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Martedì, 15 Ottobre 2019

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“Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto.” diceva Gilbert Keith Chesterton. A giudicare dai comportamenti di chi non crede che Gesù Cristo sia il figlio di Dio, come dare torto al grande scrittore inglese? Sarà pur vero che i cristiani, agli occhi dei non credenti, professano riti stravaganti e senza senso, ma che dire delle ridicolaggini praticate dagli illuministi, dai razionalisti, dagli agnostici, dai laicisti o dagli appartenenti ad altre fedi? L’ultima demenza in ordine di tempo è andata in scena l’11 maggio, dove il 20% dei romani ha scelto di non andare a lavorare per timore che una terribile profezia laica “terremotasse” la capitale d’Italia. Se si dovessero citare le “scemenze”, le superstizioni, le credenze popolari, le abitudini, le usanze e le scaramanzie messe in pratica dai non cristiani, non basterebbe una biblioteca per contenerle tutte. Gli specialisti della mente sostengono che le fobie, le manie, le ossessioni, le perversioni e le cattiverie scaturiscono dal senso di precarietà della vita o da mancate risposte esistenziali. Teoria che si concilia perfettamente con l’assenza di risposte ultime, certe e definitive, che i sistemi filosofici atei e le religioni non cristiane non riescono a dare ai loro seguaci. Così può accadere che, privi della bussola interiore che solo il cristianesimo può dare, molti “scombussolati”: leggono gli oroscopi; frequentano maghi e cartomanti; si fanno saltare in aria per accoppiarsi nell’aldilà con vergini e pulzelle; non mangiano vacche, maiali e crostacei convinti di evitare l’inferno; ricorrono all’eutanasia al primo sintomo di raffreddore; ammazzano i bimbi nei grembi delle madri esultando per il mancato pericolo; si sposano tra maschi convinti di metter su famiglia e bevono, si drogano e si trastullano nella convinzione di aver trovato la ricetta della felicità. Ma il guaio più grosso esercitato dagli “scombussolati”, non è la qualità o la quantità delle bestialità praticate, ma l’incapacità di rendersi conto delle “patologie” da cui sono affetti. Pensare di riuscire a dare un senso alla vita a prescindere dalla pienezza portata dal cristianesimo, è pia illusione che al massimo genera sonno eterno, morte e senso del ridicolo.

Per diffondere l’ideologia gay a livello planetario, dal 5 al 17 maggio le lobby omosessuali internazionali hanno organizzato in tutte le città del mondo, convegni, seminari, spettacoli e manifestazioni. Come noto, a criticare chi ha scambiato una pulsione per amore vero e a ricordare a chi pratica “diversamente”, che la natura non solo non dona figli, ma “regala” virus e morte , si viene automaticamente tacciati di omofobia. Se è vero che i “critici” contemporanei che ritengono superiore il modello Giulietta & Romeo piuttosto che lo sgraziato prototipo Giulietto & Romeo, vengono sovente accusati di non essere degli stinchi di santi, quindi non in condizione di fare la morale ai “diversamente orientati”, perché non conoscere ciò che i Santi veri pensavano dell’omosessualità? Santa Caterina da Siena, nel Dialogo della divina Provvidenza, così si esprimeva sul vizio contro natura: “Non solo essi hanno quell’immondezza e fragilità, alla quale siete inclinati per la vostra fragile natura (benché la ragione, quando lo vuole il libero arbitrio, faccia star quieta questa ribellione), ma quei miseri non raffrenano quella fragilità: anzi fanno peggio, commettendo il maledetto peccato contro natura. Quali ciechi e stolti, essendo offuscato il lume del loro intelletto, non conoscono il fetore e la miseria in cui sono; poiché non solo essa fa schifo a Me, che sono somma ed eterna purità (a cui tanto abominevole, che per questo solo peccato cinque città sprofondarono per mio giudizio, non volendo più oltre sopportarle la mia giustizia), ma spiace anche ai demoni, che di quei miseri si sono fatti signori. Non è che ai demoni dispiaccia il male, quasi che a loro piaccia un qualche bene, ma perché la loro natura è angelica, e perciò schiva di vedere o di stare a veder commettere quell’enorme peccato”. Il francescano san Bernardino da Siena nella Predica XXXIX proclamò “Non è peccato al mondo che più tenga l’anima, che quello della sodomia maledetta; il quale peccato è stato detestato sempre da tutti quelli che sono vissuti secondo Iddio. La passione per delle forme indebite è prossima alla pazzia; questo vizio sconvolge l’intelletto, spezza l’animo elevato e generoso, trascina dai grandi pensieri agli infimi, rende pusillanimi, iracondi, ostinati e induriti, servilmente blandi e incapaci di tutto; inoltre, essendo l’animo agitato da insaziabile bramosia di godere, non segue la ragione ma il furore”. San Tommaso definì l’omosessualità come il vizio contro natura più grave, equiparandolo al cannibalismo e alla bestialità. “L’intemperanza è sommamente riprovevole, per due ragioni. Innanzitutto perché ripugna sommamente all’umana eccellenza, trattandosi di piaceri che abbiamo in comune coi bruti. Secondariamente perché ripugna sommamente alla nobiltà ed al decoro, in quanto cioè nei piaceri riguardanti l’intemperanza viene offuscata la luce della ragione, dalla quale deriva tutta la nobiltà e la bellezza della virtù. I vizi della carne che riguardano l’intemperanza , benché siano meno gravi quanto la colpa, sono però più gravi quanto all’infamia. Infatti la gravità della colpa riguarda il traviamento dal fine, mentre l’infamia riguarda la turpitudine, che viene valutata soprattutto quanto all’indecenza del peccato.  Ma i vizi che violano la regola dell’umana natura sono ancor più riprovevoli. Essi vanno ricondotti a quel tipo di intemperanza che ne costituisce in un certo modo l’eccesso: è questo il caso di coloro che godono nel cibarsi di carne umana, o nell’accoppiamento con bestie, o in quello sodomitico”. (San Tommaso D’Aquino o.p., Summa Theologica, II-II,q.142,a.4). San Giovanni Crisostomo  commentando l’epistola di san Paolo ai Romani affermò: “Le passioni sono tutte disonorevoli, perché l’anima viene più danneggiata e degradata dai peccati di quanto il corpo lo venga dalle malattie; ma la peggiore fra tutte le passioni è la bramosia fra maschi. I peccati contro natura sono più difficili e meno remunerativi, tanto che non si può nemmeno affermare che essi procurino piacere, perché il vero piacere è solo quello che si accorda con la natura. Ma quando Dio ha abbandonato qualcuno, tutto è invertito! Perciò non solo le loro passioni sono sataniche, ma le loro vite sono diaboliche. Perciò io ti dico che costoro sono anche peggiori degli omicidi, e che sarebbe meglio morire che vivere disonorati in questo modo. L’omicida separa solo l’anima all’interno del corpo. Qualsiasi peccato tu nomini, non ne nominerai nessuno che sia uguale a questo, e se quelli che lo patiscono si accorgessero veramente di quello che sta loro accadendo, preferirebbero morire mille volte piuttosto che sottrarvi. Non c’è nulla, assolutamente nulla di più folle o dannoso di questa perversità”. (San Giovanni Crisostomo, Homilia IV in Epistula Pauli ad Romanos). Le citazioni sull’omosessualità proferite dai Santi del passato, potrebbero continuare all’infinito. Peccato che nei dibattiti culturali e nei salotti buoni della TV queste naturali ed ovvie considerazioni, vengano sistematicamente ignorate e snobbate. Citarle, equivarrebbe a far ragionare chi ancora dovesse nutrire dubbi circa la “normalità” e la liceità dei comportamenti omosessuali. Gli omosessuali non vanno discriminati, ma semplicemente indotti ad usare la ragione.

Dopo essere stato paradossalmente trucidato dai suoi amici palestinesi a cui aveva donato la vita, Vittorio Arrigoni, anche da morto,  ha dovuto subire l’ennesima onta.  Ateo e comunista dichiarato, nemico di ogni chiesa e di ogni Dio, ha dovuto controvoglia “subire” l’estremo saluto sotto forma di funerale cattolico. Chissà se i sacerdoti che hanno celebrato le esequie si saranno resi conto, non solo di aver irritato gli amici integralisti islamici di Hamas presenti alla cerimonia che consideravano Arrigoni un loro fratello, ma soprattutto di aver “violentato” la sua volontà laica e irreligiosa.  I preti che hanno concelebrato la funzione funebre, dovrebbero spiegare all’opinione pubblica, quali grazie sarebbero dovuto scendere dal cielo nel benedire una salma che in vita non ha mai messo un piede in chiesa. E  come non definire bestemmie le parole di Mons. Hilarion Capucci che ha testualmente asserito “Vittorio è stato un difensore di questo gregge. È morto come Cristo per un popolo maltrattato. È un martire, un eroe, un santo di questo popolo”? Ma il Vescovo di Gerusalemme, è a conoscenza che Gesù Cristo, a differenza del collaboratore di Hamas non era antisemita, non definiva gli ebrei demoni sionisti, oppressori ed affamatori di popoli, non aiutava formazioni armate e soprattutto amava tutti indistintamente? Inoltre, il blasfemo vescovo filo palestinese, non sapeva che Gesù Cristo salì volontariamente sulla croce anche se da figlio di Dio avrebbe potuto evitarlo? Se la cattolicità sta perdendo fedeli, è fondamentalmente “grazie” a questa nuova generazione di preti che preferisce darsi alle opere umanitarie e alla politica, anziché annunciare la vera dottrina al popolo di Dio.

Una riforma della giustizia civile e penale per salvare il Paese 

 

 

Tutti in Italia conoscono Forum, la famosa trasmissione televisiva la cui prima edizione risale addirittura al 1985. Forum viene seguita a tal punto dal pubblico da venire proposta in doppio appuntamento e la sua popolarità non è stata mai scalfita malgrado gli oltre venti anni di programmazione.

A cosa è dovuto questo successo? Il segreto sta nella formula, i casi portati davanti al giudice sono tratti dalla quotidianità: problemi tra vicinato, famiglie allargate in cui si sono persi i punti di riferimento umani e sociali, rapporti di lavoro turbolenti.

Ma il vero motivo del successo  deriva dal fatto che i ricorrenti invece di avviare il classico processo accettano di affidare il loro caso ad un soggetto terzo, l’arbitro, il quale emette un giudizio definitivo che risolve in tempo reale il loro problema. Il lodo, dopo essere stato depositato e giudicato regolare da un giudice, assume lo stesso valore di una sentenza tradizionale.

A questo punto qualcuno si chiederà del perchè tutto questo panegirico su Forum. Perché il successo della trasmissione testimonia il desiderio di autentica giustizia che agogna fra gli italiani. Tutti vogliono una giustizia “a misura d’uomo”, giacchè si sa che la giustizia italiana è “ingiusta”.

Invece, una giustizia che funziona favorisce una società ordinata, attenua i conflitti sociali, migliora i rapporti fra la gente, responsabilizza gli attori, accorcia i tempi di attesa, traccia un confine chiaro tra il bene e il male, migliora le condizioni economiche di un Paese, restituisce fiducia verso le istituzioni.

Se ognuno di noi facesse mente locale, si accorgerebbe che quasi tutti i problemi di questa nostra Italia sono riconducibili ad una giustizia che proprio non funziona.

Le imprese straniere investono poco in Italia?  Fra i primi motivi da loro dichiarati vi è l’ assenza di certezza del diritto.

Gli immigrati clandestini scorazzano indisturbati nella penisola? Ovvio! Attraverso i social network,  tutto il mondo sa che tra  patrocinio legale gratuito, sentenze  che fanno a pugni con lo spirito originario delle leggi vigenti e magistrati destabilizzanti, in Italia si fa ciò che si vuole.

I micro delinquenti e gli spacciatori diventano sempre più arroganti? Per forza! Qualche giorno dopo il reato vengono regolarmente rimessi in libertà.

In ogni ambito della vita sociale ci sono problemi analoghi. A parte i giustizialisti di professione (politica), nessuno ha più la sensazione della tranquillità giudiziaria.

Ormai i processi sono diventati una specie di gioco dell’oca. Anche se si arriva al giudizio definitivo della Cassazione, se il risalto mediatico lo giustifica o se qualche PM investito da sacro furore tecnocratico la pensa diversamente, anche senza prove rilevanti, il processo riparte di nuovo.

Poi, guai ad avere un nome noto. Enzo Tortora fu il primo ad essere inseguito e poi assolto per non avere commesso il fatto. Da allora centinaia, forse migliaia di casi analoghi.

Noi siamo assertori del fatto che la maggioranza degli 8000 (9000) giudici italiani svolge il proprio lavoro con abnegazione, spirito di sacrificio e autentica passione civile. Ma mi domando, quanti di loro sono autenticamente senza alcun tipo di condizionamento?

Se infatti non si iscrivono ad una corrente della magistratura rischiano a causa delle decisioni del loro organo di autogoverno (il CSM) con ripercussioni alle loro carriere. Anche loro sono vittime di questa politicizzazione di alcuni settori della magistratura.

Anni fa  il regista Nanni Loy, girò un film drammatico di denuncia, “Detenuto in attesa di giudizio”. Il protagonista, un grandissimo Alberto Sordi che con la sua  straordinaria interpretazione vinse il David di Donatello e l’Orso d’ Oro al Festival di Berlino, incappa in un caso di mala giustizia con tanto di  persecuzione giudiziaria.

Alla fine, dopo un lungo calvario il protagonista del film riesce a far valere i suoi diritti e la sua innocenza, riacquistando la sua libertà ma restando ormai segnato fisicamente e psicologicamente per tutta la vita.

Era il 1971, nessun personaggio celebre allora era incappato nelle maglie della mala giustizia (ogni riferimento a uomini dei nostri tempi è assolutamente voluto) e il personaggio si chiamava Giuseppe (come tutti sanno è il nome di battesimo più  comune in Italia) e il cognome era Di Noi , a significare che potrebbe capitare a ciascuno di noi.

Come bene ha spiegato ai media il Ministro della Giustizia Angelino Alfano, riformare la Giustizia è ormai  fattore non più derogabile.

 

Alessandro Pagano

 

 

 

Rompere il muro di silenzio imposto dalle autorità militari statunitensi è impossibile, ma è probabilissimo che mercoledì 27 aprile nella base militare di Sigonella si sia sfiorata, ancora una volta, la tragedia. Alle ore 11,35 circa, durante la fase di atterraggio, un cacciabombardiere F-16 è uscito di pista e il pilota si è salvato lanciandosi con un paracadute un attimo prima dell’impatto del velivolo con il terreno. A seguito dell’incidente è stata ordinata la chiusura dello scalo e i velivoli impegnati nelle operazioni di guerra alla Libia sono stati dirottati sull’aeroporto di Trapani-Birgi. Il comando NATO si è rifiutato di divulgare la nazionalità del caccia, anche se ha riconosciuto trattarsi di un mezzo “di un paese non aderente all’Alleanza atlantica che tuttavia sta supportando la missione Unified Protector”. Il mistero è stato rivelato dall’agenzia France-Press: l’F-16 appartiene all’Al-Imarat al-‘Arabiyya al-Muttahida, l’aeronautica militare degli Emirati Arabi Uniti ed era decollato qualche ora prima da un aeroporto greco. L’aereo è uno dei dodici cacciabombardieri (sei F-16 e sei “Mirage”) che gli Emirati hanno trasferito il 27 marzo scorso nell’aeroporto sardo di Decimomannu per partecipare con la “coalizione dei volenterosi” a guida NATO ai bombardamenti contro le forze armate filo-Gheddafi.

In forza allo Stormo caccia della base aerea di Al Dhafra, l’F-16 “Desert Falcon” è configurato nella versione monoposto “E”, prodotta in esclusiva per gli Emirati Arabi: con un radar AN/APG-80 che fornisce la capacità di tracciare e distruggere simultaneamente bersagli aerei, il velivolo è armato di missili AIM-132 ASRAAM ed AGM-84E SLAM. Per lo sviluppo di questi sofisticatissimi strumenti di morte, gli emiri hanno sborsato più di 3 miliardi di dollari. Il loro battesimo di fuoco risale all’agosto 2009: insieme ai bombardieri strategici dell’US Air Force e ai caccia AMX del 51° Stormo di Istrana e dal 32° Stormo di Amendola dell’AMI, furono eseguiti combattimenti aerei e veri e propri bombardamenti nei vasti poligoni desertici prossimi alla base statunitense di Nellis, Las Vegas.

Quello del 27 aprile è solo l’ultimo di una lunga lista d’incidenti che hanno interessato i velivoli militari schierati sullo salo siciliano di Sigonella. Il 17 febbraio 2005, un elicottero da trasporto MH-53 “Sea Dragon” assegnato all’Helicopter Support Squadron 4 della US Navy, si schiantò su una delle piste durante un addestramento all’interno della base. I quattro membri dell’equipaggio riportarono gravi ferite e furono ricoverati d’urgenza in ospedale. Meno di un anno prima, il 27 agosto 2004, all’interno di un altro elicottero MH-53E si sviluppò un incendio mentre era parcheggiato nella stazione di rifornimento idrico di Sigonella. Il velivolo era rientrato da una missione di volo; gli uomini dell’equipaggio fuggirono miracolosamente  dalle fiamme riportando però gravi ustioni e furono costretti al ricovero presso il reparto di rianimazione dell’ospedale Garibaldi di Catania.

Si era concluso tragicamente invece l’incidente capitato il 16 luglio 2003 ad un terzo elicottero da trasporto dello Squadrone HC-4: nell’impatto del velivolo con un terreno nei pressi di un distributore di benzina fuori il centro abitato di Ramacca (Catania), persero la vita quattro marines USA. Secondo un testimone oculare, prima di precipitare al suolo il mezzo militare avrebbe tentato senza successo di atterrare presso un invaso per irrigazione. Attorno ai resti del velivolo fu creato un vero e proprio cordone sanitario: le autorità statunitensi vietarono ai Vigili del fuoco e ai Carabinieri di avvicinarsi alla zona d’impatto e a domare le fiamme e transennare l’area intervenne solo una squadra specializzata della US Navy. Alcuni testimoni oculari denunciarono la presenza tra i soccorritori di una unità di controllo per l’inquinamento chimico e batteriologico. Il rapporto ufficiale della marina militare statunitense affermò che a causare l’incidente era stato un incendio scoppiato nel vano motore n. 2 dell’elicottero “a causa del danneggiamento di un bullone An3”. “Altri fattori che potrebbero aver causato lo schianto – si legge ancora nel report – i forti venti e il mancato coordinamento tra la cabina di pilotaggio e il resto dell’equipaggio. Il pilota non riuscì inoltre ad accrescere la potenza per arrestare la discesa dell’elicottero prima dell’impatto”. L’inchiesta accertò però che gli incendi ai motori dell’MH-53 erano tutt’altro che un evento raro. Il 27 giugno 2002, durante un atterraggio a Sigonella, forse proprio per le fiamme sviluppatesi accidentalmente a bordo, un quarto MH-53E dell’Helicopter Support Squadron 4 si era schiantato sulla pista: l’elicottero andò interamente distrutto ma l’equipaggio se la cavò con qualche lieve ferita.

Il 5 luglio 1990 fu la volta di un cacciaintercettore F-104 del 4° Stormo dell’Aeronautica militare italiana a precipitare nelle vicinanze della città di Caltagirone (Catania), subito dopo il decollo dalla base di Sigonella. Il pilota, Sergio Scalmana di 30 anni, morì sul colpo. Il caccia si era levato in volo insieme ad un altro F-104 per un’esercitazione sul Canale di Sicilia, quando improvvisamente il capitano Scalmana comunicò alla torre di controllo di avere noie al motore e di essere in procinto di tentare un atterraggio di emergenza sulla Statale 417 Catania-Gela. Il pilota perdeva però il controllo del mezzo che si schiantava in aperta campagna, prendendo fuoco.

Ancora più dietro negli anni, tra gli incidenti ai velivoli della stazione aeronavale siciliana, si ricorda quello avvenuto il 19 novembre 1998 ad un elicottero CH-46 “Sea Knight”, precipitato per cause ignote al largo di Riposto, cittadina ad una trentina di chilometri a nord di Catania. Quattro le vittime. Anche stavolta i militari USA invitarono con un messaggio scritto Carabinieri, Marina militare e Guardia costiera italiana “a non prestare assistenza” al velivolo scomparso in mare, “perché autonomi”.

Gravissimi i rischi di dispersione nell’ambiente di radioattività ed altri agenti inquinanti in occasione di due incidenti verificatisi nella seconda metà degli anni ottanta nella baia di Augusta (Siracusa), utilizzata per gli scali delle unità navali e dei sottomarini a propulsione nucleare USA e NATO. Il primo avvenne l’1 aprile 1986, quando a bordo della portaerei “USS America”, ormeggiata in rada, un caccia si scontrò con un elicottero presumibilmente del tipo SH-3H “Sea King”. Le autorità si rifiutarono di fornire le dinamiche dell’incidente ma ammisero che per i danni subiti l’elicottero fu trasportato alla base di Sigonella per essere sottoposto a complesse riparazioni. Il “Sea King”, utilizzato dalla US Navy per la guerra sottomarina, al tempo era adibito al trasporto di testate nucleari di profondità del tipo B57, con una potenza distruttiva variabile dal mezzo kiloton ai 20 kiloton.

Il 22 aprile 1988 un altro elicottero CH-46 si schiantò sul ponte di volo della nave munizioni “USS Mount Baker” durante le operazioni di rifornimento presso il pontile NATO di Augusta. Restò ferito un operaio italiano che stava effettuando sull’unità statunitense dei lavori di manutenzione. La “Mount Baker”, utilizzata al trasporto di carburante e altri materiali infiammabili, era pure adibita allo stoccaggio di testate (convenzionali e nucleari) destinate alle imbarcazioni e ai velivoli d’attacco della marina militare USA. Anche in questo caso le indagini furono precluse all’autorità giudiziaria italiana.

Ventisei anni fa, il 12 luglio 1984, un’identica impenetrabile cortina fu innalzata attorno ai resti del quadrigetto C141B “Starlifter” dell’US Air Force precipitato in contrada Biviere, nel comune di Lentini, Siracusa (nell’incidente morirono i nove militari a bordo). Ancora una volta i militari statunitensi di Sigonella vietarono il soccorso ai mezzi locali e impedirono con la forza che giornalisti e fotoreporter si avvicinassero all’area. “Sentii improvvisamente il rumore di un aereo che volava a bassa quota”, ha raccontato un residente di contrada Biviere. “Presi la macchina fotografica e riuscii a scattare qualche fotogramma appena qualche secondo dopo l’assordante boato. Nel breve volgere di alcuni minuti giunsero i mezzi di soccorso americani. Ricordo che da un automezzo dei pompieri, forse per il forte calore che emanavano i resti del velivolo, esplose un serbatoio contenente una sostanza schiumosa investendo un po’ tutti quelli che erano accorsi. Un militare americano, armato di un grosso fucile a pompa, accortosi che io stavo scattando delle foto, si avventò verso di me tentando di strapparmi dalle mani la macchina fotografica. Non vi riuscì perché ebbi il tempo di scappare”. Massimo fu il riserbo sul carico trasportato dal velivolo e il segreto militare fu esteso pure alle cause di incidente. Per una quarantina di giorni, la strada statale 194 che collega Catania a Ragusa fu interdetta al traffico veicolare.

Solo a seguito di uno studio del colonnello dell’US Air Force Paul M. Hansen sugli incidenti con oggetto i C141B (ottobre 2004), la Flight Safety Foundation di Washington ha pubblicato sul proprio data base una scheda descrittiva di quanto accaduto a Lentini. La fondazione segnala che la destinazione del volo era la base aeronavale di Diego Garcia, Oceano indiano. “Immediatamente dopo il decollo da Sigonella – si legge nella scheda della Flight Safety Foundation – il motore n. 3 del velivolo accusava una grave avaria. Il motore iniziava ad emettere dei rottami che causavano il danneggiamento del motore n. 4. I rottami entravano pure all’interno del compartimento di cargo, incendiando un pallet contenente vernici. L’incendio alle merci trasportate produceva uno spesso fumo velenoso che rendeva il controllo visivo dell’aereo estremamente difficoltoso. L’aereo finiva su un ripido terrapieno ed esplodeva ad appena 198 secondi dal decollo. Gli esami tossicologici effettuati dopo l’incidente indicavano che i membri dell’equipaggio avevano ricevuto potenzialmente livelli fatali di cianuro dal fumo assorbito prima dell’impatto”.

Sono dovuti trascorre più di vent’anni perché sull’incidente aereo di Lentini venisse aperta un’inchiesta da parte della Procura delal Repubblica di Siracusa. L’avvocato Santi Terranova, legale dell’Associazione per bambini leucemici “Manuela e Michele”, ha chiesto di accertare le cause dell’altissimo tasso di malformazioni congenite e dell’anomalo aumento di patologie leucemiche, tumori al cervello e alla tiroide, registrati tra il 1992 e il 1995 nel comprensorio dei comuni di Lentini, Carlentini e Francofonte. Secondo il Registro Tumori della Usl di Siracusa, infatti, il tasso di mortalità in quest’area è tre volte maggiore che nel resto d'Italia. A legare la vicenda del C-141B e lo sviluppo delle patologie oncologiche, l’ipotesi che a bordo del velivolo USA ci fosse un carico di centinaia di chili di uranio impoverito, utilizzato come contrappeso. Secondo il professore Elio Insirello, biologo dell’Istituto di Ricerca Medica e Ambientale di Acireale (Catania) e docente di genetica molecolare all’Università di Messina, esisterebbero “chiare correlazioni tra la presenza di uranio impoverito nell’aereo, il tempo trascorso tra l’incidente e l’entità delle patologie tumorali” riscontrate a Lentini. “Alcuni testimoni oculari affermano inoltre che subito dopo l’impatto fu prelevato uno strato di terreno nell’area interessata, procedura utilizzata per la decontaminazione delle zone colpite da radioattività”, aggiunge Insirello.

Gli scuri contorni della vicenda sono oggetto dello straordinario film-documentario Morire a Lentini, recentemente prodotto dai giornalisti Giacomo Grasso e Natya Migliori della “Gemini Movie” di Catania.

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