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Saggi storici presso l’editrice Le Lettere

La collana Biblioteca di “Nuova Storia Contemporanea”, diretta da Francesco Perfetti per Le Lettere, continua ad arricchirsi di testi che scavano settori a volte scarsamente conosciuti della storia novecentesca, italiana e no.

Vincenzo Pinto, storico del nazionalismo ebraico, nel volume In nome della patria (pp. 198, € 16,50) approfondisce un aspetto della destra politica del Novecento poco studiato, forse esorcizzato: l’essere stata pure un fenomeno ebraico. Infatti abbondano gli ebrei che seguirono indirizzi politici, espressero simpatie, militarono in partiti di destra, talora schierandosi a favore del sionismo (come Jabotinsky o Klausner), talaltra collocandosi su posizioni della diaspora (come Ovazza o Schoeps). Va inoltre rilevato come le comunità ebraiche europee siano state, nell’arco del secolo, culturalmente più vicine alla destra che non alla sinistra politica; e questo, nonostante le persecuzioni subite. Il libro intende rispondere a domande quali se siano calcoli opportunistici di una minoranza integrata oppure discorsi di natura spirituale e religiosa, se la conformazione medesima della destra novecentesca abbia favorito la vittoria della destra ebraica.

Incentrato sulla storia nazionale, invece, è un altro testo, La Grande Guerra e l'identità nazionale (pp. 248, € 16,50), curato da Francesco Perfetti, al quale si deve la breve ma sintetica prefazione, che individua le ragioni civili, politiche, sociali del conflitto in Italia. La Grande Guerra comportò per i Paesi coinvolti effetti duraturi e talora dirompenti. Per l’Italia, in particolare, rappresentò la conclusione del processo risorgimentale e contribuì a rafforzare, forse perfino a creare, il sentimento dell’identità nazionale. Essa gettò le premesse per l’ingresso delle masse nella vita politica del paese, determinò il passaggio da una società ancora rurale a una società industriale, favorì le migrazioni interne dalla campagna verso le città e i processi di mobilitazione sociale. Ma soprattutto segnò il trapasso dall’età dello Stato liberale a una stagione che ne avrebbe visto la fine, segnando il trionfo dell’autoritarismo. Nel volume collettaneo si analizza comparativamente il ruolo dei parlamenti e dei governi durante la Grande Guerra; si studia l’immagine del soldato e del militarismo; sono prese in considerazione le grandi famiglie politiche (nazionalisti, liberali, cattolici, socialisti, sindacalisti rivoluzioni) di fronte a un evento di proporzioni mai viste prima quanto a durata nel tempo, estensione nello spazio, coinvolgimento delle risorse umane e materiali, sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica per finalità belliche. I saggi sono di Lorenzo Benadusi, Silvia Capuani, Maurizio Cau, Andrea Guiso, Francesco Perfetti, Andrea Ungari, Christine Vodovar.

L’America a destra è il titolo dello studio di Luca Tedesco (pp. 104, € 16). Il volume illustra varie anime dell'antiamericanismo italiano nel campo del neofascismo. Alle origini prevalgono l’intonazione nazional-patriottica e il rifiuto sdegnato del trattato di pace del ’47. Negli anni Sessanta e Settanta, il fascismo storico è indicato come modello di nazionalismo «popolare» e «rivoluzionario» cui le ex colonie europee avrebbero dovuto ispirarsi per sfuggire ai contrapposti imperialismi americano e sovietico. La nuova destra, invece, inserì l'antiamericanismo in un più ampio discorso culturale antioccidentalista e antiuniversalista. La corrente giovanile vicina a Pino Rauti negli anni Ottanta, impegnata a contendere alla sinistra i consensi nel mondo giovanile, si distinse nel delegittimare l’antiamericanismo del Pci, accusato di partecipare dello stesso humus culturale materialista d'oltreoceano. Dopo l'imprevista adesione di Rauti all'intervento internazionale contro l'Iraq, la bandiera dell’antiamericanismo, legata a un discorso nazional-identitario, sarebbe divenuta appannaggio di cerchie e correnti politico-culturali ancor più ristrette.

Sempre a Francesco Perfetti si deve l’introduzione alla riproposta maggiore opera di Mario Missiroli, La monarchia socialista, che esce da Le Lettere, ma nella collana Il filo della memoria. L’autore chiariva, nella premessa alla prima edizione (1913), l’intendimento di «di ridurre ad un unico problema – quello religioso – la storia d’Italia dal Quarantotto ai nostri giorni». Da qui, Missiroli procedeva a una revisione del Risorgimento, facendo affiorare i limiti dell’opera degli “eroi” che l’avevano portato a compimento. Se Mazzini era il rappresentante di una posizione utopica del tutto estranea al pensiero idealistico del XIX secolo, incapace di mediare tra individuo e società nella dimensione della storia, la formula che il conte di Cavour aveva imposta per risolvere il problema religioso («libera Chiesa in libero Stato») aveva di fatto limitato l’aspetto eminentemente etico della vita alla sfera privata. Il principio della separazione tra lo Stato e la Chiesa era per Missiroli una «soluzione da politicante», essendo lo Stato tollerante uno «Stato senza Dio, senza coscienza e senza principi». Cavour, scriveva Missiroli, «non sospetta nemmeno che tutto il pensiero moderno, che conclude nel liberalismo, è essenzialmente religioso nella sua stessa razionalità, fino a pretendere di essere il solo pensiero veramente religioso», il solo in cui lo Stato sia inteso come entità e in cui l’individuo si affermi come persona e come cittadino insieme. Il problema del Risorgimento rimaneva quello di essere stato un mero movimento politico, non animato dalla moderna religiosità. Il Risorgimento italiano restò estraneo alla filosofia idealistica tedesca, ovvero al pensiero del «nuovo Risorgimento europeo», il solo che avesse saputo concepire lo Stato come «unità suprema e forma più alta della vita umana». L’opera conobbe un vasto successo, nonostante, o forse per, le molte contraddizioni.

 

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