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Martedì, 19 Settembre 2017

La macchina del tempo di Slow Food

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Non è facile far funzionare la macchina del tempo.

A volte bisogna essere anche tanto ingenui nel credere che esista.

Questa sana ingenuità, lo Slow Food di Crotone, non solo la conserva, ma la coltiva giorno per giorno.

E quindi, giunto il 16 giugno 2012, abbiamo predisposto il conta tempo indietro di 400 anni.

Era il 1608 quando le autorità borboniche si accorsero che “innumerevoli capi di bestiame andavano a sconfinare nelle terre coltivate a pascolo delle montagne della Sila”, e che quindi qualcuno avrebbe dovuto cominciare a inserire questo fenomeno in una sorta di evento, cosi come già si faceva in Puglia da qualche secolo.

E noi, arrivato giugno, attiviamo ormai da tre anni la nostra macchina del tempo.

Avere una mandria di oltre 500 capi di “podolica” non è uno scherzo.

E quando i pascoli della costa cominciano a non avere più erba a sufficienza per tutta la mandria, il nervosismo tra le vacche, si sente forte.

È il momento di cominciare a “vestire” la mandria per il viaggio.

500 campane, pesanti anche 10 kg l’una, da impilare al collo di ognuna delle vacche, è un impresa che pochi che non abbiano frequentato il vecchio west, possono essere in grado di immaginare.

Un ‘intera giornata di preparazione, a volte anche due, in cui la fatica si mescola al sudore, e alle rughe del volto, che increspa volti di giovani gauchos nostrani, che con cavalli dalla criniera folta, alzano povere tra muggiti e nitriti, e spingono la mandria nelle gabbie di vestizione.

E poi quando sembra che la calma sia tornata, si aprono i cancelli e il concerto per campane, ha inizio.

Una notte ed un giorno lunghi, in cui il viaggio dalla costa alla montagna sembra non avere fine, come in un pellegrinaggio in cui tutti sperano in una vita migliore, in un mondo senza guerre, in un destino ancora non scritto.

Il sole che sorge, spinge dalle spalle la mandria esausta, verso il fiume, ricompensa giusta a una fatica estrema.

Ed anche i gauchos, e noi della condotta Slow Food insieme a loro, ci dedichiamo a fare festa, tra i vapori della pentola che bolle venti chili di pasta, il fuoco che rende gustoso le spesse fette del vitello più bello, quello immolato al sacrificio, ma che rende tutti noi forti del gustare la tradizione contadina.

La nostra macchina del tempo, ha quasi esaurito il suo carburante, dopo tre giorni ininterrotti di funzionamento.

Tra poco la spegneremo e la ricopriremo con cura sotto un telo di iuta.

Pronta per essere tirata fuori ogni volta che all’orizzonte il sole sorgerà, senza che la sua luce sia spezzata da nessuna piattaforma metallica, che “buca” nel profondo il nostro passato, ma soprattutto il nostro futuro.

Luigi Monaco

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