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Giovedì, 19 Settembre 2019

Il marxista Daniel Ortega, amico dei dittatori Ciavez e Castro e dell’ex tiranno Gheddafi, è stato eletto per la terza volta presidente del Nicaragua con oltre il 60% dei voti. I comunisti del pianeta Terra hanno naturalmente gioito, ma il passaggio dalla gioia alle lacrime è stato repentino allorquando hanno realizzato che il Nicaragua del sandinista Ortega è il paese con le leggi antiabortiste più dure al mondo, con pene che arrivano fino a 6 anni di carcere per le donne che interrompono la gravidanza, e fino a 8 per i medici che le aiutano. I fiumi di lacrime dei progressisti e dei cattolici adulti occidentali che ritengono l’aborto un diritto assoluto, hanno iniziato a ingrossarsi quando si sono ricordati che l’ex guerrigliero marxista aveva addirittura proibito l’aborto terapeutico nei casi di rischio di morte della madre, una pratica possibile oggi nel 98% dei paesi al mondo. Il 3 agosto 2011, in risposta alle pressioni di Amnesty International (in teoria organizzazione internazionale deputata alla difesa dei diritti umani, ma in pratica associazione culturale dedita alla diffusione del femminismo e alla cultura dell’aborto) che chiedeva a Ortega di legalizzare la soppressione della vita nascente, la segretaria della Comunicazione della Presidenza, Rosaria Murillo (moglie dell’attuale presidente) rispose negando che si possa considerare in futuro la depenalizzazione dell’aborto terapeutico in Nicaragua perché contro i valori di giustizia, quelli della vita e i valori cristiani. Se i governi mondiali, e le stesse gerarchie cattoliche (che in fatto di aborto si “limitano” a scomunicare chi pratica l’infanticidio senza però chiedere la galera) avessero il coraggio di seguire l’esempio dell’”anomalo” compagno Ortega, non potrebbe essere che dall’”alto” cessi l’anticipo di giustizia divina che l’umanità sta “pregustando” prima del giudizio finale?

 

 

Mentre l’Italia guarda con orrore alla tragedia dell’alluvione a Genova intanto la magistratura apre una inchiesta per disastro colposo contro ignoti. Dopo l’ennesimo disastro si accendono le solite polemiche: si è costruito selvaggiamente e senza regole là dove non si doveva. Gli abusi edilizi e la spregiudicatezza nell’edificare sono elementi che vanno eliminati se si intende scongiurare il rischio di catastrofi dopo quello che abbiamo visto in questi giorni. Questa è la prevenzione che doveva essere fatta nel corso degli anni e che purtroppo non viene mai fatta da nessuna amministrazione comunale sia di sinistra che di destra, sia che siamo in un territorio del Nord che del Sud.

Ma la prevenzione immediata quella si può e si deve fare, a quanto pare è proprio quella che è mancata ieri a Genova, infatti la gente inviperita ha duramente contestato il sindaco Marta Vincenzi che tra l’altro, a quanto pare aveva ordinato di tenere le scuole aperte, ma contemporaneamente aveva consigliato ai genovesi di stare in casa e di non uscire. Bella contraddizione. Così come hanno commentato quasi tutti i giornali questa mattina, mamme, figli, figlie, sorelle, sono morti a causa delle scuole aperte. Quella mamma albanese Shiprese Djala, 28 anni, preoccupata per quell’apocalisse della pioggia, è corsa a scuola per prendere Gioia di 8 anni, con la piccola Janissa, un anno, tra le braccia. Tutte e tre sono morte nell’androne di un palazzo a pochi metri dalla scuola, travolte dall’onda di piena. “Alla Giovanni XXIII non si danno pace, scrive Il Secolo IX.it: «Arrivavano i genitori lividi dalla paura e dall’apprensione per i loro bambini. Cercavamo di convincerli a restare, di trattenerli, ma molti temevano di rimanere bloccati - racconta il segretario della scuola, Tommaso Pezzano -, allora per non lasciarli andare li mandavamo dai vigili urbani, lì fuori, che fossero loro a persuaderli. Altri invece si sono fermati con noi, abbiamo raccolto i panini e l’acqua che c’erano ancora nel refettorio e lo abbiamo diviso. Un papà ha racimolato tre candele e con quelle ci siamo aiutati fino a sera quando la cinquantina di persone, adulti e bambini che erano rimasti qui sono stati portati via dai soccorritori”. La cronaca del giornale genovese descrive la rabbia del personale della scuola. Ci hanno mandato una nota dal Comune - racconta Pezzano -, poche righe: stato di allerta meteo, ma che cosa significa? Tutto e nulla. E noi cosa avremmo dovuto fare? Nessuno ci dava indicazioni”. Nella comunicazione scritta del Comune di Genova, testualmente, «si invitano pertanto le famiglie a connettersi tempestivamente con i mezzi di comunicazione pubblici per acquisire informazioni su eventuali provvedimenti adottati a tutela della pubblica incolumità». «Si´, peccato che alle 11 luce e quindi tv e internet sono saltati, neppure i cellulari funzionavano e anche per questo molti genitori sono corsi a scuola per prendere i loro bambini, per portarli a casa, per averli sotto gli occhi - dice Pezzano amaramente -. Abbiamo deciso noi autonomamente di tenere i bambini rimasti e di accogliere quelli che volevano entrare. Ma nessuno per ore e ore si è presentato per chiederci come andava. Eppure noi eravamo al centro dell’inferno. Solo alle 13 una vigilessa, disperata perché aveva perso il suo collega e non riusciva a trovarlo, è entrata nella scuola e ci ha detto di andare ai piani alti per metterci in salvo”.

All’interno della scuola, dunque, i bimbi erano effettivamente sicuri ma molti sono convinti che la chiusura degli istituti avrebbe potuto evitare la tragedia, “dando ai cittadini - dice un insegnante - il vero senso dell’allarme e della preoccupazione delle autorità”. Ieri sera un cronista della Rai ha telefonicamente parlato durante il Tg delle 20 con una insegnante ancora in classe e con la scolaresca e anche questa si lamentava della non chiusura della scuola.

Infine può essere addebitata alla scuola la morte della giovane di 19 anni, Serena Costa che con il suo scooter era andata a prendere il fratellino a scuola. Ritornando al tema della prevenzione, certamente gli operatori della scuola Giovanni XXIII a quel punto hanno cercato di rimediare, però bisognerebbe rispondere a quella frase: “noi cosa avremmo dovuto fare?” Semplicemente chiudere la scuola. Spesso capita che i capi di Istituti, presidi, dirigenti scolastici, non si prendono la responsabilità di chiudere le scuole, hanno una specie di panico, pensano che devono a tutti i costi onorare quel numero fatidico di giorni di apertura scolastica annuale, non ricordo bene, mi sembrano 200 giorni. Hanno paura di essere poi ammoniti dai provveditori, dai burocrati del ministero. E così capita che le scuole si chiudono soltanto dopo le tragedie. Sarebbe ora di finirla con questa leggenda di tenere sempre e comunque le scuole aperte, come se fosse una questione di vita o di morte, un necessario pronto soccorso per l’utenza. A volte mi sembra che invece di migliorare la qualità (la didattica) della nostra scuola si punta a parcheggiare il più possibile gli alunni nelle nostre scuole.

Dopo Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen e Libia è l’ora dell’escalation militare USA in Africa centrale. Assassinato Osama bin laden, sconfitto Gheddafi, il nemico number one dell’amministrazione Obama è divenuto Joseph Kony, il capo supremo del Lord’s Resistance Army (Esercito del Signore), l’organizzazione di ribelli ugandesi che dalla seconda metà degli anni ’80 ad oggi si è macchiata di gravi crimini contro l’umanità, massacri, stupri e rapimenti di bambini e adolescenti.
Con una lettera al Congresso, il presidente Barack Obama ha annunciato l’invio in Africa centrale di un “piccolo numero di militari equipaggiati per il combattimento” per “fornire assistenza alle forze armate locali impegnate a sconfiggere Joseph Kony. Si tratta, in una prima fase, di un team di “consiglieri” delle forze operative speciali USA, il cui numero dovrebbe crescere entro un mese a un centinaio tra militari e “civili”, compreso un “secondo gruppo equipaggiato al combattimento con personale esperto in intelligence, comunicazioni e logistica”. I militari hanno raggiunto l’Uganda, ma successivamente le forze armate statunitensi potrebbero estendere il loro raggio d’azione al Sudan meridionale, al Darfur, alla Repubblica Centroafricana e alla Repubblica Democratica del Congo. Il controllo della missione è stato affidato allo Special Operations Command - Africa, il comando per le operazioni speciali nel continente con sede a Stoccarda (Germania).
“Il personale USA fornirà informazioni e consulenza, ma non sarà impiegato per combattere”, scrive Obama. “Non entrerà in azione contro i miliziani del Lord’s Resistance Army se non perché costretto all’auto-difesa. Sono state prese tutte le precauzioni per assicurare la massima sicurezza al personale militare USA durante la sua missione”.
Il portavoce di USAFRICOM, il comando degli Stati Uniti per l’Africa, Vince Crawley, ha dichiarato di non sapere sino a quando sarà necessario disporre dei militari in Africa centrale, “tuttavia le nostre unità sono preparate per tutto il tempo che servirà a consentire alle forze armate della regione d’intervenire contro l’LRA in modo autonomo”. Per il Pentagono l’obiettivo a medio termine dell’intervento è la costituzione di una brigata mobile con un migliaio di uomini delle forze armate di Congo, Repubblica Centroafricana, Sudan ed Uganda, a cui l’Unione Africana affiderà i compiti di pattugliamento delle frontiere. Secondo quanto riferito alla BBC da una fonte diplomatica USA, il piano fa pure affidamento sull’intervento della Nigeria e del Sud Africa, “le due sole nazioni africane che hanno le adeguate capacità logistiche”. Per la BBC, anche se nei documenti ufficiali il riferimento è solo al Lord’s Resistance Army, è forte il sospetto che “questa brigata potrebbe intervenire in operazioni esterne contro i gruppi di al-Qaeda in Maghreb e coloro che stanno tormentando oggi le aree del Mali e della Mauritania”.
Nel dicembre 2008, gli eserciti di Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Sudan lanciarono una violenta offensiva militare contro i miliziani dell’LRA (Operazione Linghting Thunder). Determinanti furono il supporto logistico, le armi e le apparecchiature “non letali”, per il valore di 23 milioni di dollari, forniti da Washington. Secondo i maggiori quotidiani USA, l’operazione fu pianificata direttamente dagli strateghi del Comando AFRICOM di Stoccarda (Germania). Diciassette consiglieri militari furono inviati in Uganda per lavorare a stretto contatto con gli ufficiali locali e fornire i dati d’intelligence e le riprese satellitari sugli accampamenti nel parco nazionale di Garamba in cui si nascondevano gli uomini di Joseph Kony. L’intervento contro l’LRA si rivelò tuttavia fallimentare e per certi versi pure controproducente: le milizie ribelli scampate ai bombardamenti si vendicarono contro la popolazione civile, massacrando più di 900 persone, in buona parte donne e bambini. L’Esercito del Signore si rifugiò in Darfur, Congo e Repubblica Centroafricana, paese quest’ultimo dove vivrebbe adesso Kony. Alcune organizzazione per i diritti umani con sede negli Stati Uniti affermano tuttavia che le forze ribelli non disporrebbero di più di 400 uomini, un dato che lascia apparire del tutto sovradimensionata ed ingiustificata la mobilitazione militare internazionale contro il “pericolo” LRA.
Secondo il Pentagono, personale militare USA è stato impiegato per lungo tempo nell’addestramento delle forze armate ugandesi in funzione anti-Kony. Washington ha fornito al paese africano aiuti militari per 33 milioni di dollari, principalmente apparecchiature di telecomunicazione e e camion per il trasporto truppe. Lo scorso anno, 550 uomini di US Army Africa, il Comando per le operazioni terrestri nel continente con base a Vicenza, hanno partecipato a Kitgum, nord Uganda (area di aperto conflitto contro l’LRA), ad una delle maggiori esercitazioni mai realizzate in Africa (Natural Fire 10), congiuntamente ai reparti armati di Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda e Burundi. Lo scorso mese d’aprile, ancora con il coordinamento di US Army Africa, il nord Uganda è stato sede di una vasta operazione di lancio paracadutisti, a cui hanno partecipato militari ugandesi, il 21st Special Troops Battalion dell’esercito USA con sede a Kaiserslautern (Germania) e la 197th Special Troops Company della Guardia Nazionale dell’Utah.
Dal 2003 gli statunitensi sono impegnati pure nell’addestramento delle ri-costituite forze armate del Congo, accusate da più parti (comprese alcune agenzie Onu) di efferate violenze contro la popolazione civile. Il Dipartimento di Stato, in particolare, ha finanziato una luna missione di “consiglieri” dell’US Special Operations Command - Africa, prima a Kisangani e successivamente nella regione meridionale del paese. Nello specifico, il team ha curato la formazione sul campo nelle attività di sminamento e distruzione di vecchie munizioni inesplose. Come recentemente annunciato dall’ambasciatore USA in Congo, un battaglione di fanteria leggera congolese, formato e addestrato da personale USA, ha raggiunto la città di Dungu, nel nord-est del paese, per “combattere contro le milizie del Lord’s Resistance Army”. Per creare da zero questo battaglione mobile, Washington ha speso circa 15 milioni di dollari, quasi un quarto dell’ammontare dei programmi di “riforma del settore difesa” destinati al Congo nel 2010. Intervenendo ad un seminario dell’ultraconservatore Center for Strategic and International Studies di Washington, il generale Ham, comandante AFRICOM, ha annunciato che le forze armate USA “accresceranno il proprio aiuto a favore delle forze armate del Congo e della Repubblica Centroafricana contro l’LRA”. “Se mi chiedete se nel mondo esiste oggi il diavolo, io rispondo che esiste nella persona di Joesph Kony e della sua organizzazione”, ha concluso Ham.
La guerra a “bassa intensità” contro l’Esercito del Signore venne lanciata dall’amministrazione USA dopo l’approvazione con voto unanime dei congressisti (primavera del 2009) del cosiddetto LRA Disarmament and Northern Uganda Recovery Act, che invocava il pugno duro per “chiudere definitivamente la lotta al gruppo ribelle di Joseph Kony”. Nel novembre 2010, il presidente Obama presentò al Congresso un piano per “smantellare” il Lord’s Resistance Army e catturare il suo leader. Quattro gli obiettivi chiave: “maggiore protezione dei civili; rimozione di Kony dal campo di battaglia; promozione degli sforzi per reintegrare nella società i restanti combattenti dell’LRA; potenziamento dell’intervento umanitario nella regione per assicurare una continua assistenza alle comunità vittime”. Il piano affidava gli interventi ai Dipartimenti di Stato e alla Difesa e a USAID, l’agenzia alla cooperazione e allo sviluppo degli Stati Uniti d’America.
L’intervento militare USA è stato richiesto alcuni mesi fa dai rappresentanti di quattro “organizzazioni non governative” (Resolve, Enough Project, Invisible Children e Citizens for Global Solutions). Con una lettera aperta al presidente Obama, le ONG lo hanno invitato “a dimostrare tutta la serietà possibile per porre fine alla violenza dell’LRA contro i civili”. “Anche se il supporto a favore dei militari dell’Uganda può sembrare a breve termine il modo migliore per arrestare gli anziani comandanti del Lord’s Resistance Army, è sempre più evidente che essi non sono in grado di farlo”, commentavano i portavoce delle organizzazioni. “La leadership USA ha pertanto l’urgente necessità di trovare alternative praticabili alla strategia odierna e al tipo di sostegno offerto”. Washington li ha prontamente accontentati inviando la special task force in Africa centrale. Alla prossima guerra, militari, ONG e contractor ci andranno piacevolmente insieme.

Mentre le gerarchie vaticane si apprestavano a incontrare gli appartenenti di altre religioni ad Assisi, Mercoledì 26 ottobre   le Iene hanno mandato in onda un servizio ove è saltato fuori che otto preti su dieci, non conoscono o ricordano i dieci Comandamenti. Per togliersi dall’imbarazzo, uno dei molti sacerdoti che non ha saputo rispondere al banale interrogativo, ha solennemente dichiarato che per un cattolico, l’ osservanza dei dieci comandamenti non è obbligatoria. Dinnanzi a cotanta palese ignoranza da parte dei pastori della Chiesa, la domanda che sporge spontanea è: ma è normale cercare di convincere gli esponenti delle altre religioni che la cattolicità incarna la Verità tutta intera (a meno che gli incontri interreligiosi servano ad altro), quando gli stessi ministri ne sanno meno di un imberbe chierichetto? Papa Ratzinger, se non vuole che i fedeli si disperdano nei meandri delle "false" religioni (paradossalmente promosse dagli incontri interreligiosi), dovrebbe impegnarsi a verificare che nei seminari, non vengano propagandate false dottrine, false teologie e falsi catechismi. Dovrebbe altresì: accertarsi, che dai pulpiti non vengano proferiti discorsi incompatibili con la dottrina cattolica; controllare che i presunti media cattolici, non veicolino messaggi discordanti con il magistero e soprattutto pretendere che i Vescovi segnalino all’Ufficio della Congregazione della Fede, eventuali preti in odor di "eresia", vale a dire coloro che hanno scambiato la Chiesa cattolica per un'agenzia filantropica o per un'associazioni ecologista. La piaga dei preti pedofili, è sola la punta visibile di un iceberg, la cui vera gravità si chiama crisi della Chiesa. Cercare di ignorarla, come stanno facendo le gerarchie vaticane, è un rimedio peggiore della cura. La moltiplicazione dei cosiddetti gruppi o movimenti tradizionalisti, è la prova che una consistente fetta di fedeli non si è fatta abbindolare dal buonismo irenista e relativista promosso inconsciamente dal Concilio Vaticano II. Il tentativo di marca progressista massonica di arrivare alla creazione di un’unica religione sincretistica (possibilmente umanitaria), i cui slogan unificanti si chiamano Pace, Rispetto e Dialogo, potrà essere stroncato solamente riformando dall’interno la cattolicità. Riforma che dovrà necessariamente partire dai seminari, vere fucine di eterodossie, che se non contrastate, si riverseranno irrimediabilmente sui poveri fedeli disorientati.

 

Bene ha fatto il TG5 a mandare in onda i volti dei terroristi che hanno devastato Roma. Altrettanto dovrebbe fare il TG3 che ha pubblicizzato la manifestazione antigovernativa meglio degli stessi organizzatori. Molti leader dell’opposizione, nonostante le ipocrite condanne di circostanza, in cuor loro avranno sicuramente “sofferto” per la mancanza di una vittima sacrificale da sbattere in faccia al vero obiettivo della pseudo manifestazione, vale a dire Berlusconi. Delusione sfogata con la paradossale e luciferina accusa al capo del governo e alle forze dell’ordine di aver infiltrato dei provocatori. Eppure Berlusconi una colpa ce l’ha: l’aver pensato che i cosiddetti Indignati siano dei semplici contestatori. Sembra strano che un “maccartista” anticomunista come Berlusconi, non abbia compreso le potenzialità camaleontiche e trasformistiche dei nipotini di Marx. Dalla caduta del muro, gli epigoni dell’ideologia che ha prodotto unicamente fame, miseria e morte, si sono resi conto che continuando a farsi chiamare comunisti, non avrebbero avuto futuro. Senza nulla ripudiare dei loro crimini passati, i violentatori della democrazia, hanno pensato di mascherarsi sotto le più disparate fogge, acronimi, sigle e categorie. A seconda delle convenienze e circostanze, si travestono da pacifisti, da studenti, da disoccupati, da precari, da antinuclearisti, da No Tav, da anarchici, da black bloc, e ultima trovata in ordine di tempo: da indignati. Riconoscerli è un gioco da ragazzi: ovunque alberghino, sorgono spontanee, violenze e disordini. Intervistato da La Repubblica, un leader degli indignati black bloc che hanno sinistrato la capitale e sfregiato una Chiesa, ha dichiarato che il suo movimento si è dichiarato in guerra con lo stato italiano. L’auspicio è che Berlusconi ne prenda atto, la smetta di fare il buonista, e imponga alle forze dell’ordine di stroncare sul nascere i prodromi di una rivoluzione che se lasciata germogliare condurrà ad una guerra civile dalle tragiche conseguenze. Le piazze, non sono un diritto assoluto, ma una autorizzazione concessa ai cittadini democratici, non certo ai lupi travestiti da agnelli indignati.

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