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Giovedì, 03 Dicembre 2020

Guerra civile spagnola, un argomento scomodo da rievocare

Bombardeigs-1938

Giusto ottanta anni fa, tra il 17 e il 19 luglio 1936, si consumava in Spagna l’alzamiento nacional: l’esercito e le formazioni paramilitari inquadrate nel Requeté carlista insorsero contro il Fronte Popolare che governava la Seconda Repubblica spagnola.

Con il pronunciamento della guarnigione militante del Marocco spagnolo, alla cui testa si pone Francisco Franco Bahamonde (1892-1975), inizia quella che passerà alla storia come la «Guerra di Spagna». A Franco, il più giovane generale con alto comando dell’esercito di Spagna, si uniscono gli alti comandi delle regioni militari di circa la metà del territorio metropolitano.

È un evento di straordinaria importanza. I suoi effetti storici e simbolici andranno ben oltre i confini spazio-temporali dell’accadimento, eppure, nonostante l’anniversario a cifra tonda, nessuno sembra intenzionato a occuparsene più di tanto. Nessuna autentica novità editoriale sull’argomento, assenza sostanziale di convegni ed incontri di studio, nessuna rievocazione: perché?

Forse perché in epoca post-ideologica, in cui con l’acqua sporca delle ideologie si vuol buttare anche il bambino delle idee e degli ideali, una guerra a forte caratterizzazione ideale come quella di Spagna appare come un ingombrante reperto archeologico, di cui disfarsi prima che riattizzi odi e inimicizie. In ogni caso, poiché è falsa la tesi secondo cui non interessano a nessuno le questioni legate alla storia del secolo scorso, non sarà, piuttosto, che si preferisce concedere spazio solo a quelle che una certa intellighentsia non ritiene scomode?

Di sicuro, la Guerra di Spagna è argomento scomodo.

È scomodo per gli esponenti di una certa sinistra; neo, post o ex-comunisti che siano. L’esperienza spagnola, infatti, mette radicalmente in questione una delle più frequentate «categorie di comodo» – secondo l’espressione di Aleksandr Solzenicyn (1918-2008) – con le quali si spiega e si giustifica l’esito sanguinario e tirannico del socialismo realizzato: l’anima slava e orientale, oppure l’arretratezza culturale dei popoli che lo hanno sperimentato. Ebbene, in Spagna – terra né slava né orientale e nemmeno abitata da un popolo culturalmente arretrato –, nei pochi mesi di governo del Fronte Popolare e nei primi della guerra civile, la quantità e la qualità delle violenze perpetrate nei modi più barbari contro uomini e cose che fossero identificati come cristiani, «fascisti» o «reazionari» costituisce un unicum che neanche gli storici più faziosi riescono a negare.

La vicenda della Seconda Repubblica spagnola inizia con la dichiarazione «La Spagna ha smesso di essere cattolica» di uno dei suoi fondatori, Manuel Azaña (1880-1940), e si conclude idealmente con il memorandum presentato da un ministro repubblicano al Governo presieduto dal socialista Francisco Largo Caballero (1869-1946), il «Lenin spagnolo», come lo chiamavano i suoi. In tale memorandum, del gennaio del 1937, si afferma testualmente che nella zona controllata dai repubblicani il culto cattolico «è totalmente sospeso».

Se poi si considera il massacro in campo repubblicano dei trotzskisti del POUM, degli anarchici della FAI, degli autonomisti e dei comunisti catalani del PSUC, voluto nel maggio 1937 dai comunisti della III Internazionale diretti da Palmiro Togliatti (1893-1964) – il «Migliore» –, dal sindacalista «buono» Giuseppe Di Vittorio (1892-1957), oltre che da Luigi Longo (1900-1980), per acquistare il pieno controllo del Fronte Popolare, allora capiamo, senza dilungarci oltre con la indicazione analitica delle atrocità perpetrate, perché una certa parte politica preferisca non parlare della «Guerra di Spagna».

Ma l’argomento è scomodo anche per certo mondo cattolico, che mal sopporta dover rievocare un episodio nel quale credenti hanno difeso la propria libertà religiosa ricorrendo alle armi, non avendo altri mezzi per farlo, e in questa scelta sono stati benedetti dal loro episcopato (cfr. la lettera pastorale dell’1-3-1937). È il mondo cattolico che ha reagito con (neanche troppo malcelata) irritazione alla beatificazione e alla canonizzazione da parte dei Papi san Giovanni Paolo II (1978-2005) e Benedetto XVI delle molte centinaia di sacerdoti, religiosi e laici cattolici uccisi a causa della loro fede nel triennio della guerra civile spagnola; beatificazioni avvenute all’esito di processi che, in passato, come disse a Otranto il santo Papa Wojtyła nel 1980, erano stati paralizzati «per certi pretesti politici».

Non parlare della Guerra di Spagna, infine, fa comodo a certi «duri e puri», quei pochi che ancora esistono, delusi dal regime franchista, che non sanno e non vogliono distinguere tra l’alzamiento, la guerra vissuta come nuova reconquista, come cruzada in difesa della fede e del diritto di praticarla, e, appunto, il regime.

Abbiamo provato a ipotizzare alcuni motivi per i quali, pur ricorrendone l’ottantesimo anniversario dell’inizio, non si parla della Guerra di Spagna. Proprio quelli, a nostro parere, sono i motivi per cui, al contrario, vale la pena se ne parli ancora.

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