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Giovedì, 02 Luglio 2020

Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d'America

Copertina Woods

La collana “Magna Europa. Panorami e voci” diretta da Giovanni Cantoni per l'editore crotonese D'Ettoris si arricchisce di un altro volume fondamentale, dopo quelli – obiettivamente essenziali per comprendere la nascita e lo sviluppo della civiltà occidentale come la conosciamo noi oggi, dello storico britannico Christopher Dawson – questa volta ne é autore lo storico e saggista Thomas E. Woods Jr. che ha pubblicato per la Regnery di Washington una guida inedita, curata per il lettore italiano da Maurizio Brunetti, destinata a rimanere a lungo nelle biblioteche degli appassionati di storia, oltre che dei cultori più esigenti della vicenda umana di un Paese sempre e comunque centrale per la storia dell'Occidente degli ultimi due secoli: gli Stati Uniti d'America (cfr. Thomas E. Woods Jr., Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d'America, D'Ettoris Editori, Crotone, pp. 348, Euro 24,90). L'autore, esponente di rilievo di quella vera e propria galassia conservatrice a stelle e strisce che si richiama al patrimonio morale e intellettuale di figure-chiave del secolo appena passato quali Russell Kirk (1918-1994), Richard Weaver (1910-1963) e Robert Nisbet (1913-1996) é già noto in Italia per aver pubblicato qualche anno addietro un testo divulgativo, ugualmente politicamente scorretto, per il grande pubblico, intelligentemente apologetico (Come la Chiesa Cattolica ha costruito la civiltà occidentale, Cantagalli, Siena 2007) e un saggio di Dottrina sociale - di quelli per cui la fede diventa seriamente la cifra, e al tempo stesso la soluzione, della complessità del reale - piuttosto impegnativo nelle riflessioni (La Chiesa e il mercato, Liberilibri, Macerata 2008). Il volume è aperto da un invito alla lettura di Marco Respinti (“La 'scoperta dell'America': un invito alla lettura”, pp. 11-19) che fa stato di non pochi dei luoghi comuni che ancora oggi caratterizzano la conoscenza-media dell'universo statunitense agli occhi dell'uomo della strada. Il quale, ormai, sempre più assediato dall'egemonia imperante ed onnipresente del 'politicamente corretto' non è più in grado di fare quell'operazione di necessaria bonifica nel mare magnum delle informazioni (ma più spesso, francamente, de-formazioni della verità) che il circuito mass-mediatico gli propone ormai quotidianamente senza soluzione di continuità. Così, parafrasando un autentico maestro della migliore memoria continentale, il francese Gustave Thibon (1903-2001), occorre tornare con decisione alla realtà come essa é, qui e ora, giacché “a fronte e di fronte alla rivoluzione culturale, che sia si alimenta strumentalmente dell'ignoranza delle cose e della 'verità delle cose', sia ha per scopo la produzione stessa di quell'ignoranza, il realismo é [...] azione ben temperata di contro-rivoluzione” (p. 16).

Segue quindi una “Nota del curatore” (pp. 21-22) che presenta la vera e propria equìpe di traduttori, correttori e revisori che hanno partecipato alla rifinitura della versione italiana e quindi una corposa “Bibliografia” (pp. 23-32) che dà l'idea del vasto, quanto variegato, orizzonte culturale e ideale a cui le riflessioni dell'autore si ricollegano. L'esordio vero e proprio dell'opera é rappresentato invece dalla “Prefazione” (pp. 33-35) che offre quale significativo incipit una citazione fulminante dell'attore e comico statunitense Will Rogers (1879-1935): “in America il problema non è tanto che la gente non sa; quanto piuttosto che la gente pensa di sapere precisamente quello che non sa” (p. 33). Chiosa l'autore: “in nessun altro contesto l'osservazione del grande umorista é più appropriata che nel campo della storia americana. Il resoconto di questa storia di cui la maggior parte degli studenti, quantomeno negli ultimi decenni, ha fatto esperienza consiste in una serie di cliché tristemente scontati: la Guerra Civile fu solo una questione di schiavitù, la legislazione antimonopolistica federale ci salvò dal mondo malvagio del grande business, il presidente Franklin [Delano] Roosvelt [1882-1945; 1933-1945] ci fece uscire dalla Depressione, e così via. Dall'insediamento dei coloni fino alla presidenza di Bill Clinton, questo studio, nel suo piccolo, ha lo scopo di mettere le cose in chiaro” (p. 33). A questo fine sono quindi dedicati i successivi diciotto capitoli che, se non mirano ad essere una lettura esauriente e definitiva della storia americana, lo stesso Woods lo esclude, vorrebbero però iniziare a rimettere un po' di ordine sparso in tanti, troppi, ambiti della storia patria nazionale che – trattandosi, com'è ovvio, anche dell'ultima Potenza mondiale rimasta ormai sulla scena – hanno dei riflessi non propriamente marginali anche sulle scelte geopolitiche, economiche e persino educative dell'ora presente.

Il I capitolo (“Le origini coloniali della libertà americana”, pp. 37-48), ripercorrendo le tappe dell'arrivo dei coloni britannici dall'altra parte dell'Oceano, si premura di dimostrare soprattutto il forte anelito alla libertà che li aveva spinti a fuggire dalla Madrepatria rischiando in prima persona e la loro marcata, e orgogliosa, identità religiosa. Saranno in effetti soprattutto questi due 'caratteri' a dare vita al celebre 'spirito americano' che si affermerà successivamente. “Per i coloni la religione era fondamentale” (p. 39) e le questioni spirituali erano vivacemente dibattute: da Nord a Sud, nei contesti sociali più diversi ed eterogenei, ma sempre in pubblico. La convinzione di fondo, in ogni caso, la stessa che poi li aveva spinti fin laggiù, era che nessun governo centrale avrebbe potuto intromettersi – per nessun motivo – nell'esercizio del diritto pubblico alla libertà religiosa. Qualora l'avesse fatto, sarebbe venuto meno lo stesso patto fondativo dell'Unione che si connotava così fin dall'inizio come la terra per eccellenza della libertà, e per questo tendenzialmente scettica di fronte a ogni idea, progetto o proposta (figurarsi i casi concreti) di Stato centralizzato. Il dato emerge con chiarezza nel secondo capitolo dedicato proprio agli eventi che portarono i coloni a separarsi dalla Madrepatria (“La rivoluzione conservatrice americana”, pp. 49-54). Contrariamente infatti a quanto ancora – talvolta, si dice – quella americana (1775-1783) non fu una rivoluzione ma una reazione, con l'obiettivo di conservare (e non cancellare) ciò che era stata la loro storia civile fino a quel momento. Per dirlo con le parole di Woods: “gli americani che protestarono contro l'usurpazione inglese delle libertà coloniali volevano preservare i loro diritti tradizionali, non erano rivoluzionari in cerca di una riorganizzazione radicale della società” (p. 49). I loro riferimenti naturali, e ideali, erano da ricercare più nel Medioevo (come la Magna Charta del 1215) e all'alba dell'età moderna (come la Petizione dei Diritti del 1628), non certo nell'illuminismo francese della seconda metà del XVIII secolo a cui pure per diverso tempo sono stati legati da una storiografia ideologizzata con l'obiettivo – neanche troppo nascosto – di stravolgere decisamente l'identità stessa della Nazione americana. Insomma, “gli americani difesero i loro tradizionali diritti [mentre] i rivoluzionari francesi disprezzavano le tradizioni della Francia e cercarono di rifare ogni cosa daccapo: nuove strutture di governo, nuovi confini provinciali, una nuova 'religione', un nuovo calendario” (p. 52). Quello che accadde dall'altra parte dell'Oceano fu allora “una guerra americana per l'indipendenza in cui gli americani si sbarazzarono del potere britannico al fine di conservare le proprie libertà e autonomia di governo” (p. 53). Il volto che assunse il Paese all'indomani dell'indipendenza é descritto nel successivo capitolo, il terzo (“La Costituzione”, pp. 55-69), in cui Woods illustra sinteticamente le fondamenta dottrinali dal federalismo americano, a partire dall'istituzione del Primo emendamento, varato, non a caso, in tema di libertà religiosa per garantire le prerogative del libero cittadino dalle eventuali usurpazioni dello Stato centrale, qualcosa che gli ultimi Presidenti – soprattutto di estrazione democratica – hanno ripetutamente attaccato determinando una serie di conflitti istituzionali, amministrativi e politici che da ultimo hanno scosso l'opinione pubblica e molti dei quali sono ancora in corso. Il quarto capitolo (“Il governo americano e i 'princìpi del '98'”, pp. 71-84) esaminando la versione americana della teoria politica dei checks and balances evidenzia ulteriormente le ragioni storiche che avevano contribuito allo sviluppo di una radicata cultura civica delle autonomie locali, come la definiremmo in Italia. Il fatto da tenere a mente, quando si considerano i primi anni dell'indipendenza, è che “poichè gli Stati erano parti costituenti dell'Unione e avevano goduto di un'esistenza indipendente molto prima che la Costituzione fosse decretata, i primi uomini di Stato americani vollero munire gli Stati di qualche protezione nei confronti del governo federale. A quest'ultimo non fu concesso di avere l'autorità esclusiva d'interpretare la Costituzione: in maniera consistente, avrebbe altrimenti emesso decisioni a suo favore e, con il tempo, consolidato il proprio potere” (pp. 74-75).

Quello che realmente mutò la fisionomia iniziale degli Stati Uniti fu invece la Guerra di Secessione (1861-1865) che decretò – questa volta sì – un progressivo avvicinamento del Paese verso concezioni del mondo e atteggiamenti più propri delle ideologie astratte e quindi dei fenomeni intrinsecamente rivoluzionari in quanto tali. Eppure, come noto, anche qui una vulgata di parte ha diffuso nei decenni passati versioni a dir poco manichee del conflitto come degli stessi eventi che lo precedettero. Anzitutto, per quanto controverso possa apparire oggi a un osservatore esterno, la guerra non fu combattuta 'soltanto' – e neanche principalmente – per l'abolizione della schiavitù. L'esercizio del predominio politico ed economico di un gruppo di Stati sull'altro svolse un ruolo perlomeno di pari importanza. D'altra parte, non fu certo per altruismo che il Nord voleva impedire l'introduzione della schiavitù nei nuovi territori: l'obiettivo, chiaramente, era riservare quelle terre ai soli bianchi. Gruppi e movimenti abolizionisti, peraltro, esistevano ed erano diffusi anche al Sud: anzi, per essere più precisi, “nel 1827, operava negli Stati meridionali un numero di associazioni contro la schiavitù maggiore più di quattro volte rispetto a quelle del Nord” (p. 87). Persino nella drammatica vicenda, poi diventata celebre, dello schiavo del Missouri Dred Scott (1795-1858), si omette spesso di ricordare che fu proprio un tribunale del Sud a dichiararne la liberazione mentre per paradosso la Corte Suprema federale, investita del caso successivamente, annullò il giudizio legittimando di fatto lo status di schiavo. La guerra che seguì, la prima guerra totale della storia dai tempi del paganesimo (illustrata nel capitolo sesto, “La guerra fra gli Stati”, pp. 107-122), e che non risparmiò la popolazione civile, lasciò ferite profonde e difficile a rimarginarsi del tutto ancora oggi. In ogni caso, anche qui va ribadito che non fu la questione della schiavitù il reale casus belli. Prima ancora che il primo presidente repubblicano, Abraham Lincoln (1809-1865), entrasse in carica, già sette Stati del Sud avevano lasciato l'Unione (Carolina del Sud, Texas, Louisiana, Mississippi, Alabama, Georgia e Florida): stando alla mens dei Padri Fondatori, d'altronde, ne avevano pienamente diritto. Il diritto all'autogoverno era stato scolpito in tutte le loro carte e, secondo le loro stesse parole, avrebbe dovuto essere difeso fino allo stremo, eventualmente anche a costo di uscire dall'Unione, come di fatto avvenne all'inizio degli anni Sessanta di fronte a un governo centrale divenuto oppressivo. Jefferson Davis (1808-1889), presidente degli Stati sudisti che formarono gli Stati Confederati d'America, sosteneva inoltre che “le basi legali per la secessione si potevano trovare nel Decimo emendamento della Costituzione. Questo emendamento aveva stabilito che ogni potere che non era stato delegato al governo federale dagli Stati e non era proibito agli Stati dalla Costituzione rimaneva un diritto degli Stati o del popolo. Siccome la Costituzione non si esprime in merito alla questione della secessione e gli Stati non delegarono mai al governo federale il potere di reprimerne una, la secessione rimaneva un diritto riservato agli Stati. Questo era stato, in parte, il motivo per cui James Buchanan (1791-1868), il predecessore di Lincoln alla Casa Bianca, aveva permesso ai primi sette Stati sudisti di allontanarsi pacificamente dall'Unione. Sebbene non ritenesse che essi possedessero il diritto di separarsi, nemmeno credeva che il governo federale avesse il diritto di usare la coercizione nei confronti di uno Stato secessionista” (p. 109).

Così, quando, nell'aprile del 1861, Lincoln inviò una nave per ri-apprivigionare un forte federale nella Carolina del Sud (che era già uscita dall'Unione e non ammetteva certo che il governo federale potesse continuare a mantenere delle guarnigioni sul suo territorio) e i sudisti risposero aprendo il fuoco, fu l'inizio della guerra. Lincoln dichiarò lo stato di ribellione e richiamò 75.000 uomini della Guardia nazionale in servizio. Per tutta risposta, a quel punto fu inevitabile, dichiararono la secessione anche gli altri Stati del Sud che erano ancora nell'Unione: Tennessee, Virginia, Carolina del Sud e Arkansas. Per aggiungere un ulteriore spunto significativo di riflessione, l'autore ricorda la lista delle persone autorevoli che si trovavano d'accordo con il diritto alla secessione, definendola “impressionante” (p. 111). Vi si leggono, tra gli altri, i nomi di Thomas Jefferson (1743-1826), principale estensore della Dichiarazione d'indipendenza e terzo presidente degli Stati Uniti, John Quincy Adams (1767-1848), sesto presidente, William Lloyd Garrison (1805-1879) il celebre abolizionista, William Rawle (1759-1836) e Alexis de Tocqueville (1805-1859). Correttamente parlando, quindi, la guerra non fu combattuta tra gli Stati del Nord e quelli del Sud ma tra gli undici resisi indipendenti e il governo federale. Per questo, “nessuno che abbia studiato l'argomento contesterebbe che, almeno per i primi diciotto mesi della guerra, l'abolizione della schiavitù non era la questione. Il Senato degli Stati Uniti dichiarò, fin dall'inizio, che l'obiettivo della guerra era ripristinare l'Unione e che non c'era nessun altro obiettivo” (p. 112). La stessa figura di Lincoln, recentemente oggetto di nuove pellicole celebrative di enorme successo da parte di Hollywood, va decisamente ridefinita rispetto al mito abolizionista che si è ritagliata. Lincoln, nota Woods, credeva infatti nella superiorità dei bianchi ed era a favore della deportazione degli schiavi liberati: “Nel 1861, fu proposto un emendamento alla Costituzione nel quale esplicitamente si affermava che il governo federale non aveva alcuna autorità – mai – d'intromettersi in questioni riguardanti la schiavitù negli Stati in cui questa esisteva. Lincoln sostenne l'emendamento con questa motivazione: «Ho saputo che è stata approvata dal Congresso [...] la proposta di un emendamento costituzionale che avrebbe l'effetto d'impedire che il governo federale interferisca con le istituzioni degli Stati, comprese quelle riguardanti le persone tenute servizio. Essendo a favore che tale disposizione sia riconosciuta ora come legge costituzionale, non ho alcuna obiezione a che diventi chiara nei suoi termini e irrevocabile»” (pp. 112-113).

Non solo, anche nel resto della sua carriera politica non è difficile trovare conferme delle sue opinioni razziali, così ad esempio in un dibattito del 1858: “Non sono – né mai sono stato – in alcun modo a favore dell'uguaglianza sociale e politica tra la razza bianca e quella nera; e non sono – né mai sono stato – favorevole a dare ai neri la possibilità di votare o di fare i giurati, né a permettere loro di ricoprire cariche pubbliche, né d'imparentarsi con persone bianche; e dirò in aggiunta che c'è una differenza biologica tra la razza bianca e quella nera che, credo, impedirà sempre alle due razza di vivere insieme sulla base di un'uguaglianza politica e sociale. E, se non possono vivere così, fintanto che rimangono insieme, dovranno sussistere una posizione di superiorità e una d'inferiorità, ed io sono, come chiunque altro, favorevole ad assegnare la posizione di superiorità alla razza bianca” (p. 113). D'altronde, per completare il quadro, “come deputato del parlamento dell'Illinois, Lincoln non mise in discussione le leggi discriminatorie contro i neri del suo Stato, votando perché ai neri non fosse esteso il dirittob di suffragio e rifiutandosi di firmare una petizione che avrebbe dato la possibilità ai neri di testimoniare in tribunale [e] fu anche un forte sostenitore della proposta d'insediare i neri liberati in una colonia, convinto che nella società americana non si sarebbero mai potuti assimilare. Come presidente, favorì un emendamento costituzionale che autorizzava l'acquisto e la deportazione degli schiavi e sollecitò il Dipartimento d Stato a individuare possibili aree per un insediamento; fra i luoghi presi in esame, c'erano Haiti, Honduras, la Liberia – dove la colonia degli USA per i liberti esiste tuttora - , l'Ecuador e l'Amazzonia” (pp. 113-114). Dietro la guerra contro il Sud, inoltre, non c'erano solo motivazioni squisitamente politiche di predominio sul resto dell'Unione, anche la dimensione economica giocò un ruolo importante. Come ammisero alcuni degli stessi giornali nordisti, “se al Sud fosse stato permesso di separarsi dall'Unione e di stabilire il libero scambio, il commercio estero avrebbe massicciamente deviato dai porti del Nord verso quelli del Sud, poiché le ditte mercantili avrebbero approfittato dei bassi dazi doganali o del regime di libero scambio vigenti al Sud” (p. 115). Insomma, non proprio una questione di diritti umani. E dovrebbe ulteriormente far riflettere il fatto che persino le cosiddette cinque tribù civilizzate dei pellirossa (Cherokee, Choctaw, Chickasaw, Creek e Seminole) parteggiassero apertamente per la Confederazione con tanto di dichiarazioni scritte. Ce n'è insomma abbastanza per riscrivere – o quantomeno, in buona parte, correggere – intere pagine di alcuni dei nostri manuali di scuola. Quello che invece avvenne dopo la guerra di secessione é oggetto di due dettagliati capitoli, il settimo (“La Ricostruzione”, pp. 123-140) e l'ottavo (“Come la grande imprenditoria rese gli americani più ricchi”, pp. 141-157) che oltre a descrivere la ripresa economica del Paese fanno anche luce sul primo 'storico' impeachment di un presidente: quello che fu avviato contro il successore di Lincoln, Andrew Johnson (1808-1875), e che fallì per un solo voto.

Tuttavia, la chiave di volta decisiva per l'ascesa internazionale del Paese come potenza geo-politica incontrastata fu senz'altro lo scoppio della I^ Guerra Mondiale, la Grande Guerra (1914-1918), che prostrò l'Europa ininterrottamente per quasi cinque anni decretando al contempo la fine di quattro imperi, tre dei quali plurisecolari (quello asburgico, quello russo, quello tedesco e quello ottomano). Lo spiega con dovizia di particolari il nono capitolo (“La prima Guerra Mondiale”, pp. 159-185) in cui l'autore illustra i due pesi e le due misure differenti usati dal presidente Woodrow Wilson (1856-1924) contro la Gran Bretagna da una parte e la Germania dall'altra. Persuaso che occorresse entrare decisamente nel conflitto per dettare poi le condizioni una volta al tavolo della pace, Wilson motivò l'entrata in guerra sostenendo che “gli Stati Uniti avrebbero combattuto per l'affermazione di grandi princìpi morali” (p. 177): non semplicemente per sconfiggere la Germania guglielmina, quindi, ma per sradicare ogni forma di autoritarismo diffusasi nel mondo, rivendicando addirittura la difesa dell'intera umanità. Quello che accadde dopo, è noto. Nel gennaio del 1918 Wilson emanò i suoi celebri “Quattordici punti”, un documento straordinariamente ambizioso, tra l'idealista e l'utopico, che prevedeva persino la nascita di un organismo internazionale che avrebbe dovuto porre fine alle guerre una volta per tutte: la Società delle Nazioni. In realtà, sarà proprio il trattato di pace di Versailles (1919), esageratamente puntivo contro la Germania, vista come “l'epitome dei mali del mondo” (p. 185) che spianerà la strada al revanscismo nazionalsocialista hitleriano e, quindi, alla ben peggiore II^ Guerra Mondiale ((1939-1945), affrontata in tutti i suoi riflessi in due successivi e ampi capitoli, il tredicesimo, “Verso la Seconda Guerra Mondiale”, pp. 237-247, e il quattordicesimo, “La Seconda Guerra Mondiale: strascichi e conseguenze”, pp. 249-261). Fra i due avvenimenti ci furono gli anni Venti, un'epoca solitamente ignorata dalla grande storiografia statunitense contemporanea. In realtà, si legge nel decimo capitolo (“Gli incompresi anni Venti”, pp. 187-193) per l'America furono un periodo di relativa stabilità, prosperità economica e benessere, grazie soprattutto all'azione mirata, ancorchè non urlata né particolarmente propagandata, di due presidenti: Warren Harding (1865-1923) e Calvin Coolidge (1872-1933). I problemi arrivarono invece successivamente, con la Grande Depressione (di cui è oggetto il capitolo undicesimo, “La Grande Depressione e il New Deal”, pp. 195-216), seguita all'improvviso crollo del mercato azionario nell'ottobre del 1929: il PIL pro capite in breve tempo scese del 30%, mentre la disoccupazione arrivò a toccare il 25. Woods spiega che la situazione sociale non fu arginata in alcun modo né dalla presidenza di Herbert Hoover (1874-1964), né da quella – ormai passata peraltro alla storia – del democratico Franklin Delano Roosvelt (1882-1945), colui che condusse il Paese alla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale e quindi al consolidamento di una leadership pressoché incontrastata in campo internazionale. Tuttavia, uscire vincitori in tempo breve da una fase recessiva con delle politiche di contrasto é un'altra storia: “ciò che pose fine alla Depressione non furono né la legislazione economica né la Seconda Guerra Mondiale. Fu, piuttosto, il ritorno dopo la guerra a condizioni normali e la fine dell'incertezza che avevano angosciato il mondo degli affari durante gli anni di Roosvelt. Il benessere sarebbe tornato molto prima, se non fosse stato per le politiche [...] devastatrici di Hoover e di Roosvelt” (p. 216).

Il Secondo Dopoguerra, comunque, non fu caratterizzato soltanto dal progressivo ritorno all'economia di mercato e allo status quo ante ma anche dalla lotta senza quartiere alle infiltrazioni comuniste (o filocomuniste) in gangli vitali dell'Amministrazione americana che avrebbero segnato così l'inizio di una nuova, silenziosa, ma non meno insidiosa, guerra globale, la cd. 'Guerra Fredda' (1945-1991). Se ne discute a lungo nel capitolo successivo, il dodicesimo (“Sì, i simpatizzanti comunisti esistevano sul serio”, pp. 217-236) dedicato a confutare leggende nere come quelle che hanno investito oltremodo figure-chiave della battaglia anticomunista, quale, su tutti, il senatore del Wisconsin Joseph Raymond McCarthy (1908-1957). Offrendo numerosi esempi dalla stampa nazionale dell'epoca l'autore spiega che il problema delle spie sovietiche era reale (almeno 350 americani avevano al tempo in segreto rapporti con i sovietici) e altrettanto reale era la congiura del silenzio che occultò per anni crimini contro l'umanità e stragi ineguagliate dei sovietici come quella compiuta da Stalin per affamare l'intera popolazione ucraina che causò (probabilmente) tra i 5 e i 7 milioni di morti. In ogni caso, se davvero McCarthy avesse spinto la Nazione nel terrore non si comprende come mai sondaggi popolari degli stessi anni lo indicassero come uno degli uomini più ammirati d'America e, per dirne una, perchè i Kennedy gli tributarono onori in continuazione: “perchè Joe Jennedy lo sostenne, le ragazze Kennedy fissavano con lui appuntamenti, Robert Kennedy lavorava con lui, e JFK prese le sue difese additandolo come 'un grande patriota' proprio nell'anno in cui subì una serie di critiche sfavorevoli?” (p. 235).

Agli anni Sessanta, segnati dalle battaglie per i cd. 'diritti civili', é dedicato invece il quindicesimo capitolo (“I diritti civili”, pp. 263-283) che rievoca gli episodi sociali più importanti soffermandosi sulle implicazioni giuridiche della contesa e sul ruolo sempre più politicizzato delle corti giudiziarie che – è un fatto – da allora non ha fatto che espandersi a vista d'occhio nelle materie più impensate e inedite (varrà appena la pena di ricordare che la sentenza Roe Vs. Wade che di fatto legalizzerà il diritto all'aborto in tutto il Paese è di qualche anno più tardi). Alle presidenze più recenti, ma - da parti opposte - cruciali, di John Fitzgerald Kennedy (1917-1963) e Ronald Reagan (1911-2004) sono invece dedicati i capitoli sedici (“John F. Kennedy e Lyndon B. Johnson”, pp. 285-304) e diciassette (“Il decennio dell'avidità?”, pp. 305-313) del saggio. Chiudono l'opera un capitolo chiarificatore (il diciottesimo, “Bill Clinton”, pp. 315-325) sul 'finto centrista' Bill Clinton, i suoi otto anni da presidente e le sue responsabilità nella diffusione del radicalismo islamico nel cuore dell'Europa, e, per chi volesse ulteriormente approfondire le figure meno note di questi due secoli di storia nordamericana, un interessante “Indice biografico” (pp. 327-335).

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