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Giovedì, 25 Aprile 2019

Al Liceo G.V. Gravina: In cerca di giustizia

Lo scorso giovedì, 28 marzo, nella Sala Concerti del Liceo G.V. Gravina, a partire dalle 10:30, si è svolto un convegno dal titolo: In Cerca di giustizia. Insieme al Presidente dell'UPMED, Sen. Maurizio Mesoraca, al giornalista Antonio Anastasi, «Il Quotidiano del Sud», e alla D.S., Prof.ssa Donatella Calvo,  è intervenuto il Sostituto Procuratore e membro della DDA di Catanzaro, il Dott. Domenico Guarascio che ha rapito l'attenzione di tutti i presenti.

L'incontro è stato organizzato dal Liceo G.V. Gravina per approfondire l'insegnamento: Cittadinanza e Costituzione, il percorso didattico trasversale, ideato dal MIUR per sviluppare la consapevolezza critica e la coscienza civica dei giovani e per agevolare l'accesso alle competenze “chiave” europee.

Il Dott. Guarascio, dotato di un carisma notevole, tipico delle persone che svolgono il proprio lavoro con passione, ha introdotto il tema della giustizia e l'importanza che riveste in ogni aspetto della vita civile.

Gli allievi e le allieve fortemente interessati al dibattito, si sono alternati, ponendo diverse domande. Hanno chiesto quale speranza possano nutrire per il futuro, considerando che, quelli che dovrebbero essere i garanti della legalità, sono spesso collusi con la mafia. Il Sostituto Procuratore ha incitato a non perdere la speranza, perché il cambiamento parte sempre dal basso, e alla domanda Cos'è la giustizia?, l'attento e acuto relatore, ha risposto che la giustizia si manifesta quando si realizza un fine congruo alle regole che ci siamo dati. La giustizia passa, dunque, attraverso «uno stile di vita» e non può essere solo «affare di avvocati e magistrati». Ha esortato quindi il giovane pubblico a far partire la giustizia dalle proprie scelte di tutti i giorni. Il giornalista Anastasi con un suo intervento, ha spostato il discorso sull'aspetto economico, specificando che la 'ndrangheta è padrona del mercato e che qui si radica il suo potere: l'imprenditore si rivolge infatti al mafioso per avviare e difendere le sue attività.

Il Dott. Guarascio ha allora sottolineato che, se non ci fosse la complicità generalizzata con gli imprenditori, non ci sarebbe questa forza. L'omertà e la connivenza sono le vere nemiche dello Stato. Lo sforzo dei magistrati è cercare di liberare dal giogo della mafia e, spesso, proprio lo Stato non riesce a aiutare gli imprenditori imputati: la comunità non vuole ritorsioni, quindi l'imprenditore che denuncia non è protetto, a causa della paura o dell'aderenza alla mentalità mafiosa, e così rimane isolato. «Bisogna essere un po' psicologi per supportare gli imprenditori che denunciano, perché spesso sono soli».

Nella parte finale dell'incontro gli studenti e le studentesse hanno posto domande più personali, alle quali, pur con misura e riserbo, il Dott. Guarascio ha risposto. Lei ha paura? «Io non ho paura dell'incolumità fisica, ma ho paura di essere lasciato solo, un po' come per gli imprenditori». Se tornasse indietro rifarebbe lo stesso percorso? «Io sono calabrese, della provincia di Cosenza, ho studiato a Torino e ho iniziato a fare l'avvocato fra Torino a Milano. Ho vinto il concorso come Pubblico Ministero e sono tornato in Calabria, per idealismo. Nella vita, se si agisce con consapevolezza, non ci sono pentimenti o rimpianti».

Il dibattito si è chiuso con la domanda: È più forte lo Stato o la Mafia? Posta da uno studente che ha aggiunto: Quando guardo il territorio in cui vivo e la situazione in cui versa la costa ionica in particolare, penso che la Mafia sia più forte.

Il Sostituto Procuratore ha quindi replicato, ricordando che bisogna pensare a cosa renda attrattiva e vincente la mafia e scardinarla dalle fondamenta, cioè dalla mentalità mafiosa che ha messo radici profondissime nelle teste di troppe persone. Per questo è necessario sentirsi protagonisti di questa lotta: «voi siete gli attori principali. Voi potete fare la differenza.»

Nonostante il dibattito si sia protratto a lungo, il Dott. Guarascio si è trattenuto anche per rispondere ad alcune nostre domande.

Partendo dalla famosa affermazione di Giolitti: La legge si applica per i nemici e si interpreta per gli amici, si può affermare che la Legge non è giusta in senso assoluto, ma è pur sempre soggetta all'arbitrio, quindi la responsabilità del magistrato è fondamentale. Un magistrato di fronte ad una legge che percepisce ingiusta o limitata rispetto a un determinato fatto, come reagisce dal punto di vista psicologico?

Il magistrato è sempre un essere umano, quindi normalmente possiede idee, concetti, emozioni, è chiaro che, in qualche misura, ne condizionano anche gli aspetti valutativi. L'esercizio corretto di un magistrato è quello di non farsi influenzare dal proprio essere umano. Anche se questo significa  conoscersi bene, sapere perfettamente qual è la propria griglia di valori e confrontarsi in modo da non eccedere in un senso o in un altro. Ma questo credo che sia un esercizio di equilibrio che tutte le categorie dovrebbero fare, soprattutto i magistrati, però far finta che ciò non sia, è l'errore più grande per non riuscire a possedere un senso critico. E, poi, credo che chiaramente questo inerisce al più ampio tema della libertà del magistrato: un magistrato è libero quando non ha paura anche di affrontare le proprie paure e i propri limiti, e riesce a metterli – come dire –  davanti per cercare di arginarne l'effetto condizionante nel proprio lavoro.

L'Italia dovrebbe essere basata costituzionalmente sul lavoro, inteso come soddisfazione personale e non solo economica. In uno Stato in cui la meritocrazia non esiste: molte persone si trovano a gestire un lavoro per cui non sono predisposte, e per cui non hanno la preparazione adeguata, perché hanno ottenuto quel determinato lavoro per via traverse. Oltre a rappresentare uno svantaggio oggettivo per tutta la comunità, non rappresentano anche paradossalmente uno svantaggio soggettivo, perché sono persone continuamente frustrate?

In effetti è un danno in entrambi i sensi, sia perché ovviamente una persona va a occupare un posto per cui magari non è competente, anzi sicuramente non è competente, e sia perché non c'è l'aspetto soddisfattivo da parte di quel lavoratore che è stato – diciamo – in qualche misura raccomandato. Ritengo che il meccanismo clientelare sia deficitario anche in questo senso. È un'altra di quelle lezioni che bisognerebbe imparare per dare un senso pieno al concetto di legalità: la legalità non è solo l'utile di chi vive nel giusto, io credo che sia l'utile di tutta la comunità, anche di chi non ha familiarità con le regole, nel senso che poi lo stile legalitario di approcciare le questioni garantisce al meglio la convivenza, e anche la soddisfazione personale.

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