si sarebbe voluto che la lavorazione della bauxite avvenisse in loco con la costruzione del relativo stabilimento, ma l’idea più che il progetto, non andò mai oltre la sua proposizione. Molto verosimilmente sarebbe stata una vicenda antesignana di quella sarda.

La miniera Montecatini venne chiusa nel 1973 per le stesse ragioni per le quali si vorrebbero chiudere gli impianti produttivi della Sardegna, vale a dire i costi di produzione elevati rispetto ad altre fonti di approvvigionamento di quei materiali, essenzialmente Francia e Jogoslavia. Per l’area su cui quel sito minerario insisteva con i suoi benefici effetti non solo economici, fu una vera rovina. Per tanti versi simile a quella provocata dalla chiusura dello stabilimento Enichem di Macchia.

Settecento minatori (27 trovarono la morte durante i 36 anni di attività) rimasero senza lavoro con tutte le ripercussioni nefaste sul sistema economico di riferimento. Le maggiori conseguenze riflesse le subì il porto di Manfredonia dove quel minerale, chiamato per il suo colore “terra rossa”, veniva trasportato con i camion e rimorchio per essere imbarcato sui piroscafi che lo trasferivano a Marghera dove c’erano gli stabilimenti di trasformazione. Anche qui rimasero senza lavoro centinaia di portuali che caricavano le navi utilizzando singolarmente delle “coffe” ovvero ceste di vimini portate a spalla. Naturalmente anche il traffico portuale subì un collasso.

Contro la decisione di chiusura della miniera ci furono varie e forti azioni di protesta, scioperi e quant’altro contemplato da un rituale che pare segua sempre il medesimo canovaccio. Tutto è stato inutile. Quella realtà mineraria, un tempo fiorente e redditizia, è stata come inghiottita dal tempo e dall’incuria dell’uomo.

Un patrimonio di storia che in qualche modo si vorrebbe recuperare quanto meno alla cultura della memoria facendone un sito di archeologia mineraria. In tal senso si sta muovendo un gruppo di giovani di San Giovanni Rotondo cordonati dal’ex sindaco Salvatore Mangiacotti e la collaborazione di Maurizio Tardio. L’idea è quella di realizzare un sito didattico e un museo ove raccogliere cimeli, fotografie, filmati, testimonianze di un passato non lontano di questa terra.

La torre dell ascensore della miniera

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