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Lunedì, 29 Novembre 2021

L'Unità d'Italia. Centocinquant'anni: 1861-2011

Copertina_G. Biffi-L'Unità d'Italia

 

Il cardinale Giacomo Biffi, Arcivescovo emerito di Bologna, è ormai da diversi decenni una delle intelligenze più vivaci, oltre che culturalmente preparate, del cattolicesimo nostrano. Con questo agile volumetto edito per i tipi della Cantagalli di Siena (G. Biffi, L'Unità d'Italia. Centocinquant'anni: 1861-2011, pp. 84, Euro 8,00) che raccoglie una serie di appunti ragionati sull'identità italiana, il prelato si conferma cultore appassionato della nostra storia: non solo, evidentemente, di quella ecclesiastica e religiosa, ma anzitutto artistica, letteraria, musicale e persino scientifica. Il lavoro – composto di una premessa, undici capitoli e una conclusione – prende avvio dall'anno 1796, ovvero “l'anno dell'ingresso nelle nostre regioni delle truppe guidate dal generale Bonaparte” (pag. 7) che segnò a tutti gli effetti l'inaugurazione della rivoluzione francese nella sua 'versione italiana'. I soldati e le bandiere che attraversano la nostra Penisola in quei mesi, infatti, “richiamavano oggettivamente tutto ciò che in Francia si era compiuto a partire dal 1789 e soprattutto dal 1793: in campo religioso, l'introduzione del culto (astratto e cerebrale) della Ragione prima e poi quello (senza alcuna risonanza nell'anima popolare) dell'Essere Supremo; nel campo dell'amministrazione della giustizia, la legislazione sui 'sospetti' (e segnatamente la terribile legge del 22 aprile 1794), che aveva consentito di arrestare e sopprimere senza procedure giuridiche migliaia e migliaia di persone innocenti; e, tra le decisioni politiche, il regicidio e il genocidio vandeano [Insomma] l'impatto con la realtà italiana non poteva essere più traumatico, sicché é abbastanza plausibile far risalire a quell'evento l'avvio di un'altra e ben diversa epoca della nostra storia” (pagg. 9-10).

Affrontando poi nello specifico il tema-centrale del cd. Risorgimento, che tra l'altro parrebbe più opportuno e corretto definire, anche sulla scorta delle testimonianze storiche del tempo, 'rivoluzione italiana', l'Autore tiene a sottolineare dei dati di fatto non irrilevanti precedenti il processo di unificazione e che ancora oggi vengono spesso tenuti ai margini del (troppo) ideologizzato dibattito storiografico: il pluralismo statuale che aveva connotato la nostra storia pre-unitaria, ad esempio, “comportava inconvenienti anche gravi ma non era un fenomeno del tutto negativo: corrispondeva a un certo genio del nostro popolo e aveva dato tra l'altro, come ammirevole risultato, il fascino impareggiabile di molte città italiane vestite a festa come si conviene alle capitali. Non se ne tenne conto alcuno. E a una integrazione rispettosa delle particolari ricchezze si preferì la via sbrigativa di una imposizione livellatrice. A tutte le regioni d'Italia, così diverse tra loro per indole, per tradizioni secolari, per condizioni concrete, fu estesa la legislazione, la struttura amministrativa, la burocrazia piemontese” (pag. 28) dando luogo a quel pervasivo fenomeno di omogeneizzazione istituzionale indiscriminata meglio noto come 'piemontesizzazione'. A seguire, in questa ricostruzione critica del processo di unificazione nazionale, l'Autore non risparmia anche delle osservazioni sparse finemente umoristiche, come quella relativa alla retorica dei 'padri della Patria' (Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini), che gode di un fortunato credito anche oggi. In realtà, come scrive Biffi, “la sola cosa che accomunava questi 'padri' del Risorgimento è che nessuno di loro poteva soffrire gli altri tre” (pag. 29).

Le pagine più riuscite sono però senz'altro quelle relative al processo di radicale scristianizzazione che viene portato avanti - contro le radici profonde del Paese reale - in quegli anni: “é stato un dramma spirituale e morale che a motivare e a condurre il processo unitario fosse un'ideologia [il liberalismo risorgimentale di matrice illuministica, ndr] deliberatamente antiecclesiale. Ci si è posti così in conflitto con i sentimenti più profondi del nostro popolo, con le sue tradizioni più radicate, con la più evidente ragione della sua specificità. In tal modo, si sono messe le premesse a una sorta di alienazione degli italiani, che difficilmente sarebbero arrivati a percepire il nuovo Stato come qualcosa di connaturale e di proprio” (pag. 32). Così, se ai cattolici in questi anni è stato a lungo indirizzato il rimprovero di 'non avere il senso dello Stato', l'Autore si chiede a sua volta se non sia vero anche il contrario, cioè che i 'costruttori', prima, e i 'gestori', poi, dello Stato unitario non abbiano avuto il benché minimo 'senso della Nazione' (che, come noto, preesiste allo Stato). Insomma, non per spirito di rivalsa ma per pura fedeltà alla veridicità storica, se è vero che nel 1861 in qualche modo si é dato origine all'Italia politica, tuttavia bisogna anche osservare che “agli occhi del mondo gli italiani esistevano già da almeno sette secoli e, proprio come italiani, almeno da sette secoli erano oggetto di stima e di ammirazione da parte di tutti gli altri popoli” (pag. 56). Di questa antica e longeva italianità il dato religioso è stato un tratto fondamentale e, in certi periodi storici, persino discriminante in senso positivamente unitario: “l'elemento più potente di aggregazione delle varie genti della penisola é stato il comune possesso della fede cristiana e del suo radicamento almeno implicito nelle menti, nei cuori, nelle coscienze. Il Vangelo di Cristo – a partire dalla fine del secolo IV – in ogni angolo della nostra terra é stato accolto e assimilato, ovviamente con tutte le lacune, le incoerenze, le contraddizioni comportamentali che non dovrebbero meravigliare nessuno [...] Le genti d'Italia – tutte le genti d'Italia – hanno attraversato i secoli nella certezza di provenire da un Dio, Creatore e Padre; sorrette dalla speranza di una vita eterna, che va meritata nella vita terrena; con l'impegno a tentare di vivere come fratelli (senza riuscirci troppo) e a realizzare questo impegno nelle opere anche sociali di carità. Questo patrimonio di convinzioni – che poteva talvolta essere posseduto in forma confusa e sottintesa – ha segnato in modo decisivo la mentalità del nostro popolo. E – cosa che per la nostra riflessione è ancora più decisuva – questa fede non è rimasta racchiusa nel segreto degli animi o nascosta sotto la splendida ripetitività dei riti. E' fiorita socialmente in una cultura, che ha arricchito di sé ogni modalità di esistenza, di elaborazione concettuale, di esperienza estetica, di vita. Molti tra i frutti più nobili e preziosi maturati tra noi dallo spirito umano in tutti i campi, (del pensiero, della poesia, dell'arte) portano incancellabili i segni della loro dipendenza dalla visione cristiana. Le istituzioni che più hanno onorato le nostre città (università, ospedali, monti di pegno, opere di solidarietà sociale, ecc) nascono tra noi dalla parola di Cristo” (pag. 62). Infine, e per concludere, l'attualità delle riflessioni di Biffi è testimoniata ancora oggi dal fatto obiettivamente non irrilevante che “non si possono percorrere le nostre strade, non si possono ammirare le nostre architetture, non si possono visitare le nostre raccolte d'arte, non si possono leggere i nostri poemi, senza incontrare una straordinaria 'inculturazione del Credo cattolico'” (pag. 62).

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