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Domenica, 08 Dicembre 2019

La fatale contraddizione di Genova

Mentre l’Italia guarda con orrore alla tragedia dell’alluvione a Genova intanto la magistratura apre una inchiesta per disastro colposo contro ignoti. Dopo l’ennesimo disastro si accendono le solite polemiche: si è costruito selvaggiamente e senza regole là dove non si doveva. Gli abusi edilizi e la spregiudicatezza nell’edificare sono elementi che vanno eliminati se si intende scongiurare il rischio di catastrofi dopo quello che abbiamo visto in questi giorni. Questa è la prevenzione che doveva essere fatta nel corso degli anni e che purtroppo non viene mai fatta da nessuna amministrazione comunale sia di sinistra che di destra, sia che siamo in un territorio del Nord che del Sud.

Ma la prevenzione immediata quella si può e si deve fare, a quanto pare è proprio quella che è mancata ieri a Genova, infatti la gente inviperita ha duramente contestato il sindaco Marta Vincenzi che tra l’altro, a quanto pare aveva ordinato di tenere le scuole aperte, ma contemporaneamente aveva consigliato ai genovesi di stare in casa e di non uscire. Bella contraddizione. Così come hanno commentato quasi tutti i giornali questa mattina, mamme, figli, figlie, sorelle, sono morti a causa delle scuole aperte. Quella mamma albanese Shiprese Djala, 28 anni, preoccupata per quell’apocalisse della pioggia, è corsa a scuola per prendere Gioia di 8 anni, con la piccola Janissa, un anno, tra le braccia. Tutte e tre sono morte nell’androne di un palazzo a pochi metri dalla scuola, travolte dall’onda di piena. “Alla Giovanni XXIII non si danno pace, scrive Il Secolo IX.it: «Arrivavano i genitori lividi dalla paura e dall’apprensione per i loro bambini. Cercavamo di convincerli a restare, di trattenerli, ma molti temevano di rimanere bloccati - racconta il segretario della scuola, Tommaso Pezzano -, allora per non lasciarli andare li mandavamo dai vigili urbani, lì fuori, che fossero loro a persuaderli. Altri invece si sono fermati con noi, abbiamo raccolto i panini e l’acqua che c’erano ancora nel refettorio e lo abbiamo diviso. Un papà ha racimolato tre candele e con quelle ci siamo aiutati fino a sera quando la cinquantina di persone, adulti e bambini che erano rimasti qui sono stati portati via dai soccorritori”. La cronaca del giornale genovese descrive la rabbia del personale della scuola. Ci hanno mandato una nota dal Comune - racconta Pezzano -, poche righe: stato di allerta meteo, ma che cosa significa? Tutto e nulla. E noi cosa avremmo dovuto fare? Nessuno ci dava indicazioni”. Nella comunicazione scritta del Comune di Genova, testualmente, «si invitano pertanto le famiglie a connettersi tempestivamente con i mezzi di comunicazione pubblici per acquisire informazioni su eventuali provvedimenti adottati a tutela della pubblica incolumità». «Si´, peccato che alle 11 luce e quindi tv e internet sono saltati, neppure i cellulari funzionavano e anche per questo molti genitori sono corsi a scuola per prendere i loro bambini, per portarli a casa, per averli sotto gli occhi - dice Pezzano amaramente -. Abbiamo deciso noi autonomamente di tenere i bambini rimasti e di accogliere quelli che volevano entrare. Ma nessuno per ore e ore si è presentato per chiederci come andava. Eppure noi eravamo al centro dell’inferno. Solo alle 13 una vigilessa, disperata perché aveva perso il suo collega e non riusciva a trovarlo, è entrata nella scuola e ci ha detto di andare ai piani alti per metterci in salvo”.

All’interno della scuola, dunque, i bimbi erano effettivamente sicuri ma molti sono convinti che la chiusura degli istituti avrebbe potuto evitare la tragedia, “dando ai cittadini - dice un insegnante - il vero senso dell’allarme e della preoccupazione delle autorità”. Ieri sera un cronista della Rai ha telefonicamente parlato durante il Tg delle 20 con una insegnante ancora in classe e con la scolaresca e anche questa si lamentava della non chiusura della scuola.

Infine può essere addebitata alla scuola la morte della giovane di 19 anni, Serena Costa che con il suo scooter era andata a prendere il fratellino a scuola. Ritornando al tema della prevenzione, certamente gli operatori della scuola Giovanni XXIII a quel punto hanno cercato di rimediare, però bisognerebbe rispondere a quella frase: “noi cosa avremmo dovuto fare?” Semplicemente chiudere la scuola. Spesso capita che i capi di Istituti, presidi, dirigenti scolastici, non si prendono la responsabilità di chiudere le scuole, hanno una specie di panico, pensano che devono a tutti i costi onorare quel numero fatidico di giorni di apertura scolastica annuale, non ricordo bene, mi sembrano 200 giorni. Hanno paura di essere poi ammoniti dai provveditori, dai burocrati del ministero. E così capita che le scuole si chiudono soltanto dopo le tragedie. Sarebbe ora di finirla con questa leggenda di tenere sempre e comunque le scuole aperte, come se fosse una questione di vita o di morte, un necessario pronto soccorso per l’utenza. A volte mi sembra che invece di migliorare la qualità (la didattica) della nostra scuola si punta a parcheggiare il più possibile gli alunni nelle nostre scuole.

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