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Giovedì, 20 Giugno 2019

Dopo l'ennesimo viaggio-disastro in treno da Milano per la Sicilia, sono convinto che a questo punto è più opportuno abolire questi tipi di treni a lunga percorrenza. Ieri pomeriggio il treno partito da Milano alle 16,20, doveva arrivare a Messina alle ore 7,58, invece è arrivato alle ore 10,30. Ero intervenuto sull'argomento alcuni mesi fa durante le vacanze natalizie,per sottolineare i disagi per raggiungere la Sicilia, ora devo ripetermi. Evidentemente Trenitalia su questi treni a lunga percorrenza non riesce o non vuole più garantire un minimo di confort, (ancora esistono posti a sedere per 16 ore di viaggio) di pulizia delle vetture, (sembrano dei “carri bestiame”) e soprattutto un orario decente di arrivo alla stazione, sistematicamente soprattutto sotto le feste o periodi estivi, si passa da 1 ora a 3 ore di ritardo, sarebbe più giusto comunicare urbi et orbi che ormai l'unico treno per raggiungere la Sicilia venga cancellato per sempre. Però questo bisogna scriverlo a chiare lettere: Trenitalia, non è capace di poter mantenere questo servizio per i poveri disgraziati viaggiatori che devono raggiungere la lontana Sicilia, ognuno si arrangi come meglio crede, acced a Freccia Rossa, Argento etc. fino a Roma o a Napoli e poi speri nel miracolo...Certo a questo punto la politica, le cosiddette istituzioni, i politicanti meridionali, saranno chiamati in causa, dovranno dare qualche risposta, penso a Napolitano che gira il Paese facendo dichiarazioni retoriche e patriottiche sull'Italia unita, quando poi ancora la gente fa fatica a raggiungere la propria terra di appartenenza.

Del resto lo ha scritto Pino Aprile nel suo vendutissimo libro Terroni, tra le tante disgrazie che i meridionali devono affrontare ci sono quasi due giorni di viaggio tra l'andata e ritorno per raggiungere la propria regione.

Umberto Veronesi ha dichiarato che “quello omosessuale è l’amore più puro, al contrario di quello etero”; la nuova giunta milanese ha assicurato più diritti agli omosessuali; la chiesa valdese ha celebrato il primo matrimonio gay, e dulcis in fundo, New York ha detto sì ai matrimoni omosessuali. Risultato: i gay italiani e americani hanno toccato il cielo con un dito. Ma quel giorno (ammesso che arriverà) che i gay saranno istituzionalmente e socialmente riconosciuti, riusciranno ad essere autenticamente felici? E, dettaglio non secondario, come potranno dirimere i limiti fisiologici derivanti dall’unione di persone dello stesso sesso? In parole semplici, come potranno riprodursi? Secondo natura il corpo dell'uomo è fatto per unirsi con quello della donna e viceversa: non c'è bisogno di conoscere a fondo l'anatomia e la fisiologia umana per constatare questa banale evidenza, e non c'è neanche bisogno di scomodare la fede per riconoscerla. Se così stanno le cose, suffragate dalla ragione e dall’intelletto, i “diversamente orientati”, possono spiegare ai "tradizionalmente orientati" il motivo del loro orgoglio? Si può essere orgogliosi per un impulso sessuale che, dicono le statistiche e la medicina, genera aids, malattie veneree e morte? Si può essere orgogliosi di usare il corpo del partner a soli fini edonistici a prescindere dalla valenza sociale che anche gli atti sessuali (aperti alla vita) apportano alla collettività? Si può essere orgogliosi di sfruttare le risorse dello stato (pensioni e assistenza) senza aver dato nulla in cambio? Si può essere orgogliosi di tappare la bocca a quella nutrita schiera di omosessuali “dubbiosi” che vorrebbe liberarsi dalla schiavitù del sesso contro natura? Perché i media, spesso talvolta complici delle lobby gay, non dicono che in Italia e nel mondo, migliaia di omosessuali si sottopongono a terapie psicologiche riparative il cui effetto è la “guarigione” di circa un terzo dei “pazienti”? Se non si rispetta la verità sull’uomo, vale a dire l’allontanarsi dalla legge morale naturale inscritta nel Dna degli esseri umani, il solo effetto si chiamerà infelicità. Alzare la voce e gridare la rabbia nei gay pride, è solo un patetico tentativo di soffocare la voce della coscienza che nemmeno l’illusione del sesso estremo riesce a tacitare.

E' così finalmente Luis Inacio da Silva detto Lula, già presidente del Brasile e tutt'oggi vero padrone del grande Paese sud americano l'ha avuta vinta.

Assieme al suo braccio destro, l'attuale presidente Dilma Rousseff (che in gioventù insegnava marxismo e aveva aderito a gruppi guerriglieri comunisti), ha deciso di non estradare in Italia Cesare Battisti, anzi addirittura lo ha fatto liberare.

Cesare Battisti è un criminale autentico, "uomo dal grilletto facile che sotto spoglie politiche e pseudo intellettuali si è mostrato quello che è veramente, un assassino", dice Mario Giordani, e adesso questo signore anzichè essere estradato in Italia per scontare il suo ergastolo con sentenza definitiva, passeggia serafico per le strade e le spiagge brasiliane, mentre i familiari delle numerose sue vittime si interrogano se esiste la giustizia.

Ma è solo colpa del Brasile o c'è qualcosa di peggio in questa terribile vicenda?

Battisti ha sempre contato su una lobby trasversale di reduci del terrorismo; politici e intellettuali dei salotti bene di mezzo mondo che lo hanno sempre aiutato a voler dimostrare che le sue lotte armate erano giuste e da condividere.

Sin dal 1981 quando evase dal carcere di Frosinone, lui militante dei Proletari armati per il comunismo, trovò rifugio in Francia alla corte di Françoise Mitterand che lo protesse per anni concedendo asilo politico a lui e a tanti terroristi nostrani.

Interessante individuare i personaggi che si sono battuti per non farlo estradare in Italia. Intellettuali del calibro di Bernard Henry Levy, Daniel Pennac, e

in Italia almeno 1500 firmatari che pubblicamente qualche anno fa hanno sottoscritto un documento a sua solidarietà.

Tutti nomi che gravitano nella galassia dei giornali e delle case editrici della sinistra radical chic italiana e che per questo motivo hanno un potere mediatico e culturale impressionante.

Il rifiuto di estradare Battisti, è un gesto che viene da lontano. Dice Mario Cervi, su Il Giornale del 10-06-2011: "appartiene a una malsana concezione secondo cui anche l’assassinio più abbietto merita particolare indulgenza se viene rivestito di motivazioni ideali, sociali, rivoluzionarie. Prima della condiscendenza brasiliana infatti c’era stata quella francese, e s’era preteso che quello di Battisti fosse un caso politico e magari letterario prima che un caso criminale. Siamo indignati, e la mia domanda è molto semplice: siamo proprio sicuri di poter buttare la croce solo addosso al Brasile senza riconoscere, con un serio esame di coscienza, che alla commedia ipocrita dei benintenzionati cultori della P38, dei compagni che sbagliano, anche noi italiani abbiamo partecipato con slancio?

A ricordarcelo ha provveduto Sergio Segio, condannato qualche anno fa all’ergastolo per l’uccisione di due magistrati e di un agente di custodia. Naturalmente ora egli è libero e ha trovato occupazione nella Cgil, dietro una scrivania (mai che questi apostoli del proletariato scelgano un lavoro manuale). Proprio nei giorni scorsi Segio ha presentato alla stampa il rapporto Cgil sui Diritti Globali 2011".

Queste sono le considerazioni che fa la gente comune e il fatto che i mass media quasi non ne parlino, deve far riflettere anche su chi detiene la leadership informativa e culturale nel nostro Paese.

 

Sino al 13 giugno 2011, si pensava che solo il calcio possedesse la capacità di alleviare frustrazioni, insoddisfazioni, rabbie, delusioni, scontentezze e amarezze. A partire dalle ore 16, cioè l’ora in cui sono stati diffusi i primi dati sui referendum, si è scoperto che persino la politica riesce a curare le patologie degli italiani. Ad aver visto gruppuscoli di agitati esultare sino alla follia per un banale esisto referendario (il cui solo effetto sarà quello di pagare le bollette più care rispetto alle nazioni che dispongono di centrali nucleari), c’è da rimanere sconcertati. Non si può non pensare che in quelle masse si celino, non solo profili psicologici instabili, ma germi rivoluzionari di sinistra memoria. Qualche giorno prima dei referendum, la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, aveva coraggiosamente dichiarato che se i referendum avessero vinto, l'Italia sarebbe tornata indietro. E cosi sarà. Le responsabilità della sconfitta? Troppo comodo scaricare le responsabilità unicamente sui professionisti della menzogna, vale a dire le organizzazione ecologiste specializzate da decenni nel terrorismo psicologico di massa, le colpe vanno attribuite al complesso di inferiorità tipico del centro destra. Dai vertici alla base, nessun componente del governo ha avuto il coraggio di asserire pubblicamente che boicottare un referendum è un diritto sacrosanto non meno nobile del diritto all’andare a votare. La storia del comunismo votato dal popolino con annessi e connessi cento milioni di morti, è la prova provata che i “sinistri” sono più bravi a intortare le masse dei “destri”. Chi ha creato l’uomo lo sapeva bene, ecco il motivo per cui Gesù Cristo con profondo rammarico se ne uscì con il sibillino "i figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce" (Luca 16, 1-13). Visto i risultati, e come dargli torto?

 

Acque del Mediterraneo sempre più armate e nuclearizzate. A partire da fine maggio, il basso Tirreno e il canale di Sicilia saranno presidiati dal George H.W. Bush Carrier Strike Group, la task force navale USA salpata una quindicina di giorni dalla Virginia nel nome del 41° Presidente degli Stati Uniti d’America, l’ambiguo petroliere-faccendiere che dichiarò guerra all’Iraq e agli Imperi del Male. Dopo aver attraversato l’Oceano Atlantico e condotto una vasta esercitazione militare a largo delle coste del Galles, il Carrier Strike Group ha fatto ingresso nell’area marittima posta sotto il comando di Napoli della VI Flotta.

“Durante la nostra presenza nel Mediterraneo, lavoreremo con i nostri alleati e le unità partner ponendo particolare enfasi alle operazioni di sicurezza marittima e mutua cooperazione che ci aiutino a mantenere le condizioni per una stabilità regionale”, ha dichiarato l’ammiraglio Nora Tyson, la prima donna nella storia a guidare una task force navale. “Le cinque unità e gli squadroni aerei imbarcati del George H.W. Bush Carrier Strike Group possono contare su circa 6.000 militari che si sono impegnati lo scorso anno in addestramenti ed esercitazioni intensivi, migliorando le capacità organizzative nella conduzione di una lunga serie di missioni globali, dalla lotta alla pirateria e le operazioni di supporto terrestre, all’assistenza umanitaria e in caso di disastri naturali”.

La flotta USA è attesa nella baia di Napoli a fine mese e nonostante il Pentagono mantenga il più stretto riserbo sulle future missioni, la spropositata potenza di fuoco lascia presagire un suo pronto impiego nelle operazioni di bombardamento alla Libia, almeno sino alla fine del 2011, quando la task force lascerà il Mediterraneo per dirigersi nelle acque del Golfo Persico sotto il comando della V Flotta (Bahrein).

A capo delle unità c’è la USS George H.W. Bush, l’ultima portaerei della classe “Nimitz” varata nei cantieri della Northrop Grumman di Newport News (Virginia). Costata oltre 6,2 miliardi di dollari, è una delle imbarcazioni da guerra più imponenti mai costruite: è lunga 333 metri e larga 77 e a pieno carico pesa 104.000 tonnellate. La sua propulsione è garantita da due reattori nucleari del tipo A4W con una potenza di 194 MW, dove A sta per Aircraft Carrier Platform, 4 per quarta generazione e W per Westinghouse Electric, la società statunitense produttrice. I reattori godono di un’enorme autonomia: possono operare senza rifornimenti di carburante nucleare per circa 20 anni.

Rispetto alle portaerei della stessa classe, la George H.W. Bush ha un design innovativo che include una torre radar protetta, sistemi di navigazione e di telecomunicazione di ultima generazione, sofisticati apparati di stoccaggio e distribuzione del carburante, servizi semi-automatici di rifornimento e più moderne ed efficienti aree di atterraggio, lancio e ricovero degli aerei. L’unità ospita una selva di radar che ne fanno una pericolosissima sorgente mobile di elettromagnetismo: si va dalle antenne di ricerca aerea SPS-48E ed SPS-49(V)5 ed acquisizione bersagli Mk 23 ai radar di controllo del traffico aereo SPN-46 ed SPN-43B, a quelli di aiuto all’atterraggio SPN-44 sino ai sistemi di guida dei lanciatori Mk 91 e Mk 95. Lo stemma-distintivo della portaerei di Bush il vecchio illustra invece le tipologie dei cacciabombardieri imbarcati: si tratta degli F/A-18 “Super Hornet” per l’attacco al suolo e dei nuovi monoposto di 5^ generazione F-35 Lightining II.

Per la trasferta mediterranea, il George H.W. Bush Carrier Strike Group può inoltre contare sul Carrier Air Wing (CVW) 8, il gruppo dell’US Navy con sede a Oceana (Virginia) composto da otto squadroni aerei (quattro per l’attacco con cacciabombardieri F/A-18; due per la guerra elettronica con velivoli E-2C “Hawkeye” ed EA-18G “Growler”; uno per le attività di supporto logistico con i cargo C-2A “Greyhound”; uno con elicotteri MH-60 “Knighthawk” e “Seahawk”). Ampissimo lo spettro delle missioni di guerra assegnate al Carrier Air Wing 8: l’intercettazione e la distruzione dei velivoli e dei missili nemici “in tutte le condizioni atmosferiche per stabilire e mantenere la superiorità aerea locale”; gli attacchi aria-superficie, la localizzazione e distruzione delle unità navali e dei sottomarini; le operazioni di intelligence, spionaggio aereo e contromisure elettroniche; il rifornimento in volo per “estendere il raggio operativo dei caccia” e le attività di ricerca e salvataggio.

Alla task force sono infine assegnati due incrociatori della classe Ticonderoga (USS Gettysburg e USS Anzio) e due cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke (USS Truxtun e USS Mitscher). Si tratta di imbarcazioni chiave per gli attacchi missilistici e la guerra elettronica: imbarcano i sistemi a lancio verticale MK 41 e i siluri MK 32, più un cocktail micidiale di centinaia di missili MK26, RIM-66 “Standard”, RUR-5 ASROC, RGM-84 “Harpoon”, RIM-66M, RIM-161, RIM-174 “Eram” e finanche i famigerati BGM-109 “Tomahawk”, missili da crociera all’uranio impoverito. Nelle quattro unità sono stati installati i nuovi radar AM/SPY-1 multi-funzioni e i sistemi di combattimento navale “Aegis” che intercettano i bersagli nemici e teleguidano contro di essi gli intercettori anti-missile SM-3 che integrano l’apparato bellico.

Con una testata cinetica ad autoguida, l’SM-3 ha una gittata di 500 km e una velocità di 9.600 Km/h . e rappresenta la nuova frontiera del piano di “scudo stellare” varato dall’amministrazione Obama. Secondo quanto trapelato a Washington, il dislocamento dell’“Aegis” nel Mediterraneo segna la prima tappa del programma di sviluppo di un sistema anti-missili balistici a “difesa” del continente europeo e del Medio oriente. Agli apparati imbarcati sulle unità navali si affiancheranno a breve gli intercettori con base terrestre. Secondo il report “Options for Deploying Missile Defenses in Europe” (Opzioni per installare le difese missilistiche in Europa), pubblicato nel febbraio 2009 dal Congressional Budget Office (CBO), radar e sistemi anti-missili dovrebbero essere installati entro il 2015 in alcune basi USA dell’Europa centrale e meridionale, molto probabilmente nella Repubblica Ceca, a Ramstein (Germania) ed Incirlik (Turchia).

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