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Domenica, 24 Ottobre 2021

Un’ebrea al servizio di Pio XII: pubblicata la prima biografia su Hermine Speier

La copertina della biografia in uscita

Se qualcuno nutrisse ancora dei dubbi sull’operato dei vertici della Chiesa durante la Seconda Guerra Mondiale in favore dei perseguitati – anche e soprattutto ebrei – la vicenda ai più ancora sconosciuta dell’archeologa tedesca Hermine Speier (1898-1989), raccontata ora per il grande pubblico dalla giornalista Gudrun Sailer in un volume in uscita per le edizioni Aschendorff di Münster in collaborazione con l’università di Friburgo che raccoglie e sintetizza le oltre 3000 lettere del suo ricchissimo epistolario (cfr. G. Sailer, Monsignorina. Die deutsche Jüdin Hermine Speier im Vatikan [Monsignorina. L'ebrea tedesca Hermine Speier in Vaticano], Pp. 384, Euro 19,80, tutti i dettagli on-line sono disponibili qui: http://www.aschendorff-buchverlag.de/shop/product_info.php?info=p2313_Sailer--Gudrun-br----Monsignorina.html) contribuirà a fare finalmente luce su un periodo in assoluto tra i più discussi e controversi nella storia recente dei rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo. Straniera ed ebrea trovatasi a dover affrontare all’improvviso un contesto sociale difficilissimo – l’Italia fascista degli anni Trenta, che la vedeva pubblicamente emarginata sia in quanto donna che in quanto ebrea – riuscì a mantenere nonostante tutto prima la propria indipendenza professionale e poi ad avere salva la vita proprio grazie alla Santa Sede e ai Pontefici che la guidarono in quegli anni: una storia incredibile, a tratti romanzesca, ma col lieto fine che – soprattutto alla luce delle periodiche polemiche spesso montate ad arte sul tema – merita assolutamente di essere raccontata. Nativa di Francoforte e allieva del grande Ludwig Curtius (1874-1954) all'università di Heidelberg, la Speier in giovinezza si avvicina ai circoli letterari del poeta Stefan George (1868-1933) dando prova già a suo tempo di una curiosità e di una vivacità intellettuale assolutamente fuori dal comune. Più tardi, dopo il conseguimento della laurea in archeologia e i primi lavori a Königsberg, si trasferisce in Italia, dove viene assunta dal Deutsches Archäologisches Institut (DAI), il noto istituto di ricerca archeologico germanico dipendente dal Ministero degli Affari Esteri tedesco fondato nel 1829 come centro di alta specializzazione ed eccellenza per gli studi sull’antichità classica. La presa del potere da parte di Adolf Hitler, però, anche a tanti chilometri di distanza, finirà per sconvolgere i piani della sua vita: già nel 1934, per il solo fatto di essere ebrea, perde il lavoro e si trova a dover ricominciare tutto da capo in una terra straniera. D'altra parte in Germania non può tornare perché in Patria per quelli col suo sangue non c'è più posto.

E' allora che accade l'incredibile: grazie all'intermediazione di Curtius – nel frattempo anch'egli trasferitosi a Roma – viene presentata all'allora direttore dei musei vaticani Bartolomeo Nogara (1868-1954) e, con l'assenso di Papa Pio XI, trova riparo in Vaticano e assunta al servizio diretto dei musei papali nella nascente fototeca con l’obiettivo di costruire l’archivio fotografico della più celebre collezione d’arte antica del Papa. Ora, che sia proprio un'ebrea a prendersi cura della più grande collezione di tesori artistici della Chiesa sarebbe una notizia che già da sola farebbe piazza pulita di parecchi luoghi comuni – dal maschilismo all'antigiudaismo – che pure allora vengono riversati dai mass-media di mezzo mondo sul vertice istituzionale della Chiesa, ma la notizia non uscirà mai, in primis per tutelare la sicurezza della stessa Speier. Dopo Pio XI, quando con la promulgazione delle leggi razziali del fascismo (1938) la situazione diventerà piuttosto critica anche in Italia, per uno di quei paradossi della storia recente, sarà proprio Pio XII – il Papa a cui solitamente vengono imputati invece i maggiori silenzi sulla persecuzione ebraica – a confermare intatta la fiducia della Chiesa vero l'operato della Speier, salvandole di fatto la vita, mentre lei fisicamente riparerà presso la comunità di monache benedettine delle catacombe di Priscilla. Tutto questo oggi alla mentalità comune dice relativamente poco ma, come argomenta l'autobiografia della Sailer, assumersi una responsabilità del genere nell'Europa degli anni Trenta non era di certo facile: fino ad allora in Vaticano avevano lavorato in effetti diverse donne ma mai una straniera. La Speier fu così la prima donna straniera, oltre che ebrea, a lavorare sotto la cupola di San Pietro grazie all'interessamento e al supporto diretto di due Papi solitamente descritti dai manuali storici come tutt'altro che moderni: Papa Ratti e Papa Pacelli. L'altro dato poco noto è che – se la vicenda della Speier è esemplare per tutti questi motivi, e molti altri raccontati dettagliatamente nel libro – essa non fu l'unica di quegli anni, come dimostrano pure le ricerche più recenti di studiosi anche italiani citati nel volume quali tra gli altri gli storici Andrea Riccardi e Grazia Loparco. Nell'epoca di Pio XI infatti, la resistenza della Santa Sede alle ideologie totalitarie, oltre ai documenti espliciti (come l'enciclica antinazista Mit Brennender Sorge) si attuò proprio con una singolare “strategia di impiego professionale” tra le ‘sacre mura’ grazie alla quale trovarono salvezza non meno di “due o tre dozzine” di studiosi: accademici, intellettuali e ricercatori di vario tipo accolti in Vaticano con le tipologie di collaborazione più diverse, tra questi diversi “non ariani” per il Terzo Reich come pure “personaggi accusati di comunismo”, per non citare qui i casi italiani più celebri – oggi rimossi da molta stampa – come quello di Alcide De Gasperi (1881-1954), il futuro Presidente del Consiglio, che negli anni della guerra trovò ospitalità proprio presso la Biblioteca Vaticana.

L'espressione tipica utilizzata per giustificare questi rapporti nei documenti ufficiali era: “collaboratore scientifico” (“wissenschaftliche Mitarbeiter”), perlopiù svolgevano la loro attività nella Biblioteca Vaticana e tutti venivano comunque dotati di un documento d'identità vaticano che li avrebbe tutelati nel caso di fermo o arresto delle autorità italiane. Più tardi, negli anni della guerra (1940-1945) - stando agli ultimi documenti emersi - gli ebrei complessivamente salvati solo a Roma dall'azione della Chiesa perché ospitati segretamente all’interno di conventi, case, strutture religiose o parrocchie arriveranno a superare quota 5.000 mentre nella speciale ‘enclave tedesca’ presso il Campo Santo Teutonico, direttamente all'interno del Vaticano, troveranno rifugio un'altra cinquantina di persone comprese diverse famiglie – ebree e non – con i loro bambini. Un discorso a parte riguarderebbe infine la rete clandestina di espatrio, pure accennata da Sailer, che ad esempio vide ancora Pio XII perorare ripetutamente la richiesta di 3000 visti per il Brasile come lasciapassare per altrettanti ebrei in pericolo di morte, richiesta a cui però le autorità sudamericane risposero molto tardi e soddisfacendola solo in piccola parte, accogliendo solo 1/3 delle domande.

Tornando alla Speier, che negli stessi anni visse anche una coinvolgente storia d’amore con il generale Umberto Nobile ((1885-1978), il celebre esploratore, più tardi esponente politico eletto all’Assemblea Costituente, che – pioniere – compì in dirigibile per due volte la trasvolata del Polo Nord (nel 1926 e 1928)), ancorché non coronata da matrimonio, la sua vicenda umana ebbe comunque un lieto fine: non solo infatti si salvò, ma dopo undici anni in Italia si convertì al cattolicesimo ricevendo il battesimo, oramai quasi 41enne. Una scelta sincera e tutt'altro che facile da comprendere, soprattutto per la sua famiglia di origine, da cui tuttavia non recedette mai, diventando anzi a sua volta una testimone convinta. Lavorò nei musei vaticani fino al 1967, l'anno in cui raggiunse la pensione, rifiutando deliberatamente - per gratitudine a quella Chiesa che di fatto l'aveva salvata - un'offerta professionale ritagliatale su misura presso l'Istituto Archeologico tedesco dove avrebbe guadagnato almeno tre volte tanto: “Credo che quando si diventa, in un modo peraltro eccezionale come il mio, una 'serva Sancti Petri' ['una persona al servizio del Papa', in latino nel testo], non si possa andare via”. Si deve a lei, tra le altre cose, l’ultima monumentale edizione dell’“Helbig”, come viene sinteticamente chiamato il manuale di studi archeologici sulla romanità classica – giunto alla quarta edizione – tra i più diffusi al mondo che prende il nome dall’omonimo archeologo di Dresda, Wolfgang Helbig (1839-1915), il quale per primo lo ideò, ma la cui ultima versione – in quattro corposi volumi – vide la luce proprio grazie alla curatela durata quasi dieci anni che portò a termine poco prima di morire la stessa Speier con alcuni stretti collaboratori (il titolo completo dell’opera in tedesco è: Führer durch die őffentlichen Sammlungen klassischer Altertümer in Rom [Guida alle collezioni pubbliche dell’antichità classica di Roma]).

 

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