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Sabato, 16 Gennaio 2021

Metz Yeghérn, perché ricordare oggi il genocidio degli armeni

Lapide commemorativa a Roma

 

Chi si ricorda oggi degli armeni?”: stando alle ultime testimonianze storiche pare davvero che Adolf Hitler abbia pronunciato queste parole dinanzi al proprio Stato Maggiore dell'Esercito, qualche ora prima d'invadere la Polonia. Il despota sarebbe arrivato a porre questa domanda – evidentemente retorica – di fronte alle obiezioni dei suoi stessi generali che temevano di essere perseguiti per i crimini di guerra che si apprestavano a compiere sui polacchi nonché, successivamente, sugli ebrei. Hitler rispose che non ci sarebbe stato da preoccuparsi prendendo ad esempio proprio il genocidio armeno perpetrato dal movimento nazionalista dei Giovani Turchi tra il 1915 e il 1918. Il ragionamento del capo del Terzo Reich, paradossalmente, qualche logica l'aveva: guardate che cosa hanno fatto agli armeni, osservava Hitler. Hanno eliminato brutalmente due terzi della loro stirpe a sangue freddo. Hanno stuprato migliaia di donne e bruciato case e chiese, rapito i bambini e crocifisso uomini e preti. Creato campi di concentramento e inventato nuove torture. Forse che è successo qualcosa a chi ha commesso queste azioni? No. Un intero popolo é quasi scomparso dalla faccia della terra e nessuno se ne è accorto. L'Europa ha ben altro a cui pensare e dimenticherà in fretta anche le nostre azioni. Il tempo farà il resto. Infatti - così la fatidica domanda - “chi si ricorda oggi degli armeni?”.

Duole ammettere che se Hitler tornasse tra noi e ponesse nuovamente quella domanda, ancora una volta, come allora, forse quasi nessuno troverebbe niente da ridire. Certamente la memoria storica dell'Europa – a livello di classi dirigenti, come di cultura popolare – nel frattempo ha fatto dei notevoli passi in avanti: parole come 'lager', 'gulag', 'Shoah' sono entrate nel vocabolario pubblico e diventate patrimonio comune più o meno di tutti, sinonimi parlanti del male in quanto tale, o il male assoluto, come dice qualcuno. Molte altre, però, purtroppo no. 'Holodomor', ad esempio, la parola che rimanda allo sterminio programmato di milioni di ucraini negli anni Trenta, per fame per sete, ad opera di Stalin, è un termine che ancora oggi non dice nulla ai più. Come 'Metz Yeghèrn' (letteralmente “Grande Male”), la parola con cui il popolo armeno ogni anno ricorda il suo terrificante olocausto. Anche se nessuno di noi è armeno, un cristiano mediamente consapevole delle sue radici, e a maggior ragione un cristiano europeo, non dovrebbe mai dimenticare a che cosa rimanda questa espressione, e non solo per la frase citata di Hitler. Vediamo brevemente perché. Anzitutto va detto che per un credente il popolo armeno non è uno come tanti altri. Gli armeni furono infatti il primo popolo a convertirsi - come popolo - al Cristianesimo: il primo regno cristiano della storia nacque qui, non a Roma, né in Grecia o Terra Santa, grazie all'annuncio del Vangelo che la Tradizione attribuisce a due diretti discepoli di Cristo, gli apostoli Bartolomeo e Taddeo. Per essere ancora più incisivi: ben prima dell'editto di Milano che commemoriamo in questi mesi, in Armenia il Cristianesimo era già riconosciuto come religione di Stato. L'Armenia è poi, come noto, la terra in cui la Bibbia colloca il Paradiso Terrestre (e l'arca di Noè, da tradizione, si sarebbe arrestata proprio sul monte Ararat). Ce n'è insomma abbastanza per considerare questo antichissimo quanto nobile popolo come qualcosa di speciale, con dei tratti distintivi a suo modo unici (non a caso Giovanni Paolo II nel 2001 onorò il 1700^ anniversario del Battesimo del popolo armeno indirizzandogli un'apposita Lettera apostolica).

Monumento del genocidio a Erevan

 

Come accennato, lo sterminio ebbe luogo durante la Iª Guerra Mondiale (1914-1918), in un lasso di tempo che va dall'aprile 1915 al termine del conflitto. Il 24 aprile è il giorno in cui ancora oggi la comunità armena ricorda il suo calvario: in quel giorno, infatti, nel 1915, oltre 2400 esponenti della classe dirigente (politici, medici, avvocati, militari ma anche scrittori e giornalisti) vennero arrestati arbitrariamente dalla milizia nazionalista al servizio dei Giovani Turchi - emersi dalle ceneri del morente Impero Ottomano - e uccisi brutalmente, senza alcun processo. Tra il maggio e il luglio successivo – con un'operazione evidentemente da tempo pianificata e organizzata fin nei dettagli – vennero sterminati, in vario modo, gli armeni delle province orientali di Erzerum, Bitlis, Van, Dyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput. Nelle altre città comparvero intanto dei bandi che intimavano alla popolazione armena di prepararsi per essere deportata, in lunghe marce a piedi, di cui nessuno conosceva la destinazione. Così in effetti avverrà: un intero popolo - che da secoli viveva pacificamente nella sua terra ma che aveva la colpa imperdonabile di opporsi alla turchizzazione coatta nel momento in cui la nuova Repubblica del Bosforo si costituiva e rifiutava di apostatare dalla millenaria fede cristiana - fu deportato in massa, con i più che periranno lungo il cammino. I numeri della carneficina, ancora oggi oggetto di dibattito, parlano comunque da soli: prendendo per buone le stime più basse, nel giro di una manciata di anni vennero uccisi circa un milione di armeni (ma c'è chi porta la cifra a un milione e mezzo). Se si considera che la popolazione complessiva superava a stento i 2 milioni di unità si può affermare senza tema di smentita che (almeno) la metà, ma forse anche i 2/3 di una Nazione venne cancellato dalla faccia della terra. Le carte turche ritrovate dagli storici, peraltro, tenderebbero a dimostrare l'ipotesi più agghiacciante: dopo il 1918, con l'espansione della neonata Repubblica di Istanbul, l'Armenia non sarebbe più dovuta esistere. Il suo nome sarebbe dovuto scomparire dalle cartine geografiche, per sempre, come se non fosse mai esistito. Perchè è importante ricordare tutto questo oggi anche da chi armeno non è? Essenzialmente per tre motivi. Anzitutto perché quello armeno, come disse anche Giovanni Paolo II, fu il primo genocidio del Novecento in ordine di tempo. Tutti gli altri, europei e non, vennero dopo. E' qui che si videro per la prima volta campi di concentramento ed esecuzioni pianificate di massa, sperimentazioni di farmaci su donne e bambine e atti di una folle violenza disumana, persino bestiale, che saranno eguagliati solo dalla Shoah. Fu questo anzi, per usare le parole insospettabili del filosofo ebreo francese Bernard Henri-Lévy “un genocidio esemplare, seminale, quasi; un banco di prova, considerato dai nazisti un laboratorio”. In secondo luogo, e a scanso di equivoci, fu proprio un genocidio reale, non una brutale persecuzione o un episodio di guerra, con tutte le caratteristiche tipiche del fenomeno genocidario in quanto tale: tutti gli armeni vennero colpiti indistintamente (senza distinzione fra uomini, donne e bambini, giovani o vecchi) in quanto armeni, cioé per il semplice fatto di essere tali e non turchi. Il fatto che l'unica via d'uscita prospettata fosse l'apostasia aggrava semmai il problema ed è il motivo principale per cui la barbarie del 1915 non dovrebbe uscire dalla memoria europea. Ai confini immediati dell'Europa, un'antichissima Cristianità, persino più antica della nostra, pochi decenni fa sarebbe dovuta scomparire dalla storia essenzialmente perchè non accettava di diventare un'altra cosa: voleva restare armena e cristiana, come era sempre stata, fin dai tempi dei primi apostoli. Soltanto questo aspetto - ci sembra - richiederebbe una riflessione seria sul senso della storia e sul valore intrinseco dell'identità (le tanto bistrattate 'radici cristiane') che talvolta pare mancare persino alle menti migliori del cattolicesimo contemporaneo. Infine, ma non meno importante, il massacro ordito dal gruppo politico nazionalista allora alla guida del vecchio Impero Ottomano fu un atto mirato, deliberato e sistematico, ampiamente premeditato dagli esecutori che ne studiarono attentamente fasi (tempi e modalità di attuazione) e conseguenze, potenziali ed effettive. Per quanto brutale possa apparire osservarlo oggi, insomma, Stalin e Hitler dopotutto non si sono inventati granché, forse neanche in tema di crimini contro l'umanità.

A chi scrive non sfugge, ovviamente, che da anni sulla questione armena si gioca una partita politica, economica, commerciale e diplomatica di enorme portata, soprattutto in relazione a un possibile ingresso della Turchia nella UE e gli animi in questi frangenti si scaldano facilmente. Ma, per una volta, in questi giorni sarebbe bene far tacere le polemiche e far parlare la memoria che sola può aiutare a farci comprendere meglio il presente. Per questo, forse il ricordo più opportuno sarà quello che si ricava dai nudi racconti dei testimoni sull'ufficialissima - quanto sgomenta - Civiltà Cattolica di quegli anni: “I vescovi cattolici vennero tutti deportati, chi qua chi là [...] Anche le religiose furono strappate dalle loro case, alcune morte o ferite, tutte deportate, come quelle di Angora a Konia, quelle di Samsun ad Aleppo [...] le religiose di Sivas, Tocat, Mersifum, Trebisonda perirono tutte di morte violenta o di patimenti sofferti [...] il Vescovo di Diarbekin fu bruciato vivo sulla piazza, mentre si faceva orribile carneficina [...] il Vescovo di Malatia fu strangolato, fra la strage del suo clero e il ratto delle religiose. Quello di Karput in via per Aleppo e non ancora giunto a Urba [fu] fucilato col clero, le suore e il popolo che accompagnava [...] il Vescovo di Musce invece finì involto nella strage generale del popolo e del clero della provincia di Bitlis e di Musce”.

L'augurio, e il monito, è che anche nelle coscienze dei cristiani europei smarriti di oggi restino, come macigni, le parole di Giovanni Paolo II, scritte nel 2001 in omaggio ai martiri armeni. “Se oggi l'Occidente può liberamente professare la propria fede, ciò è dovuto anche a coloro che si immolarono, facendo del loro corpo una difesa per il mondo cristiano, alle sue estreme propaggini. La loro morte fu il prezzo della nostra sicurezza: ora essi risplendono avvolti in candide vesti e cantano all'Agnello l'inno di lode nella beatitudine del Cielo (cfr. Ap 7, 9-12)”.

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