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Sabato, 05 Dicembre 2020

12 milioni di danno da 140 dipendenti dell'Asp

Il nucleo di polizia tributaria di catanzaro ha portato a termine, nel comparto della sanità, una vasta ed articolata operazione, denominata “alpi catanzaresi”, avviata d’iniziativa e finalizzata, tra l’altro, a verificare se, nel periodo 1 gennaio 2004 - 31 dicembre 2009, fossero state poste in essere, da parte dell’a.s.p. del capoluogo calabrese, eventuali irregolarità nella gestione dell’a.l.p.i. (attività libero professionale intramuraria) esercitata dai medici dipendenti.

 

L’a.l.p.i. è quella attività che può essere svolta dal personale dipendente della dirigenza medica, veterinaria e del ruolo sanitario delle aziende del servizio sanitario nazionale (in favore o su libera scelta dell’assistito e con oneri a carico del medesimo) che abbia preventivamente optato, nonché ottenuto la relativa autorizzazione dall’azienda di appartenenza, per il rapporto di lavoro esclusivo con quest’ultima.

 

Chi opta per il rapporto di lavoro esclusivo ha diritto ad un trattamento economico superiore (incentivi, indennità, ecc.) Rispetto a quello previsto per i non esclusivisti ma, a differenza di questi ultimi, può svolgere solo occasionalmente e previa autorizzazione rilasciata di volta in volta dall’azienda di appartenenza, attività di lavoro autonomo.

 

All’esito degli accertamenti, spesso svolti sulla base di una documentazione amministrativo-contabile lacunosa, imprecisa e non aggiornata, è stato rilevato un quadro d’assieme di diffusa irregolarità (spesso sfociante in illegittimità), favorito, soprattutto, dall’assenza pressoché totale di ogni forma di adeguato controllo sul sistema dell’a.l.p.i., in quanto alcuni strumenti di verifica previsti per legge (tra i quali l’ufficio a.l.p.i., principale organo di controllo), sebbene tassativamente imposti, non sono stati, per molto tempo, neanche istituiti; altre misure di verifica (come la commissione paritetica, finalizzata a monitorare i volumi prestazionali), invece, pur essendo state create sulla carta, sono risultate essere, di fatto, assolutamente inefficienti ed inefficaci a contrastare le devianze.

 

In tale contesto, tra le  molteplici illegittimità accertate dai finanzieri, spicca, in primis, la mancata istituzione del c.u.p. (centro unico di prenotazione) per l’attività intramuraria, la quale ha permesso agli stessi sanitari di gestire in maniera illegittima, ovvero in prima persona ed autonomamente, attività (come quelle di prenotazione e riscossione delle tariffe) che, invece, per legge, avrebbero dovuto essere esercitate direttamente dall’azienda di appartenenza (in sostanza ad incassare i proventi non è stata l’a.s.p., che avrebbe dovuto effettuare le trattenute di legge, ma direttamente chi ha erogato le prestazioni, le quali non sempre venivano correttamente contabilizzate e “girate” all’amministrazione di appartenenza).

 

Un secondo aspetto irregolare appurato concerne l’inosservanza dell’obbligo di istituire una contabilità separata per l’a.l.p.i., che ha comportato l’impossibilità di assicurare l’equilibrio tra costi e ricavi; a tal proposito, è stato accertato che i costi sostenuti per la gestione dell’a.l.p.i. sono stati, contrariamente a quanto imposto dalla legge (in base alla quale l’a.l.p.i. deve essere esercitata quantomeno in autosufficienza economica, ovvero non comportare perdite per il sistema sanitario provinciale), notevolmente superiori rispetto ai ricavi, determinando un corposo disavanzo, puntualmente ricostruito dai militari, pur in assenza di adeguata documentazione contabile.

 

Un terzo profilo di illegittimità constatato dalle fiamme gialle è diretta conseguenza dell’assenza di idonei controlli da parte degli organismi (non creati, ovvero inefficienti) sugli orari e sui luoghi previsti per svolgere l’a.l.p.i., nonché sul rispetto della disciplina delle incompatibilità delle prestazioni; ciò ha consentito a 115 medici di esercitare, benché privi delle previste autorizzazioni, sia la libera professione intramuraria, che l’attività libero-professionale autonoma, così percependo indebitamente svariate indennità premiali connesse alla cartolare esclusività del rapporto di lavoro.

 

Dalle indagini esperite è stato, altresì, rilevato che alcuni medici, disattendendo le normative vigenti in materia, pur non potendo esercitare l’a.l.p.i. all’interno di strutture sanitarie private accreditate, l’hanno di fatto esercitata.

 

Inoltre, una struttura socio sanitaria privata ha perfino permesso che alcuni medici dipendenti dell’a.s.p. di catanzaro espletassero al suo interno attività sanitarie diverse da quelle per le quali la medesima struttura era stata precedentemente autorizzata.

 

Infine, è stato rilevato come alcuni medici dipendenti dell’a.s.p. di catanzaro ed in servizio presso lo s.p.i.s.a.l. (servizio di prevenzione, igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro), abbiano esercitato l’a.l.p.i. in qualità di specialisti in medicina del lavoro, anche presso enti privati ed imprese, nonostante la normativa preveda una tassativa incompatibilità tra i due incarichi.

Le numerose violazioni riscontrate hanno prodotto un danno erariale, ricostruito dai finanzieri, pari a complessivi 12.303.881,37 euro, cagionato nei confronti del servizio sanitario calabrese.

 

All’esito di tale vasta, complessa ed articolata attività investigativa è stata redatta e trasmessa all’autorità contabile una dettagliata e corposa notitia damni nei confronti di 140 dipendenti dell’a.s.p. di catanzaro (115 medici e 25 amministratori, tra i quali 5 direttori generali e 3 commissari straordinari della medesima a.s.p.), responsabili per aver cagionato, a vario titolo, il predetto danno erariale.

 

La loro posizione è, quindi, adesso al vaglio del procuratore regionale della corte dei conti per la calabria, dott.ssa cristina astraldi.

 

La medesima segnalazione sarà, altresì, inoltrata, per gli opportuni adempimenti di competenza, anche all’ispettorato per la funzione pubblica, istituito presso il dipartimento funzione pubblica del ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione.

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