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Mercoledì, 25 Novembre 2020

Un I maggio ricco di eventi memorabili

Il primo maggio del 2011 di Roma rimarrà negli annali come una giornata densa di eventi memorabili, in primis per  le celebrazioni per la beatificazione di Giovanni Paolo II.  A questo, , si deve aggiungere l’affollatissimo concerto di piazza San Giovanni e, dulcis in fundo, il piacevole concerto serale del Si Canta Maggio all’Auditorium Parco della Musica.

La sala Santa Cecilia ha infatti qui ospitato lo spettacolo costruito da Ambrogio Sparagna per i celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia con l’Orchestra Popolare Italiana e la partecipazione di uno straordinario Coro popolare allievi del laboratorio di canto corale popolare di Anna Rita Colaianni, proponendo una serie di canti sociali di lavoro appartenenti a varie regioni italiane. Sono canti che attraversano la storia nazionale e che tradizionalmente venivano eseguiti sia per accompagnamento di attività lavorative che per raccontare la condizione del lavoro. Tra gli ospiti: Peppe Servillo, Simone Cristicchi e Moni Ovadia. Ambrogio Sparagna ha selezionato una serie di brani che attraversano la storia nazionale a partire dai primi anni dell’Ottocento con i movimenti insurrezionali legati alla costituzione dello Stato nazionale fino alla stagione della seconda metà del Novecento delle lotte per l’assegnazione delle terre ai contadini. Il repertorio risorgimentale era tratto sia dalle più importanti raccolte di canti popolari ottocentesche (fra cui quelle siciliane di Lionardo Vigo e Salvatore Salomone Marino e quelle romane di Gigi Zanazzo) che dai materiali sonori raccolti direttamente dalla voce degli ultimi interpreti di questo antico genere di canto sociale intorno agli anni Sessanta e Settanta. Nello spettacolo hanno trovato posto tanti dialetti, tante voci ed espressioni musicali popolari che hanno così intimamente caratterizzato la nostra storia nazionale. Dai primi esempi di canto sociale come Partire Partirò, brano dei coscritti napoleonici, alla celebre Or che innalzato è l’ albero, uno dei primi esempi di canto giacobino (tanto caro a Mazzini) diffuso probabilmente durante i fatti della Repubblica di Genova e riportato nel 1885 nelle raccolte del D’Ancona. A contrasto con lo spirito giacobino spiccava un esempio di canto che racconta le vicende del brigante Michele Pezza di Itri e dell’insorgenza contro i francesi. Una parte consistente riguardava i canti diffusi intorno agli anni dei moti rivoluzionari come O Venezia e Noi siamo piemontesi. Ancora poco conosciuti ma di grande interesse alcuni racconti popolari di patrioti risorgimentali di fede ebraica interpretati da Moni Ovadia. Molti i canti che raccontavano in tutti i suoi risvolti l’epopea garibaldina: dapprima entusiastici, come le tipiche strofette siciliane di Che beddu Caribbalde, o il cunto che narra l’insurrezione popolare a Palermo, ma poi profondamente amari e tragici come la ballata siciliana del Lamento di un servo. Una sezione dello spettacolo era legata al repertorio d’osteria composto da stornelli politici “a dispetto” e ai racconti popolari fantastici come quello del brigante abruzzese Gaetano che, per fuggire al carcere causato da un furto di polli, si ritrova a combattere una sua particolarissima battaglia a Civitella del Tronto, ultimo baluardo della resistenza borbonica.

Un’altra parte importante era composta da inni, fra cui spiccava quello a Pio IX (insieme a Garibaldi il personaggio più presente nel repertorio risorgimentale) e canti epico-lirici di tradizione garibaldina. Fra questi di grande suggestione il racconto della morte di Ugo Bassi, il padre barnabita eroe della repubblica romana, e un canto che narra della madre in cerca del giovane figlio, Achille Cantoni, originario di Forlì, che salvò la vita a Garibaldi nella battaglia di Velletri del 1849. Sono canti di grande suggestione poetica che testimoniano come il popolo, pur subendo la complessità della storia, prova con la forza della poesia cantata a trovare un possibile sostegno all’incalzare tragico degli eventi, così come appare nella ballata riportata dallo Zanazzo che racconta le ultime ore della presa di Roma nel 1870. Dopo una stagione intensa di celebrazioni a Garibaldi e all’Unità nazionale si diffondono soprattutto nel Meridione una serie di canti che manifestano un forte malumore popolare per il nuovo Stato. Lo spettacolo ne proponeva una ballata dedicata al brigante Carmine Crocco Donatelli, originario di Rionero in Vulture e capo popolo della rivolta nei territori della Basilicata dopo il 1860. L’amarezza popolare provata dopo la costituzione dello Stato nazionale genera verso la fine del XIX secolo un grande esodo delle classi popolari dall’Italia. Tanti i canti che testimoniano il fenomeno dell’emigrazione verso le Americhe. Fra questi lo spettacolo ha proposto uno degli esempi di stornelli toscani più graffianti, conosciuto con il titolo Italia bella mostrati gentile, e due perle della tradizione del canto napoletano come Santa Lucia e Lacreme Napulitane, interpretate da Peppe Servillo. Lo spettacolo si caratterizzava anche per la presenza di alcuni canti legati alla condizione del lavoro di risaia Addio morettin ti lascio e Sciur padrun da li beli braghi bianchi. Presenti anche brani di questua tipici delle antiche feste toscane del Calendimaggio. La memoria di un Primo maggio drammatico di lotta è quella raccontata sia nel canto siciliano Portella della Ginestra che in alcune poesie di Rocco Scotellaro legate ai temi della lotta per l’acquisizione delle terre.

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