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Lunedì, 23 Novembre 2020

Gli eroi di Montecassino

Copertina_libro

Si parla molto degli eccessi compiuti dai partigiani comunisti dopo la fine della Resistenza. E’ ormai accertato che i fascisti o presunti tali assassinati dall’indomani della Liberazione (25 aprile 1945) e fino all’amnistia Togliatti (fine ’46) furono più di 20 mila. In quei tragici mesi nessuno osò contrapporsi alle bande comuniste che trucidavano i vinti e le loro famiglie: non i carabinieri, non la polizia, tenuti a freno dai vertici politici accordatisi per spartirsi il potere. Ma qualcuno si oppose a quelle violenze e cercò di contrastarne gli autori. Furono i soldati polacchi del generale Anders, i volontari del 2° Corpo d’Armata che si era coperto di gloria sfondando la Linea Gustav a Montecassino, poi liberando gli Abruzzi, le Marche e l’Emilia Romagna, e infine entrando a Bologna il 21 aprile 1945.

La storia troppo presto dimenticata di quei centomila valorosi è balzata ora in primo piano grazie al nuovo libro dello storico Luciano Garibaldi «Gli eroi di Montecassino. Storia dei polacchi che liberarono l’Italia», edito negli Oscar Storia della Mondadori (186 pagine, 11 euro). I polacchi combattevano (e morivano: seimila furono i Caduti) contro i tedeschi, ma il loro cuore era gonfio di odio verso i bolscevichi, che avevano invaso le loro terre, li avevano catturati e portati prigionieri nei gulag, avevano massacrato le loro famiglie, avevano ucciso con il colpo alla nuca, nelle foreste di Katyn, ben 22 mila loro ufficiali. Perciò non tolleravano neppure la vista delle bandiere rosse con la falce e il martello.

Dal libro di Luciano Garibaldi, autore di diecine di ricostruzioni storiche divulgative sulla Seconda guerra mondiale, riproduciamo il brano che ricostruisce quegli scontri, troppo presto dimenticati, come dimenticato, in generale, è il contributo che i polacchi di Anders diedero alla liberazione dell’Italia.

 

Il 14 maggio 1945, a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), i polacchi sfondarono a calci la porta delle sede provvisoria dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) prendendo a pugni chi stava all’interno. Sei giorni dopo, a Mercato Saraceno (Forlì), quattro militari polacchi su una jeep bloccarono un corteo di partigiani comunisti sequestrando le bandiere rosse. Ne nacque un conflitto a fuoco che si concluse con la morte del caporale Tadeus Suovik e il ferimento di altri due sottufficiali. Il 21 giugno, a Imola, dodici soldati polacchi fecero irruzione nella Casa del Popolo dopo aver intimato ai comunisti di ammainare la bandiera rossa: cinque comunisti finirono all’ospedale. Tre giorni dopo, a Lugo di Romagna, nel corso di una rissa presso la Casa del Partigiano, una pallottola uccise il sergente Stanislaw Polj. Il 5 agosto, a Potenza Picena (Macerata), nel corso di uno scontro a fuoco tra polacchi e comunisti, restarono sul terreno tre attivisti del PCI. Il Partito fece affiggere manifesti in tutte le città delle Marche con la scritta: «Polacchi assassini / tornate a casa!». I manifesti ebbero l’effetto di fare infuriare i polacchi che, in quel bollente agosto 1945, assaltarono e devastarono numerose sezioni del PCI in tutte le Marche. Il settimanale del PCI «Bandiera Rossa» dell’8 settembre 1945 uscì con un titolo a tutta pagina: «Polacchi fascisti fuori dall’Italia! Il popolo è stanco di sopportarvi!». Nell’articolo, i soldati polacchi che erano venuti a morire per liberare l’Italia, venivano definiti «briganti mercenari» e accusati di avere compiuto «assassinii premeditati a scopo di rapina». Seguiva un’aperta sfida al governo: i polacchi siano immediatamente cacciati dall’Italia perché «il popolo è stanco» ed è pronto a «stroncare qualsiasi tentativo di sopraffazione polacco-fascista». Il giornale era stato appena distribuito nelle edicole, quando, a Cusercoli di Forlì, un camion polacco cadde in un’imboscata comunista, un soldato fu ucciso a raffiche di mitra e due rimasero gravemente feriti.

Pochi giorni dopo, a Petritoli (Ascoli Piceno), una trentina di soldati polacchi sparò in aria per disperdere un comizio comunista: era la risposta per quanto avvenuto a Pollenza (Macerata), dove due individui, poi fuggiti, avevano scagliato bombe a mano contro una pattuglia polacca ferendo gravemente tre soldati. Intanto, sia «l’Unità», organo del PCI, sia «Bandiera Rossa» insistevano nella loro campagna di stampa. Sul numero di «Bandiera Rossa» dell’8 dicembre 1945, il generale Anders veniva definito «un reazionario legato agli interessi dei latifondisti polacchi».

Il 31 dicembre, a Cervia, di fronte al Teatro comunale dov’era in corso la festa di capodanno organizzata dall’ANPI, scoppiò una rissa tra polacchi e partigiani. Uno dei polacchi lanciò una bomba a mano che uccise un uomo e due donne, lasciando sul terreno altri dieci feriti. «L’Unità» uscì in edizione straordinaria con un titolo a nove colonne: «L’odio dei fascisti polacchi / si sfoga a Cervia / contro donne e ragazzi». Erano i mesi in cui, proprio in quelle terre, scorreva a fiumi il «sangue dei vinti»: gli ex fascisti venivano soppressi a migliaia, nella totale impotenza (quando non indifferenza) delle forze dell’ordine. Ma si da’ il caso che, il 4 febbraio successivo, il soldato polacco che aveva lanciato la bomba a Cervia fosse individuato dai Carabinieri, arrestato dai suoi superiori, processato da un tribunale militare polacco, condannato a morte e fucilato.

Il conflitto tra comunisti italiani e soldati polacchi non sembrò acquietarsi con l’arrivo del 1946. Il 20 gennaio di quel primo anno senza guerra, a Cesena, un soldato polacco fu ucciso e uno gravemente ferito a raffiche di mitra da una pattuglia di ex partigiani comunisti intervenuta – secondo un rapporto della Questura - «per sedare una discussione tra sei soldati avvinazzati e un civile». Senonché i sei soldati non erano per niente «avvinazzati» e il «civile» era un comunista che li aveva provocati. Il 29 aprile, a Ravenna, toccò a due soldati polacchi restare gravemente feriti da una bomba a mano scagliata da persone rimaste sconosciute. Qualche tempo dopo, per le strade di Salerno, durante una sparatoria all’impazzata tra comunisti e polacchi, ebbero a lamentarsi due morti e sedici feriti tra la popolazione.

Sul finire del 1945, ben 1300 soldati e ausiliarie del 2° Corpo avevano ottenuto la possibilità di studiare nelle Università italiane e si erano iscritti a vari atenei, assistiti, nella loro scelta, dal comandante Anders. Il quale, volendo evitare che quei giovani andassero incontro a contrasti come quelli che coinvolgevano le sue truppe, il 15 febbraio 1946 rivolse loro un appello in cui si poteva leggere: «Voglio richiamare la vostra attenzione sulla possibilità di provocazioni da parte di elementi ostili, in particolare comunisti. Resistete a questo genere di provocazioni, evitate reazioni individuali che possano essere dettate dal vostro temperamento». (...) Non mancarono scontri tra militari polacchi e la polizia, nel cui Corpo erano stati collocati a migliaia, dopo il 25 aprile 1945, ex partigiani comunisti per dare loro un lavoro e uno stipendio. Di questa decisione, imposta dal Partito comunista e fatta propria dai governi democristiani, fecero le spese i giovani monarchici napoletani che, dopo il referendum del 2 giugno 1946 per decidere tra Monarchia e Repubblica, in segno di protesta contro i brogli operati nella consultazione, erano scesi in piazza improvvisando una manifestazione davanti alla federazione del Partito comunista di Napoli. Era l’11 giugno 1946. La polizia aprì il fuoco e nove dimostranti restarono sul terreno. In quelle giornate di fuoco, il Re Umberto II fu sollecitato dai suoi più stretti collaboratori a ristabilire l’ordine ricorrendo alle maniere forti. I partiti filo-repubblicani, tra cui la Democrazia Cristiana, avevano attuato un vero e proprio colpo di Stato, nominando il leader cattolico Alcide De Gasperi «capo provvisorio dello Stato» in attesa della proclamazione ufficiale dei risultati della consultazione elettorale. Sarebbe bastato un ordine del Re per mobilitare i pochi reparti dell’Esercito e l’Arma dei Carabinieri. Fu in quell’occasione, che il generale Anders offrì ad Umberto II la piena disponibilità sua e dei suoi soldati per fare piazza pulita dei comunisti. Ma sta di fatto che non accadde nulla. «Non una goccia di sangue per me e la mia Casa», disse il Re ai suoi fedelissimi, accingendosi a partire per l’esilio in Portogallo.

La tensione tra i combattenti polacchi e le organizzazioni comuniste italiane proseguì fino all’autunno 1946, quando i soldati di Anders lasciarono l’Italia per raggiungere l’Inghilterra.

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