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Giovedì, 26 Novembre 2020

Risorgimento e Contro-Risorgimento

cop risorgimento e contro risorgimento

 

Anche quest'anno dovrei dedicare parte dell'estate alla lettura di qualche libro. Un amico forse per mettermi in difficoltà mi diceva che non ha senso ha leggere dei libri in un momento così difficile per il nostro Paese e soprattutto per le nostre famiglie. Per la verità non saprei come rispondere all'obiezione. O forse è meglio sorvolare. Comincio il mio tour di letture con un titolo altisonante Risorgimento e contro-risorgimento. Un'epopea familiare”, Sugarco edizioni (2011) scritto da Gian Carlo Montanari. Seguiranno altre letture, in primis quelle della prestigiosa casa editrice milanese Sugarco, a cui devo le recensioni, come “Il mito di Garibaldi e I prigionieri dei Savoia.

Il testo di Montanari racconta la storia di un padre e figlio che incontrano i protagonisti della Storia, però su fronti opposti. Siamo negli anni dopo la Rivoluzione Francese nel 1796, il territorio dove si svolgono i fatti è la Bassa Padana del Ducato di Modena. Un giovane avvocato di Castelvetro, Bartolomeo Cavedoni si avvicina al mondo nuovo rivoluzionario e si appassiona a quelle idee incontrando personaggi di primo piano come Ugo Foscolo. Affascinato dalla vita militare e soprattutto da Napoleone, percorrerà l'Europa intera dal 1796 al 1814. Bartolomeo per gli amici “Bart”, vede per la prima volta Napoleone il 15 ottobre 1796 quando arriva vicino Modena sul cavallo bianco e lui insieme ad altri ardenti patrioti gli vanno incontro, anch'essi a cavallo, si intuiva scrive Montanari, che “andavano incontro all'arbitro dei destini rivoluzionari d'Italia”.

Bartolomeo Cavedoni diventa commissario di polizia a Ferrara, ben presto diventa capitano e inviato a Milano. Qui respira l'aria nuova: la città meneghina aveva il respiro europeo, era grande e immensa per chi veniva da Modena. Tante erano le opportunità relazionali. Qui conosce il letterato Vincenzo Monti. Intanto il tenace e attivo giovane capitano Bart non era nato per stare in famiglia, eppure si era sposato con Anna Maria Brighenti, ed aveva avuto ben quattro figli, concepiti tra un viaggio e l'altro.“Per l'ideale massonico liberal-democratico pagava il prezzo di essere permanentemente quasi distante dagli affetti familiari”, cambia un po' le sue abitudini soltanto con la nascita del piccolo Armodio. Il comandante Bart Cavedoni cercherà di formare il suo giovane figlio maschio agli ideali della rivoluzione, mandandolo a studiare presso il collegio militare San Luca a Milano, oggi si chiama “Scuola Militare Teulié”. Lo vedo sempre quando passo in Corso Italia col tram n.15, per andare in centro. Ma il figlio di Bart non ne voleva sapere, di Storia e di patria, “era un po' abulico circa i fatti contemporanei”. Il padre non si dava pace come mai il figlio di un grande patriota e soldato era così poco entusiasta in tema di patriottismo.

Il Montanari nel testo racconta molto della vita privata del colonnello Bart Cavedoni, del suo fascino e soprattutto dei suoi flirt con le mademoiselle a cominciare da Lutgarda Banchetti conosciuta in Francia e poi della giovanissima e graziosa milanese Carolina Giovio. Sono le donne che in certi ambienti ex nobiliari, salotti borghesi, si avvicinano alle idee della massoneria e di altre sette e nello stesso tempo si legano in relazioni con uomini affascinanti come Bart e Ugo Foscolo.

Scrive Montanari su questo tema: “Era ancora una minoranza salottiera quella che discettava e aderiva alle idee del vento francese; ma era una minoranza di peso, intellettuale, che respirava profondamente la voglia di cambiamento(...)”.

Col tramonto dell'astro, Napoleone, tramonta anche la vita militare e politica di Bart Cavedoni, “che aveva messo la sua esistenza al servizio di una causa, quasi sacerdotale di essa pronto alla celebrazione del suo stesso sacrificio”.

Il Cavedoni prima di ritirarsi nella sua Castelvetro deve affrontare tante difficoltà per il suo passato rivoluzionario, a cominciare dei due anni di carcere duro in Austria. Mentre il padre Cavedoni può ora riposarsi, il figlio Armodio “prende il testimone”, inizia anche lui la carriera militare, però sotto la bandiera del legittimismo dell'arciduca Francesco IV di Modena. Credo che sia il primo libro che leggo sul Ducato di Modena, abitualmente dipinto dai cosiddetti libercoli scolastici come tra quelli più biechi e reazionari. Invece come scrive Montanari che non mi sembra un cocciuto reazionario, “il Ducato retto dal 1780 da Ercole III non era uno Stato così arretrato come si potrebbe pensare. Intanto la sua capitale, Modena, aveva una fiorente università con professori in media bravi e famosi anche fuori Stato”.

Armodio Cavedoni è rimasto sempre dalla parte del “suo signore”, l'arciduca Francesco IV prima e poi del giovane figlio, Francesco V, duchi d'Asburgo-Este, che hanno assicurato la pace e l'ordine del piccolo Regno.

Il giovane Armodio dopo la laurea è entrato quasi subito nel corpo docente nell'Accademia Militare Ducale (era anche uno dei giovanissimi e quotatissimi docenti della scuola dei matematici Pionieri), addirittura il Duca lo ha chiamato per fare da precettore al proprio figlio. Come il padre, si è sposato giovane con una ragazza che portava il suo stesso cognome Irene Cavedoni, da lei ha avuto anche lui quattro figli (tre femmine e un maschio proprio come suo padre). Per Armodio si apre la carriera militare, da sergente-maggiore arriva a colonnello come suo padre. Ben presto è chiamato a combattere per difendere il piccolo Staterello di Modena, chiamato “guscio di noce”, a cominciare dalla cosiddetta congiura guidata dal “famoso” Ciro Menotti. Fu Armodio Cavedoni in persona a catturare il “patriota” che si era illuso di fare la rivoluzione contro il Duca. A questo proposito sono interessanti le riflessioni di Massimo Viglione nel suo libro “Le Due Italie”, in merito a questi cosiddetti patrioti che quasi inconsapevolmente venivano lanciati allo sbaraglio, in una specie di suicidio collettivo dal signor Giuseppe Mazzini.

Per concludere merita un accenno il dettagliato racconto di Montanari su come il giovane duca Francesco V e il comandante Armodio, entrambi fedeli cattolici, hanno preparato una fantastica accoglienza al papa Pio IX nella loro Modena. Una festa nella festa.

Infine la disfatta anche per il colonnello Armodio risulterà, come il padre, uno sconfitto e seguirà la sorti della Brigata Estense, l'esercito ducale, in territorio austriaco. Entrambi hanno subito pressioni per abiurare le proprie idee, ma sono rimasti saldi fino alla fine, anche se il padre per farlo è stato costretto a togliersi la vita.

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