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Mercoledì, 19 Gennaio 2022

Vittime e veri persecutori durante la guerra civile spagnola

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Il 20 dicembre scorso Benedetto XVI ha approvato la promulgazione del Decreto sul martirio dei Servi di Dio José Javier Gorosterratzu e cinque compagni martiri della Congregazione del SS.mo Redentore, martirizzati dai comunisti durante la guerra civile spagnola (1936-1939). Tale decreto ha aperto definitivamente la strada alla beatificazione dei 5 religiosi che sarà celebrata a Tarragona in Spagna, il 27 ottobre 2013.

Nonostante le vittime della rivoluzione spagnola beatificate o che lo saranno a breve dalla Chiesa hanno quasi raggiunto il migliaio, la sinistra socialista spagnola continua nella sua opera di deformazione storica sull’identificazione dei perseguitati/persecutori e, quindi, sul tema delle vittime della guerra civile. Il governo Zapatero, per veicolare il progetto del cosiddetto «recupero della memoria storica», ha persino fatto approvare una legge dello Stato, la «Ley de la Memoria historica» (26 dicembre 2007), con la quale si è in pratica ridotta la libertà di ricerca per gli storici spagnoli che non siano disposti a consacrare l’interpretazione ufficiale delle sinistre, vulgata che riduce il conflitto 1936-39 ad una mobilitazione reazionaria contro quello che sarebbe stato un moderato progetto riformista, cioè quello della Seconda Repubblica.

Con il giornalista e saggista Giuseppe Brienza, autore fra l’altro di un saggio specificamente dedicato alla persecuzione del clero spagnolo da parte dei Rojos, (cfr. Il Clero durante la “guerra civile spagnola”: la rivista ‘Razón y Fe”, in Nova Historica. Rivista internazionale di storia, anno X, n. 38, Roma luglio-settembre 2011, pp. 55-73), dialogheremo quindi sul tema della persecuzione dei cattolici vittime da parte del comunismo durante il XX secolo e, in particolare, durante la guerra civile spagnola.

Perché parlare ancora della persecuzione comunista della Chiesa nel Novecento?

Innanzitutto perché ne “parla” Benedetto XVI, sia con le canonizzazioni sia con il suo Magistero. Solo per citare un esempio di quest’ultimo, si pensi al videomessaggio inviato ai delegati del Congresso nazionale della Chiesa cambogiana (5-7 gennaio 2013), nel quale il Papa ha ricordato «il periodo di sconvolgimenti che ha fatto precipitare il Paese nelle tenebre». Nell’inferno dei Khmer rossi sono stati martirizzati, ha aggiunto il Pontefice, tanti pastori e laici che costituiscono oggi «un’inestimabile forza spirituale per ricostruire la comunità ecclesiale» nel Paese asiatico. Salutando infine i cattolici cambogiani Benedetto XVI li ha incitati ad essere «certi della preghiera dei vostri fratelli e delle vostre sorelle il cui sangue è scorso nelle risaie!».

E’ finita l’opera di propaganda ideologica anti-cristiana del comunismo?

No, perché continuano i tentativi di mistificazione storica utilizzati contro la Chiesa. Mi riferisco, ad es. alla Guerra Civile spagnola, ed al recente tentativo del Governo Zapatero di minimizzare e giustificare quanto avvenuto nella zona del Fronte Popolare, demonizzando invece quanto avvenuto nella zona dei Nazionali franchisti. Il governo repubblicano del 1931-39, secondo la versione di comodo che tentano ancora di propagandare le sinistre spagnole, si sarebbe visto scavalcato dall’attività di gruppi incontrollati, mentre nella zona Nazionale sarebbero state le stesse autorità a dirigere l’azione repressiva, la quale assunse così caratteri di genocidio o di sterminio. Per dare sfondo sentimentale a questa campagna politica, il PSE ha pianificato durante l’ultimo governo socialista l’esumazione di resti umani, sempre attribuiti a vittime provocate dal partito vincitore falangista, inalberando come bandiera i ricordi di coloro che erano bambini nel 1936 e le cui testimonianze sono state spiattellate senza sottoporle ad alcuna previa ed elementare verifica.

Quali fra le persecuzioni del comunismo alla Chiesa del Novecento necessitano ancora di essere raccontate nella loro verità?

Anche per quello che ho appena detto, ritengo la persecuzione operata dalla Seconda Repubblica spagnola (1931-1939). I cattolici martirizzati dai rivoluzionari, infatti, furono al di là delle mistificazioni uccisi per la stragrande maggioranza dei casi in odio alla fede e non perché "schierati" con una delle due parti in lotta. Furono insomma vittime della Repubblica, e solo in seconda battuta della guerra civile. Tale ottica è stata assunta, a oltre sessant’anni di distanza, dalla Congregazione vaticana delle cause dei Santi che, nel testo dei decreti di canonizzazione, parla esclusivamente di vittime di «persecuzione religiosa della Seconda Repubblica Spagnola». Ciò anche in considerazione del fatto che la persecuzione ebbe inizio esplicitamente fin dalla proclamazione della Repubblica, quindi dal 1931, e di quello per cui gli episodi di “martirizzazione” dei cristiani furono propagandati ideologicamente, disposti e realizzati fisicamente ad opera di una sola delle due parti della “guerra civile”, quella cioè dei Rojos.

Quante furono le vittime dirette dello scontro militare fra Rossi e franchisti?

Dati reali sui caduti della guerra civile spagnola, per evitare illazioni sull’influenza ideologica del regime, li possiamo trarre da uno studio del generale Ramón Salas Larrazábal, pubblicato nel periodo post-franchista (cfr. Perdidas de la guerra, Planeta, Barcelona 1977), che ricorre ad una base statistica solida e documentata. Risulta quindi che, fra il 1936 e il 1941, sono morti di morte violenta circa 300.000 maschi adulti, cifre che comprendono tanto i caduti in azione di guerra quanto coloro che furono oggetto di rappresaglie, su una popolazione di venti milioni di persone.

Quante furono invece le vittime complessive della persecuzione comunista durante la guerra civile spagnola?

Parallela ad una odiosa persecuzione amministrativa fu ordinata o tollerata, a seconda dei casi, dalle autorità governative e/o di partito, una persecuzione “fisica” dei cattolici in grande stile. Secondo stime ormai consolidate, tra il luglio 1936 e l’aprile 1939, subirono in tutto il martirio 6.832 cristiani, di cui oltre 900 sono stati finora beatificati. Fra questi rileva il caso del laico Ceferino Giménez Malla (1861-1936), beatificato nel 1997 da Giovanni Paolo II, che è il primo zingaro elevato all’onore degli altari. Fu fucilato presso il cimitero di Barbastro da miliziani repubblicani per il solo fatto di aver tentato di difendere un sacerdote che i rivoluzionari stavano maltrattando per condurlo agli arresti. Fra i martiri ecclesiastici, la maggioranza furono sacerdoti diocesani, 4.184, cui vanno aggiunti 12 vescovi, un amministratore apostolico, 2.365 religiosi e 238 tra suore e seminaristi.

Come mai i processi di beatificazione delle vittime della guerra civile sono stati così tardivi?

In effetti la serie di beatificazioni ha avuto inizio con grande ritardo, vale a dire il 22 marzo del 1986, con il decreto di approvazione del martirio di tre religiose carmelitane di Guadalajara. Ciò è accaduto, a mio avviso, per discutibili motivi di opportunità “politico-diplomatica”. Bisogna però allo stesso tempo dire che, anche al fine di “recuperare” l’enorme mole di documentazione accumulatasi fino allora nelle varie diocesi spagnole e dalla Congregazione delle Cause dei Santi, l’attuale Pontefice ha disposto, in una sola giornata, il Rito di beatificazione di 498 Martiri della persecuzione religiosa in Spagna, che ha avuto luogo a piazza San Pietro il 28 ottobre 2007.

Vi furono particolari realtà ecclesiali che hanno subito più delle altre il martirio da parte dai comunisti spagnoli?

Come in tutti gli episodi di persecuzione anti-cattolica che hanno connotato i secoli XIX e XX, anche in Spagna la congregazione che più ha patito abusi e violenze è stata la Compagnia di Gesù. Questo perché l’offensiva dei Rossi era di natura essenzialmente ideologica e, quindi, l’analisi intellettuale elaborata dai Gesuiti, penso ad esempio alla rivista “Razón y Fe” (Ragione e Fede), pubblicazione “corporativa” della Compagnia di Gesù in Spagna, analoga all’italiana Civiltà Cattolica, non poteva non essere identificata come il nemico per antonomasia della Rivoluzione. Razón y Fe, infatti, in particolare durante gli anni 1930, aveva elaborato un’articolata ed incisiva “risposta” della dottrina cattolica alle teorie ed alle prassi rivoluzionarie che, nella Spagna del tempo, furono incarnate dai socialcomunisti, anarchici e massoni promotori della seconda Repubblica spagnola. Responsabili della rivista durante il periodo della guerra civile furono i padri José Joaquín Azpiazu y Zulaica, S.J. (1887-1953), direttore, e Constantino Bayle, S.J. (1882-1953), vice-direttore.

Rispetto all’analisi delle origini e degli svolgimenti della rivoluzione spagnola, può ravvisarsi un’identità di vedute fra la lettura di Razón y Fe e quella dell’allora leadership del movimento nazionale franchista?

Se si guarda agli atti del Caudillo Francisco Franco (1892-1975) che, già prima dell’instaurazione nel 1939 dello Stato autoritario falangista, nei territori via via controllati dal suo esercito, reintegrò la Compagnia nei suoi diritti e nel suo patrimonio», additandola a paradigma della Tradizione penso che alla sua domanda si possa rispondere sostanzialmente sì. Del resto già Pio XI aveva inviato la propria benedizione a tutti coloro che, agli ordini del Generale Franco, «si erano proposti il difficile e pericoloso compito di difendere e restaurare i diritti e l’onore di Dio e della Religione», come affermò Papa Ratti nell’Allocuzione ai profughi di Spagna, del 1936.

Eppure la Santa Sede continuò a riconoscere la Seconda Repubblica Spagnola fino a quasi la fine della guerra civile, come mai?

A mio avviso la Santa Sede continuò a riconoscere la legittimità formale della Seconda Repubblica Spagnola più a lungo del necessario. Ciò fu dovuto, soprattutto, a causa delle resistenze opposte a tale decisione dall’allora Nunzio Apostolico a Madrid (dal 1922 al 1938), il cardinal Federico Tedeschini (1873-1959). Nel maggio 1938 Pio XI decise finalmente di riconoscere il Governo nazionale come l’unico governo legittimo della Spagna, con ciò ratificando la verità storica, oggi universalmente acclarata, per cui la persecuzione religiosa ebbe inizio fin dal 14 aprile 1931, data di proclamazione della seconda Repubblica spagnola. A partire da questo momento, che vide l'esilio del re Alfonso XIII, ebbero infatti inizio le innumerevoli distruzioni di chiese e uccisione di sacerdoti e religiosi, eventi sui quali la rivista Razón y Fe è tornata opportunamente ad occuparsi anche in tempi recenti (vedi il saggio di José Luis Ledesma Ledesma, La violencia contra el clero español (1936-1939): una interpretación histórica, in Razón y fe, tomo 263, n. 1347, Madrid 2011, pp. 45-60).

Quale atteggiamento assunse invece la Chiesa nazionale spagnola di fronte alle persecuzioni?

La “Lettera collettiva dei vescovi spagnoli a quelli di tutto il mondo in occasione della guerra civile in Spagna”, del 1° luglio 1937, pubblicata quando erano già stati assassinati più di 4.000 sacerdoti e religiosi, è la risposta più chiara a questa domanda. Nel senso che la Chiesa spagnola fece di tutto per evitare di dare ai Rossi il “pretesto” di additarla come nemica della rivoluzione ma, quando l’entità della persecuzione fu tale, la denuncia non poteva mancare, confermando tra l’altro la visione fino allora presentata tanto dai Gesuiti di Razón y Fe quanto da quelli italiani de La Civiltà Cattolica. Con la loro Lettera collettiva i vescovi adottarono ufficialmente una linea che farà discutere fino ai nostri giorni, ravvisando nell’insurrezione civico-militare anti-comunista una radice patriottica e religiosa volta alla salvaguardia dell’identità e della storia culturale della nazione. La Chiesa spagnola, inoltre, mostrò di nutrire solo dalla vittoria dei nazionali, cioè dei franchisti, le speranze di una sopravvivenza dei diritti della Fede nonché dei valori della tradizione religiosa della Nazione.

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