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Venerdì, 15 Ottobre 2021

Alle origini del conservatorismo americano. Orestes Augustus Brownson: la vita, le idee

 

Copertina del saggio storico

La collana “Biblioteca di studi conservatori” della D'Ettoris Editori, dopo l'inaugurazione dedicata al profilo del teologo intransigente don Giacomo Margotti, si arricchisce di un nuovo saggio: lo firma ancora lo storico Oscar Sanguinetti (cfr. Oscar Sanguinetti, Alle origini del conservatorismo americano. Orestes Augustus Brownson: la vita, le idee, Prefazione di Antonio Donno, Pp. 270, Euro 17,90) ma questa volta la scena si sposta dalla nostra penisola italica oltre l'Atlantico per conoscere meglio le premesse storiche e dottrinali di quell'autentico revival conservatore che – almeno a partire dalla lezione di Russell Kirk agli inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso – ha riportato temi, linee-guida e tendenze del conservatorismo e del tradizionalismo politico d'annata nel pieno dell'agenda politica e del dibattito pubblico del grande Paese a stelle e strisce. Un Paese, che – nonostante la crisi economico-finanziaria scoppiata proprio in casa nel 2008 e l'indubbia perdita di peso a livello geopolitico internazionale negli ultimissimi anni caratterizzati dalla disastrosa gestione 'disinvolta' dell'Amministrazione Obama – resta ancora la grande potenza mondiale di riferimento dell'intero Occidente. Nazione difficile da comprendere all'esterno perchè ab origine 'naturalmente' sfuggente ad ogni schema ed etichettatura tranchant, gli Stati Uniti vantano in effetti ancora oggi una diffusa cultura della libertà civica - alimentata da un'evidente sostrato virtuoso di derivazione religiosa - e persino una filiera tutt'altro che marginale di scuole, fondazioni e think tank di stampo apertamente conservatore, né può essere certo un caso – per fare un esempio fra i tanti – che da decenni la più grande marcia integralmente e tenacemente pro-life del mondo sia proprio quella statunitense che ogni anno in gennaio, a dispetto delle temperature rigide e persino delle bufere di neve, sfila indomita sotto il Campidoglio di Washington per ricordare al Cesare di turno che non ci sarà mai vera giustizia senza rispetto della verità e che nessuna legge umana potrà derogare a un comando divino. Che cosa c'è dietro questo mondo ritratto con tinte spesso folkloristiche dai mass-media mainstream e tutto sommato ancora poco conosciuto in Italia? Il professor Antonio Donno - docente di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università del Salento di Lecce - nella prefazione all'opera di Sanguinetti evidenzia una sorta di genealogia della cultura conservatrice nordamericana che lega appunto la vicenda del convertito cattolico Orestes Brownson (1803-1876) a Kirk passando per Edmund Burke (1729-1797) e disegnando così con dei volti concreti quelle radici dell'ordine americano – per citare un celebre riferimento testuale del secondo dei tre, appunto The Roots of American Order (1974) – che non poche volte, fattualmente, si sono poi rivelate la 'tradizione geograficamente interpretata' di un antico ordine europeo: “Brownson si ispirava al concetto politico della prudenza, che fu oggetto di uno studio di Russell Kirk, grande estimatore di Brown son, e che lo stesso Kirk giudicava uno dei princìpi-cardine del conservatorismo nel campo della politica, ma non solo. [Sanguinetti] considera Brownson il continuatore di quell'iniziale filone conservatore americano che si può riassumere nei seguenti punti: spirito religioso delle origini; diffidenza verso il progresso e le ideologie progressiste; difesa dell'impianto libertario-comunitario; primato della matrice cristiana e anglo-sassone. In definitiva, l'eredità del pensiero di Edmund Burke” (pag. 12).

Segue quindi la premessa dell'Autore al saggio vero e proprio che spiega perchè la scelta della vita e delle idee di Brownson (“la sua figura riveste un ruolo-chiave in relazione al primo coagularsi di un ambiente cattolico e conservatore negli Stati Uniti dell'Ottocento” (pagg. 18-19)) e quindi l'opera bio-bibliografica che si articola in quattro grandi capitoli (I. 'L'età di Brownson e l'idea conservatrice' (pagg. 23-75), II. 'Orestes Brownson: la vita' (pagg. 77-142), III. Orestes Brownson: le idee (pagg. 143-210), IV. 'Conclusioni' (pagg. 211-225)), una corposa bibliografia (pagg. 227-234) e infine un appendice in cui viene proposta al lettore la recensione redatta dallo stesso Brownson sulla sua rivista Quarterly Review nell'ottobre del 1847 del celebre saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche del conte savoiardo Joseph de Maistre (1753-1821). Come in ogni indagine che si rispetti, l'incipit è dedicato alle tracce presenti e contemporanee della tematica oggetto di studio: “dobbiamo al rinnovatore della cultura conservatrice statunitense Russell Amos Kirk (1918-1994), studioso del Michigan e animatore della vita intellettuale americana, se di Brownson si tornerà a parlare non solo come curiosità accademica, ma come un riferimento di rilievo, come un pensatore dal quale era possibile trarre insegnamenti non banali, dalla politica all'educazione, dalla critica letteraria alla religione. A Brownson Kirk dedicherà un capitolo del suo libro The Conservative Mind. From Burke to Santayana, pubblicato nel 1953, che sarà considerato la Bibbia del conservatorismo americano. Kirk curerà due anni dopo anche una selezione di saggi (cinque) di Brownson di argomento politico, facendoli precedere nella nuova edizione del 1990 da una sua breve ma acuta introduzione” (pagg. 24-25). Eppure non è proprio moltissimo se si considera che ci troviamo probabilmente di fronte al “primo e più significativo opinionista cattolico conservatore della storia americana” (pag. 27). Si tratta ovviamente di una rimozione in parte voluta e anzi mirata, come quella che ha riguardato il cuore pulsante della cultura lato sensu antiprogressista del secolo XX, e tuttavia la spiegazione non conforta granchè, meno che mai nell'Anno di Grazia 2014, soprattutto quanti ritengono che quello che leghi Roma e Washington sia ancora – e nonostante tutto – di gran lunga superiore a quello che eventualmente le 'divida'. Sanguinetti si sofferma poi a lungo sulla caratterizzazione teoretico-pratica del conservatorismo in quanto tale affrontando un dibattito antico, che in passato ha attraversato anche momenti aspri, e che è tuttora lungi dall'essersi esaurito. Anzi, come questa rivista ha più volte messo in luce, il primo problema è forse proprio quello dell'accettabilità del termine nel discorso e nel linguaggio pubblico, anche in Italia, dove persino leader storici e guide carismatiche del popolo elettorale conservatore hanno fatto fatica (e talora non vi hanno nemmeno tentato) a dirsi e dichiararsi convintamente 'conservatori' sulla pubblica piazza, fosse anche quella di casa propria nel comizio di chiusura della campagna elettorale. Per l'Autore, “conservatore, in senso proprio e 'classico', è chi, persona o dottrina, è legato, in qualche misura e in maniera esplicita o implicita, a un retaggio di principi originari, universali e perenni che si mantiene immutato attraverso le generazioni. Che, in aggiunta, preferisce attingere – quindi, a sua volta, trasmettere – a tale retaggio piuttosto che reinventare tutto. E assume, altresì, che il retaggio pervenutogli abbia una valenza normativa nella propria vita o in quella della collettività, come pure nella progettazione e nello sviluppo della convivenza umana attuale e futura. Si tratta di una definizione [...] che implica tre cose: (a) il rimando a un preciso patrimonio di principi e di valori originari e immodificabili; (b) un'azione di trasmissione di tale patrimonio dal passato, prossimo o remoto, al presente; e (c) la sua accettazione e adozione, almeno in tesi, come criterio di vita e sostegno per lo sviluppo proprio e della società” (pag. 52). L'eclettico Brownson, 'yankee purosangue', essendo nativo del Vermont, e proveniente dalla variegata galassia del protestanesimo (dov'era stato presbiteriano in gioventù e poi persino ministro del culto universalista), rientra a pieno in questo ritratto, soprattutto dopo l'inattesa conversione al cattolicesimo – che avviene in età adulta, a quarant'anni compiuti, nel 1844 – dopo una ricerca interiore, anzitutto - ma non solo - di natura intellettuale, e sancisce di rimando anche l'adesione formale a un pensiero conservatore vero nomine. Pur se piuttosto frammentario e asistematico nell'esposizione delle ragioni che definiranno la sua tipica Weltaschauung (la curiositas insaziabile d'altronde lo porterà a leggere di tutto e di più ma in modo alquanto disordinato e spesso superficiale), il Nostro diventerà da allora un vero e proprio punto di riferimento culturale – oltre che un divulgatore, un apologeta e un militante generoso – di quel movimento complesso ed eterogeneo che fa comunque del supporto al principio di realtà in primis la ragione d'essere della sua identità politica e nazionale più profonda. Dopo la parentesi della drammatica Guerra Civile (1861-1865), che lo vede peraltro inaspettatamente sposare le motivazioni degli unionisti (soprattutto per la difesa dell'integrità territoriale nazionale, più che per motivi antischiavistici), gli ultimi anni vedranno la rielaborazione dei suoi principali scritti politico-filosofici, compendiati in The American Republic che esce nel 1865 e resterà in un certo senso il suo 'testamento spirituale'.

Le sue molteplici, 'problematiche' e contraddittorie passioni ondivaghe, effimere e intense, come si conviene a una personalità quasi naturaliter istintiva qual'è la sua - si vedano gli approfondimenti che Sanguinetti dedica al confronto con un Gioberti piuttosto che con un Lamennais - se pur non possono essere mai eluse del tutto e anzi ritornano in più frangenti della sua folta produzione, tuttavia non diminuiscono affatto la portata gigantesca della sua figura nel lungo perodo in termini d'influenza di idee, abiti e atteggiamenti su magna pars del movimento conservatore statunitense dalla seconda metà dell'Ottocento fino ad oggi e che anzi – anche grazie a lui – registrerà semmai nei suoi ambienti anche un nuovo interesse nei confronti della dottrina sociale cattolica e dei suoi fondamenti, trascendenti e non. Tutto ciò senza dimenticare l'attrazione esercitata lungamente pure su quel fenomeno trasversale che è il patriottismo statunitense. Per dirla ad esempio con un particolare aneddotico ma indicativo del personaggio, che l'Autore mutua da Russell Kirk: “il detto comunemente attribuito al Presidente John Kennedy 'Non chiedere che cosa il tuo Paese può fare per te, ma chiediti che cosa puoi fare tu per il tuo Paese' è stato in effetti enunciato per la prima volta da Orestes Brownson al Dartmouth College” (cit. a pag. 221), solo che mentre oggi JFK è diventato un mito mondiale – basta dare un'occhiata alla pubblicistica che continua ad uscire senza soluzione di continuità nei suoi confronti, oltre che alle pellicole cinematografiche – Brownson è rimasto dov'era 'recluso' allora, cioè nel dimenticatoio, come si suol dire popolarmente. Al lettore discernere se perchè cattolico, perchè conservatore o tutte e due le cose insieme.

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