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Martedì, 15 Ottobre 2019

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In questi giorni su alcuni giornali ricorre questa domanda: - “Come mai gli italiani dopo il profluvio di tasse e di misure capestro emesse dal governo Monti non reagiscono, non fanno la rivoluzione come magari intendono fare certe frange dei cosiddetti indignados?”. In un intervento sul giornale online Legnostorto.com un editoriale ben fatto, si pone proprio questo problema. Del resto ormai,ovunque, sono frequenti le stesse espressioni in riferimento ai politici e soprattutto dopo gli ultimi scandali: “intollerabile”, “vergognoso”, “verminaio”, “banda di ladri”, “indegni” etc. Il grido unanime è: “basta”!

Dal canto loro i politici, più o meno tutti, da sinistra a destra , si difendono e rassicurano di voler far “piazza pulita”del malaffare. Ma sarà vero? Senza volerripetere i soliti nomi, possiamo tranquillamente sostenere che veramente tutti, chi più chi meno, sono coinvolti in faccende di malapoliticaormai arcinote. Dunque cosa possiamo proporre o invocare? Un commissario superpartes, un governo del Presidente o un dittatore democratico?

“In altri secoli, in altri paesi, questa situazione avrebbe avuto sicuramente sbocchi rivoluzionari e la generale rabbia del popolo non sarebbe rimasta prigioniera della verbalità indignata, non sarebbe finita in rassegnazione. Oggi no. Oggi non si fanno più rivoluzioni di popolo, forse qualche manifestazione di piazza, prontamente usata da qualche decina di teppisti prezzolati, sempre sconosciuti, per spaccare vetrine e incendiare automobili.

Mai prima nella storia della Repubblica si era verificato un rifiuto nei confronti della classe politica, la casta, come quello che oggi avvelena il Paese.

Ma oggi quel genere di rivoluzione non si fa più, per lo meno non in Europa e non in Italia: la sociologia che lo attesta e dimostra è un mare immane di carta accademica. Prendere il mitra, andare in montagna è una battuta ridicola. Impraticabile. Immaginiamoci il resto”.(Lorenzo Matteoli, Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. 26.9.12, Legnostorto.it)

In realtà, non si vede all’orizzonte nessun “sbocco”neo-rivoluzionario o para-rivoluzionario della pesante rabbia, o cupa rassegnazione, che oggi opprime gli italiani. Sono tutti indignati, ma tutti aspettano di andare al potere sull’onda dell’indignazione. Messi sul trono non tanto dalla loro competenza, dignità o eroica virtù, quanto dalla vergognosa miseria degli attuali regnanti”.(Ibidem)

Non si vede nessun uomo credibile, civile interprete della rabbia popolare, mentre invece è molto seria la collera della gente normale, di quelli che lavorano, che pagano le tasse, di quelli che si consumano nella disoccupazione e nella precarietà, di quelli che si avvelenano nelle fabbriche inquinate, della generazione giovane che pagherà il debito pubblico per tutta la vita. Di quelli che, nonostante tutto, mandano avanti il Paese. Una collera che esige risposte. Ci sarà qualcuno che “saprà interpretare questa rabbia e la saprà rappresentare seriamente, senza strillare, senza dire “cazzo”, né “merda”, né “vaffanculo”, con competenza professionale e amministrativa e con passione italiana vera, con il dovuto civile rispetto, vincerà in modo travolgente, perché la gente non aspetta altro. Non vuole altro. Questa è la sola rivoluzione possibile e auspicabile”.(Ibidem)

Senza voler troppo enfatizzare, mi sembra un valido tentativo quello che sta cercando di fare l’amico Cateno De Luca, giovane sindaco messinese (ex deputato alla regione)di Rivoluzione Siciliana, che con tanta caparbietà, purtroppo isolatamente,sta promuovendoper le prossime elezioni regionali siciliane una rivolta delle coscienze contro il Palazzo del malaffare siciliano.

A questo proposito, Eugenio Benetazzo nel suo “Era il mio Paese”, auspica un nuovo leader che assomigli a Lorenzo il Magnifico, il grande governante fiorentino, emerso in un’epoca di profonda conflittualità, tra i poteri forti che governavano Firenze nel XV secolo. Più avanti, il giovane economista fa il nome anche del capo del governo inglese David Cameron che con un programma politico tutt’altro che demagogico è stato capace di dare le risposte giuste alla crisi economica mondiale. Certo sarà stata una medicina amara, ma necessaria per un Paese che vuole rialzarsi. Non sono d’accordocon Benetazzo quando sostieneche sia meglio essere governati dai giovani,soprattutto se i risultati sono quelli della giunta della Regione Lazio. Edificante (si fa per dire) l’intervista alla ventiseienne Chiara Colosimo, consigliera della regione Lazio del Pdl, ex cubista da discoteca che intende ricandidarsi, convinta che la politica sia un vero e proprio lavoro.

Piuttosto condivido l’originale analisi di Benetazzo sulle motivazioni che giustificano o spiegano l’immobilismo stanziale dell’elettorato italiano. Infatti, “A cosa è dovuto il menefreghismo dell’italiano medio di fronte a una trasformazione socioeconomica che sta colpendo tutto il mondo occidentale e che avrà delle profonde ripercussioni sul piano produttivo e demografico?” La risposta ha origini storiche: “per capire la mentalità di oggi dobbiamo capire che cosa è successo circa 150 anni fa”.

Occorre ripensare come è stata fatta l’unità d’Italia dal cosiddetto movimento risorgimentista, dai cosiddetti padri della patria, da Garibaldi a Cavour. Bisogna rivedere la “favola che ci è stata raccontata sin dalle scuole elementari”, Benetazzo, usa la parola favola, come a suo tempo ha fatto Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza Cattolica e della rivista Cristianità.

Pertanto, lo scrittore sostiene che il Sud, il Regno delle Due Sicilie era uno Stato florido e benestante, in particolare la sua Banca, “il Meridione italiano poteva vantare prestigiosi primati in ambito produttivo, arrivando addirittura a nicchie di eccellenza in determinati settori. Napoli era considerata la terza città in Europa per slancio produttivo, benessere sociale, qualità della vita e opportunità di lavoro”. Altra storia al Nord, qui, in particolare, il Regno di Sardegna era sommerso di debiti con la Gran Bretagna. Così il piccolo Piemonte foraggiato dalla massoneria inglese sfrutto l’occasione e rubò del Regno delle Due Sicilie ai sovrani legittimi Francesco II e Maria Sofia. Il Sud fu letteralmente saccheggiato e depredato, le ingenti risorse patrimoniali del Regno delle Due Sicilie servirono per appianare i debiti del Regno di Sardegna e quindi per industrializzare il Nord. Le conseguenze di questa spietata conquista sono state gli esodi migratori delle popolazioni meridionali, l’imposizione fiscale più alta, la leva obbligatoria, militarizzazione del territorio, degrado e impoverimento di tutto il meridione che in sostanza viene colonizzato. Pertanto secondo Benetazzo a causa di questi fattori gli italiani, in particolare i meridionali non si sentono di appartenere a uno Stato del genere, anzi lo concepiscono come nemico, da boicottare e raggirare quando possibile.

Allora si può concludere che “il modello di Stato regionale imposto 150 anni fa ha prodotto invece un sistema di sviluppo economico incentrato sulle regioni settentrionali, che ha continuato a mantenere zavorrata la crescita del Mezzogiorno e ha prodotto ancora più disparità e distanza tra le due parti del paese impedendo una vera e propria unificazione a livello istituzionale” (pag. 61)

Mi fermo anche perché la Storia della conquista e della colonizzazione del Sud Italia da qualche decennio viene raccontata con maggiori dettagli ben documentati da fior di storici.

E’ morto il Card. Martini. Come da prassi clero istituzionale, è stato immediatamente "canonizzato" e il suo operato enfatizzato come se avesse salvato l’umanità da pericoli mortali. Fatto salvo il rispetto che si deve per qualunque defunto, l’ossequio per un Ministro di Dio, e l’altro ossequio, assai più importante e doveroso che si deve nei confronti di Gesù Cristo e della vera dottrina, rimane sacrosanto l’obbligo di ricordare il “pensiero Martini” senza manipolazioni e strumentalizzazioni di sorta e di parte. Il Card. Martini, non è scandaloso ricordarlo, veniva considerato e chiamato l’Anticristo in non pochi ambiente cattolici. Il “marchio” dell’Anticristo gli piombò addosso giacché invece di far comprendere al mondo il magistero della Chiesa e della parola di Cristo, aveva fatto sue le istanze del mondo laico, secolarizzato e “adulto”: revisione del celibato ecclesiastico, sacerdozio alle donne, apertura agli omosessuali e alle coppie di fatto, apertura a qualunque esperimento genetico, omologo o eterologo, comprese certe forma di eutanasia, dubbi sul Primato del Papa, dialogo alla pari con atei e agnostici, diaologo interreligioso "allegro" con tutte le religioni e messe in tutte le lingue tranne che quelle della tradizione cattolica. Tra gli innumerevoli bastoni conficcati nella barca di Pietro, da ricordare il suo totale dissenso per l’Humanae Vitae, l’enciclica che condannava l’aborto. A suffragare la teoria del “Martini Anticristo”, ci pensò addirittura il libro del Card. Biffi "Pinocchio, Peppone, l'Anticristo e altre divagazioni". Ovviamente senza citarlo, l’ex Cardinale di Bologna, smontò punto per punto le dottrine sacrileghe del novello Lutero. Secondo molti altri commentatori, il contro ministero del mancato riformatore Martini, costituì la prova tangibile del “fumo di satana” entrato nel Vaticano, profetizzato da Paolo VI nel 1972. Ora che la sua anima è nelle mani del Creatore, pregare per l’uomo di Dio Martini è doveroso. Come rimane altrettanto doveroso non strumentalizzare le sciocchezze del comune “peccatore” Martini, per tentare di protestantizzare e modernizzare una Chiesa Cattolica, già troppo a sinistra di Dio. Per fortuna, Ratzinger c’è!

Caro Direttore,
Quella del Ponte sullo Stretto di Messina è una vicenda chiusa definitivamente? Assicurazioni e smentite si susseguono, senza alcuna certezza. A questo punto è necessario  chiedersi perché un’opera, inizialmente voluta da tutti - a cominciare da Prodi per finire a Berlusconi, passando per Rutelli, appaltata quasi sette anni fa (sette anni!!!) al più grande consorzio d’imprese che abbia mai partecipato a gare in Italia, non abbia visto nemmeno aprirsi i cantieri. E, soprattutto, perché quasi nessun Italiano abbia ancora compreso a cosa serve veramente il Ponte, con la conseguenza che é diventato il simbolo dell’inutilità e dello spreco dei soldi pubblici.
Nessuno ha detto che dovrebbe servire a convogliare, attraverso l’Italia, la parte maggiore possibile degli enormi flussi di merci provenienti da Suez e dal continente africano e dirette in Europa, e viceversa, per cui il collegamento stabile attraverso lo Stretto diventa segmento indispensabile del Corridoio Berlino-Palermo.
Far diventare la Sicilia il terminale Sud dell’Europa può trasformare il nostro Paese (tutto il Paese) nella sede ideale per lavorazioni, assemblaggi e distribuzione di merci prodotte là dove lo impongono le leggi dell’economia. Siano esse prodotti finiti, semilavorati o materie prime. La PMI del Nord sa bene cosa vuol dire abbreviare i tempi di spedizione: non si tratta solo di ridurre i costi, ma anche e soprattutto incassare alcuni giorni prima, ridimensionare le scorte di magazzino e utilizzare meglio i vettori.
Trasformare il Corridoio Berlino-Palermo nel Berlino-Bari-Malta fa perdere a (tutto) il nostro Paese buona parte del vantaggio che Madre Natura gli ha dato.
Ciò premesso, riformuliamo la domanda iniziale: perché un progetto così importante per il Paese non solo si è inceppato, ma una gran parte degli Italiani appare totalmente indifferente – se non contraria – alla sua realizzazione?
Ragionando in soldoni, i compiti della società concessionaria, la Stretto di Messina, erano tre: di natura tecnica, economica e sociale. Nell’ordine: guidare il General contractor nella realizzazione del progetto definitivo e verificarne la validità; reperire le risorse economiche necessarie e infine coinvolgere il Paese nella più grande impresa tecnico-scientifica della sua storia, promuovendo lo sviluppo di un territorio socialmente ed economicamente arretrato. Appare oggi evidente che solo il primo obiettivo è stato raggiunto – e, a quanto dicono gli esperti, rappresenta una pietra miliare nella metodologia di progettazione delle grandi opere, pur se manca ancora il crisma ufficiale di una Valutazione d’Impatto Ambientale. Che tarda, impantanata – a quanto si dice - sui conteggi dei volatili maschi e femmine che potrebbero cozzare contro le torri, mentre ogni giorno da Messina vanno via 4-5 giovani perché non c’è lavoro né prospettive per il futuro.
Su finanziamenti privati, coinvolgimento del Paese e organizzazione del consenso è meglio stendere un velo pietoso. La ricerca di risorse private non è mai stata seriamente avviata anzi, a quanto appare, i possibili finanziatori sono stati ben poco incoraggiati, se non decisamente snobbati. La ricerca del consenso – politico e popolare – doveva passare attraverso una spiegazione esauriente e convincente delle ragioni (che prima abbiamo sommariamente richiamate), che stanno alla base del collegamento stabile tra la Sicilia e il continente europeo. Nulla di tutto ciò è stato adeguatamente promosso sul piano della comunicazione: nell’immaginario collettivo del Paese, il Ponte si è ridotto a un favore da fare a Messinesi e Reggini al fine di passare più in fretta da una sponda all’altra. Ed è tale interpretazione riduttiva che diventare ingiustificabile un investimento economico e tecnico-scientifico di tale entità. Alla prova dei fatti la società concessionaria si è dimostrata culturalmente inadeguata alla dimensione della sfida.

Giovanni Frazzica
Edoardo Milio
Giuseppe Pavone
Giuseppe Pracanica
Antonino Quartarone
Filippo Rizzo

Nell’imminenza delle prossime elezioni presidenziali USA, tutti i candidati hanno asserito di credere in Dio e di ispirarsi ad esso. In Italia invece, mai è accaduto che un solo personaggio politico facesse pubblica ammissione di fede. Peggio: mentre i reggenti americani nei loro interventi non si vergognano di “mischiare” l’Altissimo” alle “cose umane, i governanti italiani fanno a gara nel riempirsi la bocca della parola laicità. Peccato che il concetto di laicità, vale a dire la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, sia stato totalmente svuotato della sua concezione originaria confermata e voluta da Gesù stesso in persona. La declamata suprema laicità dello Stato non significa epurazione di ogni forma di religiosità simbolica o reale dal panorama pubblico (proposito non palesemente dichiarato, ma fortemente auspicato dai laicisti, dai marxisti e dai continuatori della Rivoluzione Francese), ma esattamente il suo contrario. Ovvero la valorizzazione di tutte le espressioni religiose di un Paese. Chi si vergogna a citare il creatore dell’universo, deve avere la consapevolezza che “i figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce” (Luca 16, 1-8). Scaltrezza e furbizia che si è tradotta nella deliberata manipolazione del principio di laicità dello stato in chiave anticattolica ed anticlericale. Come la storia ha ampiamente dimostrato, le “cose umane laiche” ed anche i cosiddetti valori civili (in primis l’aborto) hanno partorito unicamente morte, miseria ed ingiustizia. L’uomo non è un animale “materiale”, ma un essere corporale e spirituale che non si deve vergognare di impetrare grazie e benedizioni a chi l'ha creato.

Per 60 anni  ci hanno detto che siamo una democrazia e che il popolo è sovrano ma la nostra costituzione prevede solamente uno striminzito referendum abrogativo quale strumento di democrazia diretta: il popolo può solo mettere una crocetta per il mantenimento o l'abrogazione di leggi il più delle volte emanate contro il popolo nel postribolo parlamentare. I poteri politico istituzionali rendono innocui i cittadini impedendone la partecipazione con un impianto costituzionale ad hoc e rincretinendoli con Grande Fratello & Calcio. Dai livelli governativi nazionali fino a quelli regionali, provinciali, comunali e, come vedremo per il caso Crotone, anche ai livelli dirigenziali delle amministrazioni, la musica non cambia, il cittadino in buona sostanza non può niente, anche per il semplice accesso agli atti bisogna dotarsi di una squadra di avvocati. Nelle attuali condizioni di democrazia ridotta le leggi possono essere benissimo il frutto di accordi lobbistici e servire interessi esclusivi di pochi “fortunati” tessitori di accordi con il legislatore contro gli esclusi, il popolo sovrano, preso in giro formalmente dalla costituzione e sostanzialmente con atti legislativi ed amministrativi che con il bene comune non hanno niente a che vedere. Particolare che non deve sfuggire è il fatto che noi non si possa far niente per impedire attacchi, aggressioni e rapine al bene comune, non abbiamo strumenti legislativi che ci possano tutelare. A chi viene a mente la petizione per leggi di iniziativa popolare facciamo notare che vengono sistematicamente ignorate dal legislatore che non è tenuto a prenderle in considerazione: non puoi chiedere al tuo aguzzino di concederti la libertà se il suo scopo principale è che tu sia suo schiavo. La costituzione é stata partorita in una fase storica in cui il legislatore costituente poteva concedersi di strutturare uno stato a democrazia limitata, talmente delimitata che si esaurisce in un baleno in cabina elettorale, dopodiché il cittadino ritorna a diventare il nulla politico, limone da spremere, carne umana per una tirannide a cui è stato dato il nome di democrazia. Naturalmente al Sud, povertà imperante, non è libero neanche il voto essendo stato pianificato e realizzato lo smantellamento degli apparati economico produttivi e finanziari e l’asservimento del ceto politico (si legge ascari) ai poteri forti del Nord. I politici al Sud acquisiscono il consenso con le clientele, possono gestire il potere (concesso dal Nord) ma non devono procurare sviluppo alla colonia meridionale. Questa spirale diabolica durerà fin quando non riusciremo ad elevare al rango costituzionale i principi della democrazia diretta e tradurli in leggi da applicare. Ne è riprova l’inapplicazione, a distanza di 10 anni, del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267, "Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali", che con l’Articolo 8 - Partecipazione popolare prevede la partecipazione dei cittadini  alla gestione del Comune, regole sui  referendum per questioni di interesse generale, procedure per l'ammissione di istanze e petizioni e proposte dei cittadini, termini brevi per l'esame delle istanze e petizioni dei cittadini con le relative sanzioni in caso di inadempimento, consente accessi e controlli agli atti dei comuni a tutti i cittadini. I controlli devono essere possibili specie per gli atti che incidono sui diritti dei cittadini, come lo smaltimento dei rifiuti e i servizi Tutte queste belle cose sono fattibili se i comuni inseriscono negli statuti e nei regolamenti strumenti di  attuazione dell'art 8. “I cittadini possono  pretendere la decadenza dei sindaci, in base all'art 70, se non  attuino l'art 8 della legge 267/2000.” Ma senza un’espressa previsione costituzionale ritorniamo al punto di partenza, il cittadino contro il tiranno, chi può costringere gli amministratori ad adeguare statuti e regolamenti? Il singolo cittadino dovrebbe intraprendere una guerra impari, altra cosa sarebbe il dettato costituzionale in base al quale i regolamenti e statuti comunali debbano contenere tali disposizioni.
L’Unità d’Italia, battendo la Resistenza durata 14 anni dei Briganti Duosiciliani, sancisce la nascita della Questione Meridionale con la quale si avviava lo sviluppo industriale al Nord contemporaneamente all’impoverimento forzoso del Meridione, e dava avvio ad un fenomeno sconosciuto al Sud, l’emigrazione, prima prevalentemente di braccia ora di cervelli. Il che ha fatto appassire l’impianto dei riferimenti valoriali essenziali alla crescita della democrazia: la diaspora di 25 milioni di meridionali costretti all’abbandono della propria terra ha letteralmente demolito la struttura societaria con lo smembramento delle famiglie e la generazione di quel fenomeno sociale distruttivo delle “vedove bianche”: la cellula familiare privata dei capi famiglia fa venire meno la fonte primaria che detta le regole su cui si regge la società. Il risultato è che l’irresponsabilità civica è divenuta la matrice dei mali del Sud essendosi perso il senso, l’importanza di essere cittadino custode del territorio dal quale la collettività trae sussistenza.
Si é creato un vuoto d’identità ed intellettuale ed il vuoto, si sa, da qualcosa deve essere riempito, al Sud è stato colmato interamente da ceti politico amministrativi che in gran parte, forse la maggiore parte dei casi, cristallizzano lo status quo, mantengono il presente senza lievito, sotto vuoto, non stimolano la crescita culturale, essi stessi sono condizionati dal determinismo ambientale che appiattisce verso il basso non essendovi neanche modelli illuminanti a cui ispirarsi. Una discesa senza fine, un gioco al ribasso in cui alla quasi totale assenza di senso civico di molta parte dei sottoposti malgovernati (leggasi assenza dello Stato) corrisponde l’ottusa mediocrità di istituzioni e politici che non riescono a fare di meglio che perpetuarsi avvelenando la società con il cancro clientelare.                                                                                                                             
L’eccezione alla regola dell’inefficienza sono le lodevolissime realtà in cui è stata praticata con successo la raccolta differenziata, ma sono troppo pochi questi paesi e distanti fra loro da riuscire a innescare processi di emulazione positiva. Questa è la parte buona, anzi eccellentissima, dei rarissimi casi di amministratori che (in terra da gara ad ostacoli per realizzare qualcosa di buono) sono riusciti a far decollare una differenziata reale, il che costituisce uno dei primi ma indefettibili passi sulla strada del recupero.
E paradossalmente rientrano nella parte alta di questa sorta di classificazione del ceto politico, ma all’ultimo gradino, gli amministratori inetti, il meno peggio a cui siamo costretti ad affidare le amministrazioni, quelli né carne né pesce che non promuovono la crescita ma riescono a stare fuori dai circuiti più deleteri della cosiddetta zona grigia, l’inestricabile commistione mafio politica.
Vi sono poi i casi in cui la società viene violentata in modo diretto dall’antistato con manutengoli che fanno regredire spietatamente i territori e le popolazioni stringendoli nella morsa collusiva della politica con i poteri mafiosi che sottraggono gli elementi di crescita alla gente a cui mettono scarpe di piombo bloccandone letteralmente slancio e tensioni verso il progresso.
Ma l’antistato assume anche forme che non puoi vedere né toccare, come le multinazionali che annichiliscono le amministrazioni. Ad esempio, il sindaco di Crotone Peppino Vallone, relativamente all’autorizzazione a piazzare un’altra mega piattaforma per l’estrazione di gas metano a ridosso dell’Area Marina Protetta Capo Rizzuto  e di petrolio nientepocodimenoche all’interno del Parco Archeologico di Capo Colonna, di fronte all’indignazione dei crotonesi dice candidamente “io non ne sapevo nulla”, scaricando la responsabilità alla dirigente! Che rimane al suo posto! E tutto ciò a coronamento dei 5 anni precedenti di disamministrazione sotto il segno del completo immobilismo. Nel passaggio fra la prima e la seconda consiliatura i crotonesi hanno assistito al salto evolutivo del sindaco Vallone dal nullismo, che suscitava sentimenti fra sbigottimento ed indignazione, alla fase di attacco violento, di demolizione della speranza di poter contare almeno sul potenziale di risorse naturali come carta da tenere in serbo per la migliore valorizzazione, violando la dignità di chi lo ha votato e se lo deve tenere, perché l’aspetto più drammatico è proprio questo, vivere sotto dittatura, non rendersene conto (o magari accorgersene in ritardo) e non poterci fare niente. I cittadini, soprattutto con l’aiuto dei socialnetwork, ci provano a reagire, hanno lanciato una petizione online http://www.petizionionline.it/petizione/chiediamo-le-dimissioni-del-sindaco-vallone-e-di-tutta-la-giunta-comunale-di-crotone/5147 per chiedere le dimissioni del sindaco, hanno lanciato il sondaggio su Repubblica “Allarme estrazioni a Crotone”  http://temi.repubblica.it/repubblica-sondaggio/?cmd=vedirisultati&pollId=2849 ma ritorniamo sempre al punto di partenza, non esistono strumenti di tutela validi ed efficaci. Come possiamo vedere la situazione italiana è nel complesso rappresentabile con i cittadini rinchiusi in gabbia ma gli stessi cittadini al Sud sono messi sulla graticola.
"Una delle punizioni che ti spettano per non aver partecipato alla politica è di essere governato da esseri inferiori". Questo aforisma di Platone ci suggerisce che per avere buone leggi che consentano un reale beneficio comune non possiamo delegare, almeno non sempre.
Il problema è che la partecipazione è stata osteggiata dal sistema politico venuto fuori dal dettato costituzionale, strutturato in modo da lasciare ai cittadini spazi ristrettissimi, praticamente inesistenti, di democrazia diretta, cosicché il cittadino perde sempre più interesse per la politica in quanto sa che la sua inclusione é vietata, inutile interessarsi alla progettazione politica quando la partecipazione richiesta e quindi la libertà di decidere, si esauriscono in cabina elettorale, 30 secondi.  Oggi la coscienza politica sociale ha una consistenza di spessore decisamente accresciuto, non sempre ai vertici di consapevolezza ma con un generale grado evolutivo tale che grazie ad internet si parla di intelligenza aumentata collettiva per cui risulta molto sentita l’esigenza di partecipazione politica. La gente vuole poter contribuire alla realizzazione delle leggi per favorire un vero progresso basato su riflessioni e decisioni partecipate e deliberate a favore degli stessi destinatari dei provvedimenti, il popolo solo così sarà sovrano, non certo per decisioni delegate.
Altra esecrabile mancanza della costituzione é la possibilità di revocare amministratori e politici, e Dio sa quanto ci sia bisogno di strumenti legislativi, opportunamente regolati, per sostituire gente che da oltre mezzo secolo si arricchisce impoverendo la società. Il fatto stesso che l’azione di revoca sia prevista per legge costituirebbe già di per sé uno stimolo a fare meglio ma anche un deterrente per chi pensasse di rivestire una carica istituzionale investendo dei soldi per poi essere revocato.
Azione di revoca e referendum deliberativo, propositivo e legislativo sono strumenti di democrazia diretta essenziali per il passaggio dalla eterodecisione, fatta passare surrettiziamente come democrazia rappresentativa, al recupero della centralità dell'elaborazione e decisione in seno al popolo in quanto fruitore di scelte modellate non per affare personale ma per utilità del progresso sociale. La vera democrazia favorirà l'apporto collettivo alle decisioni perchè realizzate direttamente da coloro che ne dovranno ricevere gli effetti. E soprattutto perché saranno rimossi gli ostacoli alla partecipazione.
Per realizzare la democrazia sostanziale, e non solo apparente come quella prevista dalla nostra costituzione, dovremo batterci per l'istituzione dei referendum e dell'azione di revoca per dare significato concreto all'espressione, ora solo formale, della sovranità popolare.

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