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Sorelle mie, svegliamoci!

Dobbiamo far sentire la nostra voce!

È un appello accorato che vi rivolgo, non per finalità personali, ma per il bene di tutte quante noi.

È un appello alla vostra intelligenza, in un momento difficile della realtà sociale e politica in cui viviamo.

Noi donne, non abbiamo bisogno di “quote rosa”, ma di far valere le nostre “quotazioni” come persone, a livello nazionale e internazionale.

Per millenni siamo state in silenzio e abbiamo lasciato fare ai nostri uomini.

Adesso il vento è cambiato e non possiamo far finta di niente.

Ci hanno fatto credere che eravamo deboli, invece noi siamo una forza.

Ci hanno detto che la politica era “cosa” da maschi e che noi non dovevamo metterci il “becco”.

Ci siamo rassegnate? No!

Abbiamo lottato e ci siamo conquistate il nostro posto nella società, nella cultura e in tutti quei settori dai quali eravamo state escluse.

Noi siamo più della metà della popolazione umana.

Abbiamo sempre lavorato in casa e fuori casa.

Abbiamo cresciuto figli e nipoti.

Chi meglio di noi conosce la fatica di far quadrare il bilancio della famiglia per portare, sempre e comunque, un piatto in tavola?

Tutto questo non è una novità per nessuna di voi.

Ve lo volevo semplicemente ricordare.

Perché?

Ebbene sì, perché adesso c’è più che mai bisogno di noi, del nostro intuito, della nostra saggezza e del nostro cuore.

Non possiamo chiamarci fuori.

Non possiamo permetterci di essere sfiduciate, scoraggiate e pessimiste.

In tante avevamo creduto e sperato che i governi di Silvio Berlusconi avessero potuto attuare nel 2006 quelle stesse riforme che oggi vengono proposte al Parlamento a distanza di otto anni. Nei programmi del “Popolo della Libertà” c’erano già tutte ma chi le aveva impedite allora tenta tuttora di sabotarle.

Siamo rimaste male? Oh, sì!

Ci siamo allora trincerate nelle nostre delusioni, pensando che era tutto inutile e che non avremmo mai potuto cambiare il corso degli eventi.

Avevamo ragione di temere fin tanto che una vecchia classe politica, di sinistre memorie, avrebbe ostacolato la novità delle nostre scelte.

Hanno inventato gioiose “macchine da guerra” per demolire, accusare, demonizzare, condannare il nostro leader. Lo avevano chiamato “giaguaro” e lo volevano “smacchiare”, mentre lui era un leone.

I “giaguari” stavano, infatti, dall’altra parte della barricata, abbarbicati da decenni sulle loro poltrone, ma non si erano guardati allo specchio nel timore di riconoscersi.

Gli hanno rovesciato contro un mare di fango nella speranza di seppellirlo, reo solo di ostacolare la loro presa di potere. L’hanno insultato, umiliato e fatto soffrire in mille modi.

Hanno insultato, umiliato e fatto soffrire anche noi che gli avevamo dato fiducia e l’avevamo votato.

Quante tra noi, donne, gli abbiamo girato la faccia per non vedere il suo volto, quando un folle, istigato da altri, glielo aveva insanguinato?

Alcune poi, aspiranti “veline”, si sono fatte comprare e gliele hanno cantate e suonate di tutti i colori.

Ci siamo vergognate? Sì, di noi stesse.

Le abbiamo credute?

Tutto poteva essere e il contrario di tutto, ma, come spesso accade, abbiamo alzato la mano per scagliare la prima pietra.

Chi tra noi era ed è senza colpa?

Cerchiamo di non ripetere, oggi, lo stesso errore quando saremo chiamate a decidere per l’Europa.

Qualcuna penserà magari che l’Europa è lontana e che abbiamo ben altre cose di cui preoccuparci.

Invece no!

Sarebbe letteralmente drammatico se ascoltassimo i “vaffan” di chi ci vuole far uscire dalla Comunità e dall’Euro.

L’inflazione polverizzerebbe in poco tempo i nostri sudati risparmi e i prezzi dei beni di consumo sulla nostra lista spesa si gonfierebbero a dismisura, unitamente alle bollette dell’energia comprata all’estero.

Ma c’è molto di più in gioco.

Il Mediterraneo è già pieno di barconi e di altri pericoli molto, ma molto, più insidiosi!

In un mondo globalizzato, l’Italia non può permettersi il lusso d’isolarsi.

È facile far leva sulle nostre insoddisfazioni e predicare rimedi salvifici che tali non sono affatto.

Dobbiamo fare attenzione e ragionare prima di lasciarci coinvolgere con leggerezza in avventure politiche che non portano da nessuna parte.

I canti delle Sirene lasciamoli all’Ulisse di turno che, magari, recita commedie e predica tragedie.

Purtroppo c’è tanta negatività che sobilla le piazze.

Noi siamo invece positive e creative.

Non facciamoci turlupinare!

Papa Francesco ha reso omaggio alle donne perché loro videro per prime Gesù risorto.

La nostra testimonianza, anche quando non valeva nulla nella Storia antica, è stata tramandata dai Vangeli.

Dentro la Chiesa e fuori dalla Chiesa siamo sempre noi donne, nonne, madri, figlie, spose o sorelle, a fare la differenza.

Nel mio piccolo, vi ho semplicemente fatto sentire la mia voce.

Non vi voglio convincere di alcunché, perché rispetto la vostra libertà, come la mia.

Desidero solo pregarvi di riflettere bene sulle finalità dei partiti che scegliete nel segreto delle urne.

Andate caute!

Pensate con la vostra testa!

Approfondite le cose e, soprattutto, leggete i programmi dei vari schieramenti.

Non possiamo permetterci di essere superficiali!

Non lasciatevi convincere dalle chiacchiere.

L’Europa siamo noi!

A ragion veduta, io ho deciso. Voterò sempre Berlusconi perché mi fido della sua geniale lungimiranza politica.

E voi?

 

Ogni riferimento a persone, partiti, movimenti o Istituzioni è di pura invenzione.

Vi voglio raccontare una favola

che si ascolta meglio a tavola

sorseggiando un bicchiere di vino

con la vicina … o con il vicino …

 

C’era una volta in un bel paese

un piccolo villaggio alle prese

con vicende molto serie

accadute in un grande prato

da tempo abbandonato

alle intemperie.

I rumori, provenienti dal prato,

avevano molto allarmato

l’intero vicinato.

Fu quindi convocato il sindacato

per deliberare sul fatto,

ma nessuno seppe dire

come fare per zittire

i “vaffan” di una tribù di grilli

i cui continui e snervanti strilli,

soprattutto nel mese di maggio,

tenevano sveglio tutto il villaggio.

Difficile capire, infatti,

da dove e come erano nati

e da chi fossero mandati.

Organizzati in movimento

davano il tormento

al Parlamento

del villaggio

accusato di brigantaggio.

Riuniti per deliberare

e per appurare

come screditare l’Istituzione,

con una dura opposizione,

fu deciso, seduta stante,

che il “grillo parlante”,

era solo UNO

capace, come nessuno,

di fare tabula rasa

e mandare tutti a casa.

La sua missione?

era la non collaborazione,

e, come esito finale,

a livello nazionale

e internazionale,

fare la festa

a chi non avesse grilli in testa.

Nel nostro famoso prato

fu subito organizzato

un dibattito infocato

tra le opposte tifoserie

di due partigianerie.

C’era chi diceva:

«l’essere grillo è bello!»

e chi ne faceva

un proprio zimbello.

 

Il capo grillo s’infuriò e disse:

vorrei che la commedia finisse.

I detrattori delle idee grilline

devono fare una brutta fine”.

Il grillo padrone,

ispirato “capobastone”,

pur senza mandato popolare

si dichiarò la stella polare,

aconfessionale

e pluridimensionale.

della democrazia digitale.

E fu così che diventarono tanti,

i “grillo” simpatizzanti.

Negli spazi siderali,

i grilli, avendo le ali,

non temevano rivali.

Ma era per mare

che vollero andare

a navigare e a pescare.

Cosa presero nella rete?

granchi, cefali e trigliette.

I candidati esperti e navigati

non furono tra i più votati.

Invece, le mezze calzette

risultarono politicamente corrette.

Anche se il grillo, per natura

e morfologica struttura,

malgrado i suoi grandi progetti,

nel regno degli insetti,

sia poco più di un pigmeo,

il lancio di un “grillo europeo

sembrò a molti la soluzione

per infestare la Comunione.

 

Il villaggio era rinomato

per aver sempre esportato

ottime merci in tutto il mondo,

ma nessuno si aspettava, in fondo,

che tra tanti pregiati oggetti

avrebbe esportato anche gli insetti!

Pensate gente, pensate,

quando votate:

il grillo è un animale strano

buono soprattutto a far baccano.

 

 

Firmato

«Un moscherino»

Sono una pensionata, come voi, e non me ne vergogno.

Siamo in 24 milioni e ci dobbiamo far rispettare. Dobbiamo prendere coscienza che siamo una forza perché, nel nostro piccolo, abbiamo sempre dato da giovani e tuttora continuiamo a dare a figli e a nipoti disoccupati. La cosiddetta “spina dorsale” dell’Italia, di cui oggi si parla tanto, siamo noi, perché è sotto la nostra pelle che cresce quella dei giovani, dei lavoratori e degli imprenditori.

Siamo i “nonni saggi”, come direbbe Papa Francesco, e non “morti che camminano” come ci vogliono far credere!

In quanti, tra giovani e meno giovani, sarebbero arrivati alla disperazione senza il nostro conforto e aiuto economico?

Dobbiamo svegliarci!

Abbiamo ancoro un ruolo e dei compiti da svolgere nel campo politico e a tutti i livelli, privati ed istituzionali.

Non diamoci per vinti!

Noi ci siamo ancora!

Non possiamo assistere inermi ad altri tagli delle pensioni, senza gridare all’ingiustizia, mentre i vari “paperon dei paperoni” sguazzano nell’oro che noi stessi paghiamo.

Siamo scoraggiati, è vero! Siamo stanchi di lottare contro i mulini a vento? Beh, abbiamo torto.

Molti tra noi, nel 2006, nel segreto delle urne avevano accordato la loro fiducia a un imprenditore di talento, come Silvio Berlusconi. Avevamo creduto in lui perché aveva costruito dal nulla un vero e proprio impero mediatico.

E poi? La nostra fiducia e soprattutto la nostra attenzione sono state sviate, ad arte, da giornali e dagli stessi che oggi impediscono a Renzi di percorrere fino in fondo la strada delle riforme.

Sono sempre gli stessi.

Sono i “rottamati” che non vogliono rinunciare alle loro poltrone.

Sono quelli che avevano demonizzato Silvio per impedirgli di portare a termine il rinnovamento delle Istituzioni e del sistema giudiziario, gridando a presunti scandali giudiziari.

Avevamo forse pensato, allora, che una giustizia giusta per tutti fosse una legge ad personam, come ci volevano far credere? Se l’abbiamo fatto, ci siamo sbagliati, dobbiamo riconoscerlo. La giustizia è veramente giusta quando lo è per ciascuno di noi ed anche per Berlusconi. Di certo nessuno, più del Cavaliere ha subito un numero così esorbitante di processi spesso basati su “mere illazioni” o su “teoremi” senza riscontri probatori. Se si pensa ai tanti magistrati entrati tra le fila dei Parlamentari di sinistra, qualche sospetto di persecuzione politica verrebbe a chiunque. Berlusconi ha certamente pagato colpe reali o presunte. Vi ricordate il suo volto insanguinato quando un folle l’aveva colpito al volto con una statuina?

Ecco perché alla fine ci siamo rattristati e abbiamo perduto la fiducia nella politica. Ecco perché i “vaffan” di Grillo hanno fatto breccia tra i tanti arrabbiati. Con i “vaffan” ci si sfoga, magari, ma non si va lontano.

Lo sapevamo? Oh, sì. Ci siamo però trincerati in noi stessi piangendo sulla nostra impotenza.

Abbiamo preferito il silenzio e la fuga nell’astensionismo?

Ebbene sì. L’abbiamo fatto!

Ci siamo sentiti vecchi e superati?

Quanti errori, Dio mio.

Lo ripeto, sono una giornalista pensionata come voi, e non me ne vergogno.

Abbiamo una certa età, ma non siamo stupidi.

Nessuno tra noi è obbligato a salire sul carro del vincitore di turno, ma possiamo dire la nostra comunque, indipendentemente dai risultati elettorali.

Possiamo farci ancora valere, credetemi.

Per quanto mi riguarda, le mie scelte sono chiare. Andrò magari contro corrente, ma voterò ancora Berlusconi come nel 1994, nel 2001, nel 2005 e nel 2008.

Come la vedo io, un uomo che si rialza quando cade e che ha la tempra di un combattente è un vero uomo.

A questo punto vi domanderete perché vi scrivo.

Tranquilli!

Non vi chiedo di votarmi, perché non mi sono candidata ad alcunché e mi basta la poltrona di casa mia.

Vi scrivo per dirvi come la penso.

Sono convinta che molti tra voi ragionano come me.

Vi scrivo perché stiamo nella stessa barca.

Tutti noi abbiamo sofferto per le nostre idee e forse soffriamo ancora, ma se non combattiamo siamo perdenti in partenza.

Non lasciamoci rottamare!

Noi ci siamo ancora.

Caro Silvio,

Mezzo secolo fa ti avrei scritto una lettera molto più affettuosa, ma allora tu facevi sentire la tua bella voce ai crocieristi e io pagavo ancora il mutuo di casa. Ecco perché oggi ho scelto la formula della “lettera aperta” che, pur essendo rivolta ad un unico destinatario, riguarda fatti e problemi di un più diffuso interesse.

Le “lettere aperte” propongono, infatti, una lettura dei segni dei tempi in una chiave storica razionale, al fine d’individuare nel passato quei semi che portavano già in grembo l’avvenire.

Il coraggio che ha sempre contraddistinto il tuo pensiero è stato visto e compreso da molti, e da chi ti scrive, nonostante le mistificazioni giornalistiche di una certa stampa.

Nel passaggio dal Secondo al Terzo millennio, molte ombre pesano ancora sulla storia politica dell’Italia. Di certo non saranno mai diradate da quei “mostri sacri” a cui le lottizzazioni della Prima Repubblica ha conferito fin troppo credito.

Nel mio piccolo, vorrei comunque tentare di gettare uno sguardo retrospettivo sulla tua figura di leader.

So bene che è tanto il mio ardire.

Tu sei stato e sei tuttora un Grande; io, invece, un metro e cinquantotto in altezza! È poco, lo so, ma sono una donna e so che le donne ti stanno a cuore; il che, per me, è un punto a tuo favore.

Eppure, nel frattempo mi sono un po’ distratta e, come tanti altri, ho preferito il silenzio.

Beh, ho sbagliato e sono pentita.

Sarai “decaduto” da qualche parte, ma in cambio sei cresciuto nella mia stima e di tutte quelle persone, che, come me, talvolta si scoraggiano, ma poi ci ripensano.

Di un uomo come te, caro Silvio, scrive la Storia, e se gli capita malauguratamente di “cadere” si rialza come tu hai sempre fatto dando un ottimo esempio.

Questo è il motivo principale che mi ha convinto a rompere il silenzio.

Forse bisogna prima dimenticare per poter poi ricordare ciò che eravamo e ciò che siamo.

Il primo ricordo che affiora alla mia mente riguarda la volta che ti ho visto, durante una convention di “Forza Italia”, a Napoli, nella primavera di 1994. Mi trovavo alla Mostra d’Oltre Mare in mezzo ad una folla oceanica, assieme ad alcune mie amiche giornaliste. Quando hai cominciato a parlare è accaduto l’incredibile! Le mie amiche, chiacchierone impenitenti, sono rimaste zitte per un’ora ad ascoltarti, mentre io pensavo tra me: “ecco il siluro che affonderà la Prima Repubblica». Non mi sbagliavo affatto.

Il tuo programma era davvero una “favola”, e io di favole me ne intendo, perché di tanto in tanto ne scrivo una. A quel tempo, qualcuno affermava che facevi “sognare” la gente.

Le favole, come i miti, sono messaggi di speranza per un futuro migliore e rimangono scolpite nella coscienza collettiva.

Tu dicevi, invece, pane al pane e vino al vino. Avevi il carisma di un vero leader, e tuttora non ti manca, ma credo che tu, caro Silvio, sia stato sempre, in realtà, un pragmatico, un “ingegnere dell’organizzazione”.

I Club di Forza Italia, fin dal loro sorgere, hanno rappresentato il modello organizzativo di un Partito strutturato. Per curiosità giornalistica, ho studiato anch’io qualcuno dei Club della prima ora, ma poiché non avevo nulla da chiederti, ho smesso di frequentarli. In cuor mio avrei forse preferito una formula intermedia trascajolianie publitalisti, ovvero circoli formati da tre o quattro “Amici di Silvio” alla pari, con nomi suggestivi o buffi e senza oneri di sorta. Previa una buona visibilità mediatica, ognuno di questi “Amici” avrebbe potuto dar vita a un altro circolo di tre o quattro componenti e così via, ingenerando una rete del tipo: “catena di Sant’Antonio”, estesa in modo capillare sul territorio. Forse questa formula non t’avrebbe convinto, anche perché non credo che tu abbia una grande dimestichezza con i Santi.

Beh, non importa. Siamo tutti peccatori.

Sono però sicura che sarebbe piaciuta ai giovani che ti seguono in tanti. Purtroppo, in amore e nell’amicizia, non sempre si ha fortuna e mi pare che nemmeno tu sia ben messo in questo settore.

Secondo la saggezza popolare, non tutto il male viene per nuocere, e credo fermamente che dal male che ti è stato fatto ti verrà anche del bene.

La gente vede, pensa e valuta nel segreto delle urne.

I tempi storici sono lunghi, ma talvolta risolvono problemi apparentemente irrisolvibili.

Pochi mesi fa, nessuno, nella palude della sinistra, sembrava avere il coraggio di tagliare i rami secchi in casa propria e di fare il salto nell’era post ideologica. Invece il ribaltamento si è verificato. Ciò che a Berlusconi i cosiddetti “parrucconi” non hanno permesso di fare nel 2006, oggi diventa attuabile grazie all’opposizione costruttiva di Forza Italia.

Quel passo indietro che hai fatto nel 2011 è stato a misura di un vero Statista. Hai dato tempo al tempo, rendendo possibile un riassetto generale delle forze politiche in campo.

A rifletterci bene, potrei formulare l’ipotesi che uno dei motivi principali della distrazione di alcuni milioni tra i vecchi elettori dall’ex “Popolo della Libertà”, sia da addebitarsi, nell’ultima tornata elettorale, alla difficoltà di riconoscersi in un partito in cui tutti erano tutto.

La nascita delle coalizioni attuali dei Moderati di destra ha permesso il disegno di un’architettura più interessante perfino del Beaubourg di Parigi. Finalmente, ora, si vede chiaramente, guardando dal di fuori, ciò che si trova nell’edificio. E vi sono proposte e programmi in abbondanza per tutti i palati.

Il cammino verso la Terza Repubblica resta tuttavia ancora disseminato d’insidie.

Non ho nessun dubbio che tu sia stato e che sei tuttora “l’uomo della Provvidenza”.

Nei momenti più tragici della Storia di questo Paese ci sono sempre state grandi personalità politiche in grado di fronteggiarli.

Non ti ho scritto questa lettera aperta per osannarti, ma per dare merito al merito.

Ahimè, “MERITO”, parola magica che ha così poco corso e che la Storia riconosce solo a posteriori!

Ho deciso di scriverti semplicemente pensando che potrebbe esserti utile sentire l’opinione di qualcuno fuori dal coro.

Vorrei solo aggiungere un’ultima cosa, nello stile della lettera che non ti ho mai scritto. Tu sei un combattente e lo sarai fino al tuo ultimo respiro. È in questa ottica che ti prego di guardare alle vicende che tanto ti amareggiano.

Ad ogni buon conto, se il 10 Aprile decideranno d’inviarti ai “servizi sociali”, io sarei disposta a venire a darti una mano. Sai, noi donne, siamo brave a “fare i servizi”, anche a settant’anni.

La vita sociale e l’atmosfera culturale, politica, etica e spirituale in cui, oggi, siamo immersi, determinano un crescente e forte bisogno di formazione interiore e di conversione continua.

Si tratta di una realtà connotata dagli elementi caratteristici del consumismo, dal desiderio di volere sempre di più e subito, dai ritmi vertiginosi della vita quotidiana, dalla corsa al successo ed all’apparire più che all’essere, ma soprattutto dall’incertezza del futuro e dall’affievolirsi della fiducia negli altri e nelle istituzioni.

In questo vortice frenetico in cui si consuma la nostra vita, le ricorrenze, le giornate “dedicate”, assumono un importante significato: la necessità di fermarsi un attimo a pensare, a meditare, a ricordare i valori imprescindibili della nostra esistenza.

Il mese di maggio è il mese delle rose, ma è anche il mese dedicato alle donne e, in particolare, alle mamme; è il mese dedicato a Maria, Donna e Madre.

Sono tante le donne che, nel mondo della cultura, della ricerca scientifica, dell’economia, della letteratura, della solidarietà sociale, hanno consegnato alla memoria e agli annali dell’umanità l’impronta del loro passaggio, della loro presenza, della loro saggezza. Si tratta di donne celebri che, con il loro pensiero, le loro scoperte, la loro dedizione ai bisognosi di aiuto e di assistenza, hanno arricchito l’umanità.

Ma per ogni persona, la donna più importante è sempre la stessa: la propria mamma.

E alla mamma, nella seconda domenica di maggio, ogni figlio dona una rosa in segno di affetto e di riconoscenza.

Nel mese delle rose, la scelta dell’omaggio floreale forse è stata obbligata, ma nessun altro fiore avrebbe potuto “simboleggiare” meglio la mamma: tanti petali colorati e profumati e tante spine, come tante sono le gioie e le soddisfazioni e tanti i dolori nella vita di ogni mamma, di ogni donna.

Questa ricorrenza ha origini lontane: negli Stati Uniti, nel maggio 1870, Julia WardHowe, attivista pacifista e abolizionista, propose l’istituzione del Mother’sDay for Peace (Giornata della madre per la pace), come momento di riflessione contro la guerra, ma solo nel 1914 la giornata fu ufficializzata dal presidenteWoodrow Wilson, con la delibera del Congresso di festeggiarla la seconda domenica di maggio, come espressione pubblica di amore e di gratitudine per le madri.

La festa si è poi diffusa in molti Paesi del mondo e oggi è un evento che, ormai, ci appartiene: rappresenta, infatti, l’occasione migliore per manifestare, a chi ci ha dato la vita, la nostra gratitudine e il nostro calore, il nostro affetto.

E’ vero, in questa ricorrenza spesso rischia di prevalere l’aspetto commerciale, ma un momento di riflessione, un pensiero profondo alla persona che, con tenerezza e dedizione, ci ha aiutati a crescere, è importante e non va sottovalutato, né sminuito nel suo significato autentico, anche se le mamme non chiedono ai figli alcun dono o alcun riconoscimento materiale, ma solo il loro affetto e il loro amore.

Come tutti i sentimenti, anche quello che lega madre e figlio si modifica continuamente nel tempo, nei modi e nelle forme, ma non nella profondità: l’amore del figlio bambino è un amore totale, incondizionato, ancestrale, la mamma è un mito a cui affidarsi completamente; l’amore del figlio adulto è un amore più critico, maturo, protettivo, ma non meno intenso.

Quando poi il figlio, a sua volta, diventa genitore, l’amore per la propria mamma diventa “consapevole”, allora si capisce veramente la profondità di questo rapporto.

Come ogni regola, anche questo legame empatico ha le sue eccezioni, da entrambi i lati ci sono “amori malati”: c’è l’amore materno soffocante, geloso, che non lascia crescere perché ha paura del cambiamento e non vuol lasciare andare l’oggetto del proprio amore; c’è il figlio che rinnega e ripudia le proprie origini per un falso desiderio di libertà, ma non può esserci libertà fuori da noi stessi, solo il riconoscimento e l’accettazione di quello che siamo e da dove veniamo rappresentano i punti di partenza per il raggiungimento di una autentica autonomia.

L’attuale crisi economica logora le persone, ma, purtroppo, logora anche i sentimenti perché obbliga a delle situazioni “innaturali” che spesso scaturiscono in conflitti e drammi.

Per tutti i “cuccioli” è naturale, ad un certo punto della vita, abbandonare la tana dei genitori, anche i nostri giovani hanno l’esigenza di rendersi indipendenti, ma questo diritto spesso, oggi, viene loro negato dalla disoccupazione e dalla difficoltà di “mantenersi”, di sostentarsi.

Sono costretti a restare in famiglia, ma questa scelta obbligata spesso inasprisce i rapporti proprio con la persona dalla quale si dipende maggiormente e che si ama di più: la mamma.

Ma quando ci sentiamo soli, quando siamo impauriti o disperati, la parola che sale alle labbra è sempre una, è sempre la stessa: MAMMA!

Poesie, citazioni, pensieri, canzoni …. sembra impossibile trovare ancora parole nuove per la mamma, ma ogni figlio, in questa ricorrenza, saprà trovare le parole giuste e uniche per dire alla propria madre “ti voglio bene”!

 

 

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