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Lunedì, 25 Ottobre 2021

Maria Cristina di Savoia giovane regina animatrice e imprenditrice del sociale

Con questo intervento completo il breve percorso storico culturale sulla straordinaria figura della prossima beata Maria Cristina di Savoia, ho utilizzato l’ottimo lavoro di studio e di ricerca di due studiosi sardi, Mario Fadda e Ilaria Muggianu Scano, che l’anno scorso hanno scritto “Maria Cristina di Savoia. Figlia del regno di Sardegna, regina delle due sicilie” edito da Arkadia di Cagliari (tra l’altro in questi giorni, un estratto del volume è stato distribuito insieme al quotidiano l’Unione Sarda). Inoltre il 5 settembre gli autori del testo, hanno ricevuto da Sua Eminenza il Cardinale Crescenzio Sepe una lettera d’incoraggiamento e di stima per la loro pubblicazione sulla beata.

E’ l’ottavo capitolo,“Ora et labora”, che sintetizza bene l’aspetto sociale e imprenditoriale, forse poco conosciuto, della vita di Maria Cristina. La regina non fu mai oziosa, ogni minuto di tempo lo spendeva utilmente.“Posso dire che io mai l’ho veduta oziosa, neanche un momento, ma sempre occupata in qualche cosa”, scrive Luigi Sorgente.

Maria Cristina ebbe, “uno spiccato piglio manageriale, - scrivono gli autori - arriverà a teorizzare dei veri e propri piani caritativi per ottimizzare la possibilità di giovare ai più bisognosi del Regno”. Organizzò una gerarchia di interventi con piani controllati da persone di fiducia,“per conoscere le necessità delle famiglie e delle persone”, avvalendosi in particolare di due parroci. Nello stesso tempo, la regina verificava di persona con precisione, lo stato dei supplicanti, attraverso visite a domicilio, soprattutto in caso di malattie. Cristina attuava una “elemosina ragionata (…)il suo modo di fare era piuttosto delicato, evitava in tutti i modi di umiliare(…)”. A fine mese, a rotazione, presso le dodici province del Regno, la regina riuscì a far pervenire, la somma fissa di 4.000 scudi. A padre Terzi, Cristina dava 500 scudi al mese per i poveri. Dalla ricognizione testamentaria della reginella, pare che in tutta la sua vita abbia devoluto una cifra pari a un milione di euro odierni.

La regina di Napoli attuò una “politica di fede”, che intendeva rivoluzionare la beneficienza ottocentesca che si esauriva nei lasciti, Cristina pensava invece al futuro dei bisognosi, cercando di dargli un lavoro, una casa più vivibile, un’educazione e, ovviamente, di ‘convertirli’ alla religione cristiana. Intanto“Cristina per innescare un meccanismo solidale di operosità fondò pure un laboratorio per la fabbrica di letti e altri mobili all’interno del monastero di San Domenico Soriano”. E a quanti criticavano la sua operosità, la regina rispondeva che “il mio studio è quello di rendere felice il popolo per fare amare il Re”. Fadda e Muggianu Scano hanno calcolato che i tre anni vissuti da regina di Napoli, complessivamente ha ricevuto 80.100 ducati, di questi ne ha investiti ben 54.000 in carità.

L’iniziativa gioiello della regina è la seteria di San Leucio, è una “vera e propria impresa manageriale in cui Cristina investì maggiormente, dando fondo anche alle sue rendite dotali”.

Nella seteria la regina fissò delle regole per la vita in comune dei lavoratori, “alcune norme straordinariamente avanzate hanno fatto parlare certi storici di ‘comunismo’ borbonico: eguali diritti ereditari per uomini e donne, libertà assoluta per i giovani di contrarre matrimonio senza il consenso dei genitori, istruzione obbligatoria, una casa per gli orfani, una magistratura elettiva, una serie di attività e risorse con una gestione ‘collettivizzata’”. Cristina capì che bisognava investire nella seteria per dare risposte immediate alla povertà. Lei stessa si impegnò in prima persona a comprare i gelsi per l’allevamento dei bozzoli. Ha ristrutturato i locali, rendendoli più comodi e agibili, fece in modo che gli strumenti di lavoro fossero efficienti e nuovi per garantire minor fatica per i lavoratori. “Procurò per questo motivo impianti tessili di ultima concezione facendoli arrivare dalla Francia e dal Belgio, con grande acume istituì degli stage ante litteram in cui, operai e periti tessili di Lione, sempre a sue spese, potessero impartire lezioni teorico-pratiche ai suoi operai, per assicurarsi che i manufatti dei suoi sudditi potessero godere di un reale mercato”.

La regina aveva un forte senso del bene pubblico, privilegiava i sistemi lavorativi meno faticosi, non limitandosi a dare un salario ai suoi sudditi, ma soprattutto il suo piano intendeva restituire la dignità di uomini ai lavoratori. Descrivere l’operosità di Maria Cristina, mi ha coinvolto totalmente e penso a tutti quegli utopisti imbevuti di ideologia liberal socialista, che in quel periodo iniziavano a progettare sulla carta senza mai risolvere alcunché, invece Cristina assomiglia molto a quella schiera di santi piemontesi come Don Bosco che di problemi ne hanno risolto tantissimi.

Invece la sovrana di Napoli concretamente si è rimboccata le maniche, partendo dalla realtà.“Come se facesse quel mestiere da una vita intera – scrivono Fadda e Muggianu Scano – la giovane seguiva con perizia l’intero ciclo produttivo, dall’estrazione della seta dai bozzoli, mediante le macchine ad acqua, alla trattazione dei tessuti, fino alla realizzazione dei prodotti richiesti, come elementi di tappezzeria, tendaggi, paramenti sacri e abiti”.

Aprì anche due punti vendita per i manufatti nel centro di Napoli, uno all’ingrosso e uno al minuto. La grande intelligenza della sovrana non si limitava soltanto agli aspetti tecnici, ma con “spirito avanguardistico rese l’attività della seteria una vera antesignana della moda modernamente concepita dal sistema italiano”. Ricordano gli autori del libro che la regina teneva un inviato a Parigi, così quando usciva una nuova moda, ossia un disegno di drappo, ne mandava il campione a Napoli.

Addirittura“la regina si rese testimonial dei prodotti di San Leucio, diffondeva i manufatti facendone dono a corte e fuori, e questi ‘erano giunti a tanta stima che venivano ricercati anche all’estero’”. In pratica Cristina, anche se non le condivideva, sfruttò le occasioni di mondanità del suo tempo, perché diventassero possibili pubblicità per l’attività della seteria. “Il suo atteggiamento – scrivono Fadda e Muggianu Scano – in tutto simile allo scaltro piglio di un’odierna dirigente d’azienda,(…) si pensi che si occupava personalmente di scartare i pezzi che portavano il seppur minimo difetto, affinché non si intaccasse il buon nome della seteria”.

La regina era attenta ai bisogni delle donne e delle famiglie, ogni sua decisione era mossa sempre da una forte motivazione religiosa. Fondò diversi istituti e rifugi, come quello dell’Addolorata, per accogliere le prostitute. Nessuna condanna moralistica, anzi si dimostrava più vicina ai loro bisogni. A Palermo che la chiamarono “la reginella santarella” realizzò l’istituto per sordomuti, come quello di Napoli. Dell’attività di Cristina, soltanto tre anni, c’è soltanto da sorprendersi per la sua eccezionalità del mettere in atto quel “tante donne”, altro che bigotta come hanno scritto certi suoi detrattori. E penso a quello che poteva realizzare se il Buon Dio ce la lasciava qualche anno in più.

E’ desolante che la storiografia ufficiale, abbia in questi decenni ignorato una personalità così ricca e intraprendente, certo,“forse potrà sembrare difficile accettare una regina come modello di santità, - scrivono gli autori del libro - perché non tutti riusciamo a comprendere come si possa raggiungere la perfezione cristiana vivendo in una reggia, tra tanti agi e onori”. Ma il Vaticano II insegna che,“la santità può conseguirsi ‘nei vari generi di vita e nei vari uffici’ (LG n.40). Di conseguenza la beata Maria Cristina, rappresenta per la Chiesa di oggi, “un messaggio divino, sia per le persone altolocate, che per quelle socialmente umili, in modo particolare è un esempio per le donne”.

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