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Mercoledì, 20 Ottobre 2021

Il Magistero di Pio XII e l'ordine sociale

Copertina saggio

 

Sant'Agostino nella sua Città di Dio, uno dei testi che forse più hanno contribuito alla nascita della civiltà occidentale così come l'abbiamo conosciuta, riflettendo lungamente su uno dei termini più abusati e incompresi, oggi come ieri, scriveva - con un'espressione destinata ad avere lungo successo - che la pace altro non è che “la tranquillità dell'ordine”. Se questo resta vero a tanti secoli di distanza, per uscire dalla crisi attuale che attraversa il nostro Paese - come l'Europa occidentale, del resto - bisognerebbe trarne anche le debite conseguenze. Un recente volume di Giuseppe Brienza edito nella collana saggistica diretta dal professor Giovanni Zenone per la casa editrice veronese Fede & Cultura contribuisce ad illuminare ulteriormente un aspetto solitamente trascurato nel dibattito pubblico, ovvero la centralità della famiglia come organo naturale che preesiste allo Stato, ne custodisce in qualche modo la memoria comune e, quindi, garantisce l'ordine sociale stesso (cfr G. Brienza, Il magistero di Pio XII e l'ordine sociale, pp. 112, Euro 11,00). Lo studio, che si propone di riscoprire una figura oggi purtroppo dimenticata di studioso a trecentosessanta gradi della famiglia, il sociologo ed economista romano Ferdinando Loffredo (1908-2007), poggia infatti le sue considerazioni sulla base di una visione del mondo per cui – sulla scorta appunto della lezione di Loffredo – la patria non rappresenta tanto un concetto astratto o ideale, poetico o romantico, ma anzitutto una realtà visibile e molto concreta: la “famiglia delle famiglie” (pag. 9), ovvero un insieme di nuclei familiari regolarmente costituiti davanti alla società con una pubblica promessa che assicurano una discendenza, investono nel futuro e, così, educano ed istruiscono i cittadini e la classe dirigente di domani. Per questa autentica istituzione millenaria, laicamente generatrice del diritto e portatrice della migliore civiltà (chi non ricorda l'elogio immortale dell'insospettabile Foscolo nei Sepolcri: “Dal dì che nozze, tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose...”?) Loffredo spese – letteralmente – tutta la sua (quasi) centenaria esistenza lottando, spesso incompreso e in solitario, verso un mondo che stava cambiando a grandi passi. Lo fece convinto del fatto che le risposte alle nuove domande che gli uomini della modernità ponevano (prima ma ancora di più dopo, la rivoluzione culturale del 1968) andassero ricercate non in questa o quella legislazione straniera, come ancora oggi spesso si sente dire da qualche studioso colto ma col vizio ricorrente del'esterofilia – quanto piuttosto nella sapienza millenaria custodita dalla Chiesa attraverso il diritto naturale e la sua dottrina sociale. E' per questo motivo che lo studioso lesse e rilesse gli insegnamenti di un Papa pure molto denigrato – di cui è in corso il processo di beatificazione – come Pio XII (1939-1958): intimamente era persuaso che quello che il Pontefice proponeva allora non fosse un insieme di direttive di carattere pastorale, o confessionale, ma un quadro di orientamento sistematico diretto a tutti gli uomini di buona volontà, credenti o meno che fossero.

Certo, Loffredo personalmente era un cattolico ed un laico fortemente impegnato nell'apostolato (lavorò a lungo per l'Azione Cattolica di Luigi Gedda (1902-2000), in particolare per il “Fronte della Famiglia” come spiega il magistrato e storico Francesco Mario Agnoli nella prefazione all'opera, si veda “La politica natalista e la famiglia naturale nell'opera di Ferdinando Enrico Loffredo”, pp. 5-12), ma le grandi verità di ragione - per riprendere uno dei leitmotiv del pontificato di Benedetto XVI - dovrebbero essere di per sé evidenti a tutti, indipendentemente dall'(eventuale) orientamento religioso di riferimento. D'altronde, solo per citare un dato realissimo, stigmatizzato soprattutto dai cattolici ma che dovrebbe far seriamente riflettere non solo i cattolici, che l'Italia oggi detenga il primato della natalità più bassa in Europa è un fatto acclarato che ha ripercussioni molto pratiche anche sull'economia come sull'ingresso (e sull'uscita) dal mondo del lavoro, nonché sulla spesa sanitaria e pensionistica nel suo insieme. Da parte sua Loffredo era convinto che dalla crisi si potesse uscire non con degli incentivi economici o delle particolari agevolazioni – pure importanti – ma facendo leva “sulla posizione che l'ordinamento giuridico e le leggi dello Stato avrebbero dovuto non già attribuire, ma, proprio perchè istituto naturale antecedente allo Stato e al diritto positivo, doverosamente riconoscere alla famiglia” (pag. 10). Si tratta di un punto nodale e ancora oggi spesso frainteso nel vivace - ma confuso - dibattito pubblico, talora anche quello politico. Il fatto che nasciamo tutti in una famiglia, e grazie a una famiglia pubblicamente costituita grazie al vincolo matrimoniale, non è qualcosa di marginale o facoltativo, neanche per l'organizzazione della vita associata. E' vero semmai il contrario: alla lunga non ci sarebbe vita associata senza famiglia perchè è anzitutto nella famiglia e nel rapporto genitori-figli che ognuno di noi fa la primaria, e fondamentale, esperienza del fatto che si vive in relazione e attraverso la relazione.

Oggi invece l'indice di natalità del nostro Paese resta inferiore al 10 per mille il che vuol dire - come Brienza metteva in luce in altri studi - che si generano meno figli ora che durante gli anni del secondo conflitto mondiale, il che già la dice lunga sulla penetrazione del pensiero di matrice malthusiana e, più in generale, della mentalità materialistica, nel corpo sociale del nostro Paese, sostanzialmente ancora estraneo a certi virus nella prima metà del secolo scorso. La considerazione, peraltro, non è scontata, né pacifica tra gli studiosi, per cui bene fa l'autore a sottolineare come invece durante gli anni Trenta lo Stato considerasse la denatalità “il problema dei problemi” (cit. a pag. 22). Prova ne è – tra gli altri – il fatto stesso che l'opera principale di Loffredo, Politica della famiglia (1938), rechi un'articolata presentazione, non meramente di forma, redatta di proprio pugno dall'allora ministro dell'educazione nazionale, Giuseppe Bottai (1895-1959). Peraltro, non fu il solo encomio di peso che lo studioso ricevette: il testo di Loffredo infatti “fu accolto dal mondo culturale cattolico di allora con interesse” (pag. 22), a partire dall'organo ufficioso della Santa Sede, la rivista dei gesuiti “La Civiltà Cattolica”. Come rivelò lo stesso Loffredo nel corso di un'intervista concessa all'autore, padre Brucculeri, del collegio degli scrittori della storica rivista, recensì subito il volume “con un articolo di fondo di ben tredici pagine. Ciò voleva dire che in quel momento il mondo cattolico e la Santa Sede ritenevano molto utile questo lavoro per il bene dell'istituto familiare” (pag. 23). E ancora l'autore riporta il parere anche del politico liberale, deputato in Parlamento tra il 1963 e il 1968, Vittorio Zincone (1911-1968) che definì lo studio di Loffredo “ottimo” (pag. 25).

Oggi, a posteriori, si può osservare che l'analisi vergata da Loffredo sui mali che affligevano già allora la famiglia e che – se non affrontati – l'avrebbero ferita gravemente si è rivelata sostanzialmente esatta. Dopo l'introduzione della facoltà di divorziare nel nostro ordinamento giuridico (1970), confermata a livello popolare con il primo referendum della storia repubblicana (1974), l'Italia ha conosciuto tendenze disgregatrici verso la famiglia sempre più forti, oggi addirittura straripanti al punto che la stessa univocità del termine è violentemente dibattuta. Il mondo cattolico, da parte sua, se avesse seguito i Pontefici, avrebbe dovuto rispondere da molto tempo verso tali tendenze. L'autore sottolinea a tal proposito che il “Fronte della Famiglia” al cui servizio Loffredo si pose peraltro con genuino entusiasmo era solo “una delle diciannove opere collegate con l'Azione Cattolica” (pag. 34) che s'inserivano nell'ambito “delle iniziative e del dinamismo del movimento cattolico, seguito al radiomessaggio del Natale 1942 del Pontefice Pio XII” (pag. 35). Successivamente, come spiega ancora Brienza, è successo invece qualcosa, anche all'interno della comunità cristiana e si sono prese altre strade. Ma, come recita un vecchio adagio, non è mai troppo tardi per tornare indietro. Il pensiero di Loffredo, di cui l'opera ripropone integralmente il saggio “La sicurezza sociale nelle dichiarazioni del Pontefice Pio XII”(pp. 74-92), da questo punto di vista è anzi quanto mai istruttivo, in particolare laddove riscontra profeticamente l'inefficacia dei provvedimenti adottati sulla famiglia nel nostro Paese a motivo del “loro carattere frammentario, all'assenza di una visione organica e totalitaria del problema e dei rimedi indicati per la soluzione”, pag. 46). Un messaggio anche per la politica odierna.

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