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Mercoledì, 08 Luglio 2020

Mons. Graziani: Lasciarsi illuminare da Cristo significa riuscire a ritrovare l’Unità

Di seguito pubblichiamo integralmente l'omelia pronunciata dal nostro vescovo in occasione della celebrazione di chiusura dell'Anno della Fede tenutasi in Duomo lo scorso sabato 23 novembre:

concludiamo oggi l’Anno della fede. Il Signore dona a noi la grazia di volgere lo sguardo, con occhi sani e quindi non dolenti, alla Luce che “rifulge dalle tenebre e rifulge nei nostri cuori” (cfr.2 Cr.4,6); godiamo il dono immenso, che ci ha fatto il Signore di trovarci, nonostante i nostri peccati e le nostre fragilità, fuori dalle tenebre (cfr.Gv.12,46).

Viviamo certamente in un momento del mondo, nel quale ci troviamo più disponibili a considerazioni amare, scoraggiate, senza speranza; ci troviamo in difficoltà a sognare una morale che apra il cuore e che ci stimoli potenziando il nostro desiderio di bene, di libertà, di futuro. Siamo tentati di rifiutare ogni appello al superamento di una moralità solo razionale, senza giuste emozioni, che ci chiude nel nostro isolamento e rende la prospettiva della comunione e, concretamente, della comunità e della fraternità, illusione, chimera, ingenua irresponsabilità, mediocre percezione, incapacità di sviluppo.

Questi certamente sono atteggiamenti contraddittori che troviamo difficoltà a conciliare; essi sono misteriosi, ma in senso negativo: essi cioè, invece che sostenere lo slancio verso orizzonti non scontati né dominati, ci portano a giocare al ribasso, ci tarpano le ali.

Diciamo pure che una considerazione negativa, pessimistica, responsabile e matura, presuppone un percorso sempre degno del massimo rispetto, per le motivazioni che la sorreggono. Il rispetto, lo comprendiamo come “compassione” (immedesimazione nella condizione dell’altro, nella condizione umana in genere). Noi conosciamo persone fedeli, di moralità giovanilmente sincera, coerenti, che ansiosamente, a modo proprio, vivono una profonda nostalgia: esse però si trovano anche deluse e quindi si chiudono, custodendo gelosamente come in un riccio, valori, sensibilità, serietà, stile che, se condivisi, gioverebbero tanto al bene comune. Occorrerebbe soltanto che si rimanesse disponibili a giocare la propria libertà nell’ammettere, almeno come possibili, altre interpretazioni e spiegazioni. Occorrerebbe il coraggio dell’umiltà di colui che saprà ridimensionare le proprie sicurezze, per divenire capace di ascolto e di ricerca, nonostante tutto, di una logicità nelle apparenti incoerenze di un sistema diverso o, addirittura, avverso. Qualche volta si tratterà anche di fare “un passo all’indietro” accettando che il reale può essere più complesso della propria, sempre rispettabile, semplice (non potrebbe essere semplicemente semplicistica?) definizione. C’è di sicuro un conflitto delle interpretazioni; le conclusioni non saranno mai relativistiche (si tratterebbe in questo caso solo di un relativismo assoluto, insostenibile perché contraddittorio in sé), ma continuerebbero a stimolare relazioni in un processo che si apre sempre di più a più profonde verità e a più ricche connessioni.

Ho voluto fare queste osservazioni iniziali per dire la mia solidarietà e la mia vicinanza di carità intellettuale a quanti magari si sentono o sono effettivamente allontanati, perché il nostro linguaggio, forse molto spesso, non consente lo scambio con sensibilità che non pretendono spazi chiusi e selettivi, ma non accettano neanche di vedersi sempre bollate come fonte di aride, inutili, irrealistiche elucubrazioni. Troviamo, a volte, classificate con sarcasmo ciò che invece è raggio di luce!


II. L’Anno della Fede che oggi si conclude è stato anno di Luce.

E’ stata la Luce dell’ispiratore, papa Benedetto XVI al quale va la nostra gratitudine e la nostra memoria; con lui fra l’altro si è snodato un cammino, come   nella teoria di “delicate colonne dai raffinati, stupendi capitelli. Inondate di luce da ogni parte, le ombre del corpo sono come sospese nelle trasparenze e nei giochi della luce, mentre i corpi stessi raggiungono un grado di luminosità mai toccato prima” (C.Valenziano).

Nelle irradiazioni di questa luce, passando per la tradizione di S. Dionigi (pseudo Dionigi), fondatore della nostra Chiesa, ci siamo trovati partecipi dello splendore della città di Dio; l’arte della fede ha reso, con il dono dell’accoglienza, accessibile ai sensi quello che nessun occhio umano vedrebbe mai: il positivo di Dio!

Abbiamo visto i malati affidarsi a Dio con fierezza, dignità, libertà totale, forte perseveranza, umile e profonda percezione del senso vero della vita e delle giuste proporzioni. Abbiamo contemplato i fiori belli dell’amore ed in questa contemplazione (metafisica, estetica e mistica della luce) si è rinforzata la resistenza delle nostre emozioni di fronte ai “fiori del male”, che avrebbero potuto disgustarci anche fatalmente, mentre, per la Grazia, ci ritroviamo disponibili, “nella speranza contro ogni speranza” ed impegnati a riportarli al loro originario profumo. Sono sempre fiori! Vanno reinnestati nella radice sana e santa, nel Cristo, profumo di soave odore! E’ come se avessimo approfondito una nuova “arte della luce” (il “luminismo” delle monumentali chiese gotiche) che troviamo in una iscrizione posta sul portale centrale di una di queste chiese che non esprime tanto il senso simbolico da consegnare alla memoria degli abitanti, quanto piuttosto un itinerario di esperienza e di mistica della vita. La riportiamo qui:

“Nobile claret opus sed opus quod nobile claret

Clarificet mentes ut eant per lumina vera Ad verum lumen ubi Christus janua vera. Quale sit intus in his determinat aurea porta Mens hebes ad verum per materialia surgit

Et demersa prius hac visa luce resurgit” (Abate Sugero).

 

“L’opera si rivela nella sua nobile luminosità, ma l’opera che nobilmente si rivela rischiari le menti perchè vadano, per luci vere, alla vera luce nella quale Cristo è la porta vera. Che cosa ci sia dentro in queste lo determina la porta d’oro (la lucentezza dei suoi ori e lo splendore delle pietre preziose), la mente incapace si riprende attraverso le cose materiali e, essendosi ripresa, vista questa luce, risorge”.

Siamo stati immessi in questa esperienza della luce anche dalle vicende della Chiesa: la successione a papa Benedetto di papa Francesco, la lettera “a quattro mani” ne sono stati il segno provvidenziale; lo splendore della Luce, passando per la “materialità” delle circostanze e della storia, passa e si rifrange, oltre che irradiarla, attraverso l’opacità. L’orientamento al tutto resta, e non solo come “uni-verso = verso il Tutto, il Totalmente altro”, ma anche e specialmente come l’ ”Uno presente in tutto, Colui che opera tutto in tutti”, senza confusioni, ma anche senza sbarramenti. Abbiamo gustato così come un nuovo ordine, un nuovo rapporto tra diversi, tra ciò che è antico e ciò che è nuovo, tra ciò che esige precisione di definizioni e ciò che esprime l’irruzione della speranza; tra ciò che consegna luminosità di percezioni e ciò che inventa, per il fervore della vita e la forza della speranza, cammini nuovi e nuove relazioni. Per questo la Luce ha molto a che fare con la Fede! “E vedere e patire lo splendore di Dio!” (S.Gregorio di Nazianzo, Discorso 45,7); “La Luce non è attribuibile se non che a vivente” (S.Tommaso d’Aquino, In Johannis evangelium1,3). Di Dio stesso si dice in Gen.1,4: “Dio vide che la Luce era buon (bella)a”: non vuol dire, quel “vide”, che a Dio si è illuminata una bellezza inaudita, è detto invece che gli è piaciuta la BELLEZZA COMPIUTA”, intima (C.Valenziano).

III

Leggendo le pagine che descrivono l’esperienza della luce, nelle dimensioni che abbiamo detto costitutive come metafisica, mistica ed estetica della luce, abbiamo presente l’impressione che può derivare subito di una specie di “ubriacatura”; non ci sorprende il collegamento che l’iscrizione citata fa tra hebes e surrectio o resurrectio.

Pagine evasive dalla realtà o pagine che riportano alla memoria consonanze sommerse, che ti fanno “ricordare” (ti re-immettono nel cuore cose antiche e nuove), ti ridanno il gusto di cose che sono come sballottate tra oblio, dimenticanza e memoria?

Dice santa nella sua 21° orazione: “La verità tua dimostra che sì come l’uomo si trae il vestimento a rivescio, così l’anima si debba spogliare della sua propria volontà se perfettamente si vuole rivestire della tua. E come se ne spoglia? Col lume, el quale s’acquista esercitando el lume el quale aviamo ricevuto nel santo baptesimo con la mano del libero arbitrio, perché nel lume ha veduto el lume. Et unde riceve l’anima questo lume? Solo da te lume, el quale lume tu ci hai mostrato sotto el velame della nostra umanità… tu leghi l’anima in lui perché in tutto s’è sciolta da sé. A che s’avede l’anima che ella   è perfettamente sciolta da se medesima? Quando non cerca né tempo né luogo a modo suo, ma a modo tuo”.

Lasciarsi illuminare da Cristo significa riuscire a ritrovare l’Unità. Troviamo nello Pseudo-Dionigi: “Infatti come l’ignoranza è atta a separare coloro che sono in errore così la venuta della Luce intellegibile è apportatrice di coesione ed unità agli illuminati; li porta a perfezione convertendoli da molteplicità d’opinioni incerte, riconducendo le diverse prospettive, o meglio le diverse fantasie, verso l’unica pura verità e coerente scienza, colmandoli di (sé) Luce unica e unificatrice…

La Bellezza (i nomi divini sono Bene, Luce, Bellezza, Amore…) quale causa dell’armonia e dello splendore di tutte le cose, chiama a sé tutte le cose e riunisce in sé tutti in tutto”.

C’è qui il fondamento dell’atteggiamento di chi si apre alla Luce divina: la ricerca del senso della compiutezza, la capacità di cogliere e di riprodurre l’armonia delle cose, colta nello stupore del dono ricevuto: la ineluttabilità (grazia partecipata!) del nesso e dell’immanenza tra fede-speranza e carità in una esistenza che esiste per e pro l’altro; il nesso tra Luce che trasforma l’essere e Trasformazione morale che irradia ciò che esiste; il legame tra Grazia grata e Compito, tra Comunione e Missione.

 

IV


Scrive papa Francesco al n.50 della sua lettera “Lumen fidei”: c’è “un aspetto essenziale della fede dei Patriarchi e dei giusti dell’Antico Testamento. “Essa non si configura solo come un cammino, ma anche come l’edificazione, la preparazione di un luogo nel quale l’uomo possa abitare insieme con gli altri…

Sorge… in rapporto alla fede, una nuova affidabilità, una nuova solidità, che solo Dio può donare… La fede rivela quanto possono essere saldi i vincoli tra gli uomini, quando Dio si rende presente in mezzo ad essi. Non evoca soltanto una solidità interiore, una convinzione stabile del credente; la fede illumina anche i rapporti tra gli uomini, perché nasce dall’amore e segue la dinamica dell’amore di Dio. Il Dio affidabile dona agli uomini una città affidabile”.

Aggiunge papa Francesco al numero 51:

Proprio grazie alla sua connessione con l’amore (cfr. Gal 5,6), la luce della fede si pone al servizio concreto della giustizia, del diritto e della pace. La fede nasce dall’incontro con l’amore originario di Dio in cui appare il senso e la bontà della nostra vita; questa viene illuminata nella misura in cui entra nel dinamismo aperto da quest’amore, in quanto diventa cioè cammino e pratica verso la pienezza dell’amore. La luce della fede è in grado di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, la loro capacità di mantenersi, di essere affidabili, di arricchire la vita comune. La fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno concreto dei nostri contemporanei. Senza un amore affidabile nulla potrebbe tenere veramente uniti gli uomini. L’unità tra loro sarebbe concepibile solo come fondata sull’utilità, sulla composizione degli interessi, sulla paura, ma non sulla bontà di vivere insieme, non sulla gioia che la semplice presenza dell’altro può suscitare. La fede fa comprendere l’architettura dei rapporti umani, perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore, e così illumina l’arte dell’edificazione, diventando un servizio al bene comune. Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza. La Lettera agli Ebrei offre un esempio al riguardo quando, tra gli uomini di fede, nomina Samuele e Davide, ai quali la fede permise di « esercitare la giustizia » (Eb 11,33). L’espressione si riferisce qui alla loro giustizia nel governare, a quella saggezza che porta la pace al popolo (cfr 1 Sam12,3-5; 2 Sam 8,15). Le mani della fede si alzano verso il cielo, ma lo fanno mentre edificano, nella carità, una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento.”

Il Santo Padre ci invita a interrogarci sul fondamento delle nostre relazioni.

Cogliamo tutti l’esigenza di una riflessione rigorosa, onesta e chiarificatrice su questo fondamento: se cioè esso sia costituito sull’utilità, sulla composizione degli interessi, sulla paura o sull’amore, che con il suo dimanismo porta verso l’eccellenza e la pienezza con il conseguente arricchimento del bene comune. Nel bene comune è poi possibile sperimentare la gioia che la semplice presenza dell’altro (dono comunque di Dio) può suscitare. Cogliendo il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, si comprende l’architettura dei rapporti umani e si illumina l’arte della edificazione, diventando così la fede un servizio al bene comune (cfr.n.51). Sempre nel medesimo testo il papa Francesco aggiunge: “Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune; la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’al di là; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminiamo verso un futuro di speranza …. Se togliamo la fede in Dio dalle nostre città, si affievolirà la fiducia tra di noi, ci terremmo uniti soltanto per paura, e la stabilità sarebbe minacciata.” Il Santo Padre cita T.S.Eliot: “…perfino quei modesti successi che vi permettono di essere fieri di una società educata difficilmente sopravvivranno alla fede a cui devono il loro significato” (n.55). “Lo spazio cristallizza i processi, il tempo proietta invece verso il futuro e spinge a camminare con speranza”(n.57).

Lo Spirito di Dio, che non cessa ovviamente di parlare (S. Girolamo), lo stesso Spirito ci ha dato, in questo santo anno della Fede, un cibo “sovra- sostanziale”, il SS.mo Corpo e Sangue del Signore. Egli ci trasforma per l’eternità, rendendoci capaci di libera accoglienza nella misteriosa illuminazione e trasformazione radicale del nostro essere; per essa diveniamo luce di speranza per il mondo che “geme verso l’incorruttibilità”.

O ilare Luce… santo e beato Gesù Cristo… E’ degno che noi in ogni tempo inneggiamo a te con voci pie a te a cui il cosmo dà gloria” (Phos Hilaron). Per Newmann: kindly, Lead, Kindly, Light, hilaron: intraducibili letteralmente, essi sono infinitamente penetranti, inesauribili e struggenti nello Spirito: ilare e gentile. E’ l’inno lucernale: quanta luce… al tramonto!

Mons. Domenico Graziani

Arcivescovo di Crotone-Santa Severina

 

 

 

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